Origini della servitù della gleba.
Non tutta l’economia greca era — l’avvertimmo — posta in movimento
da schiavi; nè gli schiavi ed i liberi esaurivano tutta la serie di
forze di lavoro, di cui quel mondo, così vario e interessante, si
giovò ai fini della propria esistenza. In talune contrade, anzichè
adoperare dei singoli schiavi, o gruppi di schiavi, che la guerra
e il commercio venivano man mano fornendo, erano state assoggettate
intere popolazioni, le si erano fatte discendere a un livello inferiore
ai liberi, fosse pure più elevato di quello degli schiavi, e si era
imposto loro, sotto certe condizioni, a vantaggio dei nuovi signori,
l’obbligo di coltivare la terra, da cui mai avrebbero potuto liberarsi.
Tal’altra volta intere categorie di liberi lavoratori della campagna,
schiacciati dai debiti, erano stati tramutati in ischiavi, forzatamente
addetti a dissodare la terra per conto dei loro creditori. Certe
volte questo doloroso passaggio era stato volontariamente invocato,
quasi a protezione degli affanni crescenti, dagli stessi piccoli
proprietari, oberati dai debiti e dalle preoccupazioni, i quali
avevano venduto o ceduto il loro campo a un grande proprietario, con
la sola riserva di potervi restare a coltivarlo, di padre in figlio,
per generazioni e generazioni. Altre volte, infine, erano stati gli
stessi grandi proprietari, gli antichi possessori di schiavi, che,
decaduti, impoveriti e ridotti allo stremo di ogni risorsa, avevano
allentato la rugginosa catena dei loro soggetti, e ne avevano fatto
alcun che tra il libero e lo schiavo: un lavoratore della campagna,
che coltivasse la terra per proprio conto, ma che rimanesse legato
da insuperabili vincoli — morali, politici, economici — alla potestà
quiritaria dell’antico signore. Così, per tutte queste vie, e forse
anche per altre, a noi ignote, era stata creata, molti secoli innanzi
l’êra volgare, quella forma economica, che il Medio Evo diffuse da per
tutto, e che oggi conosciamo sotto il nome, odioso e odiato, di servitù
della gleba[176]. La Laconia e la Messenia ne furono in Grecia i Paesi
classici e caratteristici.
Servi della gleba, erano appunto gli Iloti, il cui nome è passato
attraverso la storia come sinonimo d’ogni umiliazione e d’ogni
miseria. In Messenia e in Laconia, come sulle terre dell’Europa
medioevale, il suolo era distribuito tra desolate famiglie di servi,
sparsi per la squallida campagna e costretti a faticare, dolenti, pei
lontani signori, dediti al non meno duro mestiere delle armi e della
politica[177]. Anche la servitù della gleba, dunque, mirava, in Grecia,
come dappertutto, a rendere possibile quella distinzione di classi
sociali — agricola e militare — la cui esigenza stava in fondo alla
più diffusa ordinaria schiavitù. E, pur troppo, come ci accingiamo a
vedere, la forma stessa di questa speciale economia dovea portare, nei
Paesi, in cui essa si radicò, conseguenze assai più tragiche che non la
schiavitù vera e propria.
La servitù nella Grecia antica.
Di servi della gleba, nel periodo classico, ne esistettero anche
altrove, fuori della Laconia e della Messenia. Ne esistevano in
Tessaglia col nome di _penesti_, ove essi, al pari degli Iloti
spartani, legati in perpetuo a determinati lotti di terreno,
lavoravano al servizio dei proprietari aborriti[178]. Ne esistevano
nella Locride[179], intorno a Eraclea Pontica — i così detti
_mariandini_[180] —, nell’Attica antica[181], in Creta col vario
nome di _afamioti_, _claroti_, _oicheis_[182], nell’Argolide fino al
IV secolo a. C.[183], in Sicionia[184], e se ne sono sospettati in
Corinzia, in Focide, ad Apollonia, in Acaia, a Chio, nel territorio
di Naupacto, di Eraclea Trachinia, di Siracusa ed anche altrove[185],
sebbene assai incerte risultino le notizie particolari, che ce ne sono
pervenute.
