I proprietari del suolo.

Anche sui supremi proprietari, sugli incontrollati padroni del suolo,

incombeva il gravame della inalienabilità e della indivisibilità del

possesso, con tutte le conseguenze, impaccianti e dolorose, che abbiamo

visto discendere sul capo di ciascuno dei loro coloni[221]. Anch’essi

erano forzati a coltivare i propri campi, anche quando più non tornava

loro conto. Anche ad essi, nulla avendo da offrire in garanzia, era

preclusa ogni legale fonte di credito; anche ai più valenti, o ai più

fortunati tra loro, era impedita la via del soddisfacimento dei più

elementari bisogni, delle più sospirate ambizioni, dei più legittimi

e umani desiderî, e per lunghi secoli essi dovettero lottare e penare

innanzi di conseguire l’abolizione del tremendo divieto[222].

Se però il servo della gleba poteva vivere in campagna e curare

direttamente la terra che fruttava a lui lacrime a sangue, ma anche

il sostentamento, il suo signore, per cui ogni genere di fatica

materiale era una colpa, non poteva accudirvi direttamente, non

tentar di accrescerne la produzione, non sorvegliarne i lavori, non

soggiornare lungi dalla città. «Sotto questo riguardo», osserva un

grande economista moderno, «il regime del lavoro agricolo a schiavi,

considerando la cosa dal punto di vista puramente economico, era ben

più vantaggioso del regime della servitù della gleba»[223].

I signori in Grecia dovevano, dunque, vivere nella capitale e nelle

città capoluogo della contrada; ma qui, come in tutti i grandi centri,

la vita non era davvero a buon mercato. A Sparta per giunta (e il

costume non fu soltanto spartano)[224] i cittadini facevano un pasto

in comune, contribuendovi annualmente con un minimo di derrate e di

danaro[225]. Tale la spesa per le mense comuni. Bisognava inoltre

provvedersi di abiti, provvedere al vitto e alle vestimenta della

propria famiglia, alla casa, al suo arredamento, pagare le imposte,

fornirsi di armi di offesa, e di difesa (queste ultime in genere

costosissime), versare il contributo necessario alle feste, alle

processioni, ai cori, alle rappresentazioni teatrali[226].

Se i figli erano numerosi, tanto peggio: l’esiguo reddito doveva

ripartirsi sur un maggior numero di teste, e, alla morte del padre,

parecchie famiglie erano costrette a ritrovare il proprio sostentamento

in ciò ch’era riuscito insufficiente a sostentarne una sola. E mentre

degli eventuali progressi dell’agricoltura usufruivano proprietario e

colono, spettava al primo soltanto subire le conseguenze del progresso

materiale della civiltà e del moltiplicarsi delle sue raffinatezze e

dei suoi bisogni.

Aggiungi a tutto ciò l’incertezza della rendita annua, che induceva

il proprietario sulla china della imprevidenza o della prodigalità.

Aggiungi la fatale decadenza del terreno. Un bel giorno l’antico,

orgoglioso cittadino spartano non si trovava più in condizione di

versare il contributo quotidiano alla mensa pubblica, e ciò bastava

perchè egli perdesse i diritti politici nella sua città[227].

Nè, dando di piglio a mezzi estremi per iscongiurare una tanta iattura,

ad altro riusciva che a dilazionare, spesso a renderne più ruinosa

la catastrofe. Il proprietario infatti, cui era vietato alienare il

proprio boccone di terra, poteva contrarre debiti, o, meglio, giacchè

il prestito, come qualsiasi traffico del denaro, era legalmente

proibito, poteva ricorrere allo strozzinaggio di clandestini usurai.

Naturalmente, ottanta volte su cento, l’avvenire non gli avrebbe

concesso di riscattare la propria terra o la propria persona, o,

magari, quella dei figli, cose tutte ipotecate quale garanzia del saldo

del debito e dei suoi favolosi interessi[228]. Onde il sequestro dei

suoi beni, come la perdita della libertà personale e di quella dei suoi

cari sarebbero tosto venuti a segnare, per altra via, la sua decadenza

da cittadino e da proprietario[229].

