Senza dubbio, in tanta celebrità sua e fra tanto e così incessante
entusiasmo espresso in cento guise diverse, Virgilio da Augusto in
poi non aveva mai ottenuto una glorificazione così grande e nobile, e
sopratutto così vera e seria quanto è quella che Dante seppe dargli.
Conviene dire però che in questa, come in tutto il lavoro di quella
mente privilegiata, mentre si riconoscono le basi medievali su di
cui si solleva, c'è poi, rimpetto al medio evo, assai di trascendente
che supera e sorpassa i limiti di quella età. Dinanzi a chi studia il
pensiero medievale la Divina Comedia sorge repentina e inaspettata,
e nulla di quanto la circonda ha mole proporzionata alla grande sua
elevatezza. Il partito che Dante sa trarre dalle idee del suo tempo è
cosa interamente sua e senz'altro esempio. Altri non arrivarono allora
a concepire Virgilio così com'ei potè fare, e noi abbiamo potuto vedere
che in questo suo personaggio c'è assai più e meglio di quanto il
nostro studio ci ha additato nel Virgilio delle comuni menti medievali.
Ma in quanto il Virgilio dantesco eccede il medio evo può servire di
correttivo un'altra personificazione del Virgilio medievale, anch'essa
ideata nello stesso secolo di Dante. Parmi debba essere conveniente
chiusa di questa parte del nostro studio un'occhiata a questo
Virgilio del _Dolopathos_, opera di una mente di volgare levatura
e mediocremente colta, opera romantica di un monaco, nella quale il
concetto di Virgilio ci si presenta in quell'ultimo gradino dell'idea
letteraria che più si approssima al livello popolesco, come il Virgilio
di Dante appartiene a quella più alta sfera intellettuale in cui il
morto tradizionalismo letterario del medio evo già si vede tramutarsi
nel reale e vivo sentimento classico del risorgimento.
Il Dolopathos fu scritto in latino sulla fine del XII secolo da un
tal Giovanni monaco dell'abbazia di Hauteseille in Lorena e poscia
messo in versi francesi fra il 1207 e il 1212 da un tale Herbers
conoscente dell'autore[547]. La favola narrata in questo libro è, in
poche parole, la seguente: — Dolopathos, re di Sicilia del tempo di
Augusto, ha un figlio di nome Luciniano ch'ei manda a Roma ad istruirsi
presso Virgilio. Questi istruisce Luciniano in ogni maniera di sapere e
singolarmente nell'astronomia. Intanto muore la moglie di Dolopathos;
costui sposa un'altra donna e manda a richiamare suo figlio. Per
divinazione astrologica Virgilio conosce che Luciniano è minacciato di
una grande sciagura e, perchè possa uscirne salvo, gl'impone di serbare
assoluto silenzio finch'ei non gli dica il contrario. Giunto Luciniano
presso il padre, non risponde ad alcuna interrogazione e rimane
ostinatamente muto. Ogni mezzo riuscendo inutile, la regina prende
impegno di farlo parlare, lo mena seco e, usata ogni arte inutilmente,
finisce col dichiararsegli amante; ma senza pro. Irritata di tale
sfregio e temendo le conseguenze del suo passo, medita di far morire
Luciniano e lo accusa di averla voluta violentare. Il re condanna il
figlio a morte; ma giunge a tempo un savio e raccontando una novella
ottiene che l'esecuzione sia sospesa per un giorno. Così fanno altri
savi successivamente, fino al settimo giorno in cui arriva Virgilio,
narra anch'egli la sua novella e ordina a Luciniano di parlare. Questi
rivela tutto e la regina vien bruciata viva. — Poi il racconto seguita
fino alla morte di Dolopathos e di Virgilio; dopo di che ha luogo la
venuta di Cristo, la predicazione in Sicilia di un discepolo di Gesù e
la conversione di Luciniano, che muore santo.