Or bene, in quale condizione vivevano, con quale successo riuscivano
a provvedere alla loro sussistenza, i Paesi agricoli ellenici, dove
imperò la servitù della gleba?
La servitù della gleba è, nelle sue apparenze esterne, una ingenua
forma di piccola proprietà terriera. Senza dubbio, il regime della
piccola proprietà fu sempre, e rimane ancor oggi, un regime assai
vantaggioso, anche quando non si tratti di proprietà diretta e
inappellabile. Riferendosi al mondo antico, Columella scriveva
che la terra profitta di più nelle mani di un libero fittavolo,
anzichè in quelle di un _vilicus_, ossia, del capo di una ciurma di
schiavi rurali. L’uno può non approntare scrupolosamente il fitto:
l’altro coltiva sempre male la terra, travolgendola in un disastroso
esaurimento. «Felice quel suolo — egli aggiungeva — che i fittavoli
si trasmettono di padre in figlio e nel quale essi sono nati e perciò
considerano come cosa propria!»[186].
Non diversamente avviene nel mondo contemporaneo. Due sono oggi le
forme più notevoli di proprietà indiretta della terra: il fitto e la
mezzadria. Il primo è il sistema in vigore nelle contrade più ricche
e materialmente più evolute d’Europa. Per esso il fittavolo è libero
di scegliere la coltura, che, a superficie eguale, dona un prodotto
più abbondante. Nulla l’ostacola nelle varie intraprese, e i benefici
ricavati tornano, quasi interamente, a suo utile, per cui, se la
durata dei fitti è grande, o il fitto è magari ereditario, i tre
inconvenienti più volte rilevati di questo sistema — l’assenza del
supremo interessato, il proprietario, il rifuggire dei fittavoli da
quei miglioramenti che non dànno frutto a breve scadenza, la negligenza
o il rapido esaurimento delle terre — non solo vengono interamente
eliminati, ma sono più che liberalmente compensati dai vantaggi, che
qui non è però il luogo di enumerare[187].
Ma, pur troppo, la piccola proprietà, nell’antica Laconia, e, in
genere, nei Paesi ellenici, che subirono un regime analogo, rispondeva,
anzi che al sistema del fitto, ad una delle forme peggiori tra
le molteplici della mezzadria. Gli antichi servi della gleba non
lavoravano il suolo per proprio conto, fornendo al lontano e distratto
signore un reddito fisso in natura o in danaro. Essi erano obbligati
a versare nelle sue mani una quantità di prodotti proporzionale al
raccolto annuo. Gl’Iloti della Messenia, versavano la metà del ricavato
del suolo[188]. Gli antichi _ectemoroi_ dell’Attica presolonica
erano tenuti al versamento, non sappiamo, se dei 5/6 o di 1/6 del
raccolto[189]. I Mariandini di Eraclea Pontica erano tenuti — ci
si dice — a fornire ai dominatori tutto quello che il bisogno o il
capriccio o la tirannia di costoro avesse richiesto[190].
Nè diversamente poteva accadere nella maggior parte degli altri Paesi,
che adottarono la servitù della gleba. Il versamento in natura,
proporzionale al prodotto del suolo, era il sistema più adatto per
coloni poveri, privi di capitali[191], e sembrava anche coincidere
col massimo interesse del proprietario del suolo, sempre naturalmente
riluttante a lasciare ai suoi servi un margine troppo ampio di
ipotetici guadagni. Così suole seguire in seno alle economie più
arretrate del mondo contemporaneo, così seguì nell’economia agricola
del tardo Impero romano e del Medio Evo, nella quale i rapporti tra
signori, coloni e servi della gleba si fondarono specialmente su
prestazioni in natura, proporzionali al prodotto del suolo, o su
prestazioni di lavoro[192].
Or bene, gli è precisamente questa forma — in apparenza benevola —
di contratto fra signori e servi quella che ha sempre costituito il
primo grave, imbarazzante motivo di stazionarietà e di decadenza in
seno ai regimi agricoli, che poggiano sulla servitù della gleba, e, in
conseguenza, presso i popoli ellenici che li adottarono.
