BALIA, ANASIRA comare.
BALIA. Sempre ch'io ben considero gli andamenti di questa vita mi par
proprio di vedere una comedia, che n'ho viste recitar molte a' giorni
miei. Le cose riescono al contrario di quel che pensiamo: chi piú
crede sapere manco sa, tal si crede avere una cosa in mano ch'altri
poi gli la toglie, e si sta sempre in continuo travaglio.
ANASIRA. Buon dí, balia.
BALIA. O comare Anasira, mille buon anni, tu sei qui?
ANASIRA. Mi vedi e mi domandi si ci sono. Che cosa dicevi di comedia?
è forse alcuna che si recita questa sera nelle nozze di quella tua
bellissima figliana che fa ragionar tutta questa cittá della sua
bellezza?
BALIA. Dio voglia che non ci sia altro che pianto!
ANASIRA. Che cosa mi dici? e come sta Olimpia?
BALIA. Eh! come sta la sfortunata giovane? non ci è piú segno di
quella sua bellezza. Se la vedessi non la conosceresti: par un'altra,
tanto è trasfigurata. Sta di sorte che s'avessi pensato vederla in
questa sciagura, me l'arei affogata a lato quando era bambina.
ANASIRA. Balia, narrami alcuna cosa, ché ben sai che non hai comare né
amica piú cara di me.
BALIA. È vero; ma a te non tocca di saperlo.
ANASIRA. Donde ti è nata tanta secretezza?
BALIA. Donde a te tanta curiositá.
ANASIRA. Se non fussi stata la prima a pregarti che lo dicessi,
m'aresti pagata che t'ascoltassi, che poco anzi per aver carestia di
chi t'ascoltasse, l'andavi raccontando a questa piazza.
BALIA. Chi ha gran voglia di udire ha gran voglia di ridire, e questa
è cosa d'importanza piú che non pensi.
ANASIRA. Teh! ti sei fidata di me delle cose dell'onor tuo--ché ben
sai che facesti in casa mia quando eri giovane,--e or tieni tanto
secrete le cose altrui.
BALIA. E se tu m'hai narrate le tue vergogne, come posso sperare che
tacci l'altrui? Noi femine siamo troppo novelliere e larghe di natura
al parlare; e fra tante meraviglie che s'odono, mai s'udí che una
femina nascesse muta.
ANASIRA. Or poiché è vizio di natura e siamo pur note a tutti, non ci
vituperiamo noi stesse. Però comincia, su.
BALIA. A te non posso dir di no: però ti priego che non ne facci
parola con persona. Olimpia s'è fidata di me e non ci è altro che lo
sappi, e ogni cosuccia che si scoprisse estimarebbe subito che fosse
uscita da me. Taci e ascolta.
ANASIRA. Taccio e ascolto.
BALIA. Sai bene come i mesi adietro Olimpia dimorò in Salerno in casa
di Beatrice sua zia un certo tempo. Quivi vedendola a caso un
gentiluomo chiamato Lampridio, ch'era venuto di Roma per studiare,
s'accese dell'amor suo ardentissimamente; e non mancando di servirla e
scoprirle il suo fuoco, Olimpia cominciò a vederlo assai volentieri e
rendergli il contracambio; e confacendosi i costumi dell'una e
dell'altro, si innamoraro sí fattamente che non fu mai inteso al mondo
il piú ardente amor di questo: non amor no, ma rabbia. S'han dato la
fede di nascosto d'esser marito e moglie; e non altro che la commoditá
manca a dar fine agli affanni loro. E di questo amore Mastica, il
servitore di casa, era il mezzano, che Lampridio l'avea corrotto con
dargli benissimo da masticare....
ANASIRA. Questo deve essere il suo primo amore: però è cosí furioso.
BALIA.... Sennia intanto, la madre d'Olimpia, trattò matrimonio col
capitan Trasilogo nostro vicino; e come quello che ne stava
innamorato, s'accordò subito: talché s'inviò a chiamare Olimpia, ché
fusse ritornata a Napoli. Come ella giunse, cominciò Sennia con belle
parole a dirle che l'avea maritata, e pregandola ci consentisse e le
desse quell'ultima consolazione che tanto tempo avea disiato da lei;
percioché sapendo la ricchezza, il parentado e il valore di questo
capitano, gli l'avea promessa da sua parte, tenendo per fermo che,
come obediente figliuola che l'era stata sempre, non sarebbe stata
contraria al voler suo. Olimpia sentendo questo, pensa tu, sorella, il
dolore. Ella tramortí subito, restò con la faccia di color di cenere e
stette buon spazio a riaver la favella. Pur facendo forza a se stessa,
fingendo buon viso, con certe lusinghette rispose che non volea cosí
tosto allontanarsi da lei, non avendo conosciuto né altro padre né
altro fratello che lei; e che tanto sarebbe lasciarla quanto lasciar
la propria vita, massime essendo vecchia, malsana e in etá da esser
governata, e che avea bisogno d'una che le fusse stata serva e figlia
insieme sollecita alla sua salute. E accompagnò queste ultime parole
con certe lagrimette che si pensò la madre che fussero nate dalla
pietá di lei....
