CAPITOLO XVI.

Senza dubbio, in tanta celebrità sua e fra tanto e così incessante

entusiasmo espresso in cento guise diverse, Virgilio da Augusto in

poi non aveva mai ottenuto una glorificazione così grande e nobile, e

sopratutto così vera e seria quanto è quella che Dante seppe dargli.

Conviene dire però che in questa, come in tutto il lavoro di quella

mente privilegiata, mentre si riconoscono le basi medievali su di

cui si solleva, c'è poi, rimpetto al medio evo, assai di trascendente

che supera e sorpassa i limiti di quella età. Dinanzi a chi studia il

pensiero medievale la Divina Comedia sorge repentina e inaspettata,

e nulla di quanto la circonda ha mole proporzionata alla grande sua

elevatezza. Il partito che Dante sa trarre dalle idee del suo tempo è

cosa interamente sua e senz'altro esempio. Altri non arrivarono allora

a concepire Virgilio così com'ei potè fare, e noi abbiamo potuto vedere

che in questo suo personaggio c'è assai più e meglio di quanto il

nostro studio ci ha additato nel Virgilio delle comuni menti medievali.

Ma in quanto il Virgilio dantesco eccede il medio evo può servire di

correttivo un'altra personificazione del Virgilio medievale, anch'essa

ideata nello stesso secolo di Dante. Parmi debba essere conveniente

chiusa di questa parte del nostro studio un'occhiata a questo

Virgilio del _Dolopathos_, opera di una mente di volgare levatura

e mediocremente colta, opera romantica di un monaco, nella quale il

concetto di Virgilio ci si presenta in quell'ultimo gradino dell'idea

letteraria che più si approssima al livello popolesco, come il Virgilio

di Dante appartiene a quella più alta sfera intellettuale in cui il

morto tradizionalismo letterario del medio evo già si vede tramutarsi

nel reale e vivo sentimento classico del risorgimento.

Il Dolopathos fu scritto in latino sulla fine del XII secolo da un

tal Giovanni monaco dell'abbazia di Hauteseille in Lorena e poscia

messo in versi francesi fra il 1207 e il 1212 da un tale Herbers

conoscente dell'autore[547]. La favola narrata in questo libro è, in

poche parole, la seguente: — Dolopathos, re di Sicilia del tempo di

Augusto, ha un figlio di nome Luciniano ch'ei manda a Roma ad istruirsi

presso Virgilio. Questi istruisce Luciniano in ogni maniera di sapere e

singolarmente nell'astronomia. Intanto muore la moglie di Dolopathos;

costui sposa un'altra donna e manda a richiamare suo figlio. Per

divinazione astrologica Virgilio conosce che Luciniano è minacciato di

una grande sciagura e, perchè possa uscirne salvo, gl'impone di serbare

assoluto silenzio finch'ei non gli dica il contrario. Giunto Luciniano

presso il padre, non risponde ad alcuna interrogazione e rimane

ostinatamente muto. Ogni mezzo riuscendo inutile, la regina prende

impegno di farlo parlare, lo mena seco e, usata ogni arte inutilmente,

finisce col dichiararsegli amante; ma senza pro. Irritata di tale

sfregio e temendo le conseguenze del suo passo, medita di far morire

Luciniano e lo accusa di averla voluta violentare. Il re condanna il

figlio a morte; ma giunge a tempo un savio e raccontando una novella

ottiene che l'esecuzione sia sospesa per un giorno. Così fanno altri

savi successivamente, fino al settimo giorno in cui arriva Virgilio,

narra anch'egli la sua novella e ordina a Luciniano di parlare. Questi

rivela tutto e la regina vien bruciata viva. — Poi il racconto seguita

fino alla morte di Dolopathos e di Virgilio; dopo di che ha luogo la

venuta di Cristo, la predicazione in Sicilia di un discepolo di Gesù e

la conversione di Luciniano, che muore santo.

