L’IMPERIALISMO

L’imperialismo greco.

Noi siam soliti raffigurarci il mondo ellenico come avvolto in un nimbo

di luce e di azzurro, come ricolmo di tutte le grazie della natura

e della vita. Eppure anche su quel suolo — anzi specialmente su di

esso — fiorì il fiore, acre ed atroce, di ciò che noi oggi chiamiamo

imperialismo, ossia la determinata volontà di singole nazioni di

assoggettarne delle altre per servirsi di queste agli scopi del proprio

benessere, materiale e spirituale.

Era, pur troppo, assai più che nel mondo moderno, la fatale conseguenza

della produzione tenue e rozza, che la forma servile del lavoro

imponeva, e che, portando, sul mercato comune, una quantità assai

piccola e assai costosa di beni, invitava gli uomini a procurarsi il

resto con la fatica e la sofferenza degli altri. Era, pur troppo, la

fatale conseguenza della disoccupazione, della povertà, del naturale

amore all’ozio, istillato nella grande massa dei liberi dal fenomeno

stesso della schiavitù che spingeva questi, o i governanti per essi, a

procurarsi, e a procurar loro, un artificioso benessere attraverso la

ricchezza dello Stato, conquistatore e dominatore.

«Molti dei magistrati Ateniesi», avverte un antico, «ripetono di

saper distinguere il giusto dall’ingiusto al pari di tutti gli altri

uomini, ma che la povertà della moltitudine li costringe a comportarsi

iniquamente verso le altre città....»[260]. Di quanti beni, infatti,

non era questa iniquità apportatrice alle moltitudini!

«Dal costituirsi del suo impero», spiegava Aristotele[261], «il popolo

ateniese ritrasse grande facilità di vita. Col provento dei tributi,

delle tasse, delle imposte sugli alleati _vivevano a spese dello Stato

più di 20.000 persone_. Seimila erano i giurati, mille e seicento gli

arcieri, duemila i cavalieri; cinquecento i _buleuti_; cinquecento

le guardie dei cantieri; oltre cinquanta le guardie urbane. Le

magistrature cittadine occupavano circa settecento persone; altrettanto

quelle estere; e, dopo la guerra del Peloponneso, si ebbero ancora

due mila e cinquecento opliti, venti navi di crociera ed altre che

trasportavano le guarnigioni, su cui montavano duemila uomini; poi

c’erano il _pritaneo_ e gli orfani e i custodi delle carceri: _tutti

costoro vivevano del pubblico danaro...._».

Finchè lo Stato è potente, è quindi ricco; finchè esso può versare a

piene mani, dalla ricolma cornucopia, l’agiatezza che la maggior parte

dei cittadini non è in grado di procurarsi a più facili condizioni, il

demone della guerra civile tace e sonnecchia, saziato. Ma il giorno

della sventura albeggia sanguigno, allorchè una siffatta condizione,

malamente istituita dalla violenza, comincia a sgretolarsi. Quando

lo Stato non può più liberalmente donare, e le nazioni soggette

sfuggono al lungo, esoso servaggio, allora l’idra della guerra civile

si ridesta, e i poveri si gettano furiosamente sui ricchi, e la

spoliazione universale ha principio. Non si possedevano, invero, mezzi

più rapidi di conquista della ricchezza. La scienza dello sfruttamento

della natura era ancora infante, onde l’agiatezza doveva scaturire in

prima linea dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’imperialismo

all’esterno era perciò il naturale prolungamento della schiavitù, o

della servitù, all’interno; e il suo strumento, la guerra, un mezzo

legittimo di acquisto della ricchezza....[262].

Così fu nel mondo antico, così è stato nel moderno all’incirca sino

alla fine del secolo XVIII, sino al prodigioso sviluppo di quegli

strumenti meccanici, che hanno reso possibile la grande industria.

Per questo la forma caratteristica dell’imperialismo antico, quel

suo spianarsi con la violenza la strada verso i mercati più vicini

e lontani, quel suo suscitarli o ampliarli, con brutali atti

d’imperio o con la eliminazione dei rivali e dei concorrenti; quel

suo assoggettarsi intere popolazioni, imponendo ad esse di vivere

soltanto per i loro conquistatori; per questo, dico, tale forma di

imperialismo cieco e brutale, è durata fino al giorno in cui non fu

possibile apprendere che esisteva, che poteva esistere, una specie

migliore, forse più savia, di soddisfazione dei propri bisogni: quella

di cooperare alla gestione delle risorse naturali dei popoli inferiori;

quella di abbattere, con la viltà dei prezzi o con l’abbondanza degli

elaborati industriali, le muraglie cinesi di regimi sociali chiusi e

gelosi. Fu gloria della borghesia del secolo XIX, specie della nazione

europea — l’Inghilterra — che prima giunse alle soglie della grande

industria, aver creato questa seconda civile forma d’imperialismo,

destinata a surrogare l’antica, che s’era perpetuata nell’età moderna,

attraverso i sistemi coloniali spagnuoli. Pur troppo, l’Ellade divina

visse in un tempo, in cui il destino non le permise di cogliere i

novelli fiori della vita, cui la sua indole meravigliosa la faceva

specialmente adatta. Onde, anche colà, su quella terra sacra all’arte

ed alla bellezza, il dominio di uno Stato sovra altri popoli fu

sangue e dolore. Peggio ancora, quello che noi diciamo la luminosa

civiltà greca, fu solo la civiltà di qualcuna delle città greche,

che si alimentò del dolore, del sangue, della distruzione, seminata

tutt’intorno, per ogni dove.

L’imperialismo ellenico ebbe denominazioni varie e diverse. Si disse,

e fu detto, egemonia, _sinecismo_, _sintelia_, _simpolitia_: nomi

tutti, che, pur palesando circostanze diverse, significavano il più

delle volte un identico sistema di sfruttamento politico, economico.

E la consuetudine del fatto si cristallizzò, presso gli Elleni, in

una delle loro più salde ideologie morali. La opinione classica di

Aristotele che, degli uomini, taluni siano fatti per comandare, altri

per servire, e che, quindi, la schiavitù umana riposi sur una legittima

base naturale, viene dai Greci applicata alla lettera a tutte le forme

di rapporti internazionali. Per essi, «il diritto naturale reclama

che ciascuno comandi a coloro che ha potuto soggiogare» e che «il

debole debba andare soggetto al più forte»[263]. Secondo il pensiero

politico greco, la neutralità o la libertà dei piccoli Stati non è

ammissibile, e neanche sono ammissibili i loro rapporti di amicizia

con gli Stati maggiori e potenti. A questi ultimi occorre in modo

assoluto la soggezione dei primi, perchè la neutralità sarebbe più

dannosa dell’aperta inimicizia, e tale amicizia verrebbe interpretata

dagli altri loro sudditi come una prova di debolezza. Meglio l’odio

che l’amicizia dei deboli! L’odio, che almeno è segno e riconoscimento

di potenza! Chi non intende sottostare a questa legge universale della

vita delle nazioni, che niuno inventò per prima, ma tutte ereditarono

_ab aeterno_, e ciascuna tramanderà altrui in eterno; chi, diciamo,

contravviene a questa legge ne paga il fio, diventando schiavo

dell’impero altrui. Chi non domina sarà dominato; e, per non essere

dominata, ogni nazione deve, con ogni mezzo, riescire a tener gli altri

sotto il proprio dominio![264].

Per questo, in un’ora grigia di pericolo e di terrore, nel fitto della

guerra del Peloponneso, alla dimane della seconda invasione spartana

nell’Attica, mentre le fiamme dell’incendio disertavano ancora i bei

vigneti, fatti rigogliosi attraverso lunga serie di anni e di cure,

e la peste, piombata d’improvviso sulla città, mieteva il fiore dei

giovani ateniesi, Pericle, il sommo maestro della democrazia antica,

vedeva la gloria della sua Patria emergere da ciò che ne costituiva

una delle colpe più gravi, e sarà uno dei suoi più dolorosi tormenti:

la vastità e l’esosità del suo dominio. «Sappiate», egli diceva,

volgendosi ai suoi concittadini attanagliati dal lutto e dall’angoscia;

«sappiate che la nostra patria ha conseguito grande gloria presso tutti

i mortali e ch’essa ha acquistato fino ad oggi una potenza, la cui

memoria sarà eterna nell’avvenire, perchè, Greci, teniamo l’impero su

moltissimi Greci e abbiamo sostenuto gravissime guerre, contro tutti

e contro ciascuno, e abitiamo una città potente e abbondantissima

di tutte le cose. Solo chi è vile potrà rimproverarcene; ma l’uomo

d’azione vorrà emularci; o, se questi beni egli non possiede al pari

di noi, dovrà invidiarci. Cosa importa che siamo odiati o mal visti?

Tale sorte toccò in ogni tempo a tutti coloro che ebbero la volontà di

dominare altrui. Solo chi perviene a grandi cose è nel vero. L’odio non

dura; soltanto lo splendore di oggi, e la gloria che ne discende, sono

immortali....»[265].

Nella seconda metà del V secolo a. C., alla vigilia della

paurosa invasione ateniese in Sicilia, così il più grande storico

dell’antichità greca faceva che un oratore siracusano parlasse ai

deputati convenuti di tutte le città di Sicilia: «Se abbiamo senno,

noi dobbiamo invitare i nostri alleati ed affrontare pericoli _per

conquistare quello che non ci spetta.... All’ambizione degli Ateniesi

io credo si debba essere larghi di indulgenza_; io non censuro chi

tende a dominare; io censuro chi consente ad ubbidire: è insito

nella natura umana far violenza a quelli che volontariamente si

assoggettano....»[266]. Uno spartano, al quale si offriva pace,

purchè Sparta si piegasse a liberare una terra, che per secoli aveva

tormentata — la Messenia —, così poteva essere indotto a parlare: «Io

vorrei sapere dai miei contradittori se si dànno occasioni legittime

per affrontare in battaglia la morte. Non forse quando i nemici ci

gravano di imposizioni _contrarie a giustizia...._ quando liberano

i nostri servi, e assegnano loro terre, che noi ereditammo dai padri

nostri, e, così facendo, non solo ci spogliano delle cose nostre, ma

anche ci colmano di danno e di vergogna? Per conto mio, sono d’avviso

che _per siffatti motivi_, non solo si debba soffrire la guerra, ma

_eziandio l’esilio e la morte_», «chè, per noi, _non può darsi danno

maggiore di quello che oggi si chiede...._». E come sopporteremo

«che i nostri antichi sudditi rechino [ad Olimpia], dalla terra già

nostra, primizie e vittime più copiose di quelle che offriremo noi

stessi?». Come tollereremo «che quelli che ora soffrono la più dura

delle servitù abbiano a trattare da eguali coi loro padroni? Ognuno di

noi ne sarà ferito di un dolore inesprimibile.... Infatti la nostra

elevatezza di spirito di un tempo sarà chiamata arroganza, e si dirà

che, non valendo di più degli altri, abbiamo finora dominato con la

violenza, simulando una falsa superiorità»[267]. E, poco più tardi,

agli Ateniesi precipitati in fondo ad uno degli ultimi scalini della

sciagura, Isocrate, il mite apostolo di pace del mondo ellenico,

così era costretto a rimproverare: «Noi siamo già da tempo corrotti e

ruinati da una genia di politici, i quali pongono tutto il loro studio

nell’asserire che Voi non dovete consentire che alcuno tragitti il

mare senza comperare per tributo il beneplacito della Vostra città....

Ond’è che tale, pur troppo, persiste la nostra idea favorita, da

supporre che, se ci riesca di coprire il mare con poderoso naviglio

e di sforzare le città a pagarci tributo e ad inviare in Atene loro

rappresentanti, noi abbiamo compiuto opera meritoria»[268].

La salda convinzione di questa ineluttabilità dell’imperialismo delle

nazioni giunge sino a fare in modo che le stesse vittime trovino

giustificati i loro tiranni. Non si tratta di legge, che la volontà

dei mortali possa cangiare o attenuare; ma di una fatalità, ascosa e

tremenda, che grava su tutti — dominatori e dominati — gli uni e gli

altri soggetti a un destino imperscrutabile. Atene non ne imputa gli

Spartani più che non ne imputerebbe Tebani od Argivi: Sparta opera

secondo è fatalmente costretta. Se Sparta non fosse, altri occuperebbe

il suo posto, assumerebbe il suo tremendo ufficio; e, purchè avessero

la forza di scambiare le parti, le vittime redente si comporterebbero

tal quale come i loro aguzzini di ieri e di oggi. Neanche le modalità

dell’esercizio del proprio impero possono essere liberamente regolate.

Chi è salito a grande altezza è tenuto a insidiare ed offendere altrui;

ed è giocoforza ch’egli reprima ogni inclinazione all’indulgenza[269].

Fu perciò fortuna se un imperialismo, concepito in guisa tanto

assoluta ed implacabile, non si rendesse responsabile di tutto quello

di cui s’erano resi, o avranno a rendersi, colpevoli gli imperialismi

orientali e romano. Se l’imperialismo greco attentò alla esistenza,

politica e sociale, di qualche nazione, se giunse fino a creare un

ambiente deleterio per ognuno degli Stati, ch’ebbe ad esercitarlo,

e che venne perciò destinato a spegnersi man mano entro la cerchia

di desolazione, ch’esso si andò spianando d’intorno, esso non fu

mai una cosa orribile come l’imperialismo assiro-babilonese o come

l’imperialismo romano degli ultimi secoli della Repubblica. Più che

improvviso e tremendo turbine devastatore, fu tisi lenta e sottile,

marasma quotidiano e supremamente fastidioso. Il che non vuol dire

che i suoi effetti riescano meno degni di rilievo. Esso, lentamente

disfacendo antiche e gloriose civiltà, paralizzò lo sviluppo di energie

nazionali destinate a un grande avvenire; impedì la possibilità di una

storia unica e comune dell’Ellade; il che a sua volta decise del finale

destino politico di quella nobile contrada, divenendo per tal guisa uno

dei più gravi elementi dissolvitori della Grecia antica.

L’imperialismo ateniese: soggezione economica.

Il dominio più glorioso e luminoso, un dominio che dette e dona

appiglio a troppe giustificazioni ed attenuanti, sì da avere ispirato

a Giorgio Grote nella sua mirabile _Storia della Grecia antica_

un’apologia, appassionata e incondizionata, fu l’impero d’Atene che,

profetizzato dall’oracolo[270], recando come suo centro il suolo sacro

dell’isola di Delo, si stendeva fino a una linea immaginaria, che da

Bisanzio scorreva lungo la Tracia; poi, costeggiando la Grecia europea,

toccava Citera; di là raggiungeva Carpato e, per Carpato, Rodi, la

Doride e la costa asiatica, toccava Calcedonia di faccia a Bisanzio,

allacciando le mille città, che con amara ironia Aristofane largiva

ai suoi concittadini quale materia abietta di parassitismo[271].

L’impero ateniese subì, è vero, due grandi tracolli: il primo, dopo la

guerra del Peloponneso (401), il secondo, dopo la pace di Antalcida

(387). Ma e l’una e l’altra volta il suo orizzonte tornò di nuovo ad

estendersi sino al limite estremo degli antichi confini: nel 377 quella

che suol dirsi la seconda Lega marittima, e che invece fu realmente

la terza[272], era già costituita, e il 364 a. C. rivide le triremi

di Atene veleggiare imperiose dal Bosforo a Rodi, dall’Asia minore al

continente europeo. Tanta gloria non sarebbe crollata per sempre che

dopo la fatale _Guerra_ così detta _degli alleati_ (357-355)!

