La schiavitù e la sua importanza storica.
Il primo dei molti problemi, che un’associazione di uomini,
regolarmente costituita, deve risolvere, è quello della produzione
materiale. Non che tale sia il fine più nobile, fra i molti, cui la
vita umana possa tendere, ma è certo quello che condiziona tutti
gli altri, ed essa ha, in ogni società, l’identica importanza che
il bilancio domestico in una famiglia, che il bilancio pubblico in
uno Stato. Fortunato quel popolo che, avendo risolto felicemente
il problema della sua produzione, riesce, così facendo, a rendere
possibile la sua esistenza sociale! Esso avrà conquistato la forza di
attraversare incolume i rischi più terribili, che talora si abbattono
sulla vita delle nazioni; avrà trovato il segreto di dominarli o
di superarli. Quella società, invece, che a ciò non avrà saputo
provvedere, quali che siano le aspirazioni ideali della sua maggioranza
o delle sue minoranze elette, non potrà non finire, scivolando
lentamente nella decadenza o precipitando d’un balzo nella catastrofe.
Così, ripetiamo, avviene nella vita dei singoli; così in quella delle
nazioni. Se dunque noi vogliamo riuscire a cogliere le cause prime
della grandezza o della decadenza dei popoli, noi dobbiamo anzitutto
sforzarci di mettere la mano sulla loro speciale forma di produzione
e intenderne il meccanismo, i vantaggi, i difetti: quello che, in
una, parola, li mette in grado di vivere e di trionfare nella gara
universale.
Or bene, il mondo antico — e quindi anche la Grecia — poggiarono sulla
pietra angolare della schiavitù. Lo schiavo, o, meglio, il lavoratore
non libero, fu al tempo stesso lo strumento e il motore animato
dell’agricoltura, dell’industria e del commercio antico. Lavoravano
anche i liberi, ma in proporzione assai più piccola e (salvo in tempi
o in regimi economici relativamente progrediti) con una capacità
e una versatilità infinitamente minori di oggi. Il fenomeno della
schiavitù, nel mondo antico, è stato più volte, troppe volte, oggetto
di aspre requisitorie morali, di condanne violente per le società che
si acconciarono ad adottarla. In realtà la schiavitù fu, nè più nè
meno, che uno dei tanti mezzi, per cui l’uomo, attraverso i tempi, si
è sforzato di risolvere (solo parzialmente riuscendovi) il problema
della sua esistenza materiale. In quella fase dell’età prima di ciascun
popolo, in cui le braccia di una sola gente o di una sola tribù
non furono più bastevoli alla coltura del suolo, alla difesa dagli
aggressori esterni, alla produzione di tutti gli oggetti occorrenti
alla vita: in tempi, nei quali nessuno dei mezzi, che oggi valgono
ad allettare e fissare il lavoro dei liberi, riesciva praticamente
efficace, laddove le guerre, continue fra minuscoli aggregati sociali,
fornivano in abbondanza le braccia pel lavoro servile, gli uomini
ebbero il merito insigne di rivolgere a scopi utili questa somma non
indifferente di energie, che il caso poneva a loro disposizione, su
territori sconfinati, talora in gran parte sterili. Per tal via la
schiavitù segnò una delle prime forme dell’umano lavoro e divenne
strumento efficace di produzione e di accrescimento della ricchezza.
Essa segnò la prima separazione di funzioni nella società primitiva;
essa permise la divisione del lavoro sociale, e, nel lavoro stesso,
una distribuzione particolare di energie e di attitudini; soprattutto,
essa rese possibile due fatti, che in seguito dovevano assumere la più
alta importanza: in primo, la separazione di una classe guerriera da
una classe produttrice, il che rese possibile la formazione di grandi
Stati, invece delle atomiche tribù primitive; in secondo, l’abito
metodico e costante al lavoro, ossia la possibilità della produzione
di beni e di ricchezze, che servissero a qualcosa di più complesso e
di più alto della soddisfazione dei bisogni elementari ed immediati
dell’individuo. Questa la grande funzione storica della schiavitù
primitiva![7].
Pur troppo, come avviene di tutte le forze che si sviluppano in seno
alla vita e alla storia, anch’essa, la schiavitù, andò col tempo
svolgendo ed emanando da sè medesima un’influenza nociva all’ambiente
sociale, in cui era posta e viveva, un’azione contraria allo sviluppo
economico, che essa aveva saputo suscitare. Tali conseguenze si
andarono aggravando con l’incalzare dei secoli. Studiare quindi,
nella Grecia antica, la forma del lavoro servile, la sua natura, la
sua portata, le sue conseguenze — in una parola, la sua crisi, e le
crisi sociali, ch’essa andò man mano determinando nei vari dominî
dell’industria, del commercio — significa penetrare nel mistero della
sua vita spirituale: così oggi studiare le crisi del regime di quel
libero salariato, che s’inaugurò nel mondo nei secoli XIV-XV, significa
risalire alle origini prime della più grande fra le tragedie materiali
e morali, che travagliano la civiltà contemporanea dei due mondi.
La popolazione schiava in Grecia.
A tal fine, ossia al fine di formarsi un’idea esatta del peso che
la schiavitù esercitò nella vita sociale ellenica, noi brameremmo
vivamente conoscere il rapporto numerico fra la popolazione libera
e la servile, e quello dell’una e dall’altra, con la superficie,
la produzione, l’importazione ecc., nei singoli Paesi della grande
nazione.
Pur troppo, assai esigua è la copia dei dati, di cui possiamo disporre,
e soltanto nei rispetti più superficiali e più generici del problema.
Secondo i calcoli più noti e più accreditati del Beloch[8], i rapporti
fra popolazione libera e popolazione schiava, nei Paesi greci di cui
meglio siamo informati, e nel periodo più luminoso di quella storia,
ossia a mezzo il secolo V, sarebbero i seguenti:
Superficie Popolaz. Schiavi Pop. relat. Pop. fra
in km^2 libera per km^2 lib. e sch.
Argolide 4185 165.000 175.000 78 1:1,09
(insieme con
Egina e
Corinto)
Attica 2647 135.000 100.000 89 1,35:1
Megaride 470 20.000 20.000 88 1:1
Beozia 2580 100.000 50.000 58 2:1
Eubea 3592,3 40.000 20.000 17 2:1
Cicladi 2701,4 80.000 50.000 48 1,60:1
Corcira 770,6 30.000 40.000 91 1:1,33
Ma si tratta di cifre, diremo così, morte, ossia di cifre, in buona
parte lambiccate su ragionamenti critici d’incertissime fondamenta, e
attraverso le quali non si distinguono le forme diverse di lavoro, cui
le centinaia di migliaia di schiavi della Grecia antica attendevano.
Una immagine più viva della realtà è forse preferibile attingere dalle
genetiche valutazioni degli antichi scrittori, o fissando l’attenzione
sulla natura di talune delle aziende — agricole, industriali,
commerciali — della cui memoria il tempo edace non volle, come di
solito, privarci.
In genere, la grande proprietà, in Grecia, non impiegava schiavi, ma
servi della gleba, del cui infelice regime avremo ad occuparci in altro
capitolo del presente volume. Ma impiegava anche schiavi, e di schiavi
si servivano la media e la piccola proprietà. Nella classica operetta
di Senofonte, l’Economico, tutto il personale degli addetti al lavoro
dei campi è, quasi per definizione, concepito come schiavo. Schiavo
è di regola il direttore dell’azienda, e schiavi sono gli operai, fra
cui il padrone del fondo deve ogni giorno recarsi, con cui gli tocca
dividere la fatica, intellettuale e morale, se non precisamente quella
materiale delle braccia, e a cui, a tempo e luogo, egli impartisce
lodi, incitamenti, castighi. Allorchè, nella terza fase della Guerra
del Peloponneso, gli Spartani occuparono Decelea, piantando così una
spina nel cuore dell’Attica — quella spina che Atene non riuscirà più a
svellere dalle proprie carni — ben 20.000 schiavi lasciarono i lavori
quotidiani, ed erano in buona parte fuggiaschi dai campi e dal duro
ufficio della custodia del bestiame[9]. Ogni fondo, piccolo o grande,
aveva i suoi schiavi[10]. La Beozia, paese eminentemente agricolo e
punto industriale, contava una cospicua popolazione servile, la quale
andò crescendo sensibilmente dal V al IV secolo di C.; e schiavi anche,
almeno nel IV secolo, c’erano in Locride e in Focide, dove Mnasone
di Elatea cominciò col possederne da solo circa un migliaio[11], con
grande scandalo dei suoi concittadini, memori delle antiche, libere
tradizioni locali. La conclusione, possibile a ricavare da tanti
elementi, è questa: che in Grecia «esisteva una massa enorme di schiavi
impiegati nell’agricoltura»[12].
Non meno numeroso era il personale servile richiesto dall’industria
ellenica. Lo schiavo dava moto e vita, non solo alle aziende di una
certa importanza, ma anche all’umile lavoro dell’artigiano; non solo
alla grande, ma anche alla piccola e alla piccolissima industria.
In Atene l’officina dell’oratore Lisia e del fratel suo contavano
all’incirca 120 schiavi fabbroferrai; quella dell’oratore Demostene,
20 schiavi ebanisti e 33 fabbricatori di armi. Altre officine dovevano
essere più piccole. Una fabbrica di scarpe — quella di Timarco — non
superava i 9 o 10 schiavi; v’era chi possedeva un unico schiavo, quale
suo umile aiutante. E sono gli schiavi a lavorare il ferro e il bronzo,
a fabbricare passamanerie e strumenti musicali, a conciare pelli, a
preparare droghe e profumi[13].
Uno dei campi più notevoli di applicazione del lavoro servile è
l’estrazione del metallo dalle miniere e la sua prima lavorazione.
Tutte le dure fatiche minerarie sono compiute da schiavi, e
nell’Attica i concessionari per l’estrazione e per la prima lavorazione
dell’argento del _Laurium_ disponevano chi di 50, chi di 300, chi di
600, chi di ben 1000 schiavi[14].
Lo Stato intraprende talora grandiose costruzioni pubbliche. Uno
degli scopi principali ne è quello di dar lavoro e pane all’irrequieto
proletariato delle grandi città. Ma anche le imprese, iniziate dallo
Stato, o che si fanno per suo conto, impiegano schiavi. Dai conti,
che ancora possediamo, di lavori pubblici nell’Attica, si rileva
come gli schiavi si ritrovino in ogni specie di attività manuale,
qualificata o no, ma certo, particolarmente, in quelle più facili e più
grossolane. Di 38 lavoratori della pietra, addetti alla costruzione
dell’_Erechteion_, in Atene, almeno 15 sono certamente schiavi[15].