Ciò che segna il progresso della ricchezza agricola non è il raccolto
totale, ma la _rendita_ netta, che si ricava dalla terra. La terra è il
capitale che l’industria umana fa valere, e quanto maggiore è l’utile
netto che essa, a superficie eguale, rende al coltivatore, tanto più
l’agricoltura è socialmente proficua, maggiore è la ricchezza che crea
nell’interesse generale. Ora la colonia parziaria o mezzadria, ossia
quel sistema di rapporti economici fra proprietario e coltivatore, per
cui questi versa al primo una parte proporzionale al prodotto, che egli
ricava dal suolo, ha per effetto d’impedire ch’egli preferisca quelle
colture, le quali, in ragione dello spazio che occupano, lasciano una
più alta percentuale di rendita netta. Il mezzadro infatti paga in
natura, e in una certa proporzione con l’intero suo raccolto. Egli
quindi è tratto a preferire le culture che reclamano il minore anticipo
di spese, nè può badare specialmente all’altezza del ricavato netto
del fondo, perchè questo non andrà a benefizio proprio, ma, in parte
eguale, a benefizio altrui. «Supponendo», scrive un economista[193],
«che un campo seminato a segala, esiga per ettaro 45 franchi di spesa
perchè ne renda 120, e che lo stesso ettaro, coltivato a frumento,
ne esiga 120 per renderne 250, un fittavolo non esiterà a scegliere
la cultura del grano. Egli calcola infatti in moneta sonante, e una
coltura, che gli renderà netti 130 franchi, varrà per lui assai più
di un’altra, che a superficie eguale gliene rende solo 80. Ma un
mezzadro è costretto a calcolare in maniera affatto diversa. L’ettaro
di segala gli rende 120 franchi su 45 di spesa, e, poichè egli ha
diritto alla sola metà della raccolta, sono 15 franchi che riscuote
di guadagno. L’ettaro di grano invece non gli lascerà per la sua
parte che 5 franchi di beneficio, ed egli non esiterà quindi a optare
per la segala....». Così, mentre il fittavolo attinge i maggiori
profitti dall’accrescimento della produzione, il mezzadro è costretto a
ricercarli dal miope risparmio dei capitali da investire nella terra, e
che egli preferisce lasciare inoperosi piuttosto che dividerne i frutti
col padrone.
Ma qual’è la portata pratica dell’onere imposto dal proprietario al
mezzadro e, nel caso nostro, al servo della gleba?
«Se la _decima_», scriveva Adamo Smith, il principe degli economisti
moderni; «se la decima, che pur non è se non la decima parte del
prodotto, è considerata come un gravissimo ostacolo al miglioramento
della cultura, una imposta, pari al 50% del prodotto, deve costituirne
un limite invalicabile»[194]. Figurarsi quindi ciò che doveva accadere
nella sterile Grecia antica, là dove i beneficî dei proprietari
salivano a percentuali, in genere vicine a questa, o forse più elevate.
Siffatte condizioni, si ripercotevano sull’intera vita economica del
Paese, decadente o per lo meno stazionario in economia, ma di una
stazionarietà, che precipita inesorabilmente a miseria ad ogni alitare
di concorrenza forestiera.
E v’era qualcosa di peggio, che non dev’essere dimenticato, come non ha
trascurato di rilevarla uno dei più noti, ma eziandio uno dei più acuti
sostenitori della mezzadria. Nei Paesi che adattano questo regime,
«la massa della popolazione — i coloni del pari che i proprietari —
trovansi provveduti di derrate. Ed ecco ciò che segue. Nelle buone
annate, i mercati sono ingombri di tutto il superfluo; nelle cattive,
mancanti del necessario. Invece, nei Paesi in cui predomina il fitto,
i fittavoli vendono ogni anno tutti i prodotti della terra eccedenti
il loro uso domestico; quindi i mercati sono sempre ben provvisti. E
poichè d’altro lato essi sono i soli che non comperino (tutte le altre
classi, anche i proprietari, si provvedono sul mercato), nei Paesi,
in cui il fitto predomina, si ha una somma maggiore di offerte e di
domande. Ne segue, che nelle cattive annate le derrate aumentano più
rapidamente di prezzo, e, in proporzione assai più grande, nei Paesi
a mezzadria che in quelli a fitto e, viceversa, nelle buone, i prezzi
ribassano di più e più rapidamente nei primi che nei secondi»[195].