Le condizioni, cui, in età più tarda, ebbero a pervenire i vari Paesi

organizzati secondo il regime economico che abbiamo descritto, possono

dirsi identiche a quelle, cui, innanzi il secolo VI, era già ridotta

l’ampia distesa dell’Attica, che Solone così descriveva: «La terra era

coperta d’ipoteche...; molti Ateniesi erano stati venduti...; taluni,

esuli per dura necessità, vagando di contrada in contrada, avevano

obliato la favella materna, altri subivano in patria una servitù

umiliante, tremando dinanzi alla verga dei loro padroni....»[230].

Talvolta, come è stato osservato[231], tutto ciò poteva anche essere

una finzione legale. Chi voleva sbarazzarsi del giogo della terra

figurava di diventar debitore e di decadere da proprietario. Ma la

conseguenza era sempre quella. Mentre una parte, anzi la maggiore,

della cittadinanza veniva sospinta a gran passi verso il pauperismo,

talora verso la schiavitù, pochi fortunati accentravano nelle proprie

mani, di fatto, se non di diritto, i redditi del suolo, e si veniva per

tal modo a costituire quell’enorme diseguaglianza delle fortune, che

un grande filosofo antico definiva causa prima di tutti i mali degli

Stati[232].

La grande crisi sociale.

Altri motivi concomitanti acceleravano e aggravavano il doloroso

fenomeno.

Era, l’abbiamo accennato, norma costante del mondo ellenico che il

diritto di proprietà rimanesse subordinato alla qualità di cittadino.

Gli è logico quindi dedurre che la perdita della cittadinanza

implicasse la menomazione dei diritti di proprietario. Or bene, era

questo un caso, assai comune, in Grecia. Qualche condanna giudiziaria,

che importava la così detta ἀτιμία; a Sparta, il celibato o la

insubordinazione alla disciplina sociale, ogni cosa portava alla

decadenza, in tutto o in parte, dai diritti di cittadinanza, e perciò

all’altra, legale o effettiva, dai diritti di proprietà[233]. Anche a

non voler ammettere una sì naturale conseguenza, il fatto stesso della

perdita dei diritti politici recava l’incapacità giuridica a garantire

efficacemente il proprio possesso. Coloro che discendevano in basso e

venivano esclusi dai tribunali e dalle cariche, passavano naturalmente,

come i poveri contadini (i _geomoroi_) dell’Attica del VI secolo, alla

mercè di chi aveva in sua mano e gli uni e le altre.

Ma un’assai più deleteria azione disgregatrice era quella che veniva

esercitando il fenomeno della guerra, in seno alle società agricole a

regime di servitù della gleba.

Triste destino e tristi società! Esse erano condannate a mantenere,

col loro sudore, una forte minoranza di liberi che non producevano

ricchezza, e il cui orgoglio supremo era quello di arare con la lancia

e di mietere con la spada! Compito, ben lo sentivano gli antichi,

difficile e faticosissimo! Quali territorî, sconfinati e fecondi, quali

pianure babilonesi, esclama Aristotele, non occorrerebbero ai cittadini

della ideale Repubblica di Platone per mantenere i suoi 5000 guerrieri

inoperosi, con le loro mogli e i loro schiavi![234]. Or bene, questo

era il duro ufficio della grande massa della popolazione della Laconia,

di Creta, della Tessaglia, e d’altrove. E poichè la terra a loro

disposizione non era sufficiente, occorreva, con la spada alla mano,

conquistarne delle nuove estensioni ancor vergini! Così l’esercizio

della guerra generava la guerra! Ma questa guerra, che, in forza

delle sue esigenze aveva suggerito agli antichi di riporre l’economia

sociale sulle basi della servitù della gleba o della schiavitù; questa

guerra, che aveva consigliato di umiliare al più basso livello di vita

centinaia di migliaia di creature umane e di esaltare pochi eletti ai

fastigi di un potere quasi sconfinato; la guerra — diciamo — finiva per

volgersi, con le sue estreme conseguenze, contro coloro che aveva essa

stessa liberati d’ogni vile cura e collocati alla cima della piramide

sociale. Non solo coi carichi, che, nella buona e nella mala fortuna,

veniva imponendo, essa operava in modo da ridurre progressivamente il

numero dei proprietari agiati, e quindi dei cittadini forniti dei pieni

diritti politici, ma per essa rivoli d’oro e d’argento penetravano

nelle città vincitrici, sconvolgendo quelle condizioni, che un dì

avevano reso socialmente utile la forma economica della servitù della

gleba.

