Mentre le scienze fisiche e filosofiche manteneansi in onore appo i
soggiogati Musulmani di Sicilia, e la poesia arabica suonava gradita
nella reggia cristiana di Palermo, gli studii religiosi e legali
decaddero e con essi la filologia. Nè dovea succedere altrimenti,
quando si dileguavano a mano a mano gli uomini eletti per educazione
e virtù, lasciando nell’isola que’ delle infime classi e gli ufiziali
e servitori di corte. L’emigrazione de’ migliori, attestata negli
annali arabici dell’undecimo secolo, taciuta in que’ del duodecimo che
dimenticavano già la Sicilia, comparisce ormai dalle biografie.
Secondo l’ordine posto ne’ libri precedenti, farem di principiare la
rassegna con le scienze coraniche. Delle quali troviam solo cultore
un letterato, diremmo quasi, enciclopedico, rinomato appo i Musulmani
infino ad oggi. In luogo di scompartire i ragguagli per tutto il
capitolo, ritornando a questo valentuomo in ciascuna delle classi cui
vanno ascritte le svariate opere sue, discorrerem di tutte insieme; e
daremo per primo la biografia, che si ritrae da ’Imâd-ed-dîn d’Ispahan,
contemporaneo; da Ibn-Khallikân, scrittore del secolo decimoterzo e da
quattro eruditi compilatori del decimoquarto e decimoquinto.[844]
L’autore, per nome proprio Mohammed, per patronimico
ibn-abi-Mohammed-ibn-Mohammed-ibn-Zafer, ebbe il nome familiare
d’Abu-Hascim,[845] i titoli onorifici di _Hogget-ed-dîn_ e
_Borhân-el-islâm_ (Dimostrazione della fede e argomento dell’islamismo)
e gli veggiam dati i nomi etnici di Sikilli e Mekki, or l’uno, or
l’altro, ed or entrambi; il quale raddoppiamento accade spesso appo i
Musulmani, com’altrove abbiam detto.[846]
Ibn-Khallikân afferma a drittura ch’ei nacque in Sicilia e fu educato
alla Mecca; il che ripete Abulfeda; e il Makrizi dice di più che il
nostro autore, oriundo della Mecca, fu educato in Maghreb e stanziò
in Hama, dopo breve fermata in Egitto. Da un’altra mano ’Imâd-ed-dîn,
che lo conobbe di persona ad Hama, lo novera tra i poeti dell’Arabia
propria; lo dice meccano “d’origine”, maghrebino di educazione, vissuto
in Siria: e notisi che la voce _asl_, usata da questo scrittore,
risponde appunto alla nostra “origine,” e si adopera più propriamente
per designare la patria del padre. All’incontro il Fasi, che compilò
nel decimoquinto secolo gli annali della Mecca sua patria, lo fa
oriundo del Maghreb, ma nato e cresciuto nella santa città. Egli cita
il Katifi, annalista di Bagdad; il quale alla sua volta allega un
discepolo d’Ibn-Zafer, che avea sentito dalla propria bocca di lui,
esser nato alla Mecca, di scia’bân quattrocennovantasette (maggio
1104): e il discepolo aggiugnea che una volta ch’ei giunse ad Hama
di rebi primo del cinquecensessantasette (novembre 1171), domandando
d’Ibn-Zafer, seppe esser morto pochi dì innanzi. Secondo la raccolta di
biografie dei dottori Malekiti, dalla quale cavò notizie un cronista
d’Egitto citato dallo stesso Fasi, Ibn-Zafer partì fanciullo dalla
Mecca; studiò con varii dottori in Alessandria, Affrica e Spagna; tenne
conferenze pubbliche nelle moschee; dal Maghreb poi passò in Sicilia;
andò a Damasco e stanziò alfine in Hama. I quali dati non accordandosi
tra loro e molto meno con quei d’Ibn-Khallikân, il Fasi se ne cava
fuori con la formola di critica musulmana, che il vero lo sa Iddio.
