V’era da una parte un possente esercito, famoso per guerre lunghe e
ostinate, per tenace saldezza di disciplina, per gagliarda virtù di
soldati; percosso già quattro volte dall’avversa fortuna, ma pieno
ancora di quella orgogliosa baldanza che viene da una consuetudine
antica di prepotenza e d’impero; inanimito dalla presenza d’un giovine
monarca, fierissimamente risoluto a una riscossa solenne; espertissimo
dei luoghi, in luoghi formidabili posto, appoggiato ad altri più
formidabili.
Dall’altra parte, l’esercito che porta scritto sulle bandiere: Marengo,
Austerlitz, Jena, Friedland; l’esercito dalle memorie meravigliose; i
vecchi reggimenti esercitati sulle sabbie africane, ardenti ancora del
trionfo di Magenta, belli, impetuosi, audaci, superbi. E accanto a loro
un piccolo esercito, condotto da un Re valoroso ed amato, bollente
dell’ira accumulata da dieci anni, da dieci anni preparato, con cura
infaticabile e geloso affetto, a quel giorno. E dietro a questi due
eserciti l’eco ancor viva dell’immenso grido di libertà mandato al cielo
da Milano redenta, e fresco il profumo dei suoi fiori, e calde le sue
lacrime di gratitudine. E dinanzi, al di là dei nemici, al di là dei
baluardi, al di là ancora delle terre, lontana, solitaria, circonfusa di
mistero gentile e melanconico, un’altra città grande e sventurata, bella
d’una bellezza famigliare all’anima, fin dai primi anni, nelle fantasie
dei poeti e dei pittori, sognata da fanciulli, sospirata da giovanetti,
amata poi col palpito più delicato e soave dell’amor di patria, e
compianta sempre con un sentimento singolare di pietà, come di sorella
offesa: Venezia!
Quel vasto tratto di terreno ch’è chiuso tra il Po, il Chiese, il lago
di Garda e il Mincio, sembra formato dalla natura a difendere il passo
di questo fiume contro un esercito che venga d’occidente. Una rete
intricata e fitta di alture ne abbraccia tutta la parte di settentrione,
una vasta e nuda pianura tutta la parte di mezzodì. Passando di là un
esercito assalitore va a dar di capo in siti fortissimi, di espugnazione
presso che disperata; passando di qui, va a riuscire dinanzi alle paludi
del basso Mincio e alla fortezza di Mantova. La rete delle alture è
tutta compresa in un grande quadrilatero, largo otto e lungo dodici
miglia, che tocca cogli angoli Peschiera, Volta Mantovana, Castiglione,
Lonato, ed è corso per mezzo da un fiumicello, il Redone, che nasce fra
colline del lato occidentale e va a gettarsi nel Mincio. La prima catena
delle alture costeggia, da Lonato a Peschiera, il lago di Garda; le
altre si stendono quasi parallele alla prima, mano a mano più alte e più
ripide, fino all’ultima, che scende in linea retta da Lonato a
Castiglione, e piega poi ad un tratto verso Volta Mantovana. I due punti
culminanti di questa catena, ch’è la più elevata e la più scoscesa,
sono, verso settentrione, Solferino; verso mezzogiorno, Cavriana; tra
l’uno e l’altro, simile a cortina di due enormi bastioni, San Cassiano.
Qui è tutto un nodo di colli aspri e difficili, gli uni sorgenti sugli
altri, stretti, addentellati, dirupati qua e là, sparsi di case e di
torri, ad assalirsi malagevolissimi, formidabili alla difesa. Arduo su
tutti, il colle di Solferino, sormontato dalla torre famosa, _la Spia
d’Italia_; fiancheggiato da due colli minori, rotti del pari e scoscesi,
l’uno nominato dai cipressi che ne copron la vetta, l’altro dalla
chiesa, a cui sta presso il cimitero del villaggio; il villaggio è a
mezzogiorno-levante del colle cui dà il nome.
