Chiunque ne sia stato l’autore, la storia risale al 213 innanzi
Cristo, epoca memorabile nei fasti della letteratura cinese per la
strana persecuzione dell’Imperatore Khi-hoang-ti contro i letterati
del suo regno, avendone egli fatti sotterrar vivi quattrocento e
sessanta. Si era creduto, fino a questi ultimi tempi, sulla fede
del «San-ci-Hung-Kian» (specchio universale ad uso dei governanti),
che l’Imperatore Khi-hoang-ti si fosse lasciato trascorrere a quella
giustizia sommaria, per la ostinazione con cui i letterati dell’impero
volevano salvar dalle fiamme i libri da lui condannati al fuoco nel
maggior numero possibile, affinchè mancassero ai suoi avversarii
politici le fonti a cui attingere gli argomenti per combattere le sue
riforme. Ma il professore Tiglat-Pileser ha messo in chiaro che nessuna
riforma essenziale era stata fatta da Khi-hoang-ti, e che lo «Specchio
universale», opera di Ze-makuang, un abborracciatore del secolo XI,
non meritava nessuna fede, altro non essendo che un corso frettoloso
e sommario di storia, per un periodo di 1362 anni, compilato con poco
soccorso di documenti autentici e senza alcun lume di critica; laddove
la «Storia della carta a fiori d’oro», offre una spiegazione assai più
ragionevole della giustizia sommaria di Khi-hoang-ti; e il riferirsi
ch’ella fa ad un’opera di Pan-hoei-pan, quantunque ai dì nostri
perduta, gli conferisce un’autorità senza pari.
Narra adunque la «Storia della carta a fiori d’oro» che l’Imperatore
Khi-hoang-ti fosse innamoratissimo dell’Imperatrice Khia-fu-ssè. La
bella donna (il cui nome, secondo alcuni interpetri par che significhi
«Vita sul verde» e secondo altri «Maraviglia del secolo») era oppressa,
ad onta di questo grande amore del suo imperial consorte, da una
profonda malinconia, e niente poteva distrarnela. I bonzi, invitati
a pubbliche supplicazioni per la salute della eccelsa Khia-fu-ssè,
altro non facevano da un anno che ardere carta dorata, nei plenilunii e
nei novilunii, all’altare della Luna, detto «Yue-tan», e a quello del
Sole, detto «Ge-tan», senza pregiudizio dei grandi olocausti di buoi,
maiali, pecore e capre, nel massimo tempio del «Tien-tan», o Eminenza
del cielo, e nell’altro del «Ti-tan», o Eminenza della terra. Ma niente
facevano i sacrifizi, o non se ne vedeva ancora un costrutto. I medici,
a lor volta, chiamati a consulto, non osando parlare di cambiamenti
d’aria, interdetti dal cerimoniale di corte, avevano sentenziato: per
guarire l’imperatrice, bisogna tenerla allegra, bisogna divertirla ad
ogni costo.
Il consiglio era savio; ma in che modo metterlo in pratica? Concerti di
tam-tam, passeggiate dal palazzo della Luna a quello del Sole, pranzi
solenni a cui partecipavano tutti i grandi dell’impero, si era provato
ogni cosa. Finalmente un editto imperiale, apparso nella «Gazzetta di
Sciunt-hyen-fu» (leggete Pekino) invitò i sudditi meglio forniti di
studi e di fantasia ad escogitare qualche divertimento che valesse a
dissipare la profonda malinconia della Figlia del cielo.
Piovvero le proposte; ma parve più bella, più nuova, più utile fra
tutte, quella di un giovane mandarino della provincia di Scian-tung,
che tutti coloro i quali avevano uso di scrittura mandassero in segno
di augurio i lor nomi alla imperatrice; la quale avrebbe, a questa
prova di devozione, noverati i suoi sudditi, e in pari tempo avrebbe
passate le ore della giornata osservando la varietà dei caratteri.
Così, pochi giorni dopo la pubblicazione dell’editto, incominciarono a
giungere nel palazzo della Luna piena, dove alloggiava l’imperatrice, i
quadratini di carta d’ogni genere, coi nomi dei mandarini d’ogni grado
e dei cittadini d’ogni classe, pennelleggiati di nero e di rosso, con
bei svolazzi d’oro all’intorno.
Khia-fu-ssè gradì molto l’omaggio, s’interessò alla lettura dei
nomi, ammirò la bellezza dei caratteri e degli ornati, e incominciò
a riacquistare il suo bel colore di zafferano. Tutti i giorni, sulle
coltri di seta del letto imperiale erano monti di cartoncini. Che
farne, dopo averli osservati? Khia-fu-ssè era donna di altissimo
ingegno, e non istette molto ad immaginare che con l’aiuto d’un po’ di
gomma e di qualche limbello di carta velina si sarebbe potuto foggiare
con quei quadratini dei piccoli scrigni, scatole, ed altri gingilli di
salotto.