Il primo impero era in origine proceduto dalla spontanea volontà dei

soggetti[273]. Alla fine delle due prime guerre persiane, un gruppo

di nazioni, in maggioranza ioniche, insulari e peninsulari, si erano

volontariamente associate ad Atene per la tutela dei comuni interessi

marittimi, che eventuali invasioni nemiche avrebbero potuto turbare.

Il secondo aveva avuto, quale scopo, il riscatto dalla tirannide

spartana[274]. Ma tanta originaria spontaneità non bastò a fare in

modo che quell’impero fosse esercitato con mitezza o tollerato con

rassegnazione.

L’alleanza, formatasi nel 477, alla dimane della battaglia gloriosa di

Platea, portava seco un grave vizio di origine, che fra breve l’avrebbe

tramutata in tirannia secreta od aperta: il patto perenne della sua

indissolubilità, anche se le cause che l’avevano generata fossero

col tempo venute a mancare. La seconda Federazione, sebbene mirasse

anch’essa a uno scopo ben definito, fu subito, da Atene, rivolta a

maggiori intendimenti di espansione e di violenza politica sul mare e

sulla terraferma: in Beozia, nel Chersoneso tracico, in Calcidica, nel

Peloponneso, nel Jonio[275]. Era evidente che, in tali circostanze,

quella concordia d’interessi, da cui la Lega era uscita, veniva meno e

quindi la possibilità della Lega stessa.

Perciò la prima e la seconda Confederazione ateniese furono teatro —

sempre aperto — di crisi di ogni genere. Ma specialmente la prima.

Alla metà del secolo V, le città confederate che, ventisette anni

prima, il savio Aristide era riuscito a stringere intorno ad Atene

nella previsione di una quarta grande offensiva persiana, avevano

cominciato a disgregarsi, a balenare, ad insorgere. Il minaccioso

pericolo persiano non esisteva più, o Atene non si curava più di darvi

la caccia per le mobili acque del Mediterraneo. Perchè dunque ciascuna

delle isolette, ciascuna delle città marinare dell’Egeo, le quali fino

ad ora erano vissute delle loro modeste industrie, dei loro pacifici

commerci, avrebbe dovuto consacrare parte delle proprie ricchezze e,

peggio ancora, il sangue della propria gioventù a scopi bellici, che

punto la riguardavano e che tornavano invece ad esclusivo vantaggio

della potenza ateniese? Le proteste furono rafforzate da rivolte, pur

troppo, sanguinose ed infelici. Atene allora propose una trasformazione

radicale della Confederazione. Le cittadine malcontente avrebbero

continuato ad attendere, come innanzi l’uragano scatenato dalla

Persia, ai loro piccoli affari d’ogni giorno. Soltanto, la metropoli

dell’Attica si sarebbe occupata di guerra, ossia della difesa, di sè e

di loro tutte, dalla Persia, e a tale scopo avrebbero pagato un annuo

contributo in danaro.

La proposta, in apparenza equa, fu accettata. Salvo pochissime — le

maggiori isole di Lesbo, Chio, Samo —, tutte le antiche alleate di

Atene preferirono ora diventare sue tributarie. Ma non passeranno

molti anni, ch’esse si pentiranno amaramente dell’errore commesso.

Esse avevano per danaro barattato l’indipendenza; esse non avevano

più parte nella direzione della lega e, quindi, nell’indirizzo che

Atene vi avrebbe impresso. Atene si sarebbe armata potentemente,

mentre esse, l’una dopo l’altra, si sarebbero dispogliate delle armi.

Il denaro, infine, che contribuivano ogni anno, avrebbe a poco a poco

cessato di volgersi a vantaggio comune, e Atene, divenuta ormai signora

assoluta, o l’avrebbe adoperato altrimenti nell’interesse proprio, o,

magari, l’avrebbe rivolto contro gli interessi e la indipendenza delle

antiche alleate. La triste pratica non avrebbe tardato a trovare una

qualsiasi formula giustificativa. E Atene dichiarerà tra non guari che

dell’uso del sangue e della ricchezza dei suoi sudditi, ella, purchè

ottemperasse alla difesa dell’Egeo, non era tenuta a render conto ad

alcuno![276].

Gli alleati — così quelli della prima ora, come gli altri della seconda

Lega — corrispondevano un annuo tributo fisso. Era una precauzione che

offriva dei vantaggi. Sotto questo aspetto, la Lega ateniese sembrava

dimostrarsi più salda e sicura di quella peloponnesiaca, che Sparta

aveva organizzata intorno al suo breve dominio lacone-messenico.

Ma appunto questo vantaggio doveva costituire una delle debolezze

dell’imperialismo ateniese, e convertirsi in una nuova fonte di mali.

Quando il pericolo, persiano e spartano, dileguerà, Atene, lieta di

tanta ricchezza, ch’essa sola amministrava, comincerà ad usarne nel

proprio esclusivo interesse. Senza dubbio molti dei modi, in cui Atene

impiegò il denaro delle sue alleate, hanno diritto alla riconoscenza

eterna degli uomini. Le grandi opere d’arte ateniesi del secolo V (il

Partenone, i Propilei, l’Erechteion, il Teseion, il tempio a Posidone

sul promontorio Sunio, tutte le statue e i meravigliosi bassorilievi

che adornavano la Città e i suoi monumenti), furono inalzate col

sudore e cementate nella sofferenza e nell’umiliazione della Grecia

intera[277]; ma quella vergogna e quelle lagrime Atene seppe convertire

in perle meravigliose, oggetto nei secoli di venerazione imperitura.

Molte altre volte però, quel danaro fu adoperato a scopi assai

meno nobili. Il tentato asservimento della Grecia centrale, la vana

conquista della Sicilia e d’altre terre dell’occidente greco: tutto

questo fu fatto con i tributi, ma non già nell’interesse, della Grecia

alleata ad Atene. Pur troppo, niuno era più in grado di contrastarvi;

niuno più di opporre una resistenza, che riuscisse a preoccupare

l’invitta dominatrice; e le città, che a intervalli lo tentarono,

ne vennero punite con nuove durezze. Atene era arbitra assoluta del

destino altrui, e il mondo greco si stava raccolto, umile e trepidante,

sotto il suo impero. Allora l’antico, immutabile contributo venne via

via, sotto varie forme e pretesti, sforzato a subire un aggravamento

progressivo. Lo si era in origine consolidato in una cifra, che,

complessivamente, non superava i 460 talenti[278] (2.500.000 lire-oro).

L’entusiasmo dei primi anni non aveva forse ben ponderato la gravità

del carico che le città alleate si venivano ad addossare. Ebbene, si

passò tosto a circa 600 talenti[279] (L. 3.500.000), spiegabili in

parte col sopravvenire di nuovi alleati, forse anche col riscatto dagli

antichi obblighi militari[280]; ma non certo con le cresciute necessità

di difesa del pericolo persiano. Qualche decennio ancora, e si passò

da 600 a 1000 e poi a 1200 e a 1300 talenti[281] (L. 7.000.000 o L.

7.500.000)!

Allora non si trattò più di un danno relativo, non di un aggravio

tollerabile; si trattò della rovina di parecchie popolazioni alleate.

Finalmente, la tremenda massima politica imperialistica, che un antico

scrittore di parte conservatrice attribuiva ai democratici ateniesi,

apparve pienamente incarnata nella realtà. Gli Ateniesi dovevano

possedere tutte le ricchezze degli alleati: questi, invece, solo quanto

occorreva ad essi per vivere e penare nell’impotenza![282].

Le conseguenze furono tremende. A molti dei cittadini degli Staterelli

alleati non riuscì più possibile sottostare ai carichi che il nuovo

gravame imponeva loro. Numerose famiglie emigrarono, abbandonando

disperate la patria[283]. E si formò la leggenda, o la verace

tradizione, che molti degli isolani uscissero dalla terribile crisi,

perdendo, per debiti, insieme con gli averi, la libertà propria e

quella dei loro figliuoli[284].

Ma i gravami e i danni economici dell’imperialismo ateniese non si

limitavano al tributo annuo. Già alcuni degli Staterelli tributarî

non avevano diritto a tutti i vantaggi, che potevano derivare

dall’alleanza. Essi avevano diritto solo a versare il tributo

pattuito[285] e probabilmente a sobbarcarsi a taluno dei sacrifici, di

necessità connessi con l’esercizio dell’impero ateniese. Ma gli altri,

quelli che, a mezzo il secolo V a. C., si illudevano di aver convertito

in danaro ogni loro obbligo e di avervi soddisfatto del tutto con

gli annui versamenti pattuiti, furono, a poco a poco, di nuovo,

costretti al servizio militare e poi anche a contributi supplementari

in danaro[286] o in natura[287]. Il tributo, il classico φόρος, non

era quindi più che un segno materiale di soggezione, i carichi, che la

federazione e l’alleanza importavano, dovendo essere sostenuti a parte

con sacrifici appositi.

Talora, in luogo del tributo, si ricorse al singolare espediente di una

imposta doganale. Fu il caso di Samo, dopo il 440[288]. Ivi il nuovo

gravame venne adottato in seguito ad una ribellione dell’isola. Questo

solo fatto basta a non farcelo considerare come un suo esclusivo,

doloroso privilegio: altre città dovettero subire la sorte di Samo.

Comunque, la particolare natura del tributo costituì un ostacolo

intollerabile al progresso, alla esistenza economica dei Paesi, su cui

esso venne a gravare. Ma fra non molto dette luogo ad una più vasta

applicazione.

Nel tragico anno dell’occupazione spartana di Decelea, all’aprirsi

dell’ultima fase della guerra del Peloponneso (413 a. C.), Atene,

stretta dal bisogno, sostituì il tributo ordinario degli alleati con

un’unica tassazione generale del 5% su tutte le merci in entrata e

in uscita nei loro porti[289]. Era il più grande attentato economico,

che mai l’imperialismo ateniese consumasse ai danni della prosperità

dei territorî da esso dominati. Il commercio di tutto l’Egeo, anzi

del mondo antico, il cui cuore pulsava allora nelle acque dell’Egeo,

dovette esserne profondamente colpito, e gli effetti economici,

universalmente sensibili. Più tardi ancora, un’imposta del genere

fu applicata al commercio di transito pel Bosforo. Nel 409 Atene vi

stabiliva la così detta _decima_ (δεκάτη) di Bisanzio[290], i cui

effetti non poterono non ripercotersi, oltre che su questa città, su

tutte le nazioni commerciali dell’Egeo[291], su tutte le colonie greche

del Ponto. Si trattava di un gravame del 10% su tutte le merci di

passaggio pel Bosforo. La frequenza di tale commercio era, nel secondo

secolo di C., a detta di un antico, intensissima. Dal Ponto affluivano

le pelli, gli schiavi, le carni salate, il frumento, il miele, la

cera, e a quella volta viaggiavano gli olî, i vini e, financo, il

grano dell’Ellade[292]. Ma quanto più grandioso non doveva essere quel

movimento, centocinquant’anni innanzi, nel periodo aureo della Grecia,

e prima che Atene non avesse violentemente diminuito o annullato

l’utile dei navigatori, ed elevato, sia pure indirettamente, coi suoi

sbrigativi mezzi fiscali, i prezzi delle merci oggetto del traffico

del Bosforo! Dal danno inflitto al commercio delle nazioni dell’Egeo

e del Mar Nero, che di quel transito abbisognavano, Atene sola aveva

ora trovato il mezzo di derivare a proprio vantaggio ingenti somme di

danaro, e, più tardi, sebbene l’impresa fosse stata ceduta in appalto,

queste furono sufficienti a farle condurre le molteplici operazioni

militari, in cui la grande città era impegnata[293].

Forse perchè memori della vanità dell’antico espediente, gli alleati

di Atene non vollero più, nel 377, al riannodarsi della terza o,

come suol dirsi, della seconda Confederazione, ricorrere al ripiego

dell’immunità militare, e preferirono, come in origine, al tempo di

Aristide, contribuire con navi ed uomini, oltre che con danaro[294].

Forse, altresì, perchè memori della durezza dell’antico tributo,

essi pattuirono scrupolosamente di fornire solo contributi volontarî

(συντάξεις), variabili e intermittenti. Pur troppo, non avevano fatto

che rivoltarsi sur un giaciglio, di cui già avevano sperimentato tutti

i triboli, e certamente non tardarono ad accorgersi quanto vani, di

fronte a una potente alleata, siano gli impegni che non si ha mezzo di

far rispettare con la forza. Di nuovo la guerra perenne travolse quei

piccoli Stati in una voragine di sacrifici continui. Di nuovo Atene

trovò la forza — o ebbe la necessità — di trasformare in obbligatorî i

volontarî contributi pattuiti. Nuovamente le flotte ateniesi tornarono

a solcare i mari, non solo per difendere le città e le isole da nemici,

reali o fantastici, ma per imporre a ciascuna, con l’autorità e con

la forza, il versamento del tributo[295]. Di nuovo la misura di questo

fu stabilita dalla dominatrice, in proporzione non più delle capacità

delle alleate, ma dei propri sempre urgenti bisogni[296]. La reazione

scoppiò dopo soli venti anni, rapida e violenta, tanto quanto piena di

accorata passione era stata la ripresa della Lega, ed essa ebbe nome

da quella _Guerra sociale o degli alleati_ (357-355), che pose fine per

sempre all’Impero marittimo ateniese.

Soggezione giudiziaria.

La prestazione in danaro era ben lungi dal potersi dire una sicura

salvaguardia dell’autonomia dei soggetti. La gravità della cosa è

segnalata anzi tutto dalla natura stessa delle denominazioni. Se ne

togli un numero ristrettissimo di sedicenti alleati, i quali andarono

man mano assottigliandosi sino a ridursi, in sul principio della Guerra

peloponnesiaca, a tre soltanto (che non per questo erano meno _sudditi_

(ὑπήκοοι)[297] dei rimanenti, e la cui indipendenza vivacchiava ormai

giorno per giorno al buon grado della dominatrice[298]), la condizione

politica degli altri veniva esplicitamente definita come _una

schiavitù_ (δουλεῖα o καταδούλωσις)[299], a cui, da parte di Atene, si

contrapponeva l’esercizio d’una vera e propria tirannide. «Il nostro

impero è una _tirannide_», esclamavano concordi Pericle e Cleone, una

tirannide su gente «insidiatrice e ritrosa, la quale non obbedisce per

grandezza di beneficî o di sacrifizi, ma perchè la nostra forza è da

più della loro benevolenza»[300].

I nomi e le qualifiche erano il riflesso di una triste realtà.

Tutti gli alleati — e fra essi vanno compresi anche quelli così

detti _autonomi_[301] — soggiacquero, sia durante la prima, sia,

probabilmente, durante la terza fase[302] dell’impero ateniese,

all’obbligo di discutere nella metropoli dell’Attica i loro affari

giudiziari, civili e penali. Certo doveva trattarsi di cause di una

certa importanza, ma non per questo insignificanti erano i danni,

materiali e morali, che conseguivano da quell’obbligo. Il dispendio per

i viaggi, per il soggiorno in una città lontana, nonchè per la faticosa

preparazione del processo, doveva essere assai grave; e, quando si

pensa che la pura giustizia non era l’unica ispiratrice delle giurie

ateniesi; che bisognava accaparrarsi la benevolenza dei giudici[303];

che in Atene, naturalmente, avevano troppa forza le alte ragioni

di Stato, le piccole vendette partigiane, l’ingordigia dei giudici

«democratici», sarà facile rilevare come il danno materiale veniva

agevolmente ad intrecciarsi con quello morale.

Più grave era il caso, quando i processi da discutere vertevano fra

cittadini alleati e cittadini della metropoli dominatrice, fra alleati

e coloni (cleruchi) ateniesi, fra la repubblica, e gli alleati[304].

