CERTE LETTERE.

Qualche anno fa, un giovanotto di vent’anni che scriveva articoli di

letteratura amena e n’aveva lode e incoraggiamenti, ricevette una

lettera senza nome (mi pare da Bergamo, dov’egli era vissuto parecchi

mesi), nella quale, fra gli altri complimenti dello stesso genere, gli

si faceva questo, ch’era la chiusa: «Invece d’imbrattare le colonne del

giornale con quelle sciocche tiritère a cui ella ha posto nome di

_etc._, farebbe meglio a pubblicare qualche pagina di storia, _che

darebbe anche una miglior idea di noi agli stranieri_.»

Non è mutata una sillaba. Quel tale serba ancora la lettera, e la

serberà sempre, non per il valore ch’ella possa avere in sè stessa, ma

perchè gli ricorda una delle più forti impressioni della sua età

giovanile. Chi la scrisse — se mai gli cadranno sott’occhio queste

pagine — ne riderà; e chi la ricevette — se si dovessero un giorno

incontrare — ne riderebbe con lui; l’uno è stato un po’ troppo duro,

l’altro un po’ troppo sensitivo, ecco tutto; in fondo fu una

scioccheria. Ma l’impressione, ripeto, fu tanto forte, che il povero

imbrattatore di colonne non l’ha più dimenticata.

La lettera gli arrivò una mattina nel punto ch’egli si disponeva a

scrivere una delle sue solite tiritère. L’aperse, la lesse e la buttò in

un canto. A un tratto un suo collega che lavorava allo stesso tavolino

gli disse: — Ti senti male? — Egli si provò a sorridere; ma fu un

sorriso così sforzato e sfuggevole, che l’amico gli ridomandò con una

certa inquietudine: — Hai ricevuto qualche cattiva notizia? — Egli era

diventato pallido come un moribondo.

Quante volte abbia riletto poi quella malaugurata lettera, se lo

dicesse, non lo crederebbe nessuno. A momenti s’accostava alla stufa per

bruciarla, e la rimetteva in tasca; poi voleva riderne, e rideva forte

infatti, ma il riso non andava giù, ed egli si rifaceva più serio di

prima. Ora diceva: — È uno stupido, un invidioso, un codardo, — e

chiamava a raccolta tutte le belle ragioni di Massimo D’Azeglio, per

persuadersi che delle lettere anonime non bisogna darsi pensiero. Ora,

sconfortato e umiliato, diceva: — Ha ragione, sono un imbrattacarte, non

riescirò mai a nulla, non scriverò mai più. — E di fatto, per parecchi

mesi, dall’aprile del 1867 fino al gennaio dell’anno seguente, il povero

scrittorello, sempre coll’amaro in cuore di quella lettera, non iscrisse

una riga; non già per dispetto, timore, o pigrizia; ma veramente perchè

s’era convinto che la letteratura non fosse fatto suo. E tanto se n’era

convinto, che non di rado, a ricordargli quelle poche coserelle che

aveva rabescato altre volte, arrossiva.

Forse non avrebbe scritto mai più (tanto è vero che il più lieve

accidente può aver effetto alle volte sull’intera vita) se uno scrittore

da lui venerato ed amato fin dall’infanzia, uno di quegli uomini, come

diceva il Giusti, che _per vederli bisogna guardare in su_, e ai quali

non pare possibile che si sia mai potuto dire o scrivere, da nessuno e

per nessuna cagione, una parola dura e irriverente; se quest’uomo, dico,

senza volerlo, senza saperlo, ricordando, come suole, casi e persone di

molti anni addietro, non l’avesse fortificato per sempre contro le

lettere di quella natura, con un esempio meraviglioso della vanità e

della impudenza umana.

Ma ho da scriverlo quest’esempio?