Il Soiuti par abbia avuti alle mani questi ed altri ricordi. Ei nota
la nascita alla Mecca, l’andata in Egitto; poi fa vivere Ibn-Zafer
lunga pezza in Affrica e soggiornare per l’appunto in Mehdia quando la
fu presa da’ Cristiani (1148); indi lo fa vagare in Sicilia, Egitto,
Aleppo e gli fa scrivere la più parte delle opere in Hama. Infine la
nota anonima di un antico codice del Solwân, dice l’autore nato in
Sicilia e rimasovi nella prima gioventù.[847]
Io non vo’ sciorre la quistione con la sola autorità degli scrittori,
la quale pende pur da un lato: poichè, se Imâd-ed-dîn è dubbio, sta
per la Sicilia il gran biografo de’ Musulmani, con Abulfeda signore di
Hama dove Ibn-Zafer fu sepolto e lasciò più ricordi che altrove, e con
Makrizi, sì avveduto e diligente; e al contrario sta per la Mecca un
contemporaneo citato dal Katifi e notato di contraddizione in alcuni
particolari;[848] il Fasi alquanto incerto e il Soiuti, fecondissimo
tra tutti gli scrittori del mondo, e però frettoloso, oltrechè egli
die’ queste notizie in un’opera giovanile e senza citazioni.
Considerata dunque la incertezza dell’uno e le due opposte sentenze
degli altri, occorre il sospetto che sien corsi falsi o equivoci
ragguagli fin dal tempo dell’autore stesso. Nè mancherebbe il perchè.
Il nome siciliano dovea suonar male in Siria nella seconda metà del
duodecimo secolo, quando ardea quivi tanto fanatismo religioso,
e Ibn-Zafer ritornava in quel paese con animo di rimanervi: onde
non sarebbe inverosimile che l’autore medesimo, o gli amici, anzi
che ripetere il nome della Sicilia, avessero vantata ed allargata
nel significato l’origine meccana. Se tuttavia rimase ad Ibn-Zafer
l’appellazione etnica di Siciliano, è da supporre ch’ei non se la potè
levare d’addosso, sia ch’egli fosse nato propriamente in Sicilia, o che
vi fosse stato educato.
Parmi inoltre che l’errore potè sorgere o confermarsi per date mal
appurate; le date io dico che talvolta pongonsi nei codici musulmani
per affermare che tal testo fu, in tal mese ed anno e in tal paese,
consegnato dall’autore al rawi, ossia ripetitore, con licenza di
leggerlo altrui e darne copie. Occorre anco nelle notizie biografiche
dei dotti, e specialmente de’ tradizionisti, che segnisi la data in
cui il tale «ascoltò» da un tal altro, come chiamano tecnicamente
il prendere lezioni della tradizione profetica. All’una o all’altra
sorgente mi sembra ch’abbia attinto il Soiuti. Ma documenti analoghi ci
abilitano a correggere alcuni errori suoi ed a provare un fatto, ignoto
finora a tutti i biografi, cioè che Ibn-Zafer dimorò in Siria ben due
volte in tempi diversi; il qual fatto rende poco verosimile il racconto
di chi dice quel dotto andato nella sua fanciullezza in Maghreb e
ritornato in Levante dopo il breve soggiorno di Sicilia. Cotesto
itinerario par fondato sul supposto che Ibn-Zafer abbia dato in Sicilia
la prima, anzichè la seconda edizione del Solwân: ma si prova appunto
il contrario.
Il primo documento del soggiorno in Siria si trova
nel _Kheir-el-biscer_, dedicato da Ibn-Zafer a un
Sefi-ed-dîn-Ahmed-ibn-Kornâs, direttore, com’io credo, di qualche
_medresa_, o vogliam dir liceo, in Aleppo o in Hama.[849] L’autore,
fraseggiando nella prefazione, racconta come partito da’ “remoti paesi
occidentali” per cercare asilo nel possente reame di Norandino, quel
che abbatte con la sua grandezza gli animi di tutti i re di Levante
e di Ponente e copre i suoi nemici con la polvere della distruzione,
ec. «il destino l’avea balestrato ne’ precipizii, l’avea ricolmo di
affanni e gli avea fatto vedere in pien meriggio la stella Soha;»[850]
se non che Iddio gli mandò nel maggior uopo questo suo fratello
ed amico, Sefi-ed-dîn, al quale, volendo mostrare gratitudine e
rimeritarlo con la celebrità, gli presentava quel libro. Qui possiam
segnare la data: poco più o poco meno il millecenquarantotto; poichè
Nur-ed-dîn-ibn-Zengui si impadronì d’Aleppo alla morte del padre
(1146), ed entro pochi anni allargò il dominio e la fama; mentre Mehdia
cadea nelle mani di re Ruggiero.