Nelle umane controversie, insegnavano gli Ateniesi, «è notorio, si

agisce secondo giustizia solo quando uguale è il potere delle parti

contendenti. In caso contrario, i più forti operano, e i deboli sono

costretti a consentire, in ragione della forza o della debolezza degli

uni e degli altri....»[305].

Tutte le spese giudiziarie dovevano versarsi nell’erario di Atene. Il

ricavato ne era abbondantissimo, tanto che, per indurre gli Spartani

all’occupazione di Decelea, il più grande storico dell’antichità

greca, Tucidide, metteva in bocca ad Alcibiade, fuggiasco presso i

nemici della sua patria, insieme con gli altri argomenti, questo: che

gli incassi giudiziari ateniesi ne sarebbero andati quasi interamente

perduti[306].

Ma basta dare un semplice sguardo a questi gravami giudiziari per

avvedersi tosto della loro esosità. Innanzi di venire al giudizio

ambo le parti in contesa erano tenute a un deposito quasi sempre

proporzionale all’importanza della causa[307], la quale, nei giudizi

che gli alleati sollecitavano in Atene, era sempre notevole. Chi

perdeva era tenuto a pagare per sè e per la parte vincitrice. Riesce

quindi agevole capire come troppe volte avessero gli alleati dovuto

pagare i debiti dei loro facili vincitori....

La pena consisteva in genere in una multa o in un complesso di multe,

e, se nell’accrescerne la portata nei rispetti dei propri concittadini,

gli Ateniesi non furono mai eccessivamente ritegnosi, tanto meno lo

furono, al certo, nei riguardi degli alleati[308], il cui patrimonio

dovette più volte servire a colmare i vuoti delle miserie pubbliche

e private. Tanto più che gravissime riescivano — come è noto —

le conseguenze delle multe non pagate. Il colpito era senz’altro

considerato come un debitore dello Stato, e ciò bastava perchè

divenisse passibile della detenzione, del raddoppiamento del debito,

della confisca del patrimonio, e gli stessi eredi fossero tenuti

all’espiazione della pena[309].

Non meno odioso era il lato morale della giurisdizione, che poneva i

sudditi di Atene come sotto una perenne tutela. Quando si pensa che

al potere giudiziario sono affidate la sanzione e la norma di tutti

gli atti della vita sociale di un popolo, che ad esso si collegano

quistioni altissime d’interesse economico e politico, e che nell’evo

antico la giustizia invadeva campi più gelosi e funzioni più vitali

che nel mondo odierno — i frequenti grandiosi dibattimenti, in cui

l’esilio o la perdita del capo e delle sostanze era, da parte d’intere

classi sociali, la sorte consueta, valgono per tutti —, si capisce come

disporre della vita giudiziaria d’una nazione equivalesse senz’altro

all’esercizio di una tirannide quasi illimitata.

Soggezione politica.

Ma non era la sola vita giudiziaria a subire il controllo e la signoria

di Atene. La misura della libertà e dei diritti politici, da questa

lasciata ai soggetti, rimaneva — come il loro danaro, come la giustizia

— al buon grado dell’opportunità della concessione e del momento; e

dacchè essa era la suprema dominatrice, i suoi cittadini si ritenevano

in diritto della riconoscenza degli alleati pel solo fatto di non

averli privati di beni maggiori[310].

Di tutto ciò noi non possediamo che accenni, ma essi sono troppo

eloquenti per non illuminarci della dura realtà. Perchè l’alleanza

e la sudditanza riescissero perfette, e non dessero luogo ad attriti

troppo frequenti, Atene credeva opportuno determinare _a priori_ la

costituzione delle città a lei confederate, ossia abbattervi i governi

oligarchici e inaugurarvi governi democratici[311]. Certo, questi

ultimi avevano con il regime ateniese profonde affinità di aspirazioni

sociali, ma venivano di regola a trovarsi in crudele conflitto con

la natura organica di quelle società così violentemente turbate.

Nè i particolari della terribile operazione erano semplici e piani.

Occorreva spogliare del governo coloro che lo possedevano, decretarne,

o farne decretare, l’esilio e, con l’esilio, la confisca dei beni; poi

spartirne le sostanze tra gli avversari e tra gli improvvisati amici

dell’ultima ora[312]. L’opera non era ancora finita. Il nuovo assetto

politico andava regolato e studiosamente sorvegliato; il che dava

luogo a ulteriori, fastidiosissime, minute disposizioni[313]. Talora

la libertà dell’ordinamento politico era un dono che Atene dichiarava

esplicitamente di _largire_[314] per ritoglierlo, quando le se ne

porgessero facili il destro e l’occasione[315]. E in ogni modo la sua

costante divisa sarà sempre che «per un tiranno, come per una città

a capo di un impero, l’utile dev’essere l’unico criterio logico dei

propri atti»[316].

La inframmettenza ateniese sapeva ricercare vie più intime e segrete.

Atene spediva presso gli alleati — nè l’amara esperienza della

prima Confederazione era riescita a farla accorta del danno che con

questo arrecava a sè medesima[317] — suoi commissari in qualità di

magistrati, paragonabili (crede bene avvertirci un antico) agli odiati

_armosti_ spartani[318], nonchè degli esosi ufficiali d’ispezione[319];

richiedeva ostaggi, imponeva disarmi[320], e, in tempo di guerra, o,

magari, di pace[321], guarnigioni militari, formate di vagabondi e di

mercenari, che l’istinto e i bisogni eccitavano in gara al bottino, e

comandate da ufficiali con piena licenza di insolentire contro coloro

ch’essi avrebbero dovuto proteggere[322].

La vanità della così detta autonomia degli alleati ateniesi si palesava

in quegli stessi ordini di affari, che riguardavano i loro più delicati

rapporti politici con Atene. Che ciò sia avvenuto fin dalla prima

Confederazione ateniese è ormai fuori dubbio, ma la seconda non se ne

rese meno colpevole. Questa poteva dirsi costituita da una diarchia,

rappresentata per un verso dal _Comitato federale_, e, per un altro,

dall’assemblea popolare della città egemone. Ma le decisioni del primo

non avevano che un semplice valore platonico; toccava al _demo_, ossia

al popolo ateniese, confermarle o rigettarle inappellabilmente[323],

con quanta soddisfazione degl’interessi comuni è facile immaginare.

Se tanto Atene si permetteva nella vita interna dei suoi alleati,

assai maggiori dovevano essere i suoi arbitrii su quanto concerneva

la loro politica estera, la parte più sensibile della vita delle

nazioni[324]. E la cosa era questa volta perfettamente naturale. Ogni

alleanza implica per definizione una limitazione della indipendenza

dei rapporti esterni degli Stati, che vengono a comporla; tanto più

se quest’alleanza è niente altro che la larvata o aperta egemonia di

un grande Stato su molti staterelli minori. Il primo potrà concedere

a questi ultimi le più ampie libertà di regime interno; ma dovrà

con polso fermo impedire che i suoi sedicenti alleati orientino le

loro amicizie o i loro odî in modo differente di come esso abbia a

desiderare. Ancor meno potrà consentire che, in seno al suo impero,

si formino pericolose Confederazioni minori, naturalmente destinate

a rafforzare le città soggette nei loro eventuali contrasti con la

città dominatrice. Ogni città egemone vuole trattare singolarmente

con ciascuno dei sudditi, non con gruppi di nazioni confederate. Così

accadde nella Repubblica romana; così nel mondo medioevale; così segue

nel mondo moderno; così seguì in seno alla Confederazione marittima

ateniese. E poichè, naturalmente, lo sforzo supremo degli Stati

dipendenti fu sempre quello di reagire e di coalizzarsi a tale scopo,

ne seguirono periodiche violenze, alterne repressioni, di cui ciascuna

segnò il ricorrere di nuove amarezze e di nuove umiliazioni.

I mali, inevitabilmente connessi con l’impero di Atene, venivano

considerevolmente aggravati dalla malvagità che gli uomini ponevano

nell’esercitarlo. La fedeltà o l’infedeltà degli alleati erano, a

tale proposito, un argomento magnifico, che la fungaia dei politici

o dei politicanti sfruttava a proprio vantaggio, tal quale come, fra

i cittadini, il patriottismo e l’antipatriottismo formavano materia

inesausta di guadagni per il numeroso, famelico stuolo dei sicofanti.

Gli oratori ateniesi, racconta un personaggio di Aristofane, «estorcono

alle città ben 50 talenti, ponendo il minaccioso dilemma: — O voi

versate i tributi, o io tuonerò perchè la vostra città sia rovesciata

dalle fondamenta.... — ». E gli alleati, atterriti «recano loro

doni: vasi ricolmi di pesci salati, vino, tappeti, formaggi, miele,

sesamo, guanciali, anfore, vesti, corone, monili, tazze ed ogni ben

di Dio....»[325]. «E allorchè», soggiunge altrove malinconicamente

il poeta, durante la guerra «la dea della Pace, per amore di questa

terra, accennava a far capolino.... [gli oratori] assalivano gli

alleati più ricchi, accusandoli di favoreggiare i nostri nemici....

E quelli, consapevoli dei mali che loro sarebbero toccati, si

affaticavano a turare con l’oro la bocca di quanti arricchivano col

maltrattarli....»[326].

L’espropriazione delle terre degli alleati.

Ma neppure la perdita della libertà era il danno maggiore fra tutti. Un

numero infinito di volte gli alleati perdettero, con questa, la vita,

la patria, la proprietà a maggior gloria dei dominatori dell’Attica.

Nè intendiamo riferirci al diritto di possesso che gli Ateniesi si

arrogavano dei prodotti minerali di parecchi territorî alleati. La

confisca delle miniere tracie, pomo di discordia fra Atene e Taso, e

causa prima ed esclusiva dell’assoggettamento di questa isoletta, potè

essere anche un episodio eccezionale[327]. Intendiamo invece accennare

all’istituto delle colonie (le famose _cleruchie_), scongiurato

e interrotto solo per breve ora, alla ripresa della seconda Lega

ateniese[328].

La _cleruchia_, ossia la deduzione di colonie sui territori alleati,

fu il mezzo ordinario, cui il governo di Atene (come quello di molte

altre città, di Siracusa in Sicilia, di Roma nell’Italia antica)

ricorse, ora per intimidire e distogliere i riottosi dal pensiero

della defezione[329], ora per imporre un alto concetto del proprio

potere, ora per sopperire ai bisogni dell’esuberante popolazione[330].

Ogni vittoria ateniese, ogni repressione del più lieve tentativo di

rivolta tornò così a legittimare l’espropriazione del suolo e della

patria altrui. Sciro, Lemno, Imbro, l’Eubea, Egina, Potidea, Delo,

Lesbo, Melo, il Chersoneso tracico, Nasso, Andro, la Tracia, il Mar

Nero, tutto l’Egeo erano popolati da cleruchi dell’Attica, sottentrati

all’antica popolazione indigena, esiliata, tratta in ischiavitù[331], o

barbaramente massacrata[332]. E assai più vasto sarebbe stato il cumulo

delle rovine, di cui Atene sognava farsi autrice, se la sua mala sorte

non glielo avesse alla fine impedito.

«Noi», dichiarava Alcibiade alla vigilia della spedizione di Atene

contro Siracusa, «noi non possiamo tracciare _a priori_ limiti al

nostro impero; chè ci è forza, quando siamo pervenuti ad un certo

segno, insidiare a danno di taluni, non risparmiare altri, perchè a

noi incombe il pericolo di essere dominati, se noi stessi altrui non

dominiamo....»[333]. E più tardi soggiungerà: «Noi veleggiammo alla

volta della Sicilia, mirando anzi tutto ad assoggettare i Sicelioti;

poi saremmo mossi contro gli Italioti; indi avremmo fatto una punta

contro l’impero Cartaginese e contro Cartagine stessa; e, se la

fortuna ci avesse assistito in tutte o nella massima parte di queste

imprese, trascinando con noi tutti i Greci della Sicilia e dell’Italia,

stipendiando molti barbari, nonchè gli Iberi ed altri barbari

bellicosissimi che abitano in quelle regioni, ci saremmo accinti ad

assalire il Peloponneso. Le foreste italiche ci avrebbero somministrato

il legname necessario alla costruzione di nuove flotte. E bloccando

per mare l’intera penisola, e assalendo con le fanterie dalla parte

di terra, ne avremmo espugnato o assediato le città. Così speravamo di

riescire facilmente a debellare il Peloponneso e poscia a conquistare

l’impero su tutta la Grecia. Il danaro e le vettovaglie, per tanta

impresa ci sarebbero stati forniti in copia dall’annessione di quelle

terre, senza aver bisogno di impiegare le risorse nazionali....»[334].

Così, febbricitante di ambizione, farneticava il successore di Pericle,

il nuovo duce della democrazia ateniese. Nulla di strano quindi se,

al rinnovarsi della Confederazione ateniese, nel 377, le cittadine

alleate abbiano cercato, di garantirsi, come da tanti altri, anche da

un siffatto pericolo, impegnando Atene a non fondare cleruchie fuori

dell’Attica e i cittadini ateniesi, a non costituirvisi possedimenti

fondiari[335].

Anche questa solenne promessa doveva essere violata! Nell’atto

stesso in cui rinnovavano l’alleanza, gli Ateniesi possedevano

cleruchie a Lemno, Imbro, Sciro. Più tardi altre ne fonderanno nel

Chersoneso tracio, a Samo; e allo scoppio della rivolta suprema — la

_Guerra sociale_ —, nuovamente, tutto l’Egeo sarà popolato di coloni

ateniesi[336].

Ecco perchè nazioni greche, le cui risorse naturali erano superiori

a quelle ateniesi, e più vantaggiosa, forse, la naturale positura nei

rispetti commerciali — Tera, l’Asia Minore, Delo, Rodi — ove le tracce

dell’età micenea ed eroica, e i lucidi, felici intervalli dei secoli

successivi testimoniano una civiltà grandiosa e una non minore capacità

di progresso; ecco — diciamo — perchè, incalzate da tanta violenza,

dileguarono a poco a poco nell’ombra, sì che di loro ci riesce

impossibile narrare le vicende o rilevare i tratti caratteristici della

oscura fisonomia storica.

L’imperialismo e la decadenza di Atene.