Altri schiavi figurano nei conti relativi ai lavori di un santuario a
Cerere e Proserpina in Eleusi, nei conti dell’_Eleusinion_ in Atene,
non che nei lavori del _Portico_ così detto di _Filone_[16]. E schiavi
sono in prevalenza — forse 10 contro 1 — i lavoratori del Didymeion di
Mileto, nella prima metà del secolo III a. C.[17].
Anche nel commercio greco gli schiavi hanno la loro grande parte. È
probabile che, quali mercanti, figurino in intraprese pubbliche, per
esempio, nei lavori relativi all’_Erechteion_, al Santuario di Eleusi
e all’_Eleusinion_ ad Atene[18]; ma è certo che essi figuravano come
impiegati, come dirigenti, e perfino come associati nel commercio
privato e nelle piccole industrie bancarie dell’Atene classica. La
conclusione possibile a ricavare da tanti elementi, è ancora una volta
questa: che nell’Ellade classica, in seno all’industria, al commercio,
alla banca, l’elemento servile fu preponderante sull’elemento libero,
e che, in genere, la popolazione schiava, di fronte a quella libera,
se non strabocchevole, come nel mondo orientale e romano, non fu certo
esigua; onde i suoi gravi effetti, se non sterminati come in altre età
e presso altri popoli, non mancarono di riuscire sensibili.
Improduttività e costosità del lavoro servile.
La prima delle perniciose ripercussioni economiche della schiavitù
era la seguente: gli schiavi, mentre da un lato offrivano a chi li
possedeva e faceva lavorare, un margine minimo di reddito netto,
minacciavano, dall’altro, di stazionarietà o di regresso le sorti
della produzione ad essi affidata, e la restante popolazione, dei
danni non lievi di una concorrenza spietata e di un prodotto scarso e
relativamente costoso.
Le ragioni del primo fatto sono agevoli ad intendere. Mentre nella
moderna economia a libero salariato, il proprietario o l’industriale
non spende nulla o assai poco per la sorveglianza del lavoro, nulla
pel mantenimento dei lavoratori, limitandosi a corrisponder loro — e
senza continuatività alcuna — un salario, che può essere inferiore ai
bisogni elementari dell’operaio e sempre deve esserlo al valore del suo
prodotto, in regime a schiavi, avviene precisamente l’opposto. Qui la
sorveglianza deve essere continua e abbondante, qui il mantenimento non
può limitarsi al periodo, in cui lo schiavo compie una funzione utile,
ma è necessario si estenda anche a quelli in cui il suo lavoro riesce,
per cause impreviste, o assolutamente nullo o passivo. Nel regime
a schiavi, infine, la sussistenza dei lavoratori deve essere curata
in modo speciale, perchè solo sui proprietari ricadono i danni delle
malattie, della morte, della vecchiezza degli schiavi e della diminuita
quantità e della peggiorata qualità del prodotto[19].
Mentre il libero lavoratore porta seco talvolta gli strumenti del
lavoro, e sempre un’abilità e una tecnica particolare, un tal quale
interessamento, suscitato in lui dal timore di eventuali rappresaglie
o dalla speranza di compensi straordinari, lo schiavo non dispone di
alcuna capacità sua propria, o, in tal caso, è acquisibile a prezzi
elevatissimi; e solo per eccezione, e in condizioni speciali, riesce
possibile stimolarne utilmente la diligenza e l’attività. Perfino
il fatto stesso dell’organizzazione e della resistenza dei liberi
lavoratori, che oggi rappresenta uno dei pericoli maggiori per la
contemporanea economia capitalistica, ha un suo lato favorevole,
in quanto costituisce uno stimolo continuo al perfezionamento degli
strumenti della produzione. Ma dell’una e dell’altra lo schiavo è, per
definizione, incapace.
All’opera dello schiavo non può affidarsi alcuno istrumento
perfezionato perchè non saprebbe usarne, e lo guasterebbe. Ma se
per caso egli ne scoprisse uno che valesse a rendere più leggera e
più breve la sua fatica, egli non trarrebbe compenso alcuno dalla
sua invenzione, ma sarebbe considerato e trattato come un operaio
spregevole che rifugge dal lavoro. Onde là dove si adoperano schiavi,
è necessariamente impiegata maggior copia di forze di lavoro che
non dove si adoperano lavoratori liberi, e l’opera dei primi riesce
meno remunerativa anche quando e dove la giornata dei liberi risulta
costosissima[20]. Per le stesse ragioni, assai difficilmente possono
affidarsi agli schiavi lavori difficili e complicati. Onde, non
sviluppo tecnico dell’agricoltura e dell’industria, non intensità
o versatilità della produzione[21], non l’uso dei cottimi, non
possibilità di proporzionare il numero dei lavoratori alle oscillazioni
del mercato, non fortunosi effetti della concorrenza operaia, ma
pesante tardità e rudezza d’opera, rapidissimo esaurimento del terreno,
crisi incessanti, margini di guadagno angusti, una condizione forzata
di semipovertà generale.
Questi fenomeni non potevano non gravare, ora poco ora moltissimo,
sull’economia classica, ed essi furono, talvolta con maggiore,
tal’altra con minore consapevolezza ed intenzione, segnalati dai suoi
antichi teorici. D’altra parte, le condizioni igieniche erano nel
mondo greco-romano, specie nei grandi centri, assai più deplorevoli
che in quello a noi contemporaneo; donde quella frequenza di mostruose
epidemie, che talvolta mietevano a migliaia per giorno la popolazione
di una sola città e arrecavano la desolazione e lo sterminio di
intere province[22]. Ora, se la constatata brevità della media
individuale della vita[23], e se la mortalità dei liberi tornava a
danno dei pazienti e delle loro famiglie, le conseguenze dell’identico
fenomeno, ogni qualvolta si trattava di schiavi, ricadevano tutte sui
loro possessori, il cui profitto poteva magari venire letteralmente
assorbito dalla rata d’ammortamento, d’ordinario elevatissima.
Nè era tutto: la mortalità degli schiavi, che, come sempre, doveva
riescire di parecchio superiore a quella dei liberi[24], veniva, coi
nuovi acquisti, ch’essa imponeva, ad avvincere il proprietario al
monopolio degli allevatori e dei cacciatori di carne umana, le cui
onerose pretensioni devono, anche nell’evo antico, essere state uno dei
più gravi incitamenti a quelle frequenti razzie, che si denominavano
guerre coloniali[25]. Ma, di rimbalzo, altrettanto perniciosi, nei
rispetti dell’economia a schiavi, erano gli effetti d’ogni genere
di guerre, specie se combattute fra popoli confinanti, specie se
frequentatissime come nel mondo ellenico. Esse porgevano occasione a
bottini e a fughe di schiavi, e questo, mentre da un lato provocava
nuovi dispendi, sia per le taglie e le ricompense, talora elevatissime,
ai catturatori[26], sia per i contratti di assicurazione[27], cui era
d’uopo ricorrere (cose tutte che moltiplicavano le già considerevoli
spese di mantenimento), determinava sempre, all’improvviso, crisi,
subitanee e dolorose, nella industria e nella agricoltura.
Non diversi erano gli effetti delle carestie, molto più frequenti che
non oggi, sia a motivo della coltura rudimentaria, e quindi della
scarsa produttività della terra, sia della mancanza di un mercato
mondiale, sia dello stato, quasi permanente, di guerra, in cui si
dibattè, pur troppo, per secoli, l’Ellade antica[28]. Per esse,
infatti, il possessore di schiavi era posto nel doloroso dilemma o di
sostentare con una spesa moltiplicata il costoso personale servile[29]
o di lasciarlo perire, mandando in rovina ciò che per lui rappresentava
un ingente capitale di lavoro.
Palesi, dicemmo, erano agli occhi di tutti la malavoglia e l’infedeltà
con cui lo schiavo prestava la propria opera[30]; infedeltà e
malavoglia, che, mentre da un canto si traducevano nella necessità
di una sempre crescente e moltiplicata sorveglianza, erano, d’altro
lato, cause principali della deficienza, qualitativa, e quantitativa,
del prodotto del suo lavoro[31]. Or bene, si potrebbe pensare che
esistessero, in potere del proprietario, espedienti disciplinari,
straordinari e inauditi, in confronto a quelli che a lui sarebbe
stato lecito usare coi liberi. Ma si tratta di mera illusione:
ogni sfregio operato sulle carni degli schiavi, maltrattandone od
abbreviandone l’esistenza, equivaleva a scemare il valore del capitale
del proprietario, e, in certi casi, a provocare un vuoto incolmabile
nel suo patrimonio[32]. Ond’è che da Platone[33] a Senofonte[34],
da Senofonte a Catone[35], da Catone a Varrone[36], da Varrone a
Columella[37], si leva universale l’ammonimento, pur troppo vano,
che gli schiavi debbono essere trattati con ogni riguardo, e non
già per ispirito di umanità, sibbene nell’interesse medesimo del
proprietario![38].
Il regime a schiavi e la produzione.
Tutto ciò è a dire nei rispetti di coloro che adoperavano schiavi,
ossia delle classi, dirigenti e produttrici, dell’antichità classica,
talora paradossalmente povere come i più poveri dei loro soggetti[39].
Altrettanto dolorosa è la constatazione di quello che avveniva
nei rispetti della qualità della produzione servile, ossia, di un
fatto che toccava l’interesse generale della società. — _Il lavoro
servile è un lavoro da carnefici!_[40] —. Questo il grido disperato
che prorompe dalla bocca di tutti gli economisti dell’evo antico.
L’agronomo romano Columella, vissuto nell’età del maggior sviluppo
della schiavitù in seno al mondo greco-italico, scriveva: «Gli schiavi
danneggiano assai la coltivazione: locano i buoi al primo venuto, li
nutrono male, lavorano la terra senza intelligenza; mettono in conto
più sementi che non ne seminino; trascurano il prodotto del suolo;
il grano che hanno portato sull’aia per batterlo, o lo rubano o lo
lasciano rubare; il grano, già riposto, non lo dànno fedelmente in
conto; di guisa che, per colpa del dirigente e dei suoi schiavi, la
proprietà va in rovina....». E in altro luogo: «Se il padrone non
sorveglia attivamente i lavori, accade quello stesso che in un esercito
durante l’assenza del generale: niuno più adempie al suo dovere....