Così le oscillazioni dell’abbondanza e della penuria sono più profonde
e frequenti nei Paesi a mezzadria che in quelli a fitto....
Figlia naturale della povertà, la mezzadria diviene dunque, di
regola, poco a poco, una delle cause determinanti della medesima[196].
Genio del malaugurio, essa ricorre e prepondera sulle altre forme di
contratto al ricorrere di ogni crisi economica, e di essa consolida
gli effetti e prolunga la durata, mentre sparisce o si attenua col
diffondersi della ricchezza e del progresso agricolo[197].
La condizione giuridica e morale dei servi della gleba e sue
conseguenze.
Tutti questi effetti economici, è bene ripeterlo, venivano egualmente
a pesare sulla antica servitù della gleba, o, per certo, su quella sua
forma specifica, che esistette in Laconia e in Messenia e in tutti
i Paesi greci con somigliante regime economico. Ma con un gravame
di non piccolo rilievo. Il servo della gleba non era libero. Egli,
in primo luogo, soggiaceva al divieto assoluto di disporre della
terra che coltivava col modo che avesse creduto migliore. Ora, un
possesso indiretto, coatto, inalienabile e indivisibile, si può, nelle
sue conseguenze, paragonare all’incirca al gravame di un capitale
intangibile e inalienabile, che si fosse stati costretti a mutuare
ad interesse. Tale regime obbligava il possessore alla coltivazione
del suolo, anche quando il passivo superava l’attivo; gli chiudeva
ogni mite fonte di credito, pur forzandolo, volesse o non volesse,
a proporzionare la spesa alle esigenze della proprietà; impediva che
la terra passasse a lavoratori più capaci di accrescerne il prodotto;
vietava, infine, ai più fortunati il soddisfacimento dei loro bisogni,
dei loro desideri, delle loro ambizioni.
Ma, come se ciò non bastasse, quel tanto di terreno, che
nell’assegnazione toccava a ciascuno dei servi della gleba, non poteva
non essere piccolissimo.
Se l’originario podere degli Spartani in Laconia si aggirava, come è
stato calcolato, intorno agli 8-9 ha. per famiglia[198], minore dovette
essere l’estensione della nuova porzione di terra, che a ciascun d’essi
toccò dopo la conquista della Messenia[199], ch’era però indubbiamente
più fertile della Laconia. Ciò dovette sentire lo stesso re Agide, il
quale tuttavia, nei suoi propositi arcaicizzanti di restaurazione,
voleva tornare a Licurgo e all’antica morigeratezza dei costumi,
allorchè, a mezzo il IV secolo, in una nuova ripartizione, sebbene
la popolazione libera spartana fosse scemata della metà, credette
opportuno estendere e di parecchio l’àmbito del suolo propriamente
spartano, la così detta πολιτικὴ χώρα[200]. Ma, pur troppo, la πολιτικὴ
χώρα della Laconia e della Messenia non doveva servire soltanto per le
poche migliaia di dominatori, ma per i 200.000 o 300.000 Iloti, che la
coltivavano. Si trattava quindi di coloni, per vizio d’origine, tisici,
condannati insieme con le loro famiglie alla stessa sorte miseranda dei
coloni dell’Impero romano, o dei mezzadri dell’Irlanda o dell’Italia
meridionale contemporanee.
Ma (vedi singolare contraddizione!), mentre i Greci primitivi avevano
adottato la servitù in vista della sicurezza che, in ogni caso,
durante le loro imprese militari, ne avrebbero ritratto per la propria
esistenza materiale, essi vennero via via col tempo, tratti dalle
nuove necessità della guerra, ad adoperare a tale uso anche i propri
servi della gleba. Così fecero certamente gli Spartani[201], così
i Tessali[202], così gli Eracleesi[203]. Or bene, tale innovazione
dovette aggravare, e di parecchio, la situazione materiale degli Iloti
e delle terre ad essi affidate. Dovette ripetere per la Grecia tutto
quanto, nello stesso tempo, accadeva nel Lazio romano, ove del pari,
per le identiche ragioni, si elaborava la rovina dell’agricoltura
e della piccola proprietà. Al termine d’ogni guerra, i disgraziati
coloni trovavano i campi mal coltivati, i tributi arretrati, l’azienda
domestica in rovina, i possessi, recanti le tracce dei saccheggi e
delle devastazioni nemiche.