La catena delle alture che si stende dietro a codesta, ch’è l’estrema,
corre lungo la sponda destra del Redone, da ponente a levante; svolta, a
poca distanza da Solferino (e qui s’innalza il colle di Madonna della
Scoperta), a settentrione-levante verso Pozzolengo, e forma così, per
chi assalga le alture dal piano, un secondo baluardo interno, che ha i
suoi due punti più forti a Pozzolengo e a Madonna della Scoperta. Questi
due punti formano con Solferino e Cavriana un quadrilatero fortissimo, a
cui fanno capo tutte le strade che conducono al Mincio, tranne quella
che costeggia il lago di Garda da Lonato a Peschiera, e l’altra che
attraversa il piano alla volta di Mantova.
Le alture, da Pozzolengo, proseguono fino a San Martino. L’altopiano che
prende questo nome da una chiesa che v’è su, sorge a sinistra della
strada Lugana, la quale va da Pozzolengo fino alla riva del lago, vicino
a Rivoltella, e a mezzogiorno della strada ferrata che corre da Lonato a
Peschiera. Le pendici dell’altopiano, a settentrione e a ponente, sono
ripide, scabre, sinuose, sparse di case che ne rendono facile e
terribile la difesa, situate, come sono, a guisa di ridotti, che si
guardano e si proteggono. Il sito è formidabile tra la casa Colombara, a
dritta della strada Lugana, e la casa Corbù di sotto, a sinistra; più
formidabile tra la chiesa di San Martino, il punto chiamato il Roccolo,
e la casa Contracania, che sono come tre bastioni, congiunti da ripide
balze, protetti da folti cipressi.
La pianura è attraversata dalla grande strada di Brescia che varca il
Chiese a Montechiari, tocca Castiglione, passa davanti a Medole, da cui
la pianura prendo il nome, e procede per Guidizzolo fino a Goito.
Tale il campo di battaglia.
Gli Austriaci, divisi in due eserciti, il Iº composto del 3º, 9º e 11º
corpo, comandato dal Wimpffen, il IIº composto del 1º, 5º, 7º e 8º
corpo, comandato dallo Schlick, si stendono in linea di battaglia per
Pozzolengo, Solferino e Guidizzolo.
Il IIº esercito, steso sulla destra, ha l’8º corpo, comandato dal
Benedek, a Pozzolengo; il 5º, comandato dallo Stadion, a Solferino; il
1º, comandato dal Clam-Gallas, in seconda linea, a San Cassiano e a
Cavriana; il 7º, comandato dallo Zobel, dietro al 1º.
Il Iº esercito, steso sulla sinistra, ha il 3º corpo, comandato dallo
Schwarzenberg; e il 9º, comandato dallo Schaffgotsche, intorno a
Guidizzolo; e l’11º, comandato dal De Veigl, in seconda linea, a
Cerlungo e a Castel Grimaldo.
Il quartiere generale dell’imperatore Francesco Giuseppe è a Cavriana.
Gli alleati si distendono in linea di battaglia per Lonato, Castiglione
e Carpenedolo.
L’esercito francese, steso alla destra, ha il 3º corpo d’esercito,
comandato dal Canrobert, a Mezzane; il 4º, comandato dal Niel, a
Carpenedolo; il 2º, comandato dal Mac-Mahon, a Castiglione; il 1º,
comandato dal Baraguay-d’Hilliers, a Esenta; il corpo della guardia
imperiale a Montechiari.
L’esercito italiano, posto all’estrema sinistra, ha la 1ª divisione,
comandata dal Durando, e la 2ª, comandata dal Fanti, sulle alture di
Lonato; la 3ª, comandata dal Mollard, a Desenzano e Rivoltella; la 5ª,
comandata dal Cucchiari, al di là di Lonato.
Il quartiere generale dell’imperatore Napoleone è a Montechiari.
Di qui cento ventiquattro mila fanti, undici mila cavalli e cinquecento
venti cannoni; di là seicento ottant’otto cannoni, cento quarantasei
mila fanti, e ventimila cavalli.[2]
[2] Sono noverate solamente le forze che presero parte alla
battaglia.
Gli Austriaci, che ripassarono il Mincio la sera del ventitre, hanno
designato di lasciare il ventiquattro la linea di Pozzolengo, Solferino
e Guidizzolo, per andare a occupare la linea di Lonato, Castiglione e
Carpenedolo.
Gli alleati hanno designato di lasciare nello stesso giorno la linea di
Carpenedolo, Castiglione e Lonato, per andar a occupare quella di
Guidizzolo, Solferino e Pozzolengo.