È questa, come ognun può vedere facilmente, una versione del solito
popolarissimo racconto dei _Sette Savi_, di origine indiana, del
quale si hanno tanti testi nelle varie letterature di oriente e
di occidente[548]. Però mentre tutti gli altri testi occidentali
si rannodano assai strettamente l'uno all'altro, il Dolopathos per
varie sue caratteristiche, occupa un posto separato e riman solitario
in questa famiglia di libri popolari. La principal differenza che
interessa noi qui in modo particolare sta nella parte che in questo
testo, diversamente dagli altri, viene attribuita a Virgilio. Nei testi
occidentali generalmente il principe è dato da istruire, non ad uno,
ma a sette savi; nei testi orientali però, in quelli almeno di cui
oggi si ha notizia, a capo dei quali sta un antico libro arabo oggi
perduto, il _Libro di Sindibâd_[549], quest'ufficio è dato a Sindibâd,
come al sapientissimo fra tutti i savi del regno. Pare che il monaco
di Hauteseille avesse dinanzi un testo, o forse più probabilmente
avesse udito una narrazione di quella favola, più fedele alla forma
che aveva in oriente; mantenendo l'unità del savio precettore e
riducendo liberamente il racconto secondo la natura delle composizioni
romantiche, e le idee del pubblico a cui era stato destinato,
sostituì Virgilio nel posto che in oriente davasi a Sindibâd in quella
narrazione. Nel far questo egli fu guidato o ispirato dalle sue idee
di chierico, non avendo di Virgilio una conoscenza puramente popolesca,
come accade ad altri autori di composizioni romantiche, ma mostrando di
conoscerlo direttamente e citando anche qualche verso di lui nel corso
del poema[550]. È tanto reale la conoscenza ch'egli ha di Virgilio
che la cornice cronologica dell'opera sua è stata da lui inventata
appunto secondo richiedeva l'introduzione di un tal personaggio in
essa. Il fatto ha luogo al tempo di Augusto, e la moglie che Augusto
diede a Dolopathos[551] è figlia di Agrippa. In altri testi occidentali
dei _Sette savi_, ne' quali Virgilio non ha parte, l'imperatore è un
Diocleziano o Ponziano o un altro qualsivoglia di un'epoca del tutto
imaginaria. Anche il nome greco di _Dolopathos_, di cui vien dichiarato
il significato e la ragione[552], è inventato dall'autore e dà prova
della sua cultura, come pare la cultura e la condizione di monaco
rivelansi nel citar S. Agostino[553] e nel dare al libro una chiusa di
significato religioso.
Benchè però questo poema sia evidentemente opera di un uomo di scuola,
esso è per natura, concetto e tendenza opera del tutto romantica,
e quindi quanto l'autore ha aggiunto di suo ai dati del racconto
orientale essendo pretta invenzione sua, invano si cercherebbe in
questa un rigore storico assai conseguente. Egli sa che Virgilio è
di Mantova, e crede suo debito farlo morire in questa patria sua,
ma colloca Mantova in Sicilia. Nondimeno non chiama Sicilia Napoli,
come altri autori del suo tempo, e sa che Palermo è la principale
città di quel paese. Ma i diritti della ragione storica ei non li
rispetta che fino ad un certo punto. Nel suo poema si parla di «vecchio
testamento»[554] fra pagani, prima che Cristo sia venuto, e si parla
pure di vescovi, monaci e abati, come si parla di duchi, conti e
baroni e come si fa Augusto imperatore di Romania e re di Lombardia
e Dolopathos un principe feodale. Proporzionato a questo concetto
intieramente romantico è il tipo di Virgilio, ma ridotto a tale,
secondo risultava dall'idea scolastica, veduta dal punto di vista
liberamente fantastico del romantismo. Per ispiegarlo non c'è bisogno
di pensare alle idee di provenienza popolare e indipendenti dalla
scuola, che costituiscono la leggenda del Virgilio mago, comunque quel
concetto scolastico così ridotto si approssimi già assai al concetto
che risultava da quelle. Virgilio è qui il grande maestro di tutta la
sapienza profana; altro difetto non ebbe che quello di esser pagano,
ma fu tale quanto meno si poteva esserlo prima di Cristo; solo mancò
a lui la conoscenza dell'unità di Dio; fu uomo di specchiato costume
e grande filosofo; niuno fu più celebre di lui, niuno più onorato da
Augusto[555]; dinanzi alla sua parola autorevole inchinavansi re e
imperatori; non altri v'ebbe che fosse più dotto, non altri che più
valesse in poesia; egli era il «chierico» per eccellenza:
A icel tans à Rome avoit
I. philosophe, ki tenoit
La renomée de clergie;
Sages fu et de bone vie;
D'une des citez de Sezile
Fut néz; on l'apeloit Virgile;
La citéz Mantue ot à non.
