La postura del monte in cui erano piantate le mense, il pittoresco paese
che si stendeva all’intorno, la vista delle Alpi sovrastanti, quei mille
convitati, quelle bandiere incrociate, quelle grida del popolo, quelle
musiche, infine l’assieme di quello spettacolo era una cosa che
meravigliava e esaltava.
S’alzò pel primo il ministro Visconti-Venosta; disse dei vantaggi che
deriveranno ai due popoli dall’apertura delle Alpi, e terminò con un
brindisi alla prosperità della Francia.
Parlò dopo di lui il ministro francese Le Franc. Il suo discorso era
atteso da tutti con grande desiderio, e fu ascoltato con profondo
silenzio. Disse della grandezza dell’opera, e accennò il vario merito di
coloro che vi presero parte: Cavour, Paleocapa, Menabrea, Sismonda,
Sommeiller, Grandis, Grattoni, Médail. Ricordò il re Carlo Alberto con
parole affettuose e riverenti. Terminò esprimendo la sua profonda fede
nella stabilità della pace e dell’amicizia tra Francia ed Italia. La sua
voce era commossa, e il suo viso improntato dell’affetto che versava nel
discorso; era il ministro della Francia, accusata di sensi ostili
all’Italia, e parlava di fratellanza e di unione.... Uno scoppio di
applausi e di grida altissime seguì le sue parole.
Il ministro De Vincenzi fece un brindisi a tutti coloro che cooperarono
alla grande impresa.
Il Ceresole, rappresentante della Svizzera, parlò del traforo delle Alpi
e del taglio dell’Istmo di Suez, le due più gigantesche e gloriose opere
moderne della razza latina.
Il ministro Sella, rammentò il Sommeiller, parlò della nuova impresa del
traforo del Gottardo, e del commercio avvenire tra la Francia e
l’Italia.
L’ingegnere Lesseps propinò all’alleanza politica dei due paesi; e il
Rorà all’incremento della loro prosperità commerciale.
L’Amilhau, direttore della Società delle strade ferrate dell’Alta
Italia, presentò in nome della Società, medaglie d’oro ai governi
d’Italia e di Francia, all’ingegnere Grattoni, al Grandis, alla memoria
del Sommeiller.
Il Grattoni ringraziò tutti gl’Italiani e gli stranieri che prestarono
l’opera loro al compimento dell’impresa, e ricordò con nobili e
commoventi parole il suo illustre compagno Sommeiller, sventuratamente
rapito ai vivi prima ch’ei vedesse il giorno che doveva compensare le
sue fatiche e glorificare il suo nome.
Una parte dei convitati che rimasero a Bardonecchia durante la
traversata della galleria ebbe agio di osservare una macchina
_perforatrice_.
Si prova una strana sensazione alla vista di questa macchina tanto
celebrata. Prima di averla veduta, s’inclina a immaginarla di mediocre
grandezza: vedendola, pare enorme, ed ha veramente un aspetto imponente.
Non ne saprei fare una descrizione: è una macchina complicata, di cui
non si può dare un’idea senza scendere a molte particolarità. A un
cenno, dato dal capo degli operai, vien data l’aria, le ruote si
muovono, l’aria sibila, e la sbarra perforante s’immerge da centottanta
a duecento volte in un minuto nella viva pietra, con un impeto
prodigioso. Ad ogni colpo, l’aria si stende, e dopo aver dato la sua
forza viva si rispande all’intorno con un soffio vigoroso. L’apparecchio
produce uno strepito assordante; e questo strepito, e la rapidità del
moto, e la rabbia, direi quasi, dei colpi, tutto il complesso, insomma,
dello strumento e dell’azione ha qualche cosa di terribile; dà una
scossa ai nervi ed al sangue, come se in qualche modo si partecipasse
noi pure a quell’immane sforzo; il vigore, l’impeto della macchina
diventa per un istante nostro; una parte di noi pare che si muova, si
divincoli e frema in mezzo ai robusti ordigni del meraviglioso apparato.