L’esempio di Sparta è tristemente famoso. Ivi, già a mezzo il secolo

V, abbiamo i segni del costituirsi di grandi ricchezze mobiliari.

In questo tempo il re Plistonatte è condannato a una multa di ben 15

talenti; Agide I, si dice, possiede ben 500 talenti in moneta sonante.

Le accuse di corruzione per danaro investono continuamente efori,

generali, senatori. E del danaro gli stessi Spartani, che tanto si

erano sforzati di allontanarlo dalle proprie case, si servono per

corrompere gli Stati nemici, fin per violare la santità degli oracoli.

Essere ricco è alto titolo di onore, come un tempo lo era stato essere

povero[235]. La severa tavola spartana è ora contaminata da vini e

cibi, svariati e abbondanti, da leccornie inusitate, dagli splendori

di coppe preziose. Le case dei nuovi Lacedemoni sono sontuosamente

addobbate; le loro persone e loro vesti, sibariticamente profumate.

Taluni privati rivaleggiano in magnificenza e in raffinatezza coi re,

li vincono, anzi, nella gara inaudita[236].

Fu soprattutto la guerra del Peloponneso, la grande guerra

imperialistica, combattuta nella seconda metà del secolo V a. C.,

la guerra che per circa un quarto di secolo portò Sparta al dominio

dell’intero mondo greco, a dischiudere tutte le porte all’invasione

della ricchezza nelle case degli Spartani. E di essi, ai primi del

quinto secolo, un grande Ateniese può asserire: «In Sparta c’è più oro

e argento che in tutta la restante Grecia, giacchè per lungo ordine

di generazioni l’uno e l’altro metallo vi affluiscono da Greci e da

barbari, e non ne escono mai.... Cosicchè tu puoi ben dire che, quanto

a possesso d’oro e d’argento, gli uomini di quella città sono i più

ricchi di tutta la terra....»[237].

Ma, ahimè, i metalli preziosi, che man mano si accumulano nei forzieri

dei vincitori, ad altro non servono che a dissolvere la vecchia

economia nazionale e ad aprire nelle viscere di quella società, una

crisi più vasta e profonda.

Ben aveva avuto ragione l’antico oracolo di profetizzare che l’oro

e l’argento avrebbero fatto la rovina degli Spartani. Quivi, come in

tutti i Paesi agricoli poggianti sulla servitù della gleba, qui dove

l’industria e il commercio non esistevano, o dovevano ascondersi, quasi

vergognosi, perchè severamente banditi dalla parola della legge, i

nuovi capitali non venivano adoperati o invocati che ad un unico scopo,

ad un unico ufficio: il prestito[238], il che voleva dire, all’usura.

Senonchè l’usura, a sua volta, dopo il primo ingannevole sollievo,

faceva ricadere sugli infelici, bisognosi di tutto, il rigore del

più spietato diritto creditorio, e quindi sacrificava, alla sempre

crescente ricchezza di pochissimi, la morigerata agiatezza, che un

tempo era stata l’orgoglio dei più.

Ma il danaro intaccava ancor più profondamente questa società, e

finiva con ismagliare, con infrangere la corazza bronzea, in cui essa,

illudendosi, s’era voluta rinchiudere per l’eternità. L’irrompere

del danaro, in seno a questi vecchi Paesi agricoli, vi determinava

quegli stessi rivolgimenti che la restante Grecia avea già conosciuti

e subiti nei secoli VII e VI a. C. Con l’avvento del danaro l’economia

spartana cessa dal restare un’economia chiusa, ed entra in rapporto con

tutta la restante produzione greca. Ora il piccolo proprietario non

può più scambiare ciò di cui abbisogna, con i soli prodotti del suo

campo. Fra le une e gli altri è entrato di mezzo il danaro, il quale

fa sì che i prezzi delle merci abbiano un valore commerciale al di

sopra dell’antico valore d’uso. Egli ha ora bisogno di danaro, oltre

che di derrate agricole, per acquistare ciò che gli occorre. E poichè

danaro non possiede, come, purtroppo, ne posseggono i suoi più ricchi

concittadini, egli deve, anche a tale fine, procurarselo attraverso

l’usura!