Gli schiavi si abbandonano ad ogni genere di eccessi..., pensano meno
a coltivare che a devastare....»[41]. E Plinio il vecchio, allargando
la sua osservazione e la sua condanna ad ogni forma di lavoro servile,
aggiungeva: «È pessima idea quella di far coltivare i campi da schiavi,
_giacchè pessima è l’opera di chi fatica, costretto soltanto dalla
disperazione!..._»[42].
Non basta. Uno dei motivi principali della rovina dell’agricoltura,
nonchè della decadenza o della stazionarietà dell’industria, è stato
in ogni tempo l’assenteismo del proprietario. Ma i malefici effetti
di cotale fenomeno venivano resi le mille volte più acuti e sensibili
dalla esistenza di un regime a schiavi, il quale, d’altro canto, in
grazia della sua stessa natura, ossia per l’illusione ch’esso dava di
lavoro meccanico e sempre uguale a se stesso, induceva più facilmente
i produttori a contravvenire al loro obbligo morale di una presenza
continua ed operosa. Come nel mondo romano, così in quello greco, i
dominî rurali alquanto estesi e le officine, specie se proprietà di
gente arricchita, e che, come tale, amava occuparsi di tutto, fuorchè
di agricoltura o d’industria, venivano affidati a un sovrintendente,
il quale, nel maggior numero dei casi, era uno schiavo[43]. A parte la
difficoltà, sempre rilevata dagli antichi, di trovare all’uopo persona,
tecnicamente e moralmente capace, il sovrintendente altro desiderio non
poteva avere all’infuori di quello di sfruttare sino all’esaurimento
la terra col minimo di capitale, o di produrre merci della minore
spesa e della peggiore qualità. Per lui, povero schiavo, la concorrenza
intercapitalistica non dispiegava mai l’abbondanza delle sue sgargianti
lusinghe, onde l’ingorda inerzia e il rozzo empirismo — che egli
non aveva del resto mezzi per affinare — rimasero nell’antichità due
motivi fieramente avversi allo sviluppo dei due rami principali della
produzione e al progresso delle scienze che vi si collegano[44].
Alla metà del secolo XIX, nelle colonie meridionali degli Stati Uniti,
nelle quali fioriva vigorosa l’economia a schiavi, e la concentrazione
della proprietà aveva favorito al massimo grado l’assenteismo dei
proprietari, la produzione, entro un solo decennio, scemò del 7%,
mentre nelle colonie del nord, popolate di liberi lavoratori, essa
cresceva del 27%[45]. Per gli stessi motivi, in Italia, entro un
secolo, da Varrone a Columella, la produzione cerealifera scemava del
30 o 40%[46].
Ma, assumendo come esempio il caso più fortunato, quello cioè di un
capociurma, tutto inteso a sfruttare fino ai limiti del possibile
le sue energie di lavoro — i suoi schiavi —, noi non possiamo non
sentire come la ripugnanza di questi ultimi e gli espedienti, subdoli
o palesi, che essa avrebbe loro suggerito, dovevano farsi più numerosi
e più gravi sotto la sorveglianza di un siffatto dirigente che non
sotto il comando di un libero, o, tanto meno, del vero proprietario
della terra o dell’officina. Per tutte le suesposte ragioni i lavori
tiravano in lungo, il prodotto scemava di quantità e peggiorava di
qualità, la terra si esauriva; talune produzioni non riuscivano a
mantenersi in vita[47]; nell’agricoltura si rendeva inevitabile il
latifondo; nell’industria, le grandi intraprese, cui, come abbiamo
visto e torneremo a vedere, sospingeva per strana ironia la natura
stessa del lavoro servile, intisichivano, colpite da misterioso arresto
di sviluppo, e ad ogni giorno, ad ogni ora, ricorrevano — dolorose
conseguenze dell’economia dominante — tutti quei fenomeni che in tutte
le età hanno tristemente squillato come segnali d’allarme del regresso
della produzione.
Non mancano altri mezzi di accertamento di un siffatto fenomeno,
capitalissimo. La scarsa produttività dell’antica mano d’opera servile
è indicata dal tempo e dal personale richiesto dai vari generi di
lavoro.
Il vecchio Catone calcolava come indispensabili a coltivare un oliveto
di 240 iugeri (Ea. 60 circa) ben 13 schiavi[48]. E si trattava di
cultura arborea, anzi della cultura dell’olivo, la quale esigeva un
assai minor concorso di lavoro, che non la vite o i cereali. Un vigneto
di 100 iugeri (Ea. 25 circa) richiedeva infatti ben 16 schiavi[49].
L’agronomo Saserna ne calcolava 12 per 100 iugeri (Ea. 25 circa) di
terre in semina[50], supponendo necessarie da 5 a 6 giornate per ogni
iugero (a. 25 circa) di suolo pianeggiante[51], e 4 buoi e 11 schiavi
per arare 200 iugeri (Ea. 50) di terreno alberato[52]. Columella
opinava che un podere non alberato di 200 iugeri (Ea. 100) si dovesse
coltivare con non meno di due paia di buoi e quattro schiavi, nonchè di
sei altri operai, e che delle sementa granifere, le quali abbisognano
di una quadrupla aratura, si può ultimare lo spargimento su 25 iugeri
(Ea. 6) solo entro quattro mesi circa di lavoro[53].
Or bene, un secolo e mezzo addietro circa, in Inghilterra, senza
ancora l’aiuto del moderno macchinario agricolo, e per gli stessi
lavori, s’impiegava un numero parecchie volte minore d’operai[54] e,
certamente, con lo stesso numero d’operai, una quantità assai minore di
tempo.
Il macchinario e i lavori agricoli in Grecia.
I mali effetti della schiavitù e della sua relativa improduttività
venivano aggravati dalla rudezza del macchinario agricolo e
industriale, che, a sua volta, dipendeva (l’abbiamo notato) sia
dalla normale malavoglia ed inesperienza degli schiavi, per cui
era pericoloso affidar loro strumenti delicati e difficili, sia
dall’inceppato sviluppo tecnico di ciascun ramo della produzione.
Sembra un caso, mai non lo è: il popolo greco, fornito di tanta
squisitezza, d’intelligenza, di tanta profonda cognizione delle
discipline matematiche, non seppe, attraverso lunghi secoli di
prosperità, compiere alcun progresso, degno di rilievo, nel macchinario
o nei lavori dell’industria o dell’agricoltura; e dei progressi
notevoli che, in quest’ultima, ebbe a compiere il popolo romano[55],
è mestieri dichiararsi debitori all’età che precedette la universale
adozione dell’economia servile e alle molteplici influenze, che, nella
sua lunga e avventurosa storia, esso ebbe a subire e ad usufruire[56].
Nè poteva darsi altrimenti. Lo sviluppo tecnico e scientifico
sono determinati, non già, come volgarmente si ritiene, dalla
inventiva di isolati scienziati e pensatori, ma in primo luogo dalle
esigenze, tecniche ed economiche, del lavoro. Nelle moderne colonie
americane, ove fu a suo tempo restaurato l’antico lavoro a schiavi,
gli strumenti della produzione non apparvero più simili a quelli
dai coloni conosciuti e adoperati nella madre patria, chè vi se ne
erano sostituiti altri, rozzi ed inetti, rievocanti il macchinario
dell’agricoltura e dell’industria antica. Di essi un osservatore
contemporaneo scriveva: «Quanto alla produzione, noi viviamo in secoli
da un lungo tempo oltrepassati. Per noi, le macchine, lo sviluppo
integrale della scienza e dell’arte sono come non mai avvenuti»[57]. E
l’Olmsted, descrivendo un podere della Virginia, aggiungeva: «Io vidi
degl’istrumenti che niuno di noi permetterebbe ad un libero lavoratore,
giacchè il solo peso e la rudezza devono rendere il lavoro di almeno un
decimo più gravoso. Ma è assurda l’ipotesi di strumenti più leggieri e
più progrediti, giacchè _nelle mani degli schiavi non oltrepasserebbero
la vita di un sol giorno...._»[58].
Similmente, ad onta della copia degli utensili agricoli, in Italia, nel
secolo di Augusto, niun altro metodo di concimazione era conosciuto,
o almeno praticamente, e con fiducia, seguìto, tranne quello della
concimazione naturale[59], e le rotazioni agrarie, tanto caldeggiate
da Catone, rimanevano coperte dall’ignoranza e dall’oblio, perchè
la mano d’opera servile, incapace di versatilità, non riusciva a
sapervisi dedicare[60]. L’aratro ateniese, nel periodo del maggiore
sviluppo della metropoli dell’Attica, era rimasto all’incirca tale
quale nell’età culturale omerica e preomerica, rozzo strumento a
chiodo, cui non si aggiogava più di una coppia di buoi, e che, per la
sua esilità, riesciva, più che a fendere, a graffiare il terreno alla
superficie[61]. Come ai tempi di Omero, le sementa si continuavano
a spargere a mano; a mano si mietevano le spighe[62], che le unghie
delle bestie da soma erano incaricate di trebbiare[63] e la mobile
discrezione del vento di nettare[64]. Fino all’età di Aristofane, il
mondo ellenico continuava ad ignorare il rullo e l’erpice[65], nonchè
i benefici effetti delle concimazioni chimiche[66] e delle rotazioni
agrarie, in cui vece perdurava, in tutto il suo vigore, il sistema
della cultura a maggese[67]. Tutto questo spiega come a Senofonte
fosse lecito affermare che per l’agricoltura non occorresse nè lungo
tirocinio, nè speciale abilità[68].
Ma i vantaggi dell’industrializzarsi dell’agricoltura e della
manifattura non sono soltanto tecnici: sono essenzialmente economici.
Un ettaro di frumento, mietuto a mano, costa il doppio circa di un
ettaro mietuto a macchina[69]. E il basso prezzo di tutti i manufatti,
per cui il secolo XIX andò felice e glorioso, si dovette appunto alla
sostituzione del lavoro a macchina al lavoro a mano.
In concorrenza con Paesi di più elevato tenore economico, la Grecia
antica ne usciva battuta: quello che — vedremo — avvenne di fatto
nel periodo così detto ellenistico. E una nazione, le cui energie
economiche falliscono al cimento della concorrenza, è per questo
soltanto condannata a una generale decadenza.
La produzione del suolo.
Ma è possibile conoscere, in modo più preciso, il livello a cui si
eleva il prodotto del suolo, stremato d’ogni parte da tante e tanto
sfavorevoli condizioni?