Ma, come sempre, quasi per legge fatale della storia, i rovinosi

effetti dell’imperialismo rimbalzavano a danno della città

imperialista, sì da strappare dalle labbra di uno dei suoi più

miti cittadini la requisitoria più sanguinosa. «I pericoli che ci

minacciano da ogni lato, la ruina di quella costituzione democratica

che fece grandi e felici i nostri antenati, tutto il cumulo dei

mali che noi infliggiamo agli altri o dagli altri furono inflitti a

noi stessi, tutto dobbiamo» «a questa fatale cupidigia dell’impero

marittimo», «che, qualora magari ci venisse offerto spontaneamente,

noi non dovremmo a nessun patto accettare»[337]. «Codesto impero non

può tornare a nostro utile, ed a noi stessi è dato convincercene,

confrontando lo stato della nostra città innanzi e dopo la sua potenza

coloniale». «L’antica repubblica di tanto supera per valore e per

merito la nuova, di quanto, nella virtù e nella gloria, i Milziadi,

gli Aristidi, i Temistocli sovrastano ad un Iperbolo, a un Cleofonte

e a tutti i demagoghi dei nostri giorni. A quei tempi il popolo non

s’era ancor reso spregevole per infingardaggine, per miseria, per vana

gonfiezza di speranze. Allora era capace di mettere in fuga chiunque

avesse osato porre il piede nell’Attica; allora esso correva primo al

pericolo, ove lo chiamava la salute della Grecia, e in tal guisa si

guadagnò il libero e sicuro affidamento di molte città. L’esercizio

dell’impero ci fu fatale; ci fece perdere la rinomanza di cui godevamo

presso tutti i popoli; c’infuse biasimevole intemperanza, codardia,

sì che, mentre prima sconfiggevamo i nemici che venivano ad assalirci,

ora non osiamo più batterci con loro dinanzi alle mura; e, in luogo di

quella benevolenza, che riscotevamo dagli alleati, e dell’onore, che

i restanti Greci tributavano alla nostra virtù, l’impero ci procurò un

odio così grande, che avrebbe portato la rovina della nostra città, se

non avessimo trovato gli Spartani, nostri antichi nemici, più benevoli

di quello che non lo furono i nostri alleati. Nè possiamo rimproverar

loro di aver agito ostilmente contro di noi; giacchè tali li facemmo

col soverchiarli e con lo straziarli». «Allorchè, sbalorditi dalla

improvvisa ricchezza, senza la menoma preoccupazione, magnificammo la

fortuna di Atene, l’iniquità che l’aveva introdotta s’apparecchiava

a dar fondo anche ai beni che giustamente possedevamo». «Quando

l’esercito spartano stava accampato nell’Attica, quando il cuneo di

Decelea era piantato nel cuore del nostro Paese, noi veleggiammo alla

conquista della Sicilia, abbandonando senza rossore la patria devastata

per assalire chi mai non ci aveva offesi. Non più padroni dei nostri

borghi e delle cose nostre, vaneggiammo conquistare l’impero della

Sicilia, dell’Italia, di Cartagine»[338]. E «duecento navi, spedite

in Egitto, vi trovarono coi loro equipaggi la morte; a cencinquanta

furono tomba le acque di Cipro; ben diecimila uomini — parte cittadini,

parte alleati — vennero tagliati a pezzi in Tracia[339]; le acque

della Sicilia ingoiarono 40.000 soldati e 240 triremi; da ultimo,

altre duecento l’Ellesponto. Ma chi può noverare i disastri minori?

E tutte queste sciagure ricorrevano periodicamente ogni anno; ogni

nuovo giro di sole assisteva a nuove pubbliche esequie»; «i sepolcri

s’empivano di cadaveri di cittadini, e le file della cittadinanza,

d’ignoti stranieri.... Antiche e gloriosissime famiglie, che avevano

sfidato l’oppressione dei tiranni e il turbine delle guerre persiane,

furono schiantate dalle radici, mentre noi correvamo dietro alla follia

del nostro impero.... Noi menammo una vita da banditi, ora nuotando

nell’abbondanza, ora travagliati dalla carestia, con l’assedio alle

spalle e la ruina sul capo». «Noi tenevamo con le nostre guarnigioni

le altrui fortezze, e le nostre erano in balía dei nemici. Strappammo

i figli dalle braccia dei genitori per tenerli in ostaggio, e fummo

costretti a vedere i nostri figlioli, durante l’assedio, languir di

vergogna e di miseria. Mietemmo ove non avevamo seminato, e non ci

fu concesso per anni ed anni di rivedere la terra nostra. Di guisa

che, ove taluno ci chiedesse se per un sì breve e disastroso dominio

vogliamo tornare ad esporre la patria alle subite sciagure, niuno,

che non sia un disperato, un empio, un uomo senza genitori e senza

figli, un perfetto egoista, di null’altro curante che del breve corso

della sua vita, risponderebbe affermativamente». «Codesto sedicente

impero non è che un malaugurio, il quale rende peggiori coloro che lo

possiedono»[340].

L’imperialismo spartano.

Se tale fu l’imperialismo d’Atene, ossia di uno Stato, che accolse in

sè le caratteristiche migliori della civiltà antica, e che, ad onta

di tutte le sue colpe, seppe sfruttarlo nella forma meno biasimevole

e in vista di taluni fra gl’interessi più elevati della civiltà, quale

non dovette essere la durezza del governo imperiale, esercitato dalle

metropoli, sue contemporanee od ereditiere, Sparta, Tebe, Siracusa?

L’impero di Sparta era nato male. Era nato in un’orgia di sangue e di

ferocia, celebrata ai danni di una nazione, congiunta per schiatta:

la Messenia. Un popolo intero, in parte travolto nella più dura delle

schiavitù, nella tremenda condizione di Iloti, in parte costretto a

esulare; un Paese di circa 3000 km^2, già benedetto dal sorriso della

natura, sacrato al deserto, alla barbarie, alla devastazione: tale

era stata la cerimonia inaugurale dell’imperialismo spartano. Poi vi

avevano fatto seguito una serie di guerre fortunate in Arcadia e contro

l’Argolide, che le avevano fruttato l’annessione della Cinuria e il

passaggio, sotto l’egemonia spartana, di parte dell’Acaia, dell’Elide,

della Sicionia, della Corinzia, dell’Argolide, eccetto Argo. L’impero

spartano si stendeva ora sur un territorio di circa 13.000 km^2[341].

Se non che le nuove conquiste non erano più consistite nella diretta

annessione di nuovi territorî, ma nella formazione di nuove alleanze,

fornitrici d’armi e di tributi solo in circostanze straordinarie[342].

Vero è che la luce di tanta liberalità era oscurata da cupe ombre.

Sparta non era tenuta a far noti ai suoi alleati gli scopi delle

guerre ch’essa intraprendeva. Questi, anzi, potevano essere senz’altro

trascinati a combattere contro nazioni, fin allora ad essi legate

da vincoli d’amicizia[343]. Vero è che agli obblighi teorici di

ferrei accordi federali, Sparta preferiva il fatto concreto della

costituzione e della esistenza di governi oligarchici in seno alle

città alleate[344]. Ma, fino alla grande guerra con Atene del 431-404,

la maggiore, apparente scioltezza dei vincoli federali del Peloponneso,

la mancanza di un tributo fisso, avevano fatto sì che molta parte dei

Greci guardassero con accorata simpatia alla remota e silente regina

della Laconia.

Il suo «libero» federalismo era stato, per lunghi anni, la bandiera

ch’essa avea sventolata contro la invisa gloria di Atene, la quale

pur tuttavia non contava nel suo passato il triplice sterminio della

Messenia. Nel 432, allorchè i Corinzi l’avevano invitata a mettersi

alla testa della guerra per il riscatto della Grecia dalla tirannide

ateniese[345], Sparta aveva fatto sapere alla sua rivale che avrebbe

potuto continuare nella pace solo nel caso che ai Greci, gementi sotto

la sua tirannide, venisse restituita l’indipendenza[346]. «La vostra

richiesta di autonomia — ripeteva poco più tardi, nel 429, il re

spartano, Archidamo, ai Plateesi — è pienamente giustificata. Secondo

il re Pausania vi concesse, vivete pure liberi e aiutateci a liberare

quanti, affrontando gli stessi vostri pericoli, fecero lo stesso vostro

giuramento, e ora sono soggetti agli Ateniesi! Tutto questo apparato

di guerra _è per la libertà loro e per quella degli altri_. Se voi

volete parteciparvi, rimanete fedeli al giuramento; se no, state paghi

di ciò a cui vi invitammo, e conservate pure le cose vostre e rimanete

neutrali, e ricevete l’amicizia di ambo le parti, _non mai, però, per

forza d’armi. Questo a noi basta_»[347].

Le libere parole di Archidamo ricevono un’autorevole conferma dal

discorso, che nel 424 il generale spartano Brasida rivolgerà agli

antichi alleati ateniesi della penisola tracica: «Io sono qui, non

pel vostro danno, ma per la liberazione dei Greci. I magistrati

spartani mi hanno giurato nella forma più solenne che tutti gli

alleati che procurerò loro resteranno indipendenti....»; «io non

vengo per fare gl’interessi di una fazione locale o per rovesciare

la vostra costituzione, giacchè una indipendenza di questo genere

sarebbe più intollerabile del dominio straniero». Noi sappiamo che, se

v’ingannassimo, «ci attireremmo censure più severe di quelle meritate

dagli Ateniesi, che non hanno mai fatto dichiarazioni di libertà,

giacchè, per chi sta in alto, accrescere la propria potenza con

l’inganno specioso è colpa maggiore dell’aperta violenza»[348].

Non si sarebbe detto, ma non passeranno molti anni, che le chiare

promesse e i solenni giuramenti di Sparta avranno subìto la più

categorica delle smentite, e Atene godrà della vendetta più allegra, se

non più meritata.

Le dure prove della lunga Guerra peloponnesiaca, le ripetute

devastazioni del territorio nazionale, le perdite di uomini e di

denari, i debiti contratti, l’orgoglio e la baldanza, ispirati dalla

vittoria, non mancarono di produrre i loro effetti naturali.

Già le prime durezze e i primi malcontenti erano cominciati in sullo

scorcio della guerra. Nell’anno in cui il così detto trattato di Nicia

sembrava per un momento pacificare il confuso mondo ellenico, nel 421,

diciamo, l’antico blocco delle forze peloponnesiache si incrinava; la

fedeltà di Corinto, la città maggiormente responsabile della guerra

testè chiusa, balenava, e subito dopo Atene riusciva a trovare alleati

nell’Elide e in Arcadia. L’esercizio dell’impero era tornato molesto.

Ma non si trattava che di un mite esordio. Appena la battaglia di

Egospotamòs ebbe rovesciata al suolo la potenza di Atene, il generale

spartano Lisandro si affrettava a percorrere tutte le isole e le città

litoranee dell’Egeo, provocando ovunque quei tali rivolgimenti delle

antiche costituzioni, la cui sola possibilità Brasida aveva, venti

anni prima, smentita, sostituendo alle preesistenti democrazie delle

feroci oligarchie, introducendo guarnigioni spartane[349], imponendo un

tributo doppio di quello ateniese[350], negando agli alleati di ieri i

frutti della comune guerra, lunga e sanguinosa.

Il governo così detto de _I Trenta_ in Atene (404-403) è l’esempio più

significativo dell’immane tormenta, in cui Sparta travolse la vita di

tutti i Paesi dell’Egeo. Gli alleati di Atene s’erano una volta, presso

Sparta, lagnati della durezza della loro città egemone. «Se un giorno»,

aveva malinconicamente replicato un ambasciatore ateniese, «il nostro

impero venisse a passare in mani altrui, il confronto metterà tosto

in evidenza con quanta moderazione noi ne usavamo»[351]. L’infausto

presagio non poteva attendere conferma più solenne!

Le oligarchie imposte da Lisandro, che sconvolgono tutti i naturali

processi storici delle città dominate, sfogano adesso la più crudele

vendetta contro gli antichi avversari. Si perpetrano arresti,

esecuzioni — illegali, magari rispetto alle nuove norme di governo —,

confische, esilî, per vendetta e per ingordigia, sui cittadini e sugli

stranieri, da parte di pubblici ufficiali e da parte di privati[352].

Si disarmano i liberi, si drizzano liste di proscrizione, si violentano

i fanciulli e le donne.... È l’impero incontrastato della ferocia, del

sangue, della lussuria, che uno dei maggiori colpevoli giustificherà

con un argomento, che, venti e più secoli di poi, ricorre sulla bocca

inconsapevole di un terrorista francese: «La nave della rivoluzione

non si conduce in porto se non su flutti di sangue»[353]. I cittadini

disperati preferiscono la morte a tanta ignominia[354]. Perfino Sparta

ha un attimo di pudore; per un istante inorridisce di se medesima, e,

poco dopo il 404, riprova la condotta del generale, ch’era stato il

classico interprete del suo novello imperialismo[355], consentendo

alle città alleate di ristabilire gli antichi governi[356]. Ma non

si trattava che del ravvedimento di un’ora, e la politica di Lisandro

verrà poco di poi trionfalmente ripresa da Agesilao[357].

Fin dove la misura poteva essere colma, essa lo fu. «Gli Spartani»,

dirà Isocrate, «non hanno lasciato a chi voglia in avvenire peccare,

mezzo alcuno di superarli.... Quale iniquità non perpetuarono? Quale

turpitudine o quale atrocità non commisero? Largirono la propria

fiducia ai quotidiani violatori delle leggi; onorarono i traditori

non altrimenti che benefattori.... circondarono di affetto più che

paterno i sicari dei propri concittadini.... Ci gravarono da tanta

moltitudine di mali, sì da impietrare l’animo di noi tutti, sì da farci

impassibili allo strazio degli altri», «sì da non lasciarci più il

tempo di dolercene». «Niuno sfuggì ai loro colpi; niuno potè tenersi

tanto lontano dalla vita pubblica, da sfuggire ai pericoli, in cui essi

ci precipitarono.... In tre mesi hanno mandato a morte senza processo

un numero di cittadini maggiore di quelli che Atene non citò in

giudizio per tutto il tempo della sua supremazia.... I corsari tengono

la signoria del mare; i mercenari, quella delle città. I cittadini,

in luogo di combattere per la patria contro i nemici, si accaniscono

fra loro entro la cerchia delle proprie mura. Il numero delle città

fatte schiave si è moltiplicato, e il turbamento quotidiano di tutti

gli ordini civili ha fatto sì che stiano meglio quelli che stanno

peggio: gli esuli, piuttosto che i rimasti in patria.... Talune delle

città sono state distrutte, altre sono divenute preda di barbari....

Gli Spartani un tempo protestavano altamente contro il nostro

legittimo impero su qualche città; oggi non curano la turba degli

schiavi ch’essi hanno fatti. Oggi non basta pagare tributo e vedere

le propine fortezze in mano ai nemici; oggi le pubbliche calamità non

sono iattura sufficiente; oggi i nuovi sudditi patiscono, sul loro

corpo, trattamenti più duri di quelli dei nostri schiavi mercenari....

E per colmo di miseria costoro si vedono costretti a militare con

gli Spartani in difesa del proprio servaggio, costretti a combattere

contro chi vuol essere libero; sì che, se saranno vinti, tosto dovranno

perire; se vincitori, precipiteranno in una schiavitù peggiore della

presente....»[358].

Isocrate non è il solo a parlarci così; nè queste sue parole sono

dettate dal suo naturale pacifismo. I metodi spartani vengono

concordemente stigmatizzati da tutti gli storici, da tutti gli oratori

del tempo. La prova più palpabile delle colpe di Sparta, nell’esercizio

dell’impero in Grecia, è data dalla fulminea rivoluzione di sentimenti

che quella condotta ebbe a provocare, sì che, appena pochi mesi dopo,

quelli stessi che l’avevano acclamata liberatrice le si rivoltavano

contro furiosi. La rivoluzione degli spiriti precedeva la rivoluzione

dei fatti, e, nel 394, il crollo dell’impero marittimo spartano, dopo

dieci anni di strazio e di dolore, preannunziava la fine prossima

dell’antico impero terrestre. In quei giorni l’impopolarità e l’odio

erano giunti a tale, che la sola notizia della disfatta di Cnido

bastava a rendere inscongiurabile la fuga degli armosti spartani da

tutte le isole ch’essi avevano crudelmente tiranneggiate. L’ateniese

Conone e il persiano Farnabazo s’erano visti accolti dovunque come

liberatori, e la nuova opera di restaurazione poteva compiersi senza

spargimento di sangue.