«Ma anche pel grande proprietario», spiegò Edoardo Meyer, in un suo

saggio magistrale, che abbiamo più volte richiamato, «la cosa non

andava diversamente.... Anch’egli, se intendeva mantenere l’antica

posizione sociale, abbisogna, e sempre più, di danaro. Ma ora il valore

dei prodotti dell’agricoltura regredisce costantemente, sia perchè

l’importazione deprime i prezzi, sia perchè le nuove vie di guadagno»,

aperte dall’industria e dal commercio, «dànno un profitto di gran lunga

maggiore, e la vita diviene sempre più costosa»[239]. Così la grande

aristocrazia fondiaria precipita man mano economicamente in basso;

tal quale la grande aristocrazia fondiaria francese alla vigilia della

Rivoluzione, sospinta con passo crescente verso l’abisso dai possessori

della nuova ricchezza mobiliare, suscitata dalla guerra, la cui

onnipotenza riesce a disfare i più saldi regimi oligarchici come quello

spartano[240].

E fra i capitali disponibili che si creano e che non trovano impiego,

se non per una sola via, la più ruinosa — quella del prestito ad usura

—: fra gli eccitamenti e le seduzioni, che discendono dall’alto, e le

sollecitazioni dell’indigenza lacrimosa, che salgono dal basso; in

mezzo all’impotenza dei proprietari ad accrescere la produzione dei

loro terreni, e dei proprietari e dei servi insieme, a riparare alle

perdite, a saldare i debiti, a pagare i mostruosi interessi; in mezzo

all’universale concorrenza dei prodotti delle contrade circostanti, si

consuma quel processo d’impoverimento, quasi universale, a cui nessuno

sfuggirà, Sparta ancor meno degli altri Paesi che le assomigliavano.

Così anche nei regimi agricoli fondati sulla servitù della gleba,

il latifondo assurge a forma principe di possesso agricolo. In

Tessaglia, la grande proprietà finisce col dominare, arbitra delle

sorti del Paese. Ivi molti possono con mezzi propri equipaggiare interi

eserciti[241]. Ivi, dove l’opulenza degli Scopadi era proverbiale[242],

si faceva menzione di gente che aveva più di 2 o 300 servi sulle

proprie terre; ivi ben 6000 individui erano atti a mantenere il cavallo

e a militare fra i cavalieri quanti neanche ne forniva tutta la Grecia

centrale e meridionale. Ma il ceto medio era assai limitato, onde la

Tessaglia, proporzionalmente alla sua superficie (circa 10.000 km^2),

era povera di cittadini in condizione di servire nella fanteria pesante

quali opliti[243]. Ivi stesso, nel secolo III (così come in Laconia),

le agitazioni agrarie e le agitazioni per debiti si faranno violente e

quotidiane[244].

Ma quel che accadde in Laconia e in Messenia supera di molto la nostra

immaginazione.

Più spiccatamente che le altre, l’economia spartana in perpetuo

equilibrio instabile, minaccia, ad ogni momento, di rovesciarsi sul

suo asse. Già, secondo la tradizione, Licurgo, nel secolo IX od VIII,

era stato costretto a rinnovare l’originaria spartizione del suolo,

seguita alla prima conquista della Laconia, perchè il Paese, che

Sparta domina, conta già pochi ricchi e molti impoveriti. Ma, circa

cento anni dopo, alla vigilia della grande conquista messenica, taluno

degli Spartani torna a possedere pascoli assai più vasti che non

molti altri dei suoi concittadini. Lo squilibrio si aggrava nei due

secoli successivi[245]. Alla fine del V o ai primi del IV, Socrate

può ben dire al suo discepolo Alcibiade: «Tu ti credi ricchissimo.

Ma sei in grave errore. Se tu conoscessi le ricchezze degli Spartani,

sapresti che le nostre sono assai piccola cosa al confronto di quelle

di laggiù.... Gli Spartani posseggono grandi terre in Laconia e in

Messenia, poi, inoltre, gran numero di schiavi, di Iloti, di cavalli,

di greggi....»[246]. Ora tutta la valle dell’Eurota e tutta la ricca

Messenia, che insieme formavano un territorio di circa 8000 km^2,

sono divenute riserva di qualche decina di centinaia di proprietari,

e moltissimi o hanno proprietà insignificanti o non posseggono più

nulla[247].