Noi non siamo direttamente informati della sua altezza relativa
in Grecia; ma è lecito indurla, con le debite cautele, da notizie
collaterali. Per fermarci ai due cereali più cospicui dell’antichità,
l’orzo ed il frumento, noi sappiamo che, in Italia, il massimo della
produzione, nell’ultimo secolo, innanzi l’êra volgare, non oltrepassava
i 7-10 hl. per ha., e, nel primo secolo dopo l’êra volgare, non
superava i 6-7 hl. per ha. Noi sappiamo che nelle migliori contrade
della più fertile Sicilia, la media, della produzione relativa di
questi due cereali toccava, nello stesso periodo di tempo, i 12-15 hl.
per ha.[70]. Or bene, nella Grecia antica, un paese assai meno fertile
della Sicilia, e dell’Italia, la produzione doveva essere ancora più
scarsa, e della sua bassezza possiamo forse credere di aver raggiunto
la conferma attraverso un dato, ormai generalmente ammesso, il totale
della produzione cerealifera, nel 329-28 a. C., dell’Attica, di Sciro,
Lemno, Imbro, e dell’isoletta di Salamina, che, per l’orzo, in cifra
tonda, si può ragguagliare in hl. 343.000, e, pel frumento, in hl.
75.800[71]. A tali cifre si può pervenire per induzione; ma esse non
sono per questo meno sicure, almeno, in rapporto all’anno, cui esse
si riferiscono. Or bene, assumendole come rappresentanti la media
produzione totale dell’orzo e del frumento, nei Paesi sopra indicati,
si può, con le debite cautele, ricavarne la produzione media relativa
dei due cereali, che, per ciascun ettaro, offrirebbe le proporzioni
seguenti:
Frumento Orzo
Attica Hl. 2,50-3,50 Hl. 5,50-6,50
Salamina » 4 » 8
Sciro » 3,50-4 » 6,50-8
Lemno » 12-13 » 24-25
Imbro » 7,50 8,50[72]
Cifre, evidentemente, bassissime, come qualche paragone col mondo
contemporaneo può avvertirci. La sterile Grecia di oggi, innanzi e
dopo le grandi riforme dell’ultimo ventennio, produce in media hl.
6-10 di frumento ed hl. 10,50-11,50 di orzo per ettaro[73]. Il suolo
dell’Italia nostra, pur troppo, non più fertile di quello della
consorella greca, rende una media in granaglie di 11-12 hl. per ha.
di frumento, mentre Paesi, meglio favoriti dall’arte o dalla natura,
producono assai di più: la Germania, hl. 12,7 per ha.; gli Stati Uniti,
hl. 17,9; la Francia, hl. 18,1; la Danimarca, hl. 30; il Belgio, hl.
31,1, e così via[74].
Ma noi non siamo in grado di acquistare una idea precisa del divario
della produzione del suolo, fra l’evo antico e l’evo moderno, se non
poniamo mente ad un altro fatto assai notevole: che cioè, laddove nei
Paesi contemporanei, la cultura, per quanto varia, si fa ogni giorno
più continua[75], le terre del mondo antico, rimanevano a maggese,
alternativamente, un anno sì ed uno no[76]. In tal caso, la cifra
della produzione di ciascun ettaro è di un valore economico assai
diverso, a seconda si discorre del mondo antico o di quello odierno,
e, a stabilire un’equa proporzione fra l’uno e l’altro, occorrerebbe
dimezzare, o quasi, la prima, o raddoppiare la seconda.
L’antica produzione dei cereali potrebbe dirsi, quindi, in genere,
minore della nostra del 50%, o, tenendo conto della differenza annua
di prodotto nelle contemporanee rotazioni agrarie, di almeno il 30%.
Tutto ciò, ogni qual volta, come talora avveniva, l’insipienza o la
malavoglia o la ostilità vera e propria dei lavoratori[77] non facevano
che il ricolto riescisse appena pari alla semina, o, magari, ad essa
inferiore[78].
Ne seguiva ciò che era prevedibile. Poichè ogni reazione contro
l’alto costo della mano d’opera e la bassezza della produzione,
mercè l’impiego di nuovi strumenti tecnici, veniva elusa dalla natura
stessa del lavoro servile, al proprietario non restava che ricorrere
alle produzioni, le quali richiedevano, e ancor oggi richiedono, il
minor numero di lavoratori[79]. Di qui l’abbandono dell’agricoltura e
l’instaurazione della pastorizia, che, se vantò l’esempio più saliente
nell’economia italica degli ultimi secoli della Repubblica e in
tutti quelli dell’Impero, fu del pari lo spettacolo offerto dal mondo
ellenico all’approssimarsi dell’êra volgare[80].
Macchinario e lavori industriali.
Lo stesso era a dire, a maggior ragione, dell’industria. Omero,
Aristotile, Cratete, relegavano nel mondo degli Dei e dell’utopia la
possibilità e l’esistenza di processi meccanici autonomi[81]. Sul
terreno della realtà se ne ignoravano i tipi più elementari. Non
mulini ad acqua ed a vento per la macinazione[82], non macchine di
una certa complessità per la lavorazione dei metalli, delle stoffe,
delle pelli, ma utensili miseramente rachitici e adoperabili solo
con l’ausilio costante della mano dell’uomo. Nelle opere minerarie,
le più tormentose, quelle su cui l’intelligenza umana più avrebbe
dovuto stillarsi per alleggerire il peso di una fatica miseranda, il
trasporto dello sterro e del minerale avveniva a mezzo di ceste portate
a spalla. A forza di braccia l’operaio lo frantumava nei mortai, e non
diverso era il motore della macina destinata a ridurlo in più minuti
frammenti[83].
Da questo derivava il singolare fenomeno che tutte o quasi le
industrie dell’evo antico, la cui vitalità fu in certo modo
notevole, rispondessero in genere a meri bisogni voluttuari. Le
fabbriche lavoravano stoviglie, porpore, armi cesellate, mentre
gli oggetti essenziali alla vita venivano invece forniti dalla
famiglia. «Ora questa produzione domestica, naturalmente meschina
per la ristrettezza del suo àmbito medesimo, paralizzata da evidente
insufficienza di divisione di lavoro, non comportava nè progresso nè
sviluppo; e, poichè, d’altro canto, il lusso è nella vita fenomeno
puramente eccezionale e le industrie destinate ad alimentarlo sono
necessariamente limitate dalla scarsità dei loro sbocchi, un simile
stato economico doveva dar luogo alla creazione di una ricchezza
relativamente esigua, _di una vera e propria semipovertà_»[84].
La concentrazione della ricchezza immobiliare.
A molti dei succitati inconvenienti singoli produttori tentavano
rimediare, accentrando nelle proprie mani, svariate imprese agricole o
industriali. Così soltanto — poteva pensarsi — sarebbe stato possibile
ridurre le spese di sorveglianza e di approvigionamento, moltiplicare
gli ettari di terra da sfruttare e i margini di profitto da godere;
così eliminare più o meno le dolorose conseguenze del mantenimento di
truppe di schiavi inoperose[85].
Tale fenomeno non era d’altro canto evitabile. È stato notato come
«l’effetto economico della schiavitù, più importante d’ogni altro
per il contraccolpo nella vita civile e sociale, sia il carattere
esauriente dell’agricoltura». «Il difetto di versatilità rende» —
l’abbiamo veduto — quasi «impossibili le rotazioni agrarie, donde
la cultura continua di uno stesso prodotto, che termina ben presto
con l’esaurire i terreni più fertili. Col mancare della fertilità»,
«il lavoro dello schiavo, dato l’enorme costo», «diventa addirittura
passivo, donde il bisogno di avere alla mano sempre nuove terre feconde
da sostituire a quelle già sfruttate». «Nel Texas, dopo solo dieci anni
di sistema a schiavi, c’erano terreni deserti assai più ampi di quelli
esistenti negli Stati liberi dopo due secoli di coltivazione». «La
espansione territoriale in ragione di gran lunga superiore all’aumento
della popolazione diventa quindi la necessità prima dei regimi
schiavisti»[86], e il latifondo, la forma principe della proprietà
immobiliare.
L’una e l’altra di queste ragioni sono le cause essenziali del
formarsi della grande proprietà nei Paesi che si servono di schiavi
per la coltura della terra, e tutte le altre, che sogliono più di
consueto assegnarvisi, costituiscono degli agenti o dei coefficienti
secondari, non il motivo universale ed organico. Nell’antica Italia
romana il latifondo nasce e procede di pari passo coll’introdursi e
col diffondersi della schiavitù. Solo dopo le due prime grandi Guerre
puniche, i latifondi invadono la penisola, e, con l’Italia, la Sicilia
e l’Africa romana, sì che già nell’ultimo secolo a. C., un oratore
poteva pubblicamente deplorare in Roma come tutto il vasto suolo
dell’Impero fosse posseduto da non più di 2000 cittadini[87].
Nel mondo greco cotale fenomeno di concentrazione della proprietà
rurale fu più lento e laborioso che non altrove, sia per la natura
speciale del terreno, difficile a organizzare in grandi dominî, sia
per gli estranei allettamenti, che offrivano agli abitanti l’industria
e, più ancora, il commercio, sia, infine, per la feroce politica
antiplutocratica di molte città democratiche greche. Pure, anche in
Grecia, il fenomeno pervenne, come altrove, alle inevitabili, estreme
conseguenze. Lasciando da parte i Paesi, che, in luogo di schiavi,
adoperavano servi della gleba (Sparta e la Tessaglia, ad esempio), e
dove la grande proprietà divenne la forma unica di possesso del suolo,
nella Sicilia e nella Magna Grecia, il fatto della concentrazione della
terra in poche mani, costituiva lo spettacolo più comune e naturale.
Agrigento vantava famiglie di proprietari straordinariamente ricche;
uno solo dei suoi cittadini ricavava, fra l’altro, dalle proprie
terre ben 30.000 anfore di vino[88], pari a hl. 12.000. Il territorio
di Siracusa era dominato da qualche migliaio di grandi proprietari,
signori di numerosissimi schiavi[89]. E in parecchi Staterelli
dell’Italia greca[90], come del resto nella Macedonia e nella Grecia
di mezzo, la forma dominante del possesso della terra era appunto la
grande proprietà.
In modo alquanto diverso procedettero le cose nell’Attica, e
forse anche nei Paesi che, come l’Attica, esercitarono attivamente
l’industria ed il commercio: le cittadine dell’Asia minore e le isole
dell’Egeo[91]. Dopo le riforme di Solone e di Pisistrato, i quali, nel
secolo VI a. C., reagendo sulla già consumata concentrazione della
ricchezza agricola, vi restaurarono la piccola proprietà rurale,
l’Attica divenne uno Stato, nel quale tutti i cittadini, o quasi,
possedevano un loro boccone di terra.