Gli operai spiano nel volto dei circostanti l’espressione della
meraviglia, e guardano la macchina con occhio altero, e vi si appoggiano
su con un atto di famigliarità rispettosa, come sopra una bella e
superba fiera domata; e forse, in quel momento, molti degli uomini
illustri che li contemplano, si senton piccini accanto a loro.
Verso le sette si ripartì per Torino.
Come nell’andare, così nel tornare, si vide a tutte le stazioni della
strada ferrata una gran folla che sventolava bandiere e salutava il
treno con fragorosi applausi.
Si arrivò a Torino poco dopo le otto. La stazione era illuminata con
fuochi di bengala. Il grande atrio, dalla parte di via Nizza, era tutto
fregiato di bandiere e di fiori. Le bande musicali suonavano. Le Società
operaie ricevettero gli invitati con altissimi evviva, a cui fece eco
una moltitudine immensa accalcata in piazza Carlo Felice. La grande
facciata della stazione, presentava l’aspetto d’una parete continua di
fuoco, a cui reggeva con fatica lo sguardo. Nel mezzo dell’arco centrale
si vedeva un grandissimo quadro rappresentante l’Italia e la Francia,
due figure gigantesche che si porgono la mano ai piedi delle Alpi. Il
Corso del Re, illuminato a grandi archi successivi dalla piazza della
stazione fino al Ponte di Ferro, con un apparato, all’imboccatura tra
via Lagrange e via Nizza, rappresentante la facciata del Fréjus a
Bardonecchia, offeriva l’immagine della galleria. Il giardino della
piazza era anch’esso rischiarato da infiniti lumicini nascosti fra
l’erba, lungo i sentieri, intorno al laghetto, da cui si alzava con
altissimo zampillo la fontana. Era illuminata via Roma, piazza San
Carlo, piazza Castello. Tutti gli archi dei portici che girano intorno a
questa piazza, tutti gli spigoli dei pilastri, tutti i rilievi delle
case scintillavano di fiammelle. Via di Po presentava un aspetto
meraviglioso. Di due in due pilastri, a destra e a sinistra, si alzava
un sottile tubo a gas, terminante in tre rami fiammeggianti, a forma di
giglio. Più in alto pendeva una lunghissima fila di stelle luminose dal
capo della strada fino a piazza Vittorio Emanuele. La folla era immensa;
l’ordine, fino all’ora in cui scrivo, perfetto.
Così si chiuse questa giornata memorabile.
E ho bisogno di ripetere ancora io quelle parole che ho sentito dir
tante volte dall’alba di questa mattina a quest’ora: — La barriera delle
Alpi è caduta! — E pareva un disegno insensato! Paure di roccie ribelli
ad ogni forza umana, timori di segrete scaturigini d’acqua, previsioni
di calori eccessivi e di scarsezza di aria, incertezze, dubbi,
sconforti, tutto è svanito; non è più che un ricordo, e un ricordo che
par già molto lontano! Le due grandi imprese, il traforo delle Alpi e
l’unificazione d’Italia, insieme iniziate e per lo spazio di dieci anni
condotte insieme, si sono compiute a pochi giorni di distanza.
L’esercito italiano entrava in Roma il 20 settembre del 1870, e il 25
dicembre dell’anno stesso scoppiava l’ultima mina nella galleria del
colle di Fréjus! Quasi nel tempo istesso, l’Italia porgeva una mano alla
sua antica madre e l’altra alla sua antica alleata; da un lato ella
gridava: — Libertà! — dall’altro: — Pace! — E sarà veramente un tacito
patto di pace fra i due popoli questa grandiosa vittoria comune, che
oggi s’è celebrata; essi non si scambieranno per la nuova via che parole
di fratellanza e utili commerci e disegni di nuove opere gloriose; non
si comunicheranno che ciò che innalza, ingrandisce e purifica!