Sono in dubbio, porche da un lato mi trattiene il timore di peccare

d’indelicatezza pubblicando cose dette da quell’uomo in un colloquio

privato; tanto più che so che gli spiace, e che dall’indiscrezione di

altri ebbe già in parecchie occasioni dei sopraccapi. E dall’altro lato,

la certezza di giovare con quell’esempio a qualcuno, specialmente ai

giovani che scrivono con grande ardore e si scoraggiano con grande

facilità, mi stimola a propalarlo.... E farò così: non dirò il nome

della persona, per riparare in parte all’indiscrezione.

Il giovane della lettera, dunque, ebbe la fortuna di parlare con

quell’uomo uno degli ultimi giorni dell’anno 1867. Non lo vedeva allora

per la prima volta; ma entrò nullameno in casa sua con viva

trepidazione, come segue a tutti, vecchi o giovani, illustri od oscuri,

che si presentino a lui. Nel momento in cui egli entrò, il grande

scrittore s’accostava al camminetto con due pezzi di legna in mano; il

giovane salutandolo rispettosamente, glieli tolse di mano e si chinò per

metterli sul fuoco. Ma siccome il metter bene due pezzi di legna sul

fuoco, quando ce n’è già un mucchio che minaccia di scomporsi e di

spandersi, non è un’impresa facile, specialmente per chi sia un po’

confuso dalla presenza d’un uomo illustre, e tanto più se debba far quel

lavoro sotto i suoi occhi, così il povero giovane gingillò un pezzo

colle mani, provò e riprovò, si scottò le dita, s’insudiciò di cenere, e

finì col lasciar cadere i due pezzi di legna a caso, in modo che tutti

gli altri si ruppero sotto il colpo, ne uscì un nuvolo di scintille, la

brace si sparpagliò sul pavimento e il fuoco si spense. Egli si rialzò

col viso rosso come una ciliegia, facendo un atto che voleva dire: —

Perdoni! — e un altro che significava: — Sono un tanghero! — e Dio sa se

in quel punto non si sarebbe andato a rimpiattare per la vergogna! Ma il

venerando vecchio fece un sorriso così allegro, così benevolo, in cui si

leggeva così chiaramente ch’egli aveva capito la cagione prima di quel

sottosopra, — la commozione prodotta dalla sua presenza, — che il

giovane si rincorò a un tratto, sorrise alla sua volta, e dato di piglio

alle molle riaccomodò ogni cosa in un batter d’occhio. Ma quel sorriso,

ripeto, era stato così caro, aveva espresso così ingenuamente l’anima

buona e gentile di quell’uomo, aveva rivelato così appieno il suo

finissimo acume d’osservatore, che il giovane, d’allora in poi, l’ha

sempre avuto dinanzi agli occhi come l’espressione abituale della sua

fisonomia; e ogni volta che ci pensa riprova un senso di dolcezza

vivissima, e benedice quei due pezzi di legna, quel suo imbarazzo, quel

suo rossore, e n’è assai più lieto che se avesse riportato il difficile

trionfo d’una grande e repentina fiammata.

O dove divago?