Ma se tale era stata la febbre della liberazione in gente, che il

giogo spartano aveva sperimentato solo per pochi anni, quale non fu

più tardi l’entusiasmo del Peloponneso all’annuncio del piegare di

Sparta sotto l’urto delle vittorie tebane! Anche sul Peloponneso la

vittoria di Egospotamòs e, più tardi ancora, la pace di Antalcida,

avevano fatto passare le raffiche della reazione. L’Elide era stata

invasa e messa a ferro e a fuoco; Argo, Corinto, Fliunte, soggette

a degli armosti; gli alleati tutti, non che esclusi dai vantaggi

della guerra, citati senza testimoni e senza difesa a comparire in un

giudizio, che porrà capo allo smembramento della grande Mantinea[359]:

esempio insigne dei criterî dell’alta politica spartana, che mirava

egualmente ad infrangere le federazioni e a polverizzare in villaggi

le città maggiori. Senofonte narrerà che quell’esecuzione era stata

accolta con favore da buona parte dei cittadini[360]. Ma qualche anno

dopo, alla notizia della sconfitta spartana di Leuttra, i «soddisfatti»

adottano unanimi la proposta di restaurare la città e l’antica unione

politica, e una folla di esuli e di cittadini accorre da ogni parte ad

offrire l’aiuto materiale delle proprie braccia. Gli Elèi spediscono

trenta talenti. Sparta pregherà invano che non le venga inflitta l’onta

di sì umiliante disprezzo; invano prometterà il suo rapido consenso.

I Mantinei rispondono ch’è troppo tardi e che più non è il caso di

consentire a sì mite richiesta[361].

Ma che dire del visibilio di gioia, da cui il Peloponneso fu percorso

alla prima invasione di Epaminonda e alla proposta della fondazione,

non diremo di Megalopoli, ma di Messene? L’ora tragica della metropoli

crudele, che aveva insolentito contro sudditi e contro alleati, che

ne aveva disertato le città con le sedizioni, che le aveva inondate

di sangue, che — senza rispetto per avversari o per amici — aveva

saccheggiato l’Asia, infestato le isole, spento le repubbliche della

Magna Grecia, seminato di tirannidi l’Ellade, straziato persino il

fedele Peloponneso, era finalmente sonata. Quel grande giorno doveva

essere consacrato dalla risurrezione della terra che più essa aveva

insanguinata: la Messenia. Perciò fu deliberata la fondazione della

città di Messene. L’opera venne fatta precedere da sacrifizi solenni a

tutti gli Dei, agli eroi e alle eroine della infelice nazione, perchè

discendessero in ispirito a rioccupare l’antica loro sede. Il circuito

fu segnato e le prime pietre deposte al suono di liuti e di canti.

Eseguivano e diligevano il lavoro i migliori operai ed i migliori

architetti, invocati da tutta la Grecia, e pareva che, non una città

risorgesse, ma che la Libertà ridiscesa in terra celebrasse la sua

apoteosi.

Ma già le raffiche dell’imperialismo spartano, come di qualsiasi

imperialismo, erano, fatalmente, tornate a rimbalzare sulla nazione

che le aveva scatenate. «Gli Dei», esordisce malinconicamente il non

sospetto Senofonte, «gli Dei non dimenticarono nè gli empi, nè gli

scellerati, e Sparta che aveva giurato libertà per tutti, ma aveva

tenuto in suo potere la cittadella dei Tebani; Sparta, fin allora non

mai umiliata da alcun mortale, venne punita solo per mano di coloro che

essa aveva violentati»: i Tebani[362].

Ma noi sappiamo come Tebe non fosse che lo strumento inconsapevole

di un destino più alto e più implacabile. Non essa ferì a morte la

potenza spartana, ma quell’imperialismo, che, con la ricchezza di

cui era stato apportatore, rovesciò le basi dell’antica società

lacedemone. Noi conosciamo in modo positivo il lento processo di

tanto rivolgimento[363]. Gli antichi, in forma meno perspicua, ma

non per questo meno sicura, ebbero egualmente l’impressione del fatto

grave e incontestabile. «Erra», scriverà Isocrate, «chi [all’episodio

della disfatta di Leuttra] attribuisce la causa della decadenza

degli Spartani. Non per questa sciagura, ma per le colpe degli anni

precedenti, essi furono vinti e costretti a combattere per la propria

esistenza. Non si devono trasferire le cagioni dei mali agli eventi

che seguirono dopo; non bisogna riportarli alle colpe originarie, che

determinarono le sciagure successive. Vera e prima origine di ogni

loro sciagura fu il dominio del mare. Esso dette agli Spartani una

potenza non mai veduta»; onde «l’intemperanza nell’usarne finì con far

loro perdere anche l’impero terrestre. Immemori dei patrii costumi e

delle antiche istituzioni, stimando lecito fare tutto quello che loro

fosse talentato, precipitarono in gravi frangenti. Non intesero quale

pericolosa Sirena si fosse codesta sovranità da tutti vagheggiata, nè

come riesca difficile, a chi una volta assapora la dolce ebbrezza del

suo amore, non finire con l’impazzarne del tutto!»[364].

L’imperialismo tebano.

Tebe è la terza fra le città elleniche, le quali, dopo avere, al pari

di Atene e di Sparta, per lunghi anni tiranneggiato nell’àmbito della

propria contrada, pervennero per un istante a conseguire un impero,

che fu tra i maggiori della Grecia. Pur troppo, le condizioni del suo

dominio riuscirono singolarmente oppressive, chè, se Atene e Sparta

avevano, per qualche tempo, governato senza suscitare malcontenti, i

rapporti di Tebe con quelle che essa diceva sue proprie colonie, ci si

disegnano in un perenne incrociarsi di odî e di violenze.

La costituzione dell’impero tebano non sembrava, in astratto, peggiore

di quella ateniese. In sui primi del IV sec. a. C., la Beozia era

distribuita in undici distretti, di cui ciascuno mandava al Comitato

direttivo della lega, un _beotarca_ e al Consiglio federale, 60

_bulenti_; versava imposte, forniva contributi militari pari ad 1/11

dell’ammontare totale, ed eleggeva, con lo stesso sistema, i giudici

del tribunale federale, incaricato di discutere le cause di una certa

importanza, riguardanti i cittadini di ognuna delle città alleate[365].

Tale la costituzione della Beozia nella prima metà del secolo IV a.

C. e, salvo particolari insignificanti, in tutto l’agitato periodo che

vi precedette. Ma, bisogna guardare un po’ più a fondo per accorgersi

che cosa in realtà si fosse questa apparente eguaglianza di diritti

e di doveri fra Tebe e le altre città alleate. Ogni distretto non

rappresentava una sola cittadina beotica, ma poteva comprenderne

due o tre insieme; così come Tebe, col più vasto territorio a lei

direttamente soggetto, formava ben quattro distretti. In seno, dunque,

a tutti gli organi della lega, talune cittadine valevano per 1/2 o

per 1/3, mentre Tebe val sempre per quattro. Essa, quindi, dispone di

assai più beotarchi, buleuti, giudici, milizie che non ciascuna delle

sue consorelle, e ha tutti i mezzi, legali e materiali, per esercitare

su di esse il suo potere quasi assoluto. Tebe manda al senato della

lega 240 buleuti; Orcomeno ne porta 60; Tisbe, 40; Aliarto solo 20;

Tebe dispone di 4400 soldati; Coronea di soli 370 all’incirca[366]. In

conseguenza la celebrata parità di poteri scomparisce, e, in seno alla

lega, le città beotiche si trovano di fronte a Tebe nelle identiche

condizioni in cui si trovarono, dinanzi alle consorelle maggiori, le

minori colonie inglesi dell’America del nord dopo la prima costituzione

del 1781, e innanzi il felice compromesso del 1787.

Per giunta il governo centrale della lega, in cui Tebe si è fatta la

parte del leone, non è soltanto un potere esclusivamente federale.

Esso, che ne ha la forza, ama talora invadere il campo riservato degli

affari interni delle singole città[367] e, come Sparta, come Atene,

rivolgerne violentemente la costituzione[368]. Per giunta, la parola

decisiva negli affari più importanti tocca all’assemblea federale

beotica[369], alla quale i cittadini dei lontani municipi della Beozia

potevano assai di rado partecipare, o, se anche vi partecipavano,

erano, come avveniva in Atene, sommersi dalla popolazione urbana

della capitale, entro le cui mura l’assemblea aveva luogo. I Tebani

non fecero mai mistero di questa loro ambizione di dominare la lega,

di esserne gli egemoni, come Atene lo era stata della sua federazione

marittima, come Sparta — fu il loro preferito paragone[370] — lo era

del Peloponneso; della loro volontà, in una parola, di trasformare la

lega beotica in un impero tebano. Le cittadine beotiche, salvo Tebe,

sarebbero terre _pericche_[371], così come lo è tutta un’ampia zona

della Laconia spartana. Per occhi tebani Platea ha il grave torto

di non lasciarsi guidare e dominare (ἡγεμονεύεσθαι) da Tebe[372].

Ma la più clamorosa manifestazione del pensiero politico tebano si

ebbe nel duplice, storico duello tra gli ambasciatori di Tebe e i

plenipotenziari di Sparta nelle trattative, che precedettero la pace di

Antalcida (387)[373], e in quelle tenute a Sparta, che misero capo alla

battaglia di Leuttra (371). L’una e l’altra volta la tesi spartana fu

per l’autonomia di tutte le cittadine beotiche. Ma i plenipotenziari

tebani al convegno di Sparta (il loro autorevolissimo capo fu questa

volta, senza meno, Epaminonda,) sfuggono alla risposta, complicandola

con la questione dell’assetto della Grecia intera. — La pace, osserva

Epaminonda, non può farsi davvero senza porre ogni cosa sur un piede

di eguaglianza. Se la Beozia deve essere libera, libera deve essere

anche la Laconia; se Platea deve diventare autonoma rispetto a Tebe,

lo stesso ha da seguire di Amicle nei confronti di Sparla.... Sono i

rappresentanti spartani inclini ad addivenire a questa eguaglianza di

trattamento? — Il re Agesilao, che presiede alla conferenza, torna ad

invitare Epaminonda perchè non divaghi e dichiari le precise intenzioni

della sua città: — È Tebe disposta a proclamare libere le cittadine

della Beozia? — Epaminonda ancora una volta elude la risposta, ossia

rifiuta il suo consenso. Allora la conferenza è sciolta; Agesilao

annunzia che si andrà di nuovo incontro alla guerra, l’unico espediente

che potrà tagliare ogni nodo irresolubile[374]. Ed Epaminonda e i suoi

colleghi accettano la sfida, e preferiscono la guerra alla libertà

della Beozia.

Ma con che diritto, in vista di quali necessità superiori, poteva

Tebe giustificare la sua egemonia? Se Atene disponeva di un patto

originario concordemente giurato; se Atene poteva evocare il duplice

spettro della invasione persiana e della tirannide spartana, Tebe ebbe

assai di rado qualche ragione legittima, che imponesse l’idea e la

necessità pratica della sua sempre vagheggiata confederazione beotica.

Innanzi i primi lustri dolorosi del IV secolo, allorchè veramente tutta

la Grecia soffoca sotto il calcagno dell’imperialismo spartano, Tebe

non aveva potuto invocare a fondamento legittimo del suo impero che

oscure, fantastiche, consuetudini regionali[375]. Il pericolo spartano

fu presto eliminato dopo Leuttra, ma vi si sostituì subito, per tutta

la Grecia, e per la Beozia, il nuovo pericolo tebano. Come, quindi,

rassegnarsi a servire e a pagare, in danaro ed in sangue, per gettare

le fondamenta di un altro dominio?

Noi abbiamo in tal modo, sott’occhio, tutte le ragioni per le quali

la storia della così detta Lega beotica è, come le altre, e più che

le altre, gonfia di malumori e di sedizioni. Platea, l’eroica vicina

di Atene, fu la sua più cordiale nemica, ed al suo esempio tennero

dietro Orcomeno, Tespia, Tanagra, Oropo. La stessa nobile ribellione

di Tebe contro Sparta del 379-362, che, diretta da un uomo di Stato e

di cuore, come Epaminonda, reca, nelle sue alterne vicende, pagine così

gloriose, non valse mai a farsele consenzienti. Allorquando, più tardi,

nel 335, Alessandro metterà Tebe a ferro ed a fuoco, saranno, non già i

Macedoni, sibbene i Plateesi, i Tespiesi, gli Orcomenii a segnalarsi in

quell’orgia di odio contro la metropoli disfatta[376].

Appunto per questo lo sforzo che Tebe dovette durare per mantenere

in piedi il suo impero, ossia per prolungare la soggezione delle sue

consorelle ed alleate, fu assai più duro e costoso che non quello di

Sparta e di Atene. Tebe rase due volte al suolo le mura di Platea, nel

427 e nel 373-372, e ne confiscò per sempre il territorio a beneficio,

non già della Confederazione, ma dello Stato tebano[377]; smantellò

prima (423 a. C.) l’eroica Tespia; poscia, espugnatala, ne cacciò

via gli abitanti (373 o 371 a. C.)[378]; e poco più tardi, ordinò uno

scempio atroce delle mura e dei cittadini della veneranda Orcomeno,

a cui (narrava la tradizione) un giorno la stessa Tebe aveva pagato

tributo (368 o 363 a. C.)[379]. «I vostri sudditi», esclamava nel 373,

rivolgendosi agli Ateniesi, un oratore di Platea, «i vostri sudditi,

appena cessata la guerra, ricevono dai magistrati libera autonomia; i

Tebani costringono i loro vicini a una servitù ch’è pari solo a quella

degli schiavi, nè mai desistono dal travagliarli e dallo straziarli,

finchè non li abbiano sospinti verso quell’abisso di mali, ove già noi

precipitammo. Accusano Sparta di aver occultato la Cadmea e di avere

stanziato da per tutto guarnigioni.... Essi infatti non stanziano

guarnigioni, essi abbattono le mura delle città vinte o alleate;

essi le radono letteralmente al suolo, senza rimorsi...»[380]. Per

questo appunto, ad ogni giorno, ad ogni ora, in grazia dell’impero

da conquistare o da riconquistare, Tebe fu il malo genio di tutta

la storia ellenica: adesso alleata dei Persiani, che sembravano più

potenti; poi, di Sparta, che le promette la riconquista dell’egemonia,

chiedendo in cambio guerra ed odio perenne contro Atene[381]; poi,

ancora, di Atene contro Sparta; indi, di nuovo, in guerra contro

Atene e contro Sparta per non aver voluto concedere libertà alle città

beotiche; infine, vittoriosa, eccola aspirare al dominio di tutta la

Grecia.

Se tale fu l’imperialismo tebano nei limiti della Beozia, non meno

duro esso si palesò nelle estreme regioni dell’impero. L’avveduta e

moderata politica di Epaminonda parve ai suoi concittadini un reato

così grave, da sospingerli non solo ad annullare i suoi atti politici,

ma a negare al suo autore la fiducia di una rielezione a beotarca. Per

contro, in ciascuna delle città achee, essi inviarono delle guarnigioni

e degli armosti, la cui condotta fu tutt’altro che incensurabile, e

ne rovesciarono gli antichi governi, e ne esiliarono i partigiani,

gettando il Peloponneso nell’incendio di una guerra civile[382], e

tornarono ad ostacolare coi mezzi più violenti l’indipendenza politica

di quelle città[383].