Così, dicemmo, dovette seguire anche in altre cittadine commerciali
industriali greche. Ma, appunto per questo, pur troppo, a mezzo il
secolo IV a. C., la Grecia offriva, all’acuto esame dell’osservatore,
lo spettacolo di un Paese, in cui, attraverso i numerosi possessi,
attraverso le famiglie, di generazione in generazione condannate a
una sempre più dura indigenza, attraverso i debiti, le ipoteche, le
confische, la società andava lentamente avviandosi verso una nuova
concentrazione della proprietà.
Se già, in sullo scorcio del secolo V, molti piccoli possessi sono
riuniti nelle mani di un unico proprietario, alla metà del secolo IV,
parecchie proprietà, di recente costituitesi, appaiono fornite di un
valore quale mai fin adesso avevano avuto le «grandi» proprietà dei
più ricchi cittadini ateniesi: i cavalieri o i pentacosiomedimni.
Un cittadino ateniese, a detta dell’oratore Iseo (primo trentennio
del IV sec. a. C.), ricavava dai suoi fondi una rendita annua di 80
mine (circa Lt. 8000)[92]. E, poco più tardi, l’oratore Demostene,
discutendo dinanzi ai giudici dell’_elièa_, poteva parlare di cittadini
che possedevano da soli tanta parte dell’Attica quanta neanche tutti
insieme i numerosi componenti il tribunale che assisteva a quella sua,
sempre eletta, prova di eloquenza[93]. Un altro ateniese possedeva un
fondo di dimensioni, fino al IV secolo, inaudite: ben 315 ha., da cui
ricavava 1000 medimni di frumento e di orzo (hl. 518), 800 metreti
di vino (hl. 310) e il cui legname gli rendeva all’anno circa 4000
lire[94]. Un quarto, il banchiere Pasione, vantava, investiti in beni
immobili, oltre 20 talenti, circa L. 120.000[95]. È l’età in cui nuove
oligarchie aristocratiche risorgono in seno alle cittadine democratiche
dell’antica Confederazione ateniese. Così, nonostante ogni sforzo in
contrario, tutta l’evoluzione economica greca finisce nella formazione
di una ricchezza fondiaria, che poco a poco si riduce nelle mani di un
piccolo o piccolissimo numero di grandi proprietari[96].
Ma la concentrazione della ricchezza fondiaria, se riusciva a
mascherare le più naturali preoccupazioni, dettate dalla schiavitù,
non giovava di certo a risolvere nel suo complesso il problema
sociale di interi aggregati di cittadini impoveriti, e ch’essa
veniva ancor più man mano impoverendo. A questo tendeva invece
l’espediente di una continua espansione territoriale. Le moderne
colonie schiaviste d’America, vi rimedieranno, alle loro origini, con
la facile usurpazione delle vaste terre inoccupate. Invece, gli Stati
agricoli dell’antichità non poterono provvedere che con la guerra,
o con la colonizzazione forzata[97] — guerra anch’essa troppe volte,
quest’ultima —; e dell’una e dell’altra il mondo greco si gioverà per
tutta la sua storia con i malefici effetti che noteremo in uno dei
capitoli che seguono.
La concentrazione della ricchezza mobiliare.
Non altrimenti accadeva della ricchezza mobiliare.
Era proprio nella natura del regime a schiavi che venissero a decadere
le forme intermedie della proprietà industriale, che, anzi, forme
omogenee tendessero ogni giorno più a ridursi nelle medesime mani.
«Se infatti», come scrive uno studioso di questioni coloniali[98],
«le spese d’impianto riescono pari per un prodotto di dieci come di
cento barili di zucchero, la superiorità della produzione in grande
è incontestata», ed «il piccolo proprietario non può sostenere la
concorrenza del grande».
Non basta: la presenza degli schiavi, insieme con la necessità di non
tenerli inoperosi, doveva sollecitare i loro possessori ad avere sempre
a disposizione un qualche ramo di lavoro cui adibirli: non una quindi,
ma più intraprese da esercitare con piena tranquillità di possesso,
anzi con una tranquillità che consentisse l’anticipato addestramento
dello schiavo a generi diversi di lavoro.
Inoltre, il pauperismo, che la concentrazione della proprietà,
terriera ed industriale, recava quale suo inevitabile corrispettivo,
e la formazione di capitali, indipendenti dalla terra, agevolavano
ed incoraggiavano i debiti, e di conseguenza, per nuove vie, la
concentrazione dei capitali. Per tal guisa le fortune mobiliari
impinguavano ad un polo della società, e stremavano, o disparivano, al
polo opposto. Onde non unico, ma molteplice; non solo diretto, ma, in
egual misura, indiretto, era l’impulso, di cui la schiavitù affaticava
il mondo ellenico verso la concentrazione della ricchezza mobiliare.
Ma se la forza di queste ragioni teoriche è invincibile, assai più
disagevoli, e per svariati motivi, ci si offrono i mezzi di discernere
e di determinare la portata delle loro conseguenze. Lo scarso sviluppo
industriale del mondo ellenico, almeno in confronto a quello dell’evo
moderno e contemporaneo, le tendenze, in genere conservatrici, delle
classi intellettuali, distolsero gli antichi statisti dall’applicare
in ispecial modo la loro attenzione al fenomeno dello sviluppo e della
funzione della ricchezza mobiliare. E in mancanza di un esame diretto
della questione, in mancanza di notizie, precise e intenzionalmente
compiute, mal ci soccorrono le valutazioni patrimoniali, che troviamo
presso gli oratori greci, in cui non è mai, o quasi, distinta la
ricchezza immobiliare dalla mobiliare, nè in quest’ultima sono
calcolate le varie parti investite in intraprese industriali o
commerciali o bancarie. Inoltre noi abbiamo in proposito notizie
abbondanti solo per Atene — cuore e cervello dell’antica Grecia —, ma
città, come abbiamo accennato, nella quale sino in fondo si disfrenò
la più vivace — talora rabbiosa — politica antiplutocratica, ossia una
politica tendente a impedire la naturale consumazione del fenomeno che
qui ci interessa.
Comunque, accanto alla media, relativamente bassa, delle fortune, noi
troviamo nell’Attica, dalla fine del secolo V allo scorcio del secolo
IV a. C., indicazioni, e per giunta incomplete, di patrimoni di L.
180.000, 240.000, 300.000, 360.000, 600.000, 1.000.000, 3.500.000,
di cui taluni costituiti in massima parte di ricchezze mobiliari[99].
Pasione e Conone possedevano in danaro intorno ai 40 talenti (240.000
lire)[100]. Buona parte della semimilionaria sostanza di Nicia, che
manteneva 1000 schiavi, i quali, calcolati modestamente a due mine
ciascuno (L. 200 a testa), significavano da soli un investimento di ben
200.000 lire, era rappresentata da denaro in contante[101]. L’Ipponico,
che perirà nella battaglia di Delion (424 a. C.), possedeva, oltre ai
suoi 600 schiavi, immensi tesori in beni mobili[102] e, più modesto, di
lui, Filemonide, 300 schiavi[103], pari da soli a un capitale di almeno
L. 60.000.
Altri esempi ed altri suggerimenti ci vengono forniti dai redditi
industriali di parecchi cittadini ateniesi. Il sommo storico, Tucidide,
passava per uno dei più considerevoli concessionari delle miniere della
Tracia[104]. Nicia ricavava dalle mine del Laurio l’ingente sostanza
che lo faceva il più ricco tra gli Elleni[105]. Dal Laurio, Difilo
aveva attinto quella sua colossale fortuna, di cui il milione, o quasi,
distribuito ai cittadini, dopo la confisca dei suoi beni[106], non
rappresentava che solo una parte della ricchezza posseduta in vita; dal
Laurio, Epicrate e i ricchissimi soci, partecipi della sua intrapresa,
ricavavano ben 600.000 lire annue[107]. Tutto ciò senza tener conto
delle cospicue rendite dei due soci Filippo e Nausicle[108], anch’essi
imprenditori delle miniere del Laurion, del ricchissimo Callia[109],
colui che pagò la gravissima ammenda inflitta a Milziade, di
Panteneto[110], ecc.
Nè piccolo doveva essere il valore dell’azienda industriale mineraria
dell’anonimo imprenditore, il quale, secondo c’informa una brevissima
epigrafe[111], contrasse sur una sua officina metallurgica un prestito
ipotecario di un talento (circa L. 6000) o dell’officina di Demostene
nelle meravigliose miniere di Maronea (al Laurio), su cui questi poteva
pigliare in prestito 10.500 lire[112]. Intanto il banchiere Pasione
ricavava dalle sole sue speculazioni mutuarie la bellezza di 10.000
lire annue[113].
Il sistema degli appalti dei grandi servizi statali[114] e dei lavori
pubblici, insieme con le clausole che lo Stato imponeva[115], fanno
supporre l’esistenza di grossi capitali, di cui ci forniscono la
riprova talune menzioni che al proposito possediamo. In sullo scorcio
del V secolo, un tal Callicrate si incaricava della costruzione di
tutto il nuovo muro, che avrebbe riunito il Pireo alla città[116]. Più
tardi, mentre talora ritroviamo più di due o tre persone associate
nell’esercizio di qualche porzione di un qualche pubblico lavoro,
tal’altra ne ritroviamo una sola aggiudicataria di più forniture e
di parecchi generi di lavoro, i quali importavano l’anticipo di forti
capitali.
Nè mancavano esempi espliciti di quella che oggi diremmo la grande
industria, e che anche allora, quali che siano le valutazioni, che noi
moderni possiamo farne, andava definita come «grande industria». Non
era rara, infatti, nella stessa Atene, l’esistenza di concerie, di
fabbriche di lampade, di armi, di strumenti musicali, di laboratorî
metallurgici, che noverassero dai 30 ai 100 e più operai[117], e
rendessero talora, come la fabbrica di scudi di Pasione, un profitto
annuo di L. 6000, pari oggi, stante il mutato valore del danaro, a non
meno di 20.000 lire[118].
