L'affare non ebbe seguito. S'intromise Betto Grimaldi, il quale riuscì
a calmare l'esasperato capitano: fu restituita la spada confiscata e
l'aiutante Murat si degnò d'offrire con le sue stesse mani una coppa di
vino a colui che aveva fatto arrestare.
Il subbuglio aveva richiamato sulla porta Gilda prima di tutti e poi
anche la damigella Chiarina un po' spaventata. Ma lo spavento si mutò
in lieta sorpresa quando la fanciulla si vide innanzi a pochi passi una
figura di donna che le sorrideva come se l'invitasse.
— Fiorina!
— Chiarina!
I due fiori si piegarono l'un verso l'altro, avrebbe detto l'abate
Bernardino Viale, in Arcadia Amarillo Glucosio, nel casto amplesso
delle corolle fresche. E senza occuparsi degli inchini di Ibleto
e di Betto, i quali non trovarono di meglio che offrirsi a vicenda
la tabacchiera, scrutandosi nel bianco dell'occhio, le due amiche
ripresero possesso della stanza eteroclita dell'aiutante Murat, stanza
che risvegliò alte meraviglie e adorabili smorfiette nella marchesa.
— Chiara, mia dolce Chiara, da quanto tempo non ti vedo?
— Tre anni almeno, mia Fiorina!
Tre anni! Un secolo nella vita d'una giovane donna e d'una fanciulla!
Amiche di collegio, il nobile collegio di Santa Brigida, inseparabili
Chiara Grimaldi e Fiorina Adorno! Caratteri opposti: l'una dolce
come l'evangelico agnello, tutta fuoco l'altra, indomita, come uno
scoiattolo.
— Rammenti?
Fiorina arrossì ma rispose:
— Rammento.
Candidamente Chiarina ricordava la grande novella che Fiorina le avea
dato ad un ritorno d'autunno. Grande novella davvero per la buona
fanciulla onesta e contegnosa che non avrebbe ardito levare gli occhi
in volto ad un uomo, fosse quest'uomo suo padre o l'archivista Orengo,
Dio! la grande novella! Fiorina aveva permesso ad un giovane — oh! di
gran casa naturalmente — di dirle che la trovava bella, che l'aveva
colpito, che l'amava! Dio! Buon Gesù, che immediata confessione aveva
suggerito Chiara all'audacissima Fiorina!
— Rammenti?
— Rammento.
Il consiglio di Chiarina fu seguito e che scandalo ne seguì! La
reproba Fiorina fu tenuta un mese almeno senza assoluzione, e senza
poter quindi la domenica appressarsi alla mensa del Signore. Pianti,
disperazioni, digiuni che sortirono strano effetto. Interrogata
da Chiara, Fiorina ebbe a confessarle che, a malgrado la sospesa
assoluzione e lo scandalo, provava uno struggente piacere ogni qual
volta rammentava la dichiarazione d'amore del giovane di gran casa.
Fiorina Adorno era uscita per la prima dal convento, per andare a
nozze. E quando l'amica le aveva chiesto se il promesso sposo fosse
colui della dichiarazione, era scoppiata in un pianto disperato. Non
era, no, lo sconosciuto giovane di gran casa — sconosciuto da tutti
anche da Chiara, chè l'amica s'era cucita la bocca — ma il marchese di
Spigno già vecchio e mai veduto. La povera Fiorina veniva sacrificata
alle convenienze della famiglia che si dibatteva nelle ristrettezze,
come gran parte dei nobili Genovesi i quali avevano abbandonato le
mercature e quindi speso senza incassar più. Le nozze con Ibleto erano
una fortuna per la famiglia e la povera Fiorina aveva dovuto curvare il
capo. Ma l'amore non era cessato.
— Rammenti?
— Rammento, cara. Ma, o tu, Chiarina? Parliamo di te.
Chiarina arrossendo narrò il fidanzamento con Filippo Balbi.
— L'ami?
— È il mio fidanzato!
Candore delle nostre nonne! Come non amare il fidanzato scelto dal
padre! dal signor padre, anzi!
Fiorina crollò il capo sogguardando attraverso l'uscio aperto Filippo
Balbi in istretto colloquio con l'aiutante Marmont.
— Com'è bello, non è vero, Fiorina?
— Hum! — fece la marchesa di Spigno.
Certo Filippo Balbi non poteva che esser dichiarato bello, ma pure
quella fronte buia e quelle labbra sottili non convincevano Fiorina. La
quale a suo malgrado lo comparava con Luca Lascaris.
Il maschio volto, l'altero portamento, l'occhio sicuro e pieno di
disinteresse non erano tali da subire un confronto, con le fattezze
forse più regolari, ma chiuse del Balbi: l'uno era tutto vigoria,
l'altro invece si facea notare per una certa aria di sufficenza, quale
in allora si mostrava comunissima nella classe dirigente, sia delle
corti che dei reggimenti così detti a volontà libera di popolo. Ma Luca
Lascaris, aveva a suo vantaggio il lato romanzesco. Fiorina e Luca
s'erano incontrati in un settembre ormai quasi lontano, un settembre
di cinque anni prima, quando la Serenissima inquieta per la prima volta
della grande Rivoluzione aveva chiamato _ad audiendum verbum_ i nobili
delle provincie.