«La ribellione [dei Peloponnesiaci all’impero spartano]», giudicava

Isocrate, «non portò alcuno dei benefizi che si attendevano. Sospirando

la libertà, precipitarono nella servitù; perduti i loro migliori

uomini, caddero sotto il governo di pessimi cittadini; cercando

l’indipendenza, soffersero numerose e terribili illegalità..., e le

lotte intestine, che prima non conoscevano se non per udita dire,

sono oggi lo spettacolo quotidiano delle loro città.... Nessuna può

vantarsi immune di mali; nessuna sicura da prossimi pericoli, da

parte dei suoi vicini. Cosicchè le terre giacciono devastate; le

città smantellate; deserte le case; abrogate le leggi; rovesciati gli

ordinamenti politici.... E tanto i cittadini diffidano di sè a vicenda,

tanto sono esulcerati da odî reciproci, da temere i compatrioti più dei

nemici. Non la concordia di un tempo; non l’antico frequente scambio

di commerci. Gli uomini aborrono da ogni rapporto civile a tal segno,

che i ricchi preferiscono gettare in mare il loro danaro piuttosto

che farne parte ai poveri, e questi strapparlo ai ricchi piuttosto che

procurarselo lecitamente.... Obliati i sacrifici consueti del culto, i

suoi abitatori si sgozzano selvaggiamente sugli stessi altari, sì che

i fuorusciti di una sola città superano oramai di gran lunga quelli di

ieri, accorrenti da tutto il Peloponneso....»[384].

Ma, come per Atene e per Sparta, così per Tebe, il sangue e le

lagrime, spremute da ogni terra, tornavano a ricadere sulla testa

dei desolatori. È ancora il pio Isocrate, il flagellatore d’ogni

imperialismo greco, ad avvertircene: «[I Tebani], per avere male usato

della buona fortuna, non sono più che un popolo vinto ed infelice....

Avevano appena battuto i nemici, che, dimentichi d’ogni cosa, si

accinsero ad agitare le città del Peloponneso, a tentar di asservire

la Tessaglia; minacciarono i Megaresi, loro vicini, spogliarono Atene

di una parte del suo territorio, saccheggiarono l’Eubea, spedirono

una flotta a Bisanzio, quasi volessero impadronirsi della terra

e del mare. Da ultimo mossero guerra ai Focesi, accingendosi ad

occuparne le città e il territorio e a violare i tesori di Delfo....

E rischiavano intanto di perdere le proprie terre, e, scorrendo pel

Paese nemico, recavano altrui un danno minore di quello che ora,

tornati in patria, subiscono. Avevano in Focide ucciso dei soldati

mercenari, ai quali metteva più conto morire che vivere, ed essi,

tornati in patria, si sono visti privi dei cittadini migliori e più

capaci di abnegazione e di sacrifizio»[385]. Gli Dei non tarderanno a

punire tanto orgoglio e tanta violenza. La catastrofe di Tebe, seguìta

nel 335; la sua distruzione — sorte orribile, che non era toccata

nè ad Atene nè a Sparta — fu (avvertirono gli antichi) un solenne

castigo ed un ammonimento divino. «I Tebani avevano violato i patti

giurati coi Plateesi e schiantato dalle fondamenta la città», «sul

cui terreno sacro i Greci, combattendo contro i Persiani, avevano

salvato da servitù la Grecia». «Essi avevano, contro la consuetudine,

trucidato quegli Elleni che erano passati agli Spartani; essi avevano

perduto col loro voto gli Ateniesi, sostenendo nel Congresso dei

confederati peloponnesiaci, l’asservimento della grande città». Perciò

la distruzione di Tebe, di questa metropoli che tanto aveva brillato

per potenza e per gloria, ma tanto aveva peccato contro la verità e

contro la giustizia, non fu senza ragione: «fu l’effetto meritato della

vendetta degli Dei»[386].

L’Imperialismo in Sicilia e nella Magna Grecia.

Poco diverse furono, sotto questo rispetto, le sorti dell’Occidente

ellenico. Anche l’Occidente greco ebbe la sua Atene, e questa fu

Siracusa. L’impero siracusano sulle città della Sicilia, e, in parte,

sulle città elleniche dell’Italia meridionale, può dirsi si sia svolto

in tre grandi periodi: dall’instaurazione della democrazia, dopo

la cacciata dei Dinomenidi, alla fine del primo Dionigi (460-367);

dalla ricostruzione operatane da Timoleonte alla morte di questo

(345-337?)[387]; dagli esordi alla fine della tirannide di Agatocle

(312-289). Al colmo del suo splendore, ossia sotto il grande Dionigi,

quell’impero teneva in Sicilia due grandi strisce di territorio sulle

coste settentrionale e meridionale; sull’orientale, un più vasto paese,

che può essere schematicamente raffigurato nella forma di un triangolo,

col vertice appuntato sulla lontana Enna; infine, nell’Italia del

Mezzogiorno, dominava saldamente il Paese a sud del 39° di latitudine,

salvo l’interno, ma non esclusa la campagna Reggiana. Quell’impero, non

minore di quello tebano o ateniese, si stendeva per circa 25.000 km^2,

contava una popolazione di circa un milione di abitanti, e abbracciava

le più famose città greche della Sicilia — Messina, Nasso, Taormina,

Catania, Leontini, Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Terma, Solunte,

la nuova Tindaride — e, nell’Italia meridionale, Reggio e Locri[388].

L’organizzazione non ne era uniforme. Il territorio all’intorno

di Siracusa si trovava nelle identiche condizioni della Messenia

rispetto a Sparta, con una popolazione — i _Calliciri_ — al servizio

diretto dell’aristocrazia della metropoli. Le città dell’antico regno

siculo di Ducezio, che abbracciava il Paese intorno a Caltagirone,

stendendosi poscia fino ai Catania e all’Etna, erano, nell’età di

Tucidide, territorî soggetti e tributari (ὑπήκοοι), obbligati, cioè

a fornire stabili proventi, nonchè a subire guarnigioni straniere, e

tali rimasero fino all’ultimo, ripagando la dominatrice dell’odio più

cordiale[389]. Il resto del Paese era popolato di colonie militari

e di città alleate. Le prime erano state tratte, non solo dagli

abitanti di Siracusa, ma anche dalle popolazioni di altre città,

elleniche, indigene o, magari, da contingenti di mercenari, e la loro

origine stava a testimoniare una vicenda lacrimosa di spodestamenti,

di esilî, di deportazioni, di confische. Del resto le città alleate

non partecipavano al governo della madre patria; ne dipendevano,

anzi, nei rispetti della politica estera, sottostavano all’obbligo di

fornire aiuti in operazioni militari, che il più delle volte esse non

avevano sollecitate, di subire guarnigioni e ufficiali siracusani, di

non battere moneta, talora, di consegnare ostaggi in garanzia della

promessa fedeltà e di vedere la propria giurisdizione, o fors’anco

gli altri più notevoli diritti cittadini, alla mercè di magistrati

siracusani[390].

Men dura riesciva la sorte delle città alleate. Era loro riserbato

il diritto di coniare moneta di bronzo; ma, anche fra esse, imperava

l’obbligo di fornire contingenti militari; anche fra esse, come nella

Grecia vera e propria, c’erano città alleate autonome e città alleate

soggette[391], e l’analogia con gl’imperi della madre patria induce a

supporvi alleati immuni da tributo e alleati tributari.

Indubbiamente l’impero siracusano in Sicilia rispondeva ad una grande

missione storica. Se la prima Lega marittima ateniese aveva salvata

la Grecia dalla oppressione persiana, Siracusa salvò per oltre due

secoli la Sicilia dalla onnipresente minaccia punica e riescì a formare

quivi, contro Cartaginesi e contro Siciliani, un vasto impero ellenico.

Eppure la fama e la leggenda, entro le quali l’opera e la memoria

dei grandi principi siracusani — del grande Dionigi, sopra tutto —

ci pervennero avviluppate, rivelano il malvolere, con cui le città

greche, convitate al grande festino politico, tollerarono quella dura

«alleanza» imperialistica. La memoria dei tiranni siracusani è, in

quella tradizione, tanto maledetta quanto, presso gli alleati di Atene,

di Tebe, di Sparta, il nome della città che volta a volta li tenne

legati al suo carro trionfale. Neanche in Occidente la mèta luminosa

bastò a far perdonare i mezzi con cui quello scopo era stato raggiunto.

E le costituzioni cittadine violate, le piccole città assoggettate,

colonizzate, sterminate, le popolazioni deportate gridano ancora

vendetta contro quelli che osarono sì ferocemente accanirsi sopra di

esse.

Imperialismi minori.

Ma i quattro imperi di Atene, Sparta, Tebe, Siracusa, nelle cui

spire si dibatte quasi tutta la storia del mondo ellenico, non ne

formano che la trama più esterna e visibile. Noi imaginiamo le antiche

cittadine greche come animate dal più indomito spirito d’indipendenza,

dal più incoercibile particolarismo. Ed è vero: la terribile prova

delle esperienze durate faceva di ogni borgo della Grecia un puledro

selvaggio ribelle ad ogni freno. Ma per isfuggire alla servitù ciascuno

tendeva febbrilmente a crearsi a sua volta la potenza di un impero.

Era la terribile «legge naturale», che Alcibiade aveva illustrata

ai suoi concittadini[392]. Per tal modo, in Grecia, non ci fu città

che non aspirasse e non riescisse a dominarne delle altre, sì che le

grandi Confederazioni elleniche risultavano di Federazioni minori, e

queste, a loro volta, di Leghe minime; condizione, talora, legalmente

sancita negli statuti e nelle rispettive consuetudini. Per fermarci

agli esempi più salienti[393], in seno alla Confederazione ateniese,

Mitilene dominava, non solo le città limitrofe, ma l’intera Lesbo[394];

Olinto signoreggiava trentaquattro città calcidiche[395]; in quella

beotica, Platea, Scolo, Eritre, Scafe, dipendevano direttamente

da Tebe[396]; Aspledone, Olmone, Ietto da Orcomeno; Sifa, Leuttra,

Eutreso, da Tespia[397]; un tempo Tanagra vi aveva dominato Eleon,

Harma, Micalesso, Fara, Aulide, Hiria[398]; la stessa Platea numerava i

suoi sudditi o le sue alleate[399]; nella Lega peloponnesiaca, Mantinea

aveva fin dalle origini dominato i municipi limitrofi, e, allorchè

si rese autonoma, divenne la città egemone della Lega arcadica, il

cui governo fu costretta ad alternare con l’avversa Tegea[400]. Elide

dominava un gruppo di minuscole cittadine della Trifilia; Argo, sotto

vari nomi e condizioni — nè tutte liete[401] — i centri dell’Argolide

e talora quelli delle altre regioni limitrofe[402]. Fin la _Lega

achea_, l’unico governo federale ellenico, che la tradizione riconosca

veramente tale di nome e di fatto; quella Lega achea, solennemente

celebrata da antichi e da moderni per il sincero spirito di libertà, di

eguaglianza, di democrazia, di rispetto delle autonomie nazionali[403],

fu lo Stato imperialista di tutta una buona parte del Peloponneso,

che non aveva voluto accedervi spontaneamente. Anche qui, tal quale

negl’imperi ateniese, spartano e tebano, la violenza non mancò di

essere il saldo cemento della compagine federale. Mantinea, non mai

soddisfatta, nè mai interamente soggiogata, più volte umiliata e più

volte felicemente ribelle, vide da ultimo i suoi cittadini, in parte

trucidati, in parte ridotti in schiavitù, subire l’infamia del mercato

o della deportazione[404]. La Messenia e la Laconia, l’una e l’altra

suddite coatte e perennemente irrequiete, mossero alla Lega una guerra

incessante, con le defezioni, con le armi, coi maneggi pericolosi

presso i nuovi dominatori, che apparivano all’orizzonte: i Romani; nè

mai si chetarono se non quando l’una riescì a liberarsi; l’altra, a

provocare la ruina della Lega e, con essa, della indipendenza della

Grecia tutta[405].

I metodi imperialistici di Sparta, di Atene, di Tebe passarono

in seno alle federazioni greche dei secoli III-II a. C. Interi

territorî e grandi e gloriose città facevano parte di queste Leghe,

ma quali sudditi incalcolati di un lontano governo, cui essi dovevano

un contributo annuo, senza però riescire ad esercitare alcuna

influenza sopra di esso[406]. I vari Stati della Lega subivano

singolari restrizioni circa la libertà di commercio e il diritto di

proprietà[407], nè le rade e brevi assemblee federali erano più che

una lustra. Tutti i poteri restavano in mano a governo centrale, sino

a cui difficilmente le voci e gl’interessi dei più riuscivano a farsi

strada[408]. Peggio ancora, le ingerenze di questo governo, in seno ai

singoli Staterelli, erano più fastidiose, talora, più crudeli di quelle

che noi apprendemmo a conoscere nelle Federazioni ateniese o spartana.

Il governo della Lega favoriva in ciascuna città tutti quei colpi di

mano, che valevano a sostituirvi il potere dei suoi fautori a quello

dei suoi avversari o dei tepidi e rassegnati amici. Ogni insurrezione

fallita portava seco la consegna al governo federale degli autori

della rivolta, l’introduzione di una guarnigione[409], il disarmo della

città, la trasformazione delle sue istituzioni[410], il suo avvilimento

politico[411], l’esilio di intere classi di cittadini, la spartizione

del suolo a favore di nuovi cleruchi[412], finalmente, l’esaltazione

ai pieni diritti politici di quei ceti della popolazione che fin ora ne

erano rimasti esclusi[413].

Altrettanto è a dire delle minori Leghe tessalica, epirotica, focese,

calcidica e, più ancora, dell’etolica[414], le quali, dai pochi accenni

che le fanno conoscere, si appalesano altrettante tirannie mascherate

all’interno, altrettante coalizioni imperialistiche all’estero,

sfruttatrici a un tempo dei nemici e degli alleati. Ma tutto quello che

i ricorrenti fraterni regimi federali non avevano osato, lo faranno

sperimentare in una volta sola prima l’imperialismo macedone, poscia

l’imperialismo romano, il quale ultimo, per la sua importanza e per la

sua durata, non può non esorbitare dai limiti del presente capitolo.

L’imperialismo macedone.

L’imperialismo macedone! Ma come determinarne la portata? Come definire

l’indefinibile? Come fissare il _mobilis in mobile_? L’imperialismo

macedone fu dapprima, a motivo del turbamento e del disordine che, fin

circa settant’anni dopo la morte di Alessandro Magno, regnò intorno

alla successione della Macedonia, poscia, a motivo della caotica

incertezza di relazioni fra gli eredi fortunati e la Grecia, un male

imprevedibile ed inscongiurabile, un flagello vario, proteiforme,

minaccioso e fugace, gravido di ruine e di illusioni; un bottino,

un rovescio d’ordini e di cose, in mezzo al quale, sulle membra

semirrigidite di un popolo in agonia, si accanirono con lena affannata

i vittoriosi dell’ieri e quelli di oggi o di domani.

Ma se tale è l’impressione e l’imagine che la conquista macedone

destano al pensiero, la condizione delle fonti, cui dobbiamo attingere,

per segnarne le particolari vicende, è così infelice, l’oscuro

groviglio degli avvenimenti, nella secolare contesa dei Diadochi e

degli Epigoni si fa ora così fitto, da ritoglierci fin la speranza di

una disamina chiara e completa.

L’imperialismo macedone si esercitò su quattro soltanto dei gruppi

di nazioni elleniche da noi conosciuti: le città greche dell’Asia

Minore, della Tracia, del Ponto, sulla Grecia peninsulare propriamente

detta. Ma se la sorte delle prime fu relativamente lieve, in quanto

esse scambiarono con l’indipendenza e con un governo più civile il

meno civile impero persiano, ben diversa appare la sorte della Grecia

propria, la cui esistenza venne inserita nell’ingranaggio della

monarchia macedone, e colpita da una delle bufere più rovinose della

storia antica.

