MASTICA parasito, BALIA.
MASTICA. Dicono i medici del mio paese che si trova una infermitá che
si chiama «lupa», che dá una fame tanto affamata che quanto piú mangia
piú s'affama. Io stimo esser nato con questa malattia non solo nelle
budella ma nelle midolle dell'ossa, né tutti i sciroppi, medicine e
servigiali del mondo non la possono cavar fuori....
BALIA. Mastica Mastica!
MASTICA.... Io sento--che lupi, che cani--piú di cento leoni nello
stomaco; io non vorrei far mai altro che mangiare, non mi veggio
satollo mai, anzi quanto piú mangio piú cresce la rabbia. La fame ha
preso tanto dominio sopra di me, che quanto piú cerco torlami da dosso
piú vi se attacca.
BALIA. O Mastica Mastica!
MASTICA. Chi chiama Mastica non chiama me: chiamimi «digiuno» se vuol
che gli risponda. Non vo' esser Mastica, ché non mastico se non sputo
e vento.
BALIA. Oh che affamata risposta!
MASTICA. Oh che sciapita chiamata!
BALIA. Non sei Mastica tu?
MASTICA. Cosí tu fossi un pasticcio, ch'al primo ti porrei mano al
cappello e mi ti tranguggiarei in un boccone!
BALIA. Parea che non mi conoscessi.
MASTICA. La fame m'avea cosí offuscati gli occhi che non ti conosceva.
BALIA. Hai fame cosí mattino?
MASTICA. Non sai tu che la mattina apro prima la bocca che gli occhi?
BALIA. Ho bisogno del fatto tuo; odi un poco.
MASTICA. Che vuoi tu ch'oda? «Ventre che non rode, mal volentier ode».
BALIA. Lascia questi scherzi.
MASTICA. Lascia questo braccio.
BALIA. Vien qua e fai bene.
MASTICA. Non trascinare e fai meglio! Oh, che avessi incontrato la
carestia piuttosto questa mattina che te! sai come mi piacciono le tue
pari!
BALIA. Fa' questo piacere a me.
MASTICA. Non vo' far questo dispiacere a me né alla mia persona; so
ben quel che tu vuoi. Per parlarti chiaro, balia, se ben tutte le
donne son insaziabili di natura, la tua non ha né fin né fondo. Star
morto di fame, stracco, fastidito e donne intorno, pensalo tu.
BALIA. Non vo' quel che tu pensi.
MASTICA. Io pensava quel che tu suoli volere. M'hai ritornato l'animo:
lasciami respirare un poco. Ho preso tanta paura che non sará ben di
me tutto oggi.
BALIA. Cosí ti dispiacciono le donne, eh? che maggior piacer si può
trovare che star con una donna bella come un agnolo?
MASTICA. Se tu avessi detto «come un agnello», aresti detto assai
meglio, ché questo ti pone in corpo la sanitá, non ne la cava, né col
tempo ti viene a noia. La donna piace per un poco, poi viene a
fastidio; ma questo quanto piú invecchiamo piú ne piace. Lasciam
questo: che cerchi da me?
BALIA. Ho da farti un'ambasciata di Olimpia.
MASTICA. Che fa?
BALIA. Eh! che fa la povera martorella? piange e sospira sempre, né so
come gli occhi possano supplire a tante lacrime e il petto a tanti
sospiri. Io ho visto femine innamorate, ma non mai come questa. È
venuta in odio a se stessa: volge gli occhi spaventosi di qua e di lá,
ragiona sola fra se stessa come se vi fossero persone d'intorno. La
notte non dorme mai: or si volge su questo or su quell'altro fianco
come se il letto fusse d'ortiche o di spine, e se pur per stanchezza
chiude gli occhi, si sveglia subito; non mangia né beve....
MASTICA. Or questo sí che è cattivo e il peggior di tutti.
BALIA.... Sta attonita e sospesa d'animo, e quando vengono quelle ore
nelle quali era solita star in conversazione in Salerno con Lampridio,
tramortisce; e come torna in sé si straccia i capelli, grida e fa cose
da spiritata: e ché la madre non la senta, si morde le labbra e le
braccia. E sta tanto fitta su questi pensieri e s'affligge tanto
amaramente che farebbe compassione alla crudeltade: par che d'ora in
ora me la veggia morire in braccio. Coltello di questo core!...
MASTICA. Se tu mi avessi dato da bere t'aiuterei a piangere, ché gli
occhi mi stanno cosí asciutti che se gli ponessi in un torchio non ne
potresti cavar fuori una lacrima. Ma che vuol da me?
BALIA.... Dice ch'ora è tempo dar ordine allo inganno ordito per
turbar queste nozze del capitano, però desia parlarti su questo fatto
or che la madre è in letto; che entri in questo vicolo che ti parlerá
da quella fenestra secreta.