Luca Lascaris, ospite in casa Adorno, s'era invaghito della fanciulla
in tutto e per tutto differente dalle dame che avea conosciuto e che
conducevano una vita da Reggenza.
Casa Adorno, austera, imponeva ai figlioli un rispetto esagerato e
se il fratello di Fiorina, Giacomo Adorno si permetteva di giocare
al pallone e quindi anche di cospirar contro il Governo (pare che in
allora l'una cosa non si separasse mai dall'altra), Fiorina mutava
l'educandato con un'altra prigione, la casa paterna, ove si trovava
sola in un giardino chiuso ed entro un'alta biblioteca.
Non che il Senatore Tomaso Adorno, l'imponente padre, fosse un dotto,
no, e nemmeno un lettore, ma la biblioteca esisteva in casa Adorno e
quindi la si doveva accrescere con le opere nuove, in abbonamento o in
sottoscrizione.
Se ne occupava l'abate Borlasca, il vecchio precettore di casa, asino
candido, che acquistava i libri ad offerta e non leggeva che quel
tanto di breviario per cui aveva l'obbligo canonico. Nessuno quindi
aveva impedito a Fiorina di leggere un'opera strana intitolata: _La
nuova Eloisa o Lettere di due amanti_, e di divorarla. In quel tempo
era capitato Luca Lascaris, immagine vivente secondo la fanciulla,
di Saint-Preux, donde l'idillio presto, ahimè, troncato dalla volontà
ferrea della contessa Isabella, madre di Luca, la quale aveva preparato
per il figliolo un matrimonio ricco e di gran parentado. Ma il caso
volle che Ibleto di Spigno, fratello di Isabella e zio di Luca, si
portasse all'altare con Fiorina: il caso ha spesso di simili circoli
brevi, ciò che spesso ha fatto osservare come sia piccino il mondo.
Ecco di nuovo adunque Luca e Fiorina di fronte. Una breve sosta del
Lascaris al castello di Spigno per interessi di famiglia, li aveva
riavvicinati, nè il marchese, diplomatico sottile s'era minimamente
insospettito. Anzi, pretestando un viaggetto qualunque, li aveva
lasciati soli. Soli nell'ampio castello complice, nel complice
amplissimo parco tutto seduzioni primaverili, in una solitudine,
in quella solitudine ch'è già mezzo peccato, poichè poche tempre vi
potrebbero resistere: e l'Aretino avrebbe ragione di chiamarle inumane
in quei suoi _Ragionamenti d'Amore_ che sono oggi l'esempio del primo
determinismo di cuore!
_Quel giorno più non vi leggemmo avante!_
E naturalmente! avrebbe esclamato il sincero Gian Giacomo.
Tornato in cattivo punto lo Spigno, gli amanti incominciarono le loro
imprudenze come tutti gli amanti che si rispettano. Ma il vecchio
marchese divenne cieco, moralmente s'intende. Cieco fino al giorno in
cui Luca alzò risolutamente la bandiera del Re di Piemonte col Nervia
e l'Altariva. Soltanto allora parve che il marchese cominciasse a
vederci chiaro, a fare il terzo incomodo, a trovarsi dove discretamente
non avrebbe dovuto, ad abbandonare la biblioteca per il salotto della
moglie, a seguirla nel parco e a segregarla di notte. La posizione
diventò insostenibile, tanto che Luca cedendo ad un richiamo della
madre tornò a Ventimiglia e Fiorina rimase libera, libera anche di
Ibleto che lasciò parco e salotto per la biblioteca, e i conversari
alla moda per ricevere ceffi di dubbia pulizia e per leggere lettere
di ancor più dubbia letteratura. Una soltanto la ragione: Ibleto
non sapeva come orientarsi fra quei quattro punti cardinali che si
chiamavano Piemonte, Austria, Francia e Genova, donde la partenza
per la frontiera per rendersi conto _de visu_ della situazione, e
risolversi, dato che ne fosse il caso.
Le cose erano a questo punto quando la fortuna, o sfortuna che fosse,
volle riuniti in pochi metri quadrati quasi tutti i personaggi di
questa istoria, nelle strettoie dell'improvvisato campo francese e
nella attesa di quel famoso generale ballerino, salito per voler di
Barras e per intrighi di donne ad una responsabilità che probabilmente
— così almeno doveva essere nel disegno di chi l'aveva spinto —
l'avrebbe schiacciato. La disposizione dei personaggi è adunque, per
l'intelligibilità del lettore, così riassunta in quattro gruppi; Chiara
e Fiorina quasi sull'uscio della stanza di Murat: Marmont, Filippo
Balbi ed il bastardo Lercari dall'un lato: Betto Grimaldi e Ibleto di
Spigno dall'altro. Come sfondo il gruppo dei soldati sanculotti, il
giovane Tibullo, Murat ed il capitano Cavalli, col prezioso Virgilio
sotto braccio e il fraterno bicchiere in mano.
E qui è necessario che i lettori ascoltino contemporaneamente il
dialogare utile od inutile dei quattro gruppi.