La carta costituzionale, il patto fondamentale, su cui il dominio

macedone riposava, appariva quanto di più mite e di più soddisfacente

si potesse immaginare. La dieta di Corinto del 338, nella quale il

conquistatore della Grecia — Filippo II — annunziò ai nuovi sudditi

le future condizioni della comune esistenza, istituiva un _Consiglio

federale ellenico_, per l’amministrazione degli affari della Grecia;

affidava al nuovo monarca il comando militare di tutte le forze

confederali; ma non imponeva tributi fissi e dichiarava che scopo

principale del nuovo regime era quello di stabilire in Grecia una

pace universale, di garantire a tutti gli Stati il loro territorio, la

loro costituzione, e ai cittadini, i pieni diritti di proprietà e di

commercio[415].

Ma così miti e benevoli consigli avevano già subìto un’anticipata

violazione. La Grecia, a cui Filippo prometteva pace e libertà e

sicurezza, non era tutta la Grecia: già, innanzi al 338, una buona

parte di essa aveva perduto crudelmente la propria indipendenza, e

la Macedonia l’aveva conquistata o con l’astuzia o con le armi, e

ne aveva fatto scempio inaudito. Questa sorte era toccata, per un

verso, all’Epiro; per un altro, alla Calcidica, alla Tracia, alla

Tessaglia[416]. Un notevole articolo della costituzione federale

vietava il rimpatrio degli esuli, di questi inevitabili fautori di

disordine in seno ad ogni città vinta e umiliata[417]; ma, subito dopo

la vittoria di Cheronea, Filippo aveva imposto a Tebe di riaprire

loro le porte. Con essi la guerra civile era entrata come in casa

propria, nell’antica, gloriosa città. Allora Filippo aveva sciolto

la Federazione beotica, istituito un nuovo _Consiglio_, iniziata una

persecuzione contro i fautori della politica antimacedone e introdotto

una guarnigione nella Cadmea. In maniera analoga, dopo la dieta di

Corinto, la Grecia libera continuò a subire delle guarnigioni macedoni

in Eubea, a Corinto[418], ad Ambracia[419], ed altrove[420].

Il successore di Filippo, Alessandro — il futuro Alessandro Magno —

continuò la politica del padre. Nel 336 egli tornava a rinnovare con la

Grecia la Lega giurata, due anni prima, a Corinto. Ma tale rinnovazione

non era questa volta spontanea. Alessandro ebbe bisogno di imporla

con l’invasione a mano armata della Grecia. Non molto dopo, sebbene

non investito da alcun potere federale, egli distruggeva ferocemente

Tebe ribelle. Indi passava ad ingerirsi negli affari interni di

Atene, chiedendo la consegna degli oratori antimacedoni e provocandone

l’esilio[421]: misure tutte la cui iniziativa sarebbe spettata soltanto

al _synedrio_ della lega. Più tardi ancora, al colmo dei suoi trionfi,

stanziate nuove guarnigioni a Rodi ed a Chio[422], tornava a gravare

sulle città greche, imponendo loro, e per sè, onori divini e — quello

che al tempo stesso riesciva in contraddizione coi patti federali,

nonchè a motivo delle implicite conseguenze, politiche ed economiche,

terribilmente pauroso — l’universale e sempre scongiurato ritorno degli

esuli in patria[423]. Le città che vi si fossero rifiutate sarebbero

state ricondotte con la forza all’obbedienza[424].

Gli Staterelli greci dovevano restar liberi di darsi o serbare la

costituzione che meglio loro fosse talentata. Ma Alessandro, più

volte, vi aveva ricondotto gli espulsi tiranni o avea rovesciato con la

violenza gli antichi ordinamenti[425]. Gli Achei e gli Arcadi avevano

subìto limitazioni alla indipendenza delle loro rispettive assemblee

federali[426]; gli Ateniesi, alla loro navigazione[427].

Ma la Grecia, di cui tale era la sorte, costituiva una parte ancora

più piccola della Grecia vera e propria, che non fosse stato ai tempi

di Filippo II. Le contrade, non facenti parte della Lega, figuravano,

rispetto alla Macedonia, o come suddite o come nemiche, su cui nulla

era vietato tentare[428]. La Tessaglia e anche l’Epiro — l’abbiamo

veduto — giacevano da tempo sotto il piede del principe macedone;

l’Etolia e Sparta erano terre destinate ad una conquista, vicina o

lontana, e, se la prima, nel 330, avea rischiato di subire l’amara

punizione della inaudita pretesa dell’indipendenza[429], la seconda

era dovuta entrare nella sedicente Lega e fornire, quale ostaggio di

fedeltà, ben 50 cittadini[430].

Alquanto più dura si fece la condizione della Grecia alla morte di

Alessandro Magno. La così detta _Guerra Lamiaca_, una delle tante

di riscossa degli Elleni dal giogo macedone, vi apportò invece la

schiavitù. Atene, la gloriosa Atene, che Alessandro aveva sempre

curato di trattare con ogni benevolenza, fu dal governatore della

Macedonia, Antipatro, costretta a subire una guarnigione, a trasformare

da democratica in oligarchica la propria costituzione, sì che più

di una metà dei suoi cittadini venne privata dei diritti politici, a

perdere i suoi possedimenti esteri, infine, a consegnare al vincitore

i capi dell’agitazione antimacedone. Nello stesso tempo il Peloponneso

subiva un’identica trasformazione dei propri ordinamenti, una eguale

tormenta di persecuzioni e di esilî e la sorveglianza di un _epimeleta_

straniero[431].

Era la cessazione pura e semplice di tutte le guarentige della Dieta di

Corinto. Ma da questo momento, in cui la tempesta si scatena, e si apre

l’êra delle gigantesche guerre dei Diadochi e degli Epigoni, la Grecia,

che fin adesso aveva subìto il dominio, sia pure incostituzionale,

della Macedonia, diviene senz’altro una terra di conquista, sulla

quale, per almeno settant’anni, si rovesceranno l’ira e la furia

di tutti i generali di Alessandro Magno; diviene un Paese calcato e

ricalcato le mille volte dal tallone di eserciti stranieri, i quali

propugneranno ora l’oligarchia ora la democrazia, ora annunzieranno la

liberazione, ora ne perpetreranno la conquista, procedendo, consapevoli

ed inconsapevoli, verso il più tormentoso asservimento della contrada,

la cui miseria non avrà altro termine di raffronto se non nelle

province romane al tempo delle due ultime guerre civili o nell’Italia

moderna durante le invasioni francesi, spagnole ed austriache.

Lo stato politico del Paese, in questo periodo, ci viene eloquentemente

significato dalle sue condizioni, dopo la pace, conclusa nel 311 fra

la prima serie di contendenti per la pingue eredità di Alessandro,

e che con amara ironia veniva a proclamare la «liberazione» della

Grecia. La Tessaglia è dominio macedone, e dominio macedone sono anche

l’Acarnania, Tebe, ricostituita da Cassandro quale posto avanzato

contro le limitrofe città della Beozia, la Locride Opunzia, la Focide,

l’Arcadia. Guarnigioni macedoni tengono Argo e l’Acaia. L’Elide

giace spezzata, parte sotto Cassandro, parte sotto il suo rivale al

trono di Macedonia, Polisperconte; Corinto e Sicione spettano a un

altro dei generali di Alessandro, Tolomeo I d’Egitto; Megara e la

Messenia appartengono a Cassandro; Atene subisce una guarnigione e un

governatore macedone. Solo Sparta, precipitata in sull’estremo scalino

dell’avvilimento, a null’altro ridotta che ad un inesauribile mercato

di avventurieri, e l’Etolia, protetta dalle sue montagne, serbano

l’antica, miseranda, e pur invidiata, indipendenza[432].

Ventitrè anni dopo, la Macedonia poteva vantare un dominio stabile,

sotto il figliuolo del più singolare eroe degli Epigoni, Antigono

Gonata, l’erede di Demetrio Poliorcete. Ma, nell’anno della morte

di Pirro (272), che per un istante ne aveva messo in forse il trono

e la vita, la Grecia tornava ad offrire l’antico spettacolo di

miseria e di dolore. La Tessaglia, ad onta dei replicati tentativi

di riscossa, piegava il capo ai cenni della Macedonia; la Beozia era

stata affrancata, ma non già l’Eubea, l’Attica e Salamina, tutte e tre

occupate da guarnigioni macedoni[433]. Guarnigioni macedoni tengono

Corinto e, forse anche, Trezene e Mantinea, e parecchie delle città

dell’Acaia. Ma se i possedimenti diretti della Macedonia apparivano in

tal guisa ridotti, quelli indiretti si erano a dismisura accresciuti.

L’intero Peloponneso si dibatteva nella rete indistricabile d’una

trama di tirannidi, i cui fili erano retti, come da arbitro supremo,

dal re di Macedonia[434]. Tiranni dominavano l’Elide, Argo, Sicione,

Megalopoli; tiranni, le città marittime dell’Ellade[435], e tutta la

contrada era sorvegliata da uno stratego macedone[436].

I patti dell’antica Dieta di Corinto erano ormai un dileguato,

oltraggioso ricordo. Ma di peggio — se di peggio poteva discorrersi

— si ebbe in seguito all’infelice tentativo ateniese della guerra,

che dal nome di colui, che la ispirò con la sua eloquenza e col suo

patriottismo, fu detta di Cremonide (266-63 a. C.). Allora nuove

guarnigioni occuparono i porti e l’interno della città; un generale

italiota fu posto a capo del governo di Atene; gli arconti stessi,

sottoposti alla investitura regia, le lunghe mura, come un tempo aveva

appena osato lo spartano Lisandro, rase al suolo[437].

Nè la politica macedone subisce modificazioni all’avvento dei nuovi

successori di Alessandro, Demetrio II e Antigono Dosone. La Grecia

rimane un Paese di conquista; la Macedonia ogni giorno vi abbandona, o

vi ripiglia, nuovi Staterelli e nuove città: nulla è costante e sicuro,

se ne togli l’insicurezza d’ogni cosa.

Nel 223, Antigono Dosone volle rifare l’antica Confederazione

di Corinto, creando una nuova Lega che, secondo s’esprime il

grande storico della Grecia ellenistica, il convinto apologista

dell’imperialismo macedone — J. G. Droysen —, doveva riescire a

qualcosa di nuovo: a un libero Stato federale paragonabile alla

Germania innanzi il 1870, e di cui la Macedonia non sarebbe stata più

il governo dominatore, ma l’umile componente, con diritti pari a quelli

dei restanti territorî ellenici[438].

Ma la Lega, che Antigono, negli ultimi giorni di sua vita, riesciva a

costituire, era l’epilogo di tutta una decennale serie di violazioni

dell’indipendenza ellenica, tanti quanti erano stati gli anni del suo

governo. Ed essa non celava che un’ipocrisia: la Tessaglia, che avrebbe

dovuto esserne uno degli Stati autonomi, era governata direttamente dal

re di Macedonia; Sparta, da un _epistate_ macedone; l’Argolide e una

parte dell’Acaia stavano alla diretta dipendenza della Macedonia[439].

E così via di seguito.

L’antico corso degli eventi non muta per mutare di principi. Il

nuovo sovrano di Macedonia, Filippo V, appena salito al trono, assale

Ambracia, muove guerra agli Etoli[440], invade Elide e Trifilia[441],

v’impone un _epimeleta_, lascia una guarnigione a Lepreon, e termina

la sua personale storia di manomissione delle libertà greche, invadendo

il territorio spartano[442], sì che, all’istante dell’ultrice vittoria

romana, i diritti della Macedonia sulla Grecia pretendevano esercitarsi

su Corinto, la Focide, la Locride, l’Eubea, l’Acaia, la Tessaglia, la

Magnesia, la Ftiotide, la Dolopia, la Perrebia...: tutte le terre che

il vincitore, Tito Quinzio Flaminino, proclamerà finalmente libere nei

solenni giochi istmici del 196 a. C.[443].

La reazione greca.

Quale fu il sentimento greco, di contro all’imperialismo macedone? Le

fonti storiche dei secoli IV-II a. C., pur attraverso la loro scarsezza

e la loro oscurità, ci permettono di rispondere a questa domanda.

Il giudice inesorabile dell’imperialismo macedone non è più Isocrate;

è questa volta l’ultimo dei grandi spiriti ateniesi dell’età classica:

Demostene, l’infelice difensore delle libertà elleniche moriture.

«Tutto ciò», egli gridava in faccia ai suoi degeneri concittadini,

«tutto ciò che fu commesso dagli Spartani in sei lustri del loro impero

panellenico, e lo fu dai nostri antenati per settanta anni, è un’ombra

rispetto a quello che Filippo ha perpetrato a danno dei Greci in meno

di tredici anni.... Taccio dell’enorme scempio di Olinto, di Metone, di

Apollonia e delle altre trentadue città della Tracia, da lui distrutte

in modo tale, che, a chiunque volesse ivi recarsi, non darebbero più

l’immagine di un Paese un tempo abitato; taccio dello sterminio della

popolosa Focide; ma qual’è mai la condizione della Tessaglia? Non

sono state anche quivi distrutte città e rovesciate nazioni? E non ha

ivi Filippo istituito delle tetrarchie, che significhino non solo la

sudditanza della regione, ma altresì la servitù dei cittadini? Non

obbedisce l’Eubea a nuovi tiranni?... Non dichiara egli apertamente

per iscritto: — Io non conosco pace se non per quanti si rassegnano ad

ubbidirmi? — Nè si limita a dichiararlo.... Ma invade l’Ellesponto, e

prima assalì Ambracia; occupa la grande Elide e prima insidiò Megara.

Nè il mondo greco, nè quello barbarico saziarono l’ingorda ambizione di

tal uomo»[444].

Ma in quale stato Filippo II, il conquistatore della Grecia, usasse

ridurre le contrade, su cui trascorrevano le sue falangi vittoriose,

Demostene ci aveva detto altra volta: «Ivi — in Focide — a noi

viaggianti alla volta di Delfo», s’aperse «uno spettacolo crudele

e miserando»: «edifici distrutti, mura abbattute, un intero paese

deserto di giovani, popolato di rare donne, di fanciulli e di vecchi

in atteggiamenti da muovere pietà; una rovina che lingua umana non è

capace di descrivere....»[445]. Un altro ignoto oratore, che non a caso

la tradizione confuse con Demostene, dirige una requisitoria, forse

meno vivace, certo più precisa, contro il figliuolo di Filippo e le

sue sistematiche violazioni dei patti, ch’egli era tornato a giurare

solennemente in cospetto dei Greci, a Corinto:

«Se vi si domandasse, o Ateniesi, quale è la cosa che più vi

sdegnerebbe, voi rispondereste che sarebbe questa: di costringervi

con la violenza alla restaurazione dei discendenti di Pisistrato,

caso mai oggi ancora ne esistessero. Voi prendereste senza indugio le

armi, vi esporreste a qualsiasi sbaraglio, piuttosto di riammetterli

in città; o se voi consentiste a far ciò, sareste destinati a servire

più che non schiavi acquistati per denaro, giacchè nessuno uccide

volentieri il suo schiavo, mentre i tiranni fanno perire dei cittadini

senza giudizio e ne oltraggiano le donne e i fanciulli. Ma Alessandro,

che, a dispetto dei giuramenti e del trattato comune, ha restaurato i

tiranni — i figliuoli di Filiade — a Messene, si è preoccupato della

giustizia, o non piuttosto ha seguito soltanto il suo istinto dispotico

senza rispetto per voi e per i patti comuni?[446]. Se ci sta dunque a

cuore l’osservanza dei giuramenti e quella giustizia, che nei trattati

invochiamo, è nostro dovere prendere le armi e, insieme con le nazioni

che ci vorranno seguire, volgerci contro i quotidiani trasgressori

della propria parola....»[447].