È questa, come ognun può vedere facilmente, una versione del solito

popolarissimo racconto dei _Sette Savi_, di origine indiana, del

quale si hanno tanti testi nelle varie letterature di oriente e

di occidente[548]. Però mentre tutti gli altri testi occidentali

si rannodano assai strettamente l'uno all'altro, il Dolopathos per

varie sue caratteristiche, occupa un posto separato e riman solitario

in questa famiglia di libri popolari. La principal differenza che

interessa noi qui in modo particolare sta nella parte che in questo

testo, diversamente dagli altri, viene attribuita a Virgilio. Nei testi

occidentali generalmente il principe è dato da istruire, non ad uno,

ma a sette savi; nei testi orientali però, in quelli almeno di cui

oggi si ha notizia, a capo dei quali sta un antico libro arabo oggi

perduto, il _Libro di Sindibâd_[549], quest'ufficio è dato a Sindibâd,

come al sapientissimo fra tutti i savi del regno. Pare che il monaco

di Hauteseille avesse dinanzi un testo, o forse più probabilmente

avesse udito una narrazione di quella favola, più fedele alla forma

che aveva in oriente; mantenendo l'unità del savio precettore e

riducendo liberamente il racconto secondo la natura delle composizioni

romantiche, e le idee del pubblico a cui era stato destinato,

sostituì Virgilio nel posto che in oriente davasi a Sindibâd in quella

narrazione. Nel far questo egli fu guidato o ispirato dalle sue idee

di chierico, non avendo di Virgilio una conoscenza puramente popolesca,

come accade ad altri autori di composizioni romantiche, ma mostrando di

conoscerlo direttamente e citando anche qualche verso di lui nel corso

del poema[550]. È tanto reale la conoscenza ch'egli ha di Virgilio

che la cornice cronologica dell'opera sua è stata da lui inventata

appunto secondo richiedeva l'introduzione di un tal personaggio in

essa. Il fatto ha luogo al tempo di Augusto, e la moglie che Augusto

diede a Dolopathos[551] è figlia di Agrippa. In altri testi occidentali

dei _Sette savi_, ne' quali Virgilio non ha parte, l'imperatore è un

Diocleziano o Ponziano o un altro qualsivoglia di un'epoca del tutto

imaginaria. Anche il nome greco di _Dolopathos_, di cui vien dichiarato

il significato e la ragione[552], è inventato dall'autore e dà prova

della sua cultura, come pare la cultura e la condizione di monaco

rivelansi nel citar S. Agostino[553] e nel dare al libro una chiusa di

significato religioso.

Benchè però questo poema sia evidentemente opera di un uomo di scuola,

esso è per natura, concetto e tendenza opera del tutto romantica,

e quindi quanto l'autore ha aggiunto di suo ai dati del racconto

orientale essendo pretta invenzione sua, invano si cercherebbe in

questa un rigore storico assai conseguente. Egli sa che Virgilio è

di Mantova, e crede suo debito farlo morire in questa patria sua,

ma colloca Mantova in Sicilia. Nondimeno non chiama Sicilia Napoli,

come altri autori del suo tempo, e sa che Palermo è la principale

città di quel paese. Ma i diritti della ragione storica ei non li

rispetta che fino ad un certo punto. Nel suo poema si parla di «vecchio

testamento»[554] fra pagani, prima che Cristo sia venuto, e si parla

pure di vescovi, monaci e abati, come si parla di duchi, conti e

baroni e come si fa Augusto imperatore di Romania e re di Lombardia

e Dolopathos un principe feodale. Proporzionato a questo concetto

intieramente romantico è il tipo di Virgilio, ma ridotto a tale,

secondo risultava dall'idea scolastica, veduta dal punto di vista

liberamente fantastico del romantismo. Per ispiegarlo non c'è bisogno

di pensare alle idee di provenienza popolare e indipendenti dalla

scuola, che costituiscono la leggenda del Virgilio mago, comunque quel

concetto scolastico così ridotto si approssimi già assai al concetto

che risultava da quelle. Virgilio è qui il grande maestro di tutta la

sapienza profana; altro difetto non ebbe che quello di esser pagano,

ma fu tale quanto meno si poteva esserlo prima di Cristo; solo mancò

a lui la conoscenza dell'unità di Dio; fu uomo di specchiato costume

e grande filosofo; niuno fu più celebre di lui, niuno più onorato da

Augusto[555]; dinanzi alla sua parola autorevole inchinavansi re e

imperatori; non altri v'ebbe che fosse più dotto, non altri che più

valesse in poesia; egli era il «chierico» per eccellenza:

A icel tans à Rome avoit

I. philosophe, ki tenoit

La renomée de clergie;

Sages fu et de bone vie;

D'une des citez de Sezile

Fut néz; on l'apeloit Virgile;

La citéz Mantue ot à non.