Ci occorre, non guari dopo, quella che abbiam chiamata, a modo nostro,
la prima edizione del Solwân, in fondo della quale l’autore pone il
catalogo de’ libri compilati da lui, che incomincia così:[851] “Or
ch’esce quest’opera dal mio scrittoio e passa nelle mani de’ _rawi_
(ripetitori), sendo questo l’ultimo de’ miei libri, miei per _tesnif_
(composizione) e _talîf_ (dettato), nei quali mi sono studiato a
dilettare i lettori con l’eleganza e ad ammonirli co’ precetti, ragion
vuole ch’io conchiuda il volume, notandovi i titoli e gli argomenti di
que’ miei lavori, quantunque i ribaldi abbiano fatta rapina di molti
tra’ volumi così intitolati.” E seguono diciannove trattati, tra i
quali si legge il Kheir-el-biscer, ond’è manifesto che era stato già
scritto; ed all’incontro mancano, le tre opere dedicate ad Abu-l-Kasim
in Sicilia, dond’è certo al pari che non erano state composte e che
perciò la prima edizione del Solwân non è quella che porta il nome
del nobile siciliano. Comparisce in capo del catalogo il _Janbû’_,
gran comento del Corano, il quale l’autore avverte avere scritto per
la seconda volta, sendogli stata rubata la copia: onde par che egli
alluda con questo e col cenno precedente, al fatto narrato dal Soiuti,
cioè che gli Sciiti d’Aleppo, dando addosso un giorno ai Sunniti,
saccheggiarono la medresa ortodossa d’Ibn-Abi-’Asrûn e quivi rapiron
tutti i libri d’Ibn-Zafer.[852]
Cotesta edizione del Solwân è preceduta da tale dedica che allude,
senza dubbio, ad un fatto politico nel quale l’autore trovossi avvolto.
Un re suo benefattore ed amico intimo e palese, dice egli senza dare
il nome, principe savio, illustre, ed amante della scienza, viveasi
in grandi angosce, minacciato e stretto da un ribelle, il quale avea
a volta a volta assaliti e sedotti i suoi sudditi; e, arrivato a
guadagnare tutti gli ottimati, stava già per cacciarlo dal trono.
Bramando conforto a’ suoi mali, il tradito principe avea chiesto
all’autore (oh beati tempi!) un libro di filosofia e d’erudizione,
che fosse composto ad imitazione delle favole di Kalila e Dimna; e
Ibn-Zafer, non sapendogli ricusar nulla, gli offria cotesto libro,
scritto a bella posta per lui.[853] E veramente nel Solwân, gli
squarci del Corano, le tradizioni, i fatti storici, le novelle, gli
apologhi, ogni pagina, ogni linea, accenna a que’ termini estremi
d’un principato, e tende a consolar il signore che precipiti giù dal
trono. Di certo non son rari cotesti casi nelle storie musulmane del
duodecimo secolo; pur nessun principe cadente somiglia tanto a quello
d’Ibn-Zafer, quanto Mogir-ed-dîn, che tenea Damasco alla morte di
Zengui. I costui figli incontanente si messero attorno a Mogir-ed-dîn,
sotto specie di aiutarlo contro i Crociati; e Norandino entro pochi
anni il finì. Gli s’infinse amicissimo; gli imbeccò tante trame
da fargli spegnere ad uno ad uno tutti que’ capitani che non potè
indettare per sè medesimo. E quando Mogir-ed-dîn si trovò senz’armi nè
amici, il conquistatore appresentossi sotto Damasco; guadagnò il tratto
ai Crociati, chiamati in aiuto: e i traditori gli aprirono le porte;
il tradito venne a’ patti e, ingannato anche in questi, andò a finir
la vita in un collegio fondato a Bagdad. Entrava Norandino in Damasco
di sefer del cinquecenquarantanove (maggio 1154).[854] Cotesta data sta
bene con le altre due che abbiam certe delle vicende d’Ibn-Zafer, cioè
la dedica del _Keir-el-biscer_ verso il millecenquarantotto e quella
della seconda edizione del Solwân, nel cinquantanove. Ognun poi vede
come, supponendo che il re innominato fosse Mogir-ed-dîn, l’amico e
generoso scrittore non potea rimaner in Siria dopo l’occupazione di
Damasco. Chi ha pratica delle biografie de’ letterati musulmani del
medio-evo e conosce lor vivere irrequieto e vagabondo, la vanità e
il bisogno che li spingeano da una corte all’altra, non ripugnerà a
supporre che il gran monarca del Keir-el-biscer fosse divenuto entro
cinque o sei anni il ribelle del Solwân.