Ma quali non erano le altre condizioni morali e politiche, di questi
coatti difensori dei loro tiranni! Con i servi della Grecia antica noi
ci troviamo di fronte a individui, i quali meritarono in ogni tempo la
suprema pietà degli uomini, espressa da un antico nella sentenza, che
definiva gli Iloti di Sparta «i più schiavi fra gli schiavi», ed i loro
padroni, «i più liberi fra i liberi»[204]. Gli Spartani esercitavano
sull’Ilota ogni sorta di sevizie, la cui gamma andava dai lavori
faticosi ai trattamenti vili e disonoranti. Ogni anno, senza che egli
si fosse reso colpevole, gli somministravano un determinato numero
di battiture, unicamente perchè non obliasse la propria condizione
servile[205]. Anzi, mentre in Tessaglia i servi della gleba avevano
ottenuto, in cambio della servitù, la garanzia perenne della vita[206],
a Sparta era lecito uccidere impunemente gli Iloti[207]. Forse, anzi,
dietro le incruenti battiture, di cui ci discorreranno gli antichi, si
nascondeva una singolare tragedia di ferocia e di sangue. A Sparta,
ogni anno, gli efori, che entravano in carica, si compiacevano di
gareggiare coi loro predecessori nei metodi e nell’astuzia di una
caccia spietata, di una Saint-Barthélmy dorica, nella quale gl’Iloti,
che avessero palesata una robustezza non conveniente al loro rango,
venivano, con ispeciale attenzione, sacrati all’assassinio![208].
Questa tremenda condizione dell’Ilota spartano è in ragione diretta
della sua triste condizione economica. Non sarebbe, anzi, spiegabile
senza di questa. Ma già a tanta distanza di luogo e di tempo, con
informazioni fuggevoli da parte delle fonti, riesce impossibile
formarsi un’idea esatta delle condizioni reali dei servi della gleba
nell’antichità greca. Meglio c’illumina il confronto con situazioni
più recenti ed analoghe, e noi troviamo che in Russia, ove la servitù
si consolidò molto tardi, e in seguito a numerosi contrasti, non
dissimile ne era, nel secolo XVII, la condizione. «Nessuno», scrive
lo storico, forse più autorevole della Russia moderna, il Milioukov,
«nessuno poteva intervenire nelle relazioni tra il signore ed il servo,
neanche il potere centrale. La servitù della gleba presentava allora
tutti gli attributi di un potere illimitato dell’uomo sull’uomo. Il
_pomiestchik_ (il signore) poteva strappare il servo dal suo boccone
di terra e deportarlo altrove, separando magari l’uno dall’altro i
membri di una stessa famiglia. Cominciò allora la vendita diretta
di quel materiale umano. Già fin dal secolo XVI il _pomiestchik_
esercitava su di esso i pieni poteri giudiziari; nel secolo XVII il
suo maniero si era arricchito di una prigione, di catene, di manette,
e l’arsenale delle sue prove giudiziarie, delle più raffinate torture
moscovite.... Il codice ordinava ai signori, è vero, di non uccidere,
di non storpiare, di non far morire di fame i loro soggetti, ma
si trattava di prescrizioni destituite di ogni sanzione pratica,
giacchè il _pomiestchik_, violandole, non incorreva in responsabilità
alcuna....»[209].
«Nessuna legge», scrive analogamente il Fustel de Coulanges, a
proposito della più mite servitù della gleba nella Francia medievale,
«nessuna legge determinava i doveri del servo, nessuna consuetudine li
aveva fissati. Le condizioni dipendevano dalla volontà del padrone; di
contratto non era a discorrere; nessun contratto era possibile fra il
padrone e lo schiavo....»[210].