Questo è ciò che risulta dall’esame delle scarse testimonianze a noi
pervenute circa la vita economica in Atene, la città più permeata di
democrazia della Grecia antica, e nella quale — ripetiamo — il governo
politico, rimasto a lungo nelle mani dei democratici, curò con ogni
sforzo che l’accentramento delle fortune e la proletarizzazione della
grande massa fossero ad ogni costo evitati. Ma le cose andavano in modo
alquanto differente nel resto della Grecia classica. A Delo, i conti
relativi ai lavori pubblici, ci fanno conoscere, pel III secolo, lotti
del valore di 2333, di 4000, di 7000 dramme[119], e, quando i lotti
sono più piccoli, parecchi di essi cadono nelle mani di uno stesso
imprenditore. A Trezene (in Argolide) il valore di ciascun lotto saliva
a 2100 e, magari, a 6634 dramme. A Epidauro «le intraprese superiori a
1000 dramme sono assai numerose», e taluna raggiunge le 13.000 dramme
attiche (= L. 13.000 circa). A Tegea (in Arcadia), e forse anche
nell’argolica Epidauro, si cerca, per via di disposizioni legislative,
di impedire la formazione di trusts industriali e l’accaparramento di
più intraprese da parte di un unico imprenditore[120]. Si ha quindi
un insieme di elementi, il quale lascia intravedere che in tutta la
Grecia, non esclusa Atene, il crescente accentrarsi delle fortune
mobiliari (così come di quelle immobiliari) fu il processo inevitabile
della vita economica del Paese.
Ma quello che più e meglio ci impone il convincimento di un tale
fenomeno è il crescere e il diffondersi delle consuetudini di lusso, di
magnificenza, di sperpero che noi cogliamo nella vita economica greca
dal secolo V al secolo IV, e l’idea che adesso, insieme con l’orrore
della miseria, si diffonde della potenza, anzi dell’onnipotenza della
ricchezza. «Un tempo», s’esprimeva, a mezzo il IV secolo, Demostene,
«nessuno sopravanzava gli altri nel fasto. Le abitazioni di Temistocle
e di Milziade.... non erano più lussuose delle altre.... Oggi certi
cittadini son così ricchi da fabbricare palazzi che superano in
magnificenza l’insuperabile splendore degli antichi edifizi pubblici; e
si acquistano oggi da taluni possessi più estesi di quelli che voi qui
riuniti nel tribunale non possedete tutti insieme»[121].
Al lusso degli acquisti si aggiunge ora il lusso degli arredamenti.
«Noi», farà dire ad un suo personaggio Menandro — uno scrittore
di commedie vissuto nella Grecia immiserita del III secolo —; «noi
abbondiamo fino all’eccesso d’ogni genere di ricchezza: traiamo oro
dai Quindi, abiti talari dalla Persia; possediamo a iosa porpore, vasi
cesellati, schiavi, coppe, sculture orientali, tragelafi e i grandi,
sontuosi labronî persiani»[122]. Ora, finalmente, si cominciano ad
amare e a praticare banchetti luculliani dai _menus_ ricercati ed
interminabili[123], e si va in visibilio per gli ornamenti pittorici e
per gli affreschi[124].
Così, mentre intere categorie di cittadini ateniesi si trovano
nell’impossibilità di soddisfare ai legali obblighi liturgici[125],
altri pochi vi profondono senza preoccupazioni, ed in misura davvero
strabiliante, le sostanze acquisite. Un Alcibiade, cliente dell’oratore
Lisia, spende per due coregíe tragiche 5 o 6000 lire, in quattro o
cinque anni, durante i quali aveva contemporaneamente e volontariamente
sostenuto, per ben tre volte gli oneri, tutt’altro che indifferenti,
della trierarchia[126]. Lisia stesso, cui la condizione di straniero
fa presumere una sostanza, costituita solo di beni mobili[127],
spendeva in due anni L. 10.000 od 11.000 per _coregie_, come, in nove,
per liturgie d’ogni genere — in massima parte volontarie — circa ben
55.000[128].
Come la ricchezza assurge fin d’ora a chiave fatata di tutte le
porte della felicità, così la miseria che rincrudisce spalanca
l’abisso di tutti i mali. «L’oro asserve i liberi»[129], «apre le
porte dell’inferno»[130], «riesce a dimostrare vero il falso col
falso»[131], e la poco eloquente povertà, «di cui non esiste male
peggiore»[132], scredita l’onesto e il ben nato[133]. «Che cosa puoi
tu», le grida Cremilo nel _Pluto_ di Aristofane (388 a. C.), «che cosa
puoi somministrarci fuorchè le pustole che si pigliano nei bagni ed i
lamenti dei fanciulli e delle vecchierelle angosciate dall’inedia? Che
altro se non il prudore dei pidocchi, delle pulci innumerevoli e il
fastidio delle zanzare, le quali sforzano col loro molesto ronzio gli
uomini a risvegliarsi quasi dicessero: — Avrai fame, ma tant’è, devi
levarti —? Tu ci fai avere per veste un cencio; per letto, un formicaio
di cimici, che serve, non ad assopire, ma a ridestare i dormienti;
per coperta, una stuoia fradicia; per guanciale, una grossa pietra;
per pane, gambi di malva; per focaccia, foglie di rape; per seggiola,
il coperchio di un rottame di vaso; per madia, un frammento di anfora
incrinato.... Ecco i tuoi numerosi beneficî»[134].
Il quadro è intenzionatamente dipinto a colori assai foschi, e non già
da un demagogo, ma da un uomo d’ordine. Non siamo, dunque, dinanzi
ad una generale elevazione del tenore di vita della società, ma ad
un accrescimento degli agi e ad un rincrudimento dei dolori delle sue
classi estreme: alla concentrazione della ricchezza ad un polo, alla
concentrazione della miseria — della miseria, unicamente — al lato
opposto.
Accanto a questa suggestiva rappresentazione degli utili infiniti della
ricchezza e degli orrori innominabili della miseria, la realistica
letteratura drammatica del tempo — la commedia così detta _media_ e
_nuova_ — ci è testimone della crescente avversione delle classi medie
e povere al matrimonio, avversione determinata dalle sopravvenute
ristrettezze economiche e dalle nuove esigenze familiari. Or bene,
anche questo, osserva acutamente un moderno, «da un lato, rendendo rare
le unioni della classe media, e dall’altro, agevolando le nozze dei
più ricchi tra loro, doveva riescire a stremare di numero la prima,
a favorire una continua concentrazione di fortune e a mettere di
contro a un numero sempre più ristretto di ricchi, uno più grande di
proletari»[135].
La concorrenza servile e il lavoro libero.
Ma la concentrazione della proprietà o dell’industria non risolveva che
in apparenza il grave problema di eliminare o ridurre i danni numerosi
della economia servile. Quello che può rendere utile un siffatto
espediente non è l’agglomeramento, sur uno spazio continuo, di una
quantità sovrabbondante di lavoratori; è la loro organica associazione
ad una fatica comune, mediante la grandezza e la complessità del
macchinario industriale: ciò che appunto era assolutamente escluso
dalla rude natura del lavoro servile e dalla incapacità organica di
quelli che lo prestavano.
Non si trattava dunque che di mera illusione. Ma, se l’unico apparente
rimedio del male — l’accentrarsi della proprietà e della ricchezza
— coincideva con la rovina dei più, fa d’uopo aggiungere che la
schiavitù, qualsiasi forma rivestisse, rimaneva sempre il meccanismo
meglio adatto ad impedire ai liberi l’eterna, universale fonte della
vita, talora della umana gioia: il lavoro. Soltanto «quando le spole
anderanno da sè e i plettri faranno risonare da soli le cetere, noi
non avremo più bisogno nè di schiavi, nè di padroni di schiavi»,
aveva scritto con ironico pessimismo il principe della filosofia
greca, Aristotile[136]. In conseguenza, all’artigiano e all’antico
operaio salariato, quando non si oppose il disprezzo naturale verso
una categoria di persone compagna di lavoro degli schiavi, si riserbò
il minimo di mercede e di concessioni, l’una e le altre, fatalmente
regolate sull’avaro quotidiano mercato servile[137].
Nel secolo V, ad Atene, la giornata del libero lavoratore oscillava
intorno ad una media di L. 1[138], e, nel IV, intorno a. L. 1,50[139],
con un minimo di L. 0,50[140], che, detratti solo una ventina di
giorni di riposo festivo, davano un ricavato annuo di L. 325 e
di L. 510, affatto insufficienti ai bisogni più elementari di una
famigliuola di quattro persone, due adulti e due fanciulli, per cui
il minimo necessario si può calcolare, rispettivamente, in L. 750
e in L. 1000[141]. Ma i giorni festivi del calendario greco (di
quello ateniese, ad esempio) erano circa 60. E a questi venivano
ragionevolmente aggiunti gli altri, non meno numerosi, di riposo
forzato per disoccupazione, le cui tristi conseguenze si abbattevano
solo sugli operai liberi.
Nei secoli III e II il tasso del salario appare raddoppiato: esso si
aggira intorno alle due dramme giornaliere (L. 2 circa)[142]. Se non
che, mentre contemporaneamente il prezzo dei generi di prima necessità
si era quintuplicato, il valore del danaro era scemato della metà,
anzi di tre quarti[143], in guisa da provocare un dislivello, maggiore
che negli scorsi decennî, fra il reddito annuo e l’annuo bisogno dei
lavoratori.
Pure la prova, maggiore e più decisiva, della tenuità e della
insufficienza dei salari operai nelle imprese industriali greche è data
da un fatto, di cui pure qualche dotto moderno è sembrato compiacersi:
la eguaglianza di salario fra gli schiavi e gli operai liberi[144].
Il che voleva dire che a ciascun operaio libero si pagava un salario,
_equivalente solo al suo nutrimento individuale_, poichè, oltre a
questo, lo schiavo, che non aveva a suo carico una famiglia, riceveva
l’alloggio, il vestimento, le calzature, ecc. Ma la presenza degli
schiavi contribuiva per altra via ad aggravare la condizione dei liberi
salariati. Essa eliminava la possibilità della organizzazione e della
resistenza operaia: le armi, pur troppo, sperimentate più efficaci a
conseguire l’elevamento dei salari e il miglioramento delle condizioni
del lavoro. La coesistenza della schiavitù inchiodava tormentosamente i
liberi alla rupe del capitale e ne determinava l’indigenza e la rovina.