ANASIRA. Che disse la madre? non si commosse tutta?
BALIA.... Lodò molto la sua amorevolezza, la baciò in fronte
affettuosamente con dirle che non era nata per star sempre in casa.
Cosí la lasciò per parecchi giorni; pur veggendola star ritrosa, l'ha
fatta esortar da parenti, da amici e da vicini ancora; al fin
conoscendola ostinata, l'ha fatto intendere che tanto vuol che sia sua
figlia quanto l'è ubidiente....
ANASIRA. A che s'è risoluta la poverina?
BALIA.... La poverina non potendo piú con ragione resistere a'
contrasti della madre, ha detto de sí, purché si trattenghi per tre
soli giorni, quali son giá finiti; e s'è inviato a dirsi al capitano
che s'appresti sposarla per questa sera....
ANASIRA. Perché ha detto de sí? che speranza poteva avere in sí pochi
giorni?
BALIA.... Ha inventato il piú bello e colorito inganno che possa
imaginarsi, non solo di schivar queste nozze cosí odiate da lei ma di
venir al fin di questo suo amore....
ANASIRA. Che inganno è questo?
BALIA. Bastiti quanto t'ho detto.
ANASIRA. Non mi lasciare al meglio con la bocca sciapita, eh! Onde hai
tu imparato cominciar una istoria de innamoramento e non venir al
compimento fin al dolce?
BALIA.... Giá devi sapere che Sennia, la mia padrona, venti anni sono
si maritò con Teodosio e di lui n'ebbe duo figli, Eugenio il maschio,
Olimpia la femina. Teodosio togliendosi un giorno Eugenio in braccio
per ischerzo, andò a diporto ad una sua villa a Pausilippo; e quivi
fur presi di notte da una galeotta di turchi, e da quell'ora non mai
piú se ne è potuto saper novella se sian vivi o morti. Ma Sennia tien
gran speranza che sien vivi, ché una zingara vedendole la mano le
indovinò ch'eran vivi e ben presto tornerebbono; ed ella dice che se
li sogna ogni notte che vengono....
ANASIRA. Che mi curo di saper questo io?
BALIA. Se prima non ti dico questo, non potrai capir l'inganno.--...
Olimpia da che venne a Napoli per provar l'animo della madre come
stava saldo alla trama ordita tra lei e Mastica ministro del tutto, ha
finto certe lettere come le mandasse Eugenio di Turchia, scrivendole
ch'era morto Teodosio e che esso avea rotto la prigionia e la catena
ed era in camino per venirsene a casa; e fece portar queste lettere
alla madre da un certo turco fatto cristiano lor conoscente. Il che
Sennia non solo se l'ha creduto ma n'ha preso un'allegrezza cosí
grande che non cape nella pelle e va scalza per le chiese e fa gran
voti. Or da questa credenza Olimpia ha pigliato piú fidanza di
seguire....
ANASIRA. A che effetto cotesto?
BALIA.... Or vuol che Lampridio si vesta da turco col ferro al collo e
con la catena a' piedi come se fusse scampato di man loro, perché è
giá di venti anni, conforme all'etá che potrebbe avere Eugenio; e con
dir che sia suo fratello, entrará in casa nostra, disturberá le nozze
di questo capitano, e niuno potrá negargli che non stia solo e
accompagnato con la sua Olimpia come gli piace. Ecco son arrivata fin
al dolce, fin al fine; vuoi piú?
ANASIRA. Or sí che l'intendo, ed è certo un inganno accortissimo; e
sento tanta dolcezza che questa gentil giovane resti contenta, che par
sia Olimpia io e ancor io ne senta la mia parte. Ma dimmi: se
Lampridio fusse riconosciuto in Napoli, non si scoprirebbe l'inganno?
BALIA. Egli non mai fu in Napoli; e Olimpia l'ha fatto intendere per
un certo Giulio studente, amico comune, che per quanto ha cara la
grazia sua, per una cosa importantissima non venghi a Napoli prima che
sia avisato, accioché non fusse riconosciuto da alcuno, come dici.
ANASIRA. Come Sennia non s'accorgerá che questo non è suo figlio?
BALIA. Non t'ho detto io ch'appena era di due anni quando le fu tolto?
e io le ho inteso dir mille volte che se lo vedesse non lo
riconoscerebbe.
ANASIRA. Iddio le faccia succedere ogni cosa come desidera. Ti vo'
lasciare, a dio.
BALIA. Tienlo secreto, sai: tu vedi quanto importa.
ANASIRA. Se non l'hai potuto tener secreto tu che t'importa, come lo
posso tener secreto io che non mi si dá nulla?
BALIA. Deh, per amor di Dio!
ANASIRA. Io scherzo cosí teco. (Ma chi può contenersi, se trovo il
capitano, di non rivelargli cosí bella trama?).
BALIA. Ti farei compagnia, se non avessi a ragionar con Mastica su
questo fatto; e però son uscita e giá lo veggio venir in qua.