Virgile fu de grant renon;

Nus clers plus de lui ne savoit;

Par ce si grant renon avoit;

Onkes poëtes ne fu tex

S'il créust qu'il ne fust c'uns Dex[556].

Questo re dei sapienti viveva da grande, esercitando l'ufficio di

maestro; ma, come il primo di tutti i maestri, egli aveva un uditorio

aristocratico. Luciniano giunto a Roma fu accolto con grande cortesia

dal suo futuro istitutore. Entrando nella scuola di Virgilio trovò

costui assiso sulla sua cattedra: aveva indosso una ricca cappa

foderata di pelo, senza maniche, sul capo portava una berretta di pelle

preziosa, e aveva tirato indietro il cappuccio. Seduti a terra dinanzi

a lui stavano i figli di molti grandi baroni, e tenendo in mano il

libro ascoltavano quant'egli insegnava:

Assis estoit en sa chaière;

Une riche chape forrée

Sans manches, avoit afublée,

Et s'ot en son chief un chapel

Qui fu d'une moult riche pel;

Tret ot arrier son chaperon.

Li enfant de maint haut baron

Devant lui à terre séoient,

Qui ses paroles entendoient,

Et chacun son livre tenoit

Einssi comme il les enseignoit[557].

E l'insegnamento incomincia dai primi rudimenti. Virgilio insegna

a Luciniano a leggere e scrivere; poi l'istruisce nel latino e nel

greco, e per ultimo lo fa dotto totalmente insegnandogli le sette arti,

cominciando dalla grammatica, mamma di tutte le altre, e riducendole

tutte, espressamente per lui, in un libriccino così piccoletto che

poteva capire tutto nella mano chiusa:

Torne ses feuilles et retorne;

Les VII ars liberaus atorne

En I. volume si petit

Que, si com l'estoire me dit,

Il le poïst bien tot de plain

Enclorre et tenir en sa main.

. . . . . . . . . . . . . .

Premier li enseigne Gramaire

Qui mere est, et prevoste, et maire,

De toutes les arts liberax etc.[558].

È facile accorgersi, dopo quanto abbiamo veduto in questo studio, che

sotto questo personaggio così travestito c'è il Virgilio delle scuole

medievali, il Virgilio dei grammatici e degli autori di compendi delle

sette arti. La qualità di astrologo, non identica, come vedremo, a

quella di mago, entra come elemento integrante nell'ideale del savio o

del sapiente secondo i concetti romantici[559]; e del resto qui veniva

imposta dalla natura del racconto qual'esso è costantemente così in

oriente come in occidente. Il pio monaco crede alla possibilità di

quella divinazione solo come a cosa voluta o permessa da Dio[560]. E

con tal qualità si accordava anche l'idea sulla predizione del Cristo.

Infatti dopo la morte di Dolopathos e di Virgilio e la venuta di

Cristo, i noti versi della IV ecloga[561] figurano fra gli argomenti

che convertono Luciniano al cristianesimo. — Fin qui il Dolopathos

può servirci in questo luogo, poichè qui cessano i suoi rapporti colla

tradizione letteraria.

Col Virgilio della Divina Comedia, e il Virgilio del Dolopathos

termina ad un tempo e si riassume questa parte del nostro lavoro. Essi

rappresentano due estremi del nome Virgiliano, nel medio evo letterato;

il concetto nobile di una mente eletta e straordinaria, il concetto

ingenuo e triviale di una mente volgare posta intieramente a livello

del romantismo. Appartengono a due diversissime regioni, ambedue

separate dalla scuola; ma pure procedono da questa, l'una sorpassandola

in altezza e nobiltà, l'altro in povertà e rustichezza. Dopo Dante

quanto troveremmo da dire di nuovo nell'ordine dell'idea propriamente

dotta e letteraria, appartiene al risorgimento, ossia al pensiero

moderno, e ci farebbe uscire dal limite che ci siamo imposto, che è

il medio evo. Il Virgilio del Dolopathos invece, ultima sfumatura del

Virgilio della tradizione letteraria, per l'elemento romantico con cui

lo troviamo mescolato, ci chiama allo studio della nominanza del poeta

in una regione diversa da quella in cui l'abbiamo considerata fin qui,

e mentre chiude la prima c'invita alla seconda parte di quest'opera

nostra.

Virgilio nel Medio Evo, vol. I · 第 33 / 46 题