Per questo antichi e moderni hanno sempre ritenuto l’introduzione e
l’accrescimento della popolazione schiava causa diretta di decadenza
della popolazione libera. Un magistrato della Carolina sud avvertiva,
a suo tempo, come, per effetto dell’adozione dell’economia servile,
in quella colonia americana, su 300.000 bianchi, meno di 50.000
potevano dirsi impiegati in qualche lavoro e in grado di ritrarne
onestamente la vita. «Gli altri o non riuscivano a trovar lavoro o
vivevano alla ventura di caccia, di pesca, di rapina, talora — ed è
peggio — commerciando con gli schiavi ed eccitandoli a rubare a proprio
vantaggio»[145]. Così, allorquando, nel sec. IV a. C., un cittadino
della Focide introdusse per la prima volta nella contrada 1000 schiavi,
fu una insurrezione generale: quegli intrusi venivano a togliere
il lavoro ed il pane ad altrettanti operai liberi, di cui ciascuno,
probabilmente, sostentava a sua volta una famiglia di quattro o cinque
persone. Come pensare quindi a mettere su casa e a procreare dei figli?
E un moderno, in una sua monografia assai nota sulla popolazione del
mondo greco-romano, scartati, o quasi, tutti gli altri più ovvii motivi
di costante regresso dell’antica popolazione, così si esprimeva: «Le
vere ragioni del fenomeno debbono essere ricercate più a fondo. _In
prima linea_ sta il costante prevalere dell’economia a schiavi....
Appena uno Stato antico entra nella fase dell’economia a schiavi,
l’aumento della popolazione libera ha un ristagno.... Nessun dubbio
quindi sul nesso fra l’incremento della popolazione schiava, e la
diminuzione di quella libera»[146].
Da ciò quel fenomeno singolarissimo di ufficiale legislazione
maltusiana, che ricorse negli antichi ordinamenti ellenici e ne fece
regolare, per decreti, l’età matrimoniale, incoraggiare gli amori
contro natura, autorizzare persino l’aborto e l’infanticidio. Da ciò
le preoccupazioni di antichi filosofi e statisti, invocanti persino
la peste e la guerra quali benefiche potenze limitatrici dello
sviluppo della popolazione[147]. Da ciò la pratica dell’astensione
volontaria[148], sintomo in tutte le età di disagio economico, e che
antichi e moderni hanno, per facile illusione, ritenuta talora causa
prima ed unica di depopolazione, quasi ingranaggio di una per sè stante
corruzione morale.
L’emigrazione.
Cionondimeno, malgrado codesti limiti, naturalmente imposti dalla
schiavitù all’accrescimento della popolazione: malgrado il fatto
che la percentuale della popolazione relativa della Grecia antica
riesca, almeno per noi moderni, singolarmente esigua (essa non superò
al certo i 90 ab. per km^2 e discese ad un minimo di 10 e ad una
media di 35)[149], il bisogno dell’emigrazione continua fu tra i più
assillanti della vita sociale di quel grande Paese. Gli è che, nella
Grecia antica, l’emigrazione viene costantemente determinata, oltrechè
dalla spietata concorrenza servile, dallo scarso rendimento del lavoro
e del capitale, che non riescivano mai a produrre il necessario alla
sussistenza di quegli aggregati sociali, nel cui seno essi svolgevano
la loro attività. Nei regimi a schiavi, in alto e in basso, gli
«inoperosi», tra i liberi, sono moltissimi. Creare quindi uno sbocco a
confini indefiniti all’onda sempre scarsa, e pur sempre sovrabbondante,
della popolazione: conquistare un impero coloniale sempre più vasto
che assorba di continuo il flutto incessante dei disoccupati e
dei bisognosi: ecco la pietra filosofale, intorno a cui politici e
filosofi, ricchi ingordi e poveri, «sempre turbolenti e bramosi di
guerre»[150], si ruppero invano il cervello.
Pericle, il più grande fra gli statisti ellenici, mentre applicava
largamente il lavoro libero alla edilizia civica, instaurava colonie
pei poveri[151] in ogni angolo dell’Impero ateniese. Morto Pericle,
i suoi concittadini sono trascinati[152] alla fatale spedizione di
Sicilia. L’impresa si inabissa in un’enorme catastrofe. Ma il bisogno
che mai non cessa, li sospinge, nel 364, a sfidare il rischio di una
nuova sollevazione degli alleati, pur di confiscarne e ripartirne il
territorio, e, di là a poche decine di anni, la forza delle immutate
circostanze persuaderà Isocrate, il massimo oratore della pace ad ogni
costo, a invocare la tirannide macedone, pur di trarne in cambio la
colonizzazione dell’Asia e lo sfollamento dell’Ellade[153].
Il lungo sospiro verrà soddisfatto da Alessandro Magno. Della «sovra
popolazione» della Grecia nella seconda metà del secolo IV sarà
testimonio la incessante emigrazione dei prossimi cinquecento anni, ma
il rimedio, foriero di nuove cause demolitrici della vita ellenica, era
giunto in ritardo: il fatale andare della decadenza aveva già maturato
effetti irrimediabili.
Ripercussioni politiche della schiavitù.
Fatale per i produttori e per i liberi lavoratori, la schiavitù non era
più benefica verso l’intera massa dei consumatori. La costosità della
sua opera si ripercoteva nella costosità dei suoi prodotti. Carissime
erano presso i Romani le manifatture che non uscivano dal lavoro
domestico: le sete, le tele, i panni fini di lana, i drappi colorati, i
guanciali così detti triclinari ecc.[154]. D’altra parte la rigidezza
del congegno economico della schiavitù e il fatto di una mano d’opera
difficilmente variabile, come quantità e come qualità, scaricavano sul
mercato una copia di prodotti, in ogni circostanza, quasi invariata,
provocando un costante disquilibrio fra l’offerta e la domanda. Così le
crisi per eccesso si alternavano, nel mondo antico, con le crisi per
difetto; l’abbondanza, con la carestia. Ma nell’un caso e nell’altro,
la massa dei consumatori ne veniva egualmente danneggiata: nel primo,
a motivo dell’acuita disoccupazione dei liberi; nel secondo, a motivo
dei rincarati prezzi dei vari generi. Per tal modo la schiavitù finiva
col danneggiare la popolazione libera nella sua duplice condizione di
lavoratrice e di consumatrice.
V’era di peggio. Come esattamente ha notato uno dei più geniali
indagatori del mondo antico — il Fustel de Coulanges[155] — la presenza
della schiavitù corrompeva, attossicava, anzi, i rapporti sociali
fra le varie classi. Oggi la ricchezza passa dal ricco al povero; la
speranza di raggiungerla stimola il lavoro e suscita l’emulazione.
In Grecia, tra il lavoro del povero e la ricchezza, stava di mezzo la
schiavitù. Per arricchire occorreva possedere degli schiavi; ma, per
possederne, occorreva essere ricchi.... Per altro il lavoro era materia
da schiavi e ai liberi, in fondo, riusciva fastidioso accostarvisi.
Meglio dunque, e più facile, impossessarsi della ricchezza, chiedendola
umilmente o strappandola con la violenza!
Da questa ferrea condizione ha origine la universale tendenza,
caratteristica delle democrazie greche, nei Paesi a regime
aristocratico e in quelli a regime democratico: o il _panis et
circenses_, fatti largire, più o meno volontariamente, dalle classi
dominanti e dal Governo[156], o la espilazione diretta del pubblico
denaro, sotto tutte le possibili forme, e il salasso degli ordini
sociali più agiati, ogni qualvolta la direzione suprema della cosa
pubblica si trovò in potere dei meno abbienti[157].
Nell’un caso e nell’altro, se taluni dei liberi disoccupati, che
pur avevano bisogno di vivere, si recavano a pitoccare dai ricchi
un posto a fianco degli schiavi, ove però trovavano pane condito di
molto disprezzo; altri, i più, forse, locavano la propria industria in
servigi degradanti, quali parassiti, adulatori, sicofanti, impostori
ecc. Da ciò il dilagare della cortigianeria, del parassitismo,
dell’indigenza accidiosa: da ciò un intrecciarsi osceno di complicità
e di attaccamenti a basi inconfessabili, macchiati di tutte le
umiliazioni e di tutte le bassezze, i cui effetti dovevano ripercotersi
nell’ambito della vita pubblica, destinata ad un inevitabile, continuo
processo d’inquinamento[158].
Per tal via, gli ordini politici, sperimentati migliori, si
corrompevano. Non più lotte civili fra classi libere in antagonismo,
non democrazie corrette, oneste, laboriose, ma alterni, quotidiani
spettacoli di frode, di violenza, di venalità, di scialacquo. La
schiavitù squarciava la società in due campi opposti di ricchi e di
poveri, non già soltanto, come oggi avviene, di capitalisti e di
lavoratori[159]. E questa antitetica, recisa polarizzazione della
ricchezza o, piuttosto, della fortuna e dell’indigenza provocava
effetti politici egualmente dannosi in seno alla nobiltà e in seno al
popolo minuto.
La superbia e la violenza, il presunto diritto al dispotismo e
alla tracotanza, in privato ed in pubblico, sono sempre state, così
come furono in Grecia, le consuete e più dirette conseguenze della
schiavitù. L’abbassamento di un numero strabocchevole di creature umane
a strumento cieco di altre, che trovavano agevole, anzi naturale,
l’esercizio di un potere eccessivo, non era tale da provocare
conseguenze indifferenti. «Ogni proprietario di schiavi», ha scritto
un moderno, «nasce o diviene tiranno»[160], e Aristotile aveva, con
l’acume consueto, schizzato i tratti salienti della psicologia delle
aristocrazie elleniche. «Quale atteggiamento morale accompagni la
ricchezza è agevole rilevarlo ogni giorno coi nostri occhi. I ricchi
sono arroganti ed altezzosi, e quasi malati del possesso medesimo della
ricchezza, che fa loro credere di avere nelle proprie mani ogni cosa».
Nulla sembra superiore ai loro diritti ed ai loro meriti, e «scorgendo
gli uomini, tutta la vita intenti a ricercare quanto meglio ad essi
aggrada, precipitano facilmente nella stolida magnificenza e nella
corruzione.... Onde è famosa la sentenzia di Simonide sul valore dei
sapienti e dei ricchi. Che, essendo stato interrogato dalla moglie di
Gerone se preferiva essere un uomo ricco o un sapiente — Un ricco —
rispose —, perchè troppe volte ho visto i sapienti attendere umili alle
porte dei ricchi.... — E i ricchi si ritengono degni di comandare, e
sono convinti di possedere naturalmente tutte le qualità che fanno gli
uomini degni del comando....[161].
Così, al modo stesso in cui l’indigenza o l’instabilità delle fortune
aveva fatto dei non agiati un’orda famelica, miseranda e spregevole,
di accattoni o di rapinatori, la consuetudine del comando più efferato
fece, dei Grandi, una pianta sanguinaria di despoti naturali[162].