Vengo all’esempio.... Ma prima un’altra cosa. Quante curiosità vi

assalgono nella stanza di un grande scrittore, specialmente se sapete

ch’egli ha un’opera manoscritta in pronto per la stampa, finita,

corretta, e che quest’opera è lì sopra un tavolino accanto a voi, un

mucchio di fogli, tutti in un carattere nitido e grande, da poterne

leggere qualche parola di sfuggita! E quanto più viva è la vostra

curiosità quando sappiate che quest’opera è il frutto degli studi e

delle meditazioni di trent’anni, che fu cominciata e proseguita in

segreto fino a due o tre anni addietro, che forse non sarà pubblicata

che dopo la morte (lontana, Dio voglia) dell’autore, e che tratta una

delle più feconde e solenni quistioni della storia moderna! E poi la

curiosità di vedere sullo scrittoio di quell’uomo quali sono i libri

ch’egli legge usualmente, quali, tra questi, i più logori, e le pagine

piegate, e le postille sul margine; e di tutti i libricciatoli della

giornata quali sono penetrati sin là; e fra le innumerevoli lettere che

gli si scrivono, quali quelle ch’egli ha messo in disparte per la

risposta, e di chi! Che folla di curiosità! Ebbene, a un dato momento,

lui uscì dalla stanza, e il giovane rimase qualche minuto solo! Sulle

prime stette immobile, guardava intorno titubante, tremava. Poi si

slanciò al tavolino, e cominciò a leggere in fretta e in furia il

manoscritto, ansando e guardando all’uscio a ogni parola; avrebbe voluto

divorarlo in un istante, scolpirselo nella memoria, portarselo via

tutto; e leggeva sempre più a precipizio, e le parole e le righe, gli

tremolavano e gli si confondevano allo sguardo come i tratti d’un volto

riflesso dall’acqua agitata; e la mente non afferrava nulla, e cresceva

la smania, e incalzava la paura.... Dio eterno! L’illustre ospite

apparve sull’uscio prima che quel disgraziato giovane si allontanasse

dal tavolino! Questa volta diventò pallido e abbassò il capo senza

fiatare. Ma rialzando gli occhi poco dopo con grande ansietà, ebbe un

palpito di gioia infantile: l’ospite illustre sorrideva, ed era daccapo

quel sorriso allegro, benevolo, fine, che diceva: — Ho capito, ho

capito, leggi pure.

Oh benedetta la curiosità!

Ma l’esempio?

Ora ci vengo.... Ancora una parola. Lui — l’_innominato_ — era uscito

dalla stanza per andare a prendere un libro, che, appena tornato, posò

sul tavolino, sotto gli occhi del giovane, dicendo: — Se lo tenga. — Era

un grosso libro, la più celebrata delle sue opere, ornata di molte

incisioni che il giovane non aveva mai viste. Questi cominciò a guardare

le prime pagine, e l’impressione che gli fecero quei disegni,

rappresentanti personaggi, luoghi e fatti famigliari e carissimi a lui

fin dalle prime letture della fanciullezza, fu così schietta e viva, che

ad ogni voltar di pagina, prorompeva in esclamazioni e voci di sorpresa

e di contentezza, come al rivedere amici antichi, ridendo, battendo la

mano sulla tavola, sobbalzando sulla seggiola, dimenticando affatto che

c’era là presente quell’uomo. — Oh guarda chi vedo! — esclamava — Così

proprio me l’immaginavo! — E quest’altro! — Ti riconosco! — Oh! eccolo

qui quel tale! — Oh bello! la casa, la chiesa, il sagrato.... — A un

tratto si ricordò di _lui_ che era presente, tacque, si vergognò di

quella vivacità smodata, e pensando d’aver fatto la figura d’un

ragazzaccio senza garbo nè grazia, e che forse il viso del suo ospite

glielo avrebbe fatto capire con quell’espressione incerta tra la stizza

e la pietà che si assume in simili casi, alzò gli occhi timidamente....

Un altro sorriso! Un sorriso più amorevole e più caro del primo! Un

sorriso che rifletteva tutta la compiacenza segreta del giovane lettore,

un sorriso che ringraziava e animava, e diceva: — Capisco, capisco, ridi

pure.

Ma l’esempio!