In maniera identica i procedimenti giudiziari a carico dell’Ilota
erano sommarî e proditorî[211]. Egli era fuori di qualsiasi guarentigia
giuridica, e solo un disutile, convenzionale giuramento salvaguardava
il patto originario circa il quantitativo dei prodotti da versare
al padrone. Nulla che gli appartenesse era sacro; e il servo, che
nessun diritto possedeva di trasferirsi altrove e d’investire in
altre terre, con maggiore convenienza, i propri capitali, applicandovi
con interessamento la sua intelligenza e la sua attività, poteva da
un giorno all’altro essere strappato dal suolo, che aveva fecondato
col proprio sudore, essere applicato altrove, ed aveva sempre a
temere che, alla propria morte, il boccone di terra, che egli si era
illuso di considerare come proprio, tornasse, anzichè ai suoi figli,
al supremo proprietario del suolo[212], o ad altri, forse, che più
del supremo proprietario egli avrebbe avuto ragione di aborrire. A
Creta, ad esempio — suprema irrisione — al servo della gleba non era
espressamente vietato di associarsi in connubio con una donna libera.
Ma non era detto che la sua eredità dovesse andare ai propri eredi;
essa poteva andare ai figliuoli, che la moglie avrebbe potuto avere da
un altro uomo di condizione libera....[213].
Per tutto questo l’Ilota spartano fu il tipo di schiavo, che con
maggiore tenacia restasse nemico, implacabile e ribelle, dei suoi
dominatori: che il _penesta_ tessalo, una delle varietà dei servi
della gleba trattate meno peggio, non venisse mai meno al suo spirito
d’insubordinazione, nè mai desistesse dalle frequenti rivolte[214], e
che i _Calliciri_ di Siracusa, probabili servi della gleba anch’essi,
in una insurrezione generale, dimostrassero la natura dei propri
sentimenti, spogliando di tutti i beni e bandendo dalla patria gli
antichi padroni[215].
Che serenità di spirito, che cura della terra, che progressi agricoli
si potevano aspettare da gente, non mai sicura nè del domani, nè della
propria esistenza materiale, e per la quale un lavoro scoraggiante,
disperato, spegnendone lo spirito d’intrapresa, disanimandone le
iniziative, doveva sospingere verso l’inerzia, la noncuranza, il cieco
fatalismo?[216].
Gli antichi agronomi romani e i grandi signori feudali francesi
rilevavano che i servi della gleba, «non lavoravano» e «trascuravano
i poderi»[217]. I politici più avveduti della Russia del secolo XIX
ripetevano, quasi con le stesse parole, ciò che era stato detto del
lavoro degli antichi schiavi: «l’esperienza dimostra che i liberi
salariati rendono un guadagno _assai maggiore_ di quello che il
feudatario, il _pomietschik_, non ritragga dai propri servi....»[218].
E come in Francia sino alla Rivoluzione, così in Russia fino al secolo
XIX, conseguenza del lungo regime servile, fu il preponderare della
cultura più superficiale, il fornire ogni lavoro coi sistemi più rozzi,
senza periodicità di seminagioni, senza l’uso di concimi chimici
o di rotazioni, senza riposi del suolo, senza macchinario, senza
irrigazione, senza impiego di capitali. Così, mentre il territorio
della zona così detta sterile si allargava spaventosamente, e il
deserto seguiva passo passo le orme dei coloni, si rimaneva paghi
a sfruttare il suolo fino all’esaurimento, fino a che esso più non
avrebbe fornito se non erbacce cattive e pessimi raccolti, fino a che
non fosse stato più in grado di porgere una sola briciola di pane, di
promettere un raggio solo di speranza[219].
Così in Francia, così in Russia, così nelle colonie americane la
servitù della gleba determinava l’immobilità, il regresso, talora
la catastrofe economica[220], e, di conseguenza, le più note e più
tremende ripercussioni, morali e politiche. Tuttavia, se in questi
Paesi un tale stato di cose trovava eco e voce umana nelle querele e
nelle polemiche del giorno per giorno, il laconismo spartano e l’ombra
che grava su tanta parte della storia antica non hanno consentito che
sì numerose sciagure fossero ai nostri occhi rappresentate da altro se
non dal muto, spaventoso, crescente disastro della proprietà fondiaria.
Ma quanta eloquenza rechi nel proprio seno questa illustrazione, di che
danni fosse segno, di che implacabile Nemesi storica essa si erigesse a
ministra, noi possiamo ancora vedere.