Assai pochi dei frutti gentili dell’agiatezza e della coltura fiorirono
nei loro animi, e la _Repubblica ateniese_, che corre sotto il nome
di Senofonte, come tutti gli scritti del tempo, usciti dalla cerchia
dell’aristocrazia, contennero teorie, morali, sociali, politiche, atte
a riscuotere il consenso dei più feroci piantatori americani[163]. Una,
democrazia venale, corrotta, violenta; un’aristocrazia avida, gelosa,
dissoluta, spregiatrice della giustizia, della correttezza, del lavoro
e dei lavoratori[164] — spregio epidemico, che, fra l’altro, trascinò
Socrate ad ingoiare la cicuta[165] —; una nobiltà, calpestatrice dei
deboli e degli umili: ecco i più genuini prodotti, politici e morali,
di quel regime schiavista, che suggeriva agli aristocratici il cinico,
sanfedistico, giuramento «di essere nemici del popolo e di perpetrare a
suo danno tutto il male di cui fossero capaci»[166].
Aristotile, che aveva, disegnato esattamente la configurazione esterna
del fenomeno, intravedeva insieme, riassumendole in poche frasi, le
cause profonde delle sciagure della vita, morale e sociale, ellenica:
«Ai legislatori era parso che il punto capitale fosse l’organizzazione
della proprietà...; è stato invece Filea di Calcedonia a stabilire
come prima condizione del vivere sociale sia l’eguaglianza delle
fortune»[167]. Or bene, la schiavitù costituiva il massimo ostacolo
di questo processo verso l’uguaglianza economica; onde, come sempre
succede in seno a società solcate da profonde disparità economiche,
le istituzioni democratiche non solo non dettero pace alla Grecia, ma
furono una delle cause dei suoi più profondi turbamenti interni[168].
«La violenza e l’orgoglio», proseguiva Aristotile, «che sono usciti
dalla nobiltà e dalla eccessiva, ricchezza, sospingono gli uomini ai
grandi attentati; così come la perversità», effetto «della miseria,
della debolezza, della oscurità», «sospinge verso i reati comuni».
«Le due classi estreme» riescono «in pari misura fatali alle città».
L’epulone dimentica l’arte di comandare e di obbedire; l’indigente
degrada fino a rendersi, non già disciplinato come uomo, ma prono
come schiavo e tremendo nella riscossa come belva. È possibile
allora ritrovare nelle città dei padroni e degli schiavi, non più una
comunione di liberi. E allorchè una società risulta di individui, che
a vicenda si invidiano e si disprezzano, cessa per questo stesso di
essere una società....[169].
Un altro svantaggio, proseguiva Aristotele, della recisa polarizzazione
della società in ricchi e poveri risiede nell’incentivo che ne promana
ai quotidiani sconvolgimenti. Solo «dove l’agiatezza è diffusa, si ha
la minore possibilità di sedizioni». «Quando il numero degl’indigenti
prepondera e quello delle fortune medie s’assottiglia o dispare, lo
Stato si sfascia e precipita rapidamente a ruina»[170].
Tale lo spettacolo che la schiavitù aveva suscitato nel mondo ellenico.
Da per tutto due fazioni che si serravano l’una contro l’altra
armate, non gareggiando in una lotta civile, stimolo di progresso e
di virtù sociali, ma insanguinandosi in un certame rabbioso e letale,
che, al di sopra delle mura di ciascuna città, andava ad intricarsi
e ad aggrovigliarsi con altre lotte ed altri conflitti, provocando
invasioni straniere, attentando all’indipendenza cittadina e nazionale,
precipitando nell’irrequietezza, nella febbre, nella tempesta, nel
sangue l’esistenza di ciascun popolo e di ciascuna famiglia.
La corruzione morale.
Escluso dalle virtù dei liberi, degradato da favori funesti o da
cattivi trattamenti, abbrutito da vizi precoci o da fatiche eccessive,
lo schiavo era una creatura, in cui di sveglio non albergava che il
senso delle più basse passioni animali. L’istinto del furto, l’astuzia,
la simulazione, il rancore, la sete di vendetta, l’indifferenza: ecco
le sue caratteristiche morali, il cui contagio, come la comedia greca e
romana c’informano, iniziava alla degradazione i dominatori[171].
Il bambino, appena nato, in quella prima età, in cui la natura
si forma dalle impressioni dell’esterno, era in ispecial modo
abbandonato all’impero degli schiavi, ed ei non faceva che saturarsi
dei loro istinti malvagi». Giovane, li aveva compagni e strumenti
di dissolutezza, consapevoli ed inconsapevoli traviatori della
sua coscienza. Tutte «quelle passioni che hanno bisogno di essere
contenute dal rispetto altrui, come dalla ragione, perdendo uno dei
loro freni, si liberavano facilmente dell’altro, spingendo al male per
una china tanto più rapida, quanto più in basso era posta la guida
verso il precipizio»[172]. Così nei possessori di schiavi, oltre
all’inclinazione alla collera, si sviluppò in ogni tempo quell’altro
carattere dell’eccesso del potere di una persona sovra un’altra, ch’è
incarnato dalla lussuria.
«La schiavitù», scrive uno dei migliori economisti moderni e dei
più acuti studiosi delle caratteristiche della economia antica, «la
schiavitù corrompe sopra tutto la moralità dei rapporti sessuali, e
quindi la vita familiare, radice di ogni altra vita». «Quella orribile
demoralizzazione, la quale ricorre negli scrittori della decadenza, non
sarebbe stata possibile senza la schiavitù, cioè senza l’abbassamento
di tanti individui umani a strumento di altri....»[173]. La schiavitù
da un lato arrestò il processo evolutivo della condizione della donna
libera, cui fu preferita la schiava, dall’altro, proprio come avviene
nei paesi ottomani, fece l’uomo refrattario alla stima della propria
compagna[174], già per atavica tradizione tenuta in molto minor conto
di lui, e tutti e due, estranei alla cura della prole, che venne
affidata al magistero di pedagoghi e di domestici schiavi, ministri di
degradazione fisica e morale.
Ma se «l’intemperanza e la mancanza di freno producono la degradazione
in alto», se «l’oppressione e le conseguenze la provocano in basso»,
«la corruzione per l’intima solidarietà del corpo sociale, dilaga da
per tutto,» e l’intera società «si adagia in un parassitismo, che la
estenua e dissolve»[175].
La reazione contro l’economia a schiavi.
Noi abbiamo così, vivo e presente, in tutta la sua muta eloquenza, il
quadro degli effetti sociali della schiavitù in ogni Paese, ove essa
ebbe a radicarsi, e perciò anche sulla terra sacra dell’Ellade antica.
Sotto l’aspetto materiale, una produzione lenta e costosa, una tecnica
paralitica, un’agricoltura e un’industria rudimentali; sotto l’aspetto
sociale, una incoercibile tendenza alla concentrazione della proprietà
e della ricchezza, un’aspra concorrenza al lavoro e alla sussistenza
dei liberi, costretti a lasciare la patria o a bramare perennemente
terre nuove in cui applicare la propria attività umiliata e scornata;
la corruzione, a un tempo, delle democrazie e delle aristocrazie,
delle classi alte come delle basse; sotto l’aspetto morale, la triplice
degradazione dell’individuo, della famiglia, dello Stato. Si ha così,
nel tessuto elementare di ciascuna società greca, poggiante sulla
schiavitù, una condizione perenne di debolezza organica, di fallacia
nella vitalità e nella resistenza.
Col suo fine senso della vita, il Greco antico ebbe l’intuizione della
gravità di un male, così sottile, così insidioso, così profondo,
e cercò, attraverso tutta la sua storia, di reagirvi, riducendo
l’economia a schiavi ad una forma che la facesse diversa da quella che
la sua stessa sostanza portava.
Per non obbligare i produttori a possedere direttamente degli schiavi,
fu creata l’industria della locazione, a tempo determinato, di questo
vivente genere di merce-lavoro; con che, oltre a fornire la sicurezza
di un reddito quotidiano il locatore veniva liberato dalla massima
parte dei rischi, che gli venivano dal deperimento del suo personale.
In luogo del puro mantenimento, fu adottato, anche per gli schiavi,
un sistema di pagamento in salario, che forse permetteva loro di fare
delle economie e li allettava con la speranza di formarsi un peculio,
che un giorno poteva anche offrire, ad essi, il mezzo di acquistare
la libertà. Lo schiavo locato per prezzo fu talora nulla più e nulla
meno di un libero, che abitava dove volesse, si cibava a suo talento,
e di cui niuno, salvo il padrone e il locatore, conosceva la precisa
condizione sociale. Talora venne altresì adottato il sistema del
pagamento a fattura, anzichè a giornata, e tal’altra volta il padrone
associò lo schiavo a’ benefici dell’impresa che intendeva iniziare e
per cui offerse i capitali, lasciando che il suo minor collaboratore vi
mettesse di proprio l’attività e l’ingegno. In molti luoghi, infine, lo
schiavo pubblico, ossia lo schiavo, dipendente dallo Stato, acquistò i
privilegi, che derivano a tutti coloro, i quali, bene o male, in tutto
o in parte, son depositari di una qualche molecola del pubblico potere.
Con tutti questi abili espedienti, il mondo greco, o, piuttosto,
talune delle società greche più evolute — quella ateniese, ad esempio
— tentarono di sforzare il regime a schiavi a produrre il massimo
di bene, lasciando dietro di sè la minor copia di male. Ed è forse
possibile, in linea di ipotesi, pensare che in un ambiente tranquillo,
al sicuro da urti esterni, in un’esperienza, per così dire, isolata
nel vuoto, questo regime di perfetto equilibrio instabile avrebbe
potuto conseguire dei successi. Pur troppo, mentre la Grecia tentava
rivolgere dall’imo fondo le basi della sua vita sociale; mentre essa
tutta si tendeva in questo supremo conato liberatore; mentre in alto
si cominciava a formare come una diversa e più elevata coscienza
economica; mentre i miopi interessi del giorno per giorno cedevano
dinanzi a vedute più larghe e più pensose del domani; mentre, insieme
col lento trasformarsi o disparire della schiavitù, i processi tecnici
cominciavano ad affinarsi, nuove avverse influenze sopravvennero —
e le studieremo —, ad arrestare il moto tendenziale, a frustrarne
i vantaggi, a spezzare il miracoloso equilibrio, che sembrava già
stabilito, schiacciando così, nella terribile prova, l’intera vita
della nazione.