Eccomi. Si venne a parlare della smania che hanno certuni di aver

lettere dagli uomini di grido, dell’insistenza con cui le domandano,

dell’abuso che ne fanno poi quando le ottengono, menandone vanto, non

già come di favore ottenuto a furia d’istanze, e accordato per puro

debito di cortesia, ma come omaggio particolare e spontaneo reso a loro,

senza che essi se l’aspettassero, senza che ci avessero mai neanco

pensato. Il giovane diceva appunto d’aver visto una lettera d’un tale al

poeta R., colla quale, senza una ragione al mondo, lo pregava per quello

che aveva di più caro e di più sacro a scrivergli, a mandargli almeno

una carta di visita con qualche riga, una parola, il suo nome, quello

che volesse, purchè scritto da lui. Il poeta tocco da così calda

preghiera, gli mandò una sua carta di visita con un verso qualunque. Due

o tre giorni dopo, codesto tale entrava frettolosamente in un caffè e

avvicinandosi a un crocchio di giovanotti dell’età sua, studenti e

professori, esclamava con grand’enfasi: — Io cado dalle nuvole! Sapete

che cosa ho ricevuto stamani? ecc. — La verità fu scoperta in seguito e

se ne fece un gran chiasso: quel tale aveva fatto passare il poeta come

un suo ammiratore; il poeta lo seppe, andò in bestia, e non scrisse più

un rigo ad anima viva.

Quest’aneddoto fece sorridere il grande scrittore, e gli richiamò alla

memoria parecchi casi somiglianti, seguiti a lui, e ch’egli forse aveva

dimenticati da un pezzo.

L’esempio?

Ci si verrà a poco a poco. “Una volta,” egli disse “ricevetti una

lettera d’un tale che mi pregava di esprimergli il mio parere su certi

suoi versi. Io non risposi perchè... se si avesse da rispondere sempre,

bisognerebbe non aver da far altro, e se si risponde a uno, bisogna

rispondere a tutti. Dopo un certo tempo ricevetti un’altra lettera in

cui quello stesso signore diceva che non sapeva capire perchè non

rispondessi, e fra le altre frasi scriveva questa: — _Disprezzo? non

crederei._ — E poi: — _Mancanza di tempo? nemmeno._ E via così una serie

di supposizioni, e a ciascuna supposizione la sua buona ragione per

provare che non si poteva ammettere. — _Dunque perchè?_ — La lettera era

abbastanza strana per dispensare anche la seconda volta dal rispondere,

e non risposi. Ricevetti finalmente una terza lettera di poche righe, in

cui mi si ricordava che — fra le altre virtù cristiane ve n’è una che si

chiama l’_Umiltà_.” —

Qui il venerando uomo guardò il giovane sorridendo, quasi con aria di

dimandargli: — Le pare? — E il giovane, rimasto un istante a bocca

aperta, domandò alla sua volta con un movimento d’indignazione: “Ma è

possibile?”

“Un’altra lettera,” proseguì il vecchio illustre sorridendo

piacevolmente.... “e questa non aveva nome, ed era molto più dura. Mi

pare di ricordarmela testualmente.” — ”Ho letto,” diceva questo tale,

“tutte le vostre opere, e mi sono molto seccato, perchè voi lavorate per

la _bottega_, e tutti coloro che lavorano per la _bottega_, sono

_portati_ da quelli della bottega. Io vi auguro una lunga vita, non per

il piacere di vedervi vivo, ma perchè hanno da tornare per voi e pei

vostri pari i tempi della ghigliottina, e mi preme che arriviate in

tempo a vederli.”

Il giovane diede un balzo sulla seggiola e guardò _lui_ col viso dipinto

di stupore, di dolore e di sdegno.