Noi possiamo forse stabilirne la cifra. Ai primi del IV secolo, i

9000 Spartani dell’età di Licurgo (IX od VIII secolo)[248], forniti di

proprietà terriera e di pieni diritti civili, sono ridotti a 1500[249]

o, forse anche, a soli 1000[250], di cui ognuno in conseguenza avrebbe

goduto di una proprietà estesa per ben 5 km^2: più che dieci volte lo

scandaloso latifondo di Fenippo nell’Attica, che faceva strabiliare

gli eliasti, ascoltanti l’infocata parola di Demostene. E allorchè la

perdita della Messenia si è aggiunta ad aggravare la crisi economica

che travaglia la società spartana, i cittadini lacedemoni, a detta di

un antico[251], sono discesi, a mezzo il secolo III, ad appena 700, di

cui solo 100 proprietari dell’avaro suolo spartano!

Invano re Agide IV, tentando ripetere Licurgo, poteva, con una nuova

spartizione delle terre, ricostituire 4500 proprietari[252]. Quindici

anni dopo, il successore Cleomene, ripigliando l’opera interrotta, non

potrà racimolarne che 4000[253].

V’è un certo momento in cui i rapporti di agiatezza fra proprietari

e servi della gleba si invertono. Mentre la massa dei cittadini

impoverisce, alcune _élites_ di Iloti, più fortunati dei loro compagni

di dolore, salgono all’agiatezza. Nella seconda metà del III secolo,

6000 Iloti sono in grado di comperarsi col proprio denaro la libertà,

versando ciascuno cinque _mine_ (L. 500)[254], ossia una somma che

ormai più non riusciva a possedere la maggior parte degli antichi

Spartani.

Ma non si tratta soltanto di un processo di universale immiserimento.

Con questo andava congiunto il fenomeno continuo della depopolazione.

Nell’età di Aristotele, il numero degli Spartani rimaneva stazionario,

e in quella terra, sacra alle più feroci ordinanze malthusiane, già

si accordavano privilegi ai padri di tre o quattro figliuoli[255].

Sparta, esclama Aristotele, perisce per mancanza di uomini![256].

La popolazione superstite, senza terra, senza diritti, senza patria,

s’accinge a un’opera di sedizione cronica all’interno, che, or repressa

con la violenza, or placata con rimedi transitorî — condono di debiti,

nuove ripartizioni del suolo[257] — farà della nazione una preda facile

e desiderata dallo straniero.

Tale è la storia di Sparta, la supposta, immobile Cina ellenica, la cui

esistenza, secondo si esprime un antico, fu attraversata da discordie

non meno gravi e numerose delle altre città greche; tale quella della

Tessaglia, tale quella delle rimanenti regioni agricole, con cui esse

ebbero comuni i regimi economici.

Che cosa, in queste condizioni, poteva avvenire del benessere sociale,

che cosa del desiderio di conservare le istituzioni, la integrità

stessa della patria? «Il patriottismo», osserva uno dei più geniali e

profondi storici francesi, «non è da confondere con l’attaccamento al

suolo natio; non è, come questo, un sentimento istintivo, invincibile,

imposto da natura a tutte le generazioni che abitano uno stesso

territorio. Il patriottismo è un sentimento più libero, più vario,

dipendente da un maggior numero di condizioni. Si ama la patria,

cioè a dire, la propria città o la propria nazione, quando se ne

amano le leggi, i governanti, i costumi. Si ama per la educazione

ricevuta, per i buoni esempi riscontrati, per le virtù apprese. Si ama,

infine, quando si è convinti di doverle il proprio benessere e di non

saperne fare a meno»[258]. Là, dove ogni famiglia ha in abbondanza il

necessario alla vita, là dove si gode di una certa agiatezza, non può

regnare il desiderio della novità o quella specie di scoramento che

fa dire alle classi sottostanti: — Checchè avvenga, non staremo mai

così male come adesso! — Là, alla prima offesa, i cuori e le braccia

si unirebbero per respingere l’aggressore. Ognuno sentirebbe il prezzo

dei vantaggi di cui gode e il pericolo di perderli che deriverebbe da

ogni cangiamento. In Grecia, per contro, si assistette allo spettacolo

miserando di tutta una folla di afflitti, di vinti, di ruinati,

struggentisi nell’attesa, per lunghi secoli insoddisfatta, di quel

dominio straniero, che ai loro occhi rappresentava l’unico spiraglio di

scampo e di salute![259].

Il tramonto di una civiltà, vol. 1 (di 2) · 第 17 / 30 题