Virgile fu de grant renon;
Nus clers plus de lui ne savoit;
Par ce si grant renon avoit;
Onkes poëtes ne fu tex
S'il créust qu'il ne fust c'uns Dex[556].
Questo re dei sapienti viveva da grande, esercitando l'ufficio di
maestro; ma, come il primo di tutti i maestri, egli aveva un uditorio
aristocratico. Luciniano giunto a Roma fu accolto con grande cortesia
dal suo futuro istitutore. Entrando nella scuola di Virgilio trovò
costui assiso sulla sua cattedra: aveva indosso una ricca cappa
foderata di pelo, senza maniche, sul capo portava una berretta di pelle
preziosa, e aveva tirato indietro il cappuccio. Seduti a terra dinanzi
a lui stavano i figli di molti grandi baroni, e tenendo in mano il
libro ascoltavano quant'egli insegnava:
Assis estoit en sa chaière;
Une riche chape forrée
Sans manches, avoit afublée,
Et s'ot en son chief un chapel
Qui fu d'une moult riche pel;
Tret ot arrier son chaperon.
Li enfant de maint haut baron
Devant lui à terre séoient,
Qui ses paroles entendoient,
Et chacun son livre tenoit
Einssi comme il les enseignoit[557].
E l'insegnamento incomincia dai primi rudimenti. Virgilio insegna
a Luciniano a leggere e scrivere; poi l'istruisce nel latino e nel
greco, e per ultimo lo fa dotto totalmente insegnandogli le sette arti,
cominciando dalla grammatica, mamma di tutte le altre, e riducendole
tutte, espressamente per lui, in un libriccino così piccoletto che
poteva capire tutto nella mano chiusa:
Torne ses feuilles et retorne;
Les VII ars liberaus atorne
En I. volume si petit
Que, si com l'estoire me dit,
Il le poïst bien tot de plain
Enclorre et tenir en sa main.
. . . . . . . . . . . . . .
Premier li enseigne Gramaire
Qui mere est, et prevoste, et maire,
De toutes les arts liberax etc.[558].
È facile accorgersi, dopo quanto abbiamo veduto in questo studio, che
sotto questo personaggio così travestito c'è il Virgilio delle scuole
medievali, il Virgilio dei grammatici e degli autori di compendi delle
sette arti. La qualità di astrologo, non identica, come vedremo, a
quella di mago, entra come elemento integrante nell'ideale del savio o
del sapiente secondo i concetti romantici[559]; e del resto qui veniva
imposta dalla natura del racconto qual'esso è costantemente così in
oriente come in occidente. Il pio monaco crede alla possibilità di
quella divinazione solo come a cosa voluta o permessa da Dio[560]. E
con tal qualità si accordava anche l'idea sulla predizione del Cristo.
Infatti dopo la morte di Dolopathos e di Virgilio e la venuta di
Cristo, i noti versi della IV ecloga[561] figurano fra gli argomenti
che convertono Luciniano al cristianesimo. — Fin qui il Dolopathos
può servirci in questo luogo, poichè qui cessano i suoi rapporti colla
tradizione letteraria.
Col Virgilio della Divina Comedia, e il Virgilio del Dolopathos
termina ad un tempo e si riassume questa parte del nostro lavoro. Essi
rappresentano due estremi del nome Virgiliano, nel medio evo letterato;
il concetto nobile di una mente eletta e straordinaria, il concetto
ingenuo e triviale di una mente volgare posta intieramente a livello
del romantismo. Appartengono a due diversissime regioni, ambedue
separate dalla scuola; ma pure procedono da questa, l'una sorpassandola
in altezza e nobiltà, l'altro in povertà e rustichezza. Dopo Dante
quanto troveremmo da dire di nuovo nell'ordine dell'idea propriamente
dotta e letteraria, appartiene al risorgimento, ossia al pensiero
moderno, e ci farebbe uscire dal limite che ci siamo imposto, che è
il medio evo. Il Virgilio del Dolopathos invece, ultima sfumatura del
Virgilio della tradizione letteraria, per l'elemento romantico con cui
lo troviamo mescolato, ci chiama allo studio della nominanza del poeta
in una regione diversa da quella in cui l'abbiamo considerata fin qui,
e mentre chiude la prima c'invita alla seconda parte di quest'opera
nostra.