“E un’altra ancora;” riprese a dire lo scrittore col suo consueto

sorriso e con una voce che si faceva più benevola e più allegra a misura

che s’inaspriva il senso del linguaggio ch’ei riferiva; “una lettera

d’un uomo che occupava una carica abbastanza importante (e la disse) mi

mandò un suo manoscritto chiedendo consiglio. Era un lungo manoscritto,

e non ebbi il tempo di leggerlo subito. Egli me lo ridomandò poco tempo

dopo con una lettera asciutta, ed io glielo restituii. Allora mi scrisse

una terza lettera in questi termini.” Stette un minuto pensando, e

riprese: “Signore! Se voi non volevate leggere il mio lavoro dovevate

scrivermi che non potevate; ma non cavarvela col modo villano di non

rispondere. Conosco altri letterati in *** i quali, senz’essere poeti e

romanzieri, non sono da meno di voi, e m’hanno risposto. Si dice che voi

avete l’uso di non rispondere perchè vi spiace che altri possegga i

vostri autografi. Ebbene, non abbiate timore per questo: io vi assicuro

che se mi scriverete, farò del vostro scritto un siffatto uso che tolga

a chiunque lo abbia poi nelle mani, la volontà di conservarlo. Finisco

raccomandandovi due autori di cui avete molto bisogno: Monsignor Della

Casa e Melchiorre Gioia.”

Parrà incredibile, ma è vero! Queste lettere furono scritte, con queste

parole, a quell’uomo, da persone che coltivavano le lettere, e che

forse, nei loro libri e nei loro discorsi, allora e poi, si facevano un

merito di lodarlo, di onorarlo, di levarlo a cielo, per carpire almeno

quel cencino di gloria che si concede facilmente a chi celebra i grandi

che ammiriamo ed amiamo, comunque li celebri, almeno in ricompensa del

buon volere! Queste lettere furono scritte a lui, grande, semplice,

buono; a lui, il nostro amico più intimo, il nostro maestro più caro, la

nostra gloria più pura! A lui, che quando siamo tristi e scorati,

andremmo a picchiare alla sua porta come poveri, per pregarlo che ci

metta la mano sul capo e ci dica: — Figliuoli!

Del resto, per tornare sulla terra, non è a dirsi che effetto abbiano

fatto sul nostro giovane quelle lettere; come si sia vergognato della

sua vanità, del suo orgoglio, della sua pochezza d’animo, ricordando

quella ricevuta da lui, e le conseguenze che gli aveva portate; come

abbia pensato e sentito che quando a un uomo pari a quello che gli stava

dinanzi, si erano scritte delle lettere di quella fatta, a lui si

avrebbe quasi avuto il diritto di scrivergliene delle peggio, e di

pretendere che se ne tenesse; come in fine si sia proposto di

ricominciare a studiare, a scrivere, a lavorare, a fare quello che

poteva, senza badare a lettere con nome o senza nome, da qualunque parte

venissero, qualunque cosa dicessero, dal consigliare il Della Casa ad

augurare la mannaia, con tutte le sfumature intermedie.

Ah! s’io fossi pittore come vorrei ritrarre il viso di quell’uomo mentre

diceva di quelle lettere! Qualche volta corrugava la fronte e

socchiudeva gli occhi, come per imitare il cipiglio che dovevano fare

gli autori scrivendo; a momenti non si ricordava più della frase, la

cercava, e trovatala, sorrideva per la compiacenza di non averla

dimenticata dopo tanti anni; di tratto in tratto rinforzava l’accento

col gesto, come fanno i ragazzi quando si lamentano, che dicono: — E tu

mi hai fatto questo, e questo, e questo! — con una ingenuità, con una

serenità, con una bonomia, che se non fosse stata una domanda sciocca e

villana gli si sarebbe detto! — Mi faccia la grazia di dirmene

dell’altre! —

Il giovane, uscendo da quella casa, come segue a tutti, col cuore un po’

stretto, e in special modo lui, che sapeva di non poterci ritornar prima

d’un’altr’anno, ripeteva tra sè: — E tu avevi avuto una stoccata al

cuore da quella lettera! T’avevano ferito nell’amor proprio! Non credevi

possibile che ci fosse un uomo al mondo a cui dovessi parere uno

sciocco! Eri deluso, sfiduciato, prostrato! Specchiati lì, e vergognati,

pusillo!

Fu una lezione salutare.

E come dicevo, mi pare che non sia inutile neanche per gli altri. Ma per

carità, chi ha indovinato il nome, zitto! È il babbo di tutti, ma anche

col babbo ci vuol discrezione.

Ricordi del 1870-71 · 第 38 / 47 题