«Il trattato stabiliva che coloro i quali distruggeranno la forma di

governo, che si trovava costituita in ciascuna città, all’atto della

pace, saranno considerati come nemici di tutti i confederati. Ebbene,

gli Achei vivevano in regime di democrazia, e il re di Macedonia

distrusse in Pellene il governo democratico, ne scacciò moltissimi

cittadini, distribuì i loro beni a degli schiavi e dette la città

in mano a un tiranno: un pugilista, un tal Cherone.... Non si deve,

secondo il trattato di pace, considerare come nemico chi agisce in tal

modo?...»[448].

«Il trattato ordina a quelli che provvedono agli interessi e alla

difesa comune di non far sì che nelle nazioni confederate i cittadini

siano messi a morte o esiliati contrariamente alle leggi della città;

ordina che i loro beni non siano confiscati; le terra divise; i debiti

aboliti; gli schiavi affrancati; che, insomma, non abbiano luogo

innovazioni perniciose. Ebbene, coloro stessi che dovrebbero impedire

queste violenze, ne favoriscono gli autori....»[449].

«È detto nel trattato che gli esuli non potranno, movendo da alcuna

città confederata, portare le armi contro qualsiasi altra; e che,

se ciò avverrà, la città, donde mossero all’attacco, sia esclusa

dall’alleanza. Or bene, il re di Macedonia non cessa di far portare le

sue armi dovunque; bande armate di Macedoni scorazzano da per tutto, e

oggi più di prima, dopochè di loro propria autorità, hanno ristabilito

i tiranni in parecchie città.... Se dunque occorre osservare le

convenzioni comuni, consideriamo come escluse dal trattato le città che

questo osarono, ossia escludiamo dal trattato le città macedoniche» e

«deliberiamo in che modo siano da trattare quegli uomini che ostentano

un’insolenza dispotica, che vediamo intrigare perpetuamente, e sempre

farsi giuoco della pace comune....»[450].

«Un’altra clausola prescrive che il commercio sia libero per i

confederati, sì che niuno possa ostacolarlo od osar di catturarne le

navi. Or bene, nessuno ignora, che i Macedoni han fatto proprio questo,

e con la violenza hanno catturato e trasportato a Tenedo tutte le

navi partite dal Ponto..., e che non le rilasciarono se non quando voi

decretaste di armare cento navigli, e i navigli furon tosto messi in

mare agli ordini di Menesteo....»[451].

«Ma ciò che mostra specialmente l’orgoglio e l’arroganza dei Macedoni

è quello che accadde testè, allorquando, a dispetto delle mutue

convenzioni, osarono penetrare nel Pireo.... Essi vollero mettere a

dura prova la nostra pazienza per poter fare lo stesso con gli altri e

dichiarare, come sempre, ch’essi non badano ai trattati.... Il capitano

macedone, che sbarcò al Pireo, vi chiese il permesso di fabbricare

nei vostri porti delle navi.... Non che ci sia gran copia di legno

da costruzione ad Atene, la quale invece lo importa da lontano e con

gran dispendio, nè che se ne difetti in Macedonia, dove invece se

ne fornisce a chiunque ne desidera, e a bassissimo prezzo. Ma essi

volevano fabbricare e caricare vascelli nel nostro porto, a malgrado

dei divieti del trattato. Così la loro licenza s’aggraverà ogni giorno

di più....»[452].

Ma la requisitoria più grave contro lo sgoverno macedone viene dal

grande Polibio messa in bocca ad un ambasciatore etolico a Sparta.

«Io sono sicuro», questi si esprimeva, «che niuno oserà contraddire

la mia affermazione: avere il dominio macedone segnato il principio

della nostra servitù.... Esisteva in Tracia una corona di colonie

ateniesi e calcidesi, fra cui spiccava per potenza e per splendore

Olinto, e Filippo le ridusse tutte così ferocemente in ischiavitù,

e le propose, come terribile esempio, a tutti gli altri Greci, sì da

ritrarne di lì a poco l’attonita sommissione della Tessaglia». «Poscia,

senza riguardar troppo per il sottile, entrò nel vostro Paese, disertò

le vostre terre, rase al suolo le vostre case, e, strappandovi città

e campagne, smembrò, nell’unico intento di danneggiarvi, il vostro

territorio fra Argivi, Tegeati, Megalopolitani e Messeni.... A Filippo

successe Alessandro, e questi, temendo che Tebe divenisse il focolare

del risorgimento ellenico, s’affrettò a menarne lo scempio esecrando

che voi tutti rammentate. E che dire dei successori? Nessuno ignora che

Antipatro, alla dimane della battaglia di Lamia, maltrattò orribilmente

gli infelici Ateniesi, come i suoi predecessori, giungendo fino a

cacciarne come belve, per città e per campagne, i fuorusciti e quanti

di loro avevano osato avversare, in qualsiasi modo, i principi della

Macedonia. Di essi, parte tratti a forza dai templi e d’in su gli

altari, finirono fra i tormenti; gli altri, espulsi da tutta la Grecia,

non trovarono rifugio che presso di noi. E chi ignora l’opera di

Cassandro, di Demetrio, o di Antigono Gonata?... Essi, sia introducendo

guarnigioni nelle città libere, sia instaurandovi tirannidi, non ne

lasciarono alcuna immune del duro marchio della servitù. Lo stesso

Antigono, se vi ha guerreggiato, non l’ha fatto — come anche fra

voi qualche ingenuo continua a credere — per salvare gli Achei o

per infrangere la tirannide del vostro re Cleomene....». Egli vi ha

combattuto «temendo e invidiando», «per infrangere le vostre speranze,

per distruggere la vostra potenza....»[453].

«Se noi teniamo dunque», aveva concluso l’ignoto oratore del _Trattato

con Alessandro_, «alla osservanza dei giuramenti e di quell’equità che

nei trattati invochiamo, è nostro dovere pigliare le armi e insieme

con le nazioni alleate volgerci contro i quotidiani trasgressori della

propria parola»[454].

E il suo incitamento non fu inteso a sordo. Un fatto esiste, un fatto,

che è l’accusa più solenne contro il dominio macedone; una circostanza

che malamente gli storici si sono compiaciuti spiegare quale effetto

di inconsiderata follia di libertà: la insistente, quotidiana, indomita

riscossa della Grecia contro la Macedonia. Dal 338 al 196 è un incendio

perenne, un continuo scoppio di malumori e di energie compresse. La

Lega di Corinto è appena giurata, il cadavere di Filippo, ancora caldo,

e già Atene, Tebe, la Tessaglia, l’Etolia, l’Ambracia, Argo, gli Elei,

gli Arcadi, la Grecia tutta è in armi contro il successore[455].

Questi vince, rinnova la Lega, si dispone all’impresa asiatica,

ossia al compimento della spedizione più gloriosa che mai la Grecia

antica avesse concepito, all’esaudimento di un’ambizione secolare, al

coronamento di un’opera, fatta sacra dalle memorie più fulgide degli

Elleni; ma basta il falso allarme della improvvisa morte di Alessandro,

perchè Atene torni ad insorgere, e, con Atene, Tebe, gli Elei, gli

Etoli, gli Arcadi[456].

Alessandro s’è impegnato nella spedizione asiatica; ma in Grecia si

attendono con ansia i bollettini, non delle sue vittorie, ma delle

sue sconfitte; in Grecia si sospira la disfatta del Macedone[457];

in Grecia, Ateniesi, Spartani, Elei, Arcadi, Achei, Etoli, Tessali,

Perrebi insorgono e guerreggiano contro il nuovo dominio e il nuovo

tiranno[458]. La notizia della morte di Alessandro è appena conosciuta,

che la Grecia è di nuovo invasa dalla febbre della liberazione. Atene,

al primo annunzio, vuole mettersi alla testa della rivolta. «Se oggi»,

avverte il prudente Focione, «egli è morto, lo sarà anche domani,

lo sarà doman l’altro e noi avremo agio di prendere una risoluzione

ponderata»[459]. Invano! Atene, l’Etolia, la Focide, la Locride

temono non arrivare in tempo, ingaggiano da sole la guerra contro il

reggente della Macedonia, e le prime vittorie bastano a trascinare

allo sbaraglio l’intera penisola: la Tessaglia, la Dolopia, Argo,

Sicione, Epidauro, l’Argolide, la Messenia, l’Arcadia, l’Acarnania,

l’Eubea....[460].

L’insurrezione è novamente domata, ma non scorrono venti anni che la

venuta di Demetrio Poliorcete nell’Attica, insieme con l’annunzio

menzognero della liberazione universale della Grecia, vi provocano

indicibili manifestazioni di gioia. Quadrighe d’oro e statue, dedicate

al novello «Salvatore», vengono poste a fianco di quelle sacre dei

due eroi delle libertà ateniesi: — Armodio e Aristogitone —; a lui

e al padre suo sono donate corone ricchissime d’oro, è consacrato

un altare, un culto perenne; per loro vengono istituite gare annue

ed annui sacrifici; le loro effigi sono intessute nel peplo sacro

ad Atene, e si votano ambascerie, che si rechino ad essi con tutto

l’apparato delle processioni sacre. Altri — come se ciò non bastasse

— propone qualcosa di più: la consacrazione del suolo, che Demetrio

aveva calcato scendendo dal carro, la largizione del titolo, riservato

a Giove, di Kαταιβάτης (_Colui che discende_), l’istituzione di

ricevimenti, pari, in solennità, alle feste di Bacco e di Démetra. E

il mese di _munichio_, come l’ultimo giorno di ciascun mese, assumono,

d’ora innanzi, il nome di _Demetrio_, e le solennità dionisiache sono

convertite in feste _Demetrie_[461].

Ma, tredici anni dopo, nel 294, gli Ateniesi tornavamo ad avvedersi

come la «libertà» donata dal «Salvatore» non valesse di più della

tirannide degli altri. E appena Demetrio sarà divenuto re, Atene

ordisce una congiura, per iscacciarne la guarnigione e instaurare

sul serio quell’indipendenza, rimasta fino ad ora nome vano senza

soggetto[462]. La congiura fallisce; ma sei anni più tardi, il

tentativo è ripreso, e, nel 288, la sempre inquieta metropoli della

Grecia ripiglia le armi. E le imbracciarono di fatti i vecchi e gli

adolescenti, e venne scacciata la guarnigione macedone e battuto

l’esercito accorso da Corinto alle frontiere dell’Attica[463].

L’insurrezione, ancora una volta schiacciata, risorge contro il più

mite figliuolo del vincitore, Antigono Gonata. Un primo tentativo è

operato nel 281 da Sparta, favorita da Atene e da quattro città della

Confederazione achea[464]; ma l’eroico apogeo di tanti sovrumani sforzi

è segnato dalla oscura e gloriosa guerra di Cremonide (266-63). Neanche

questa volta Atene fu sola: al suo fianco lottarono Spartani, Elei,

Achei, Tegeati, Mantineesi, Orcomenî, Fialei, Cafî, Cretesi. Dirigeva

la riscossa un mite filosofo — Cremonide — fra i cui ammiratori

era quello stesso re di Macedonia, contro il quale il suo dovere di

patriota lo costringono ad imbracciare le armi. Il nuovo trattato

di alleanza, fra Sparta ed Atene è — fra tanta miseria politica —

documento nobilissimo di virtù civili e rammemora i più bei giorni

dell’Ellade. Sparta ed Atene ricordano gli anni, in cui insieme avevano

combattuto contro quanti tentavano schiacciare la nazione greca,

guadagnando per sè gloria, imperitura e libertà per la patria comune.

Quel tempo — esse dicono — è ora tornato, e le antiche rivali giurano,

oggi e sempre, di rimanere, fianco a fianco, in armi contro i nuovi,

non meno pericolosi, nemici della libertà[465].

Il popolo di Atene aveva invitato tutti i cittadini e gli abitanti

dell’Attica a contribuire in danaro. Il limite minimo era stato fissato

in 50 dramme (L. 50); quello massimo, in 200 (L. 200). Or bene, dei

settantasette versamenti effettuati che noi conosciamo, due soltanto

discendono a 70 dramme; nove a 100; i sessantasei rimanenti toccano il

massimo stabilito.

Ma anche questo supremo tentativo fu vano. Atene piegò dinanzi alle

forze soverchianti del vincitore, e la tradizione volle simboleggiarne

la catastrofe nella leggenda della morte del poeta Filemone. Filemone

abitava al Pireo; egli era allora vecchissimo, quasi centenario. Una

notte vide in sogno, o gli parve di vedere, nove fanciulle uscire

di casa sua. Chiese perchè lo lasciassero, e quelle risposero che

partivano per non assistere alla ruina di Atene. Filemone raccontò il

sogno al ragazzo che lo serviva, si levò, terminò il dramma, al quale

accudiva, si ravvolse in una coperta per dormire, nè più si destò[466].

«Non era già da un poeta, tepidamente amato dalle Muse», commenta un

grande storico moderno, «che queste si dipartivano per non assistere

alla sua morte; esse partivano, recando seco, per sottrarlo all’ora

funesta della vittoria nemica, un uomo dabbene, caro agli Dei, il

superstite estremo dell’antica età, un uomo, che aveva visto i bei

giorni di Atene e gli anni più fiorenti di gloria e di energia di

Demostene, e per suo mezzo annunziavano alla città tanto amata, che

anch’esse erano ormai costrette ad abbandonarla per sempre»[467].

Così lunghi decenni di sofferenze e di vane aspirazioni proromperanno

in uno scoppio folle di gioia all’istante, in cui, nella primavera del

196, ai Greci, convocati solennemente pei giuochi istmici, un araldo

romano annunzierà quella liberazione dall’imperialismo macedone, ch’era

stata il sospiro sesquisecolare della Grecia.

Allorquando, narrano i cronisti, il banditore annunziò l’inaudito

messaggio, l’assemblea parve soccombere all’eccesso dell’emozione e

della gioia. Non si era sicuri di avere udito bene, tutti si guardavano

a vicenda, quasi sospettassero di essere cullati dalla illusione di

un sogno. Si richiamò l’araldo, lo si voleva riudire, lui che aveva

parlato la parola della liberazione; sopra tutto, lo si voleva vedere.

Egli ripetè il messaggio. Quand’ebbe terminato, la folla proruppe in

manifestazioni ed in applausi così clamorosi che gli echi del mare

vicino ne furono scossi. Per un momento il console romano, del quale

l’araldo non aveva fatto che ripetere la volontà e la parola, rischiò

di perire soffocato tra le acclamazioni della folla. Il popolo gli si

voleva stringere intorno, per rendergli grazie, per goderne la vista,

per isfiorargli la destra redentrice. Lo si coperse di ghirlande, di

fiori, di nastri.... Gli furono decretate statue in tutte le città

greche, fu votata una ambasceria, recante corone d’oro al senato

romano. Tutte le città elleniche vennero inscritte nel novero degli

alleati di Roma. La libertà, il più caro dei beni pei Greci, veniva

finalmente restituita! La protesta contro la secolare tirannide,

ringoiata per lustri interminabili di dolore, rompeva liberamente nella

frenesia di un inno di gioia![468]

Tali le sorti, tale la reazione della Grecia ai colpi dell’imperialismo

cittadino e straniero. Ma fra gli effetti disastrosi, che questo

provocava, ce n’era uno, che, divenendo a sua volta causa di

mille altre conseguenze, veniva ad esercitare su tutta la nazione,

un’efficacia più grande di quella del fenomeno originario, che l’aveva

determinato. L’imperialismo sboccava fatalmente nella guerra, e di

questa, come dei suoi effetti, dovremo intrattenerci nelle pagine che

seguono.

Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2) · 第 20 / 30 题