Ma del cinquecencinquantaquattro (1159) il Solwân si volta al
nome dello splendido kâid siciliano Abu-l-Kasim, preceduto da tre
compilazioni che hanno per titoli: _Asâlib-el-Ghaiat, El-Mosanni_, e
_Dorer-el-Ghorer_ e accompagnato da caldi attestati di gratitudine,
i quali compongono un’altra prefazione, messa in vece di quella
che alludea già ai casi del re innominato.[855] Breve tempo dimorò
poi Ibn-Zafer in Sicilia: allontanatosi forse nella sedizione de’
Cristiani di Palermo contro il re Guglielmo I e contro i Musulmani. Ei
ricomparisce ad Hama, stentando la vita al dire d’Ibn-Khallikân, con
una piccola provvisione che gli procacciarono, di professore, credo io,
in qualche medresa. In Hama ei divulga, tra le altre opere, il Solwân
della seconda edizione e il Kheir-el-biscer, mutilato della dedica a
Sefi-ed-dîn. E veramente la copia del Solwân stampata non è guari a
Tunis (1862), è tolta da un testo che l’autore stesso avea comunicato
al ripetitore in Hama, del mese di regeb del sessantacinque (aprile
1170);[856] il qual testo, al par del maggior numero de’ codici che
abbiamo in Europa, confronta con quello dedicato ad Abu-l-Kasim. E
ciò prova che l’autore avea messo da parte l’altro del re innominato.
La prima edizione corse per pochi anni, come si argomenta dal picciol
numero delle copie che ne rimangono, in confronto delle molte della
seconda edizione.[857] Nè altrimenti dovea succedere nel supposto
che il nemico di quel re troppo buono fosse stato il gran Norandino;
perocchè splendendo sempre più in Levante la gloria militare e la virtù
religiosa del conquistatore, i Musulmani non avrebbero sopportata
una voce che ricordasse le sue perfidie, nè l’autore stesso avrebbe
affrontato il pericolo di uscir nuovamente dalla Siria.
Comunque sia, l’indigenza accompagnò Ibn-Zafer fino alla tomba, e poco
prima l’avea sforzato a maritar la figliuola ad uom di condizione
inferiore alla propria, ch’è peccato in legge musulmana. Il genero,
per giunta, portò via la giovane e la vendè schiava in altro paese.
Morì Ibn-Zafer in Hama, come abbiam detto: ei fu piccino e mal
complesso della persona; ma bello in volto,[858] generoso d’animo, pio,
onesto, lodato per chiaro ingegno, vasta erudizione e delicato gusto
letterario. Donde possiam pensare che quest’ultimo scrittore della
Sicilia musulmana avrebbe lasciate opere più grandi, se la povertà non
l’avesse obbligato a filarne una trentina.
A capo delle quali ei pose nel citato catalogo il _Janbû’_, ec.
(Sorgente d’eterna felicità nell’esegesi del Savio Ricordo) dettato
due volte, come s’è detto, con lo stesso titolo[859] e chiamato
anche il Gran comento letterale del Corano.[860] Abbiamo in Europa,
per quanto io sappia, un solo volume del _Janbû’_, che torna
forse ad una ottava parte dell’opera e che ne dà bel saggio, s’io
giudico dirittamente.[861] Va noverato anco tra gli studii coranici
il _Fewâid-el-Wahi_, ec. (Brevi ed utili cenni su le gemme della
miracolosa Rivelazione) che racchiude la definizione de’ nomi dati
alla divinità nel Corano; de’ quali alcuni differiscono di forma e di
significato, come _Kerîm_ e _’Azîm_; altri, al contrario, derivano
da unica radice, come _Rahmân_ e _Rahîm_, ovvero possono usarsi
indistintamente come _Khabîr_ e _’Alîm_.[862] Nella medesima classe
è da porre l’_Asâlib-el-Ghaiât_, ec. (Vie che portano a spiegar bene
un versetto) ch’è appunto l’ottavo della sura quinta e risguarda
le abluzioni;[863] l’_Iksir-Kimia-et-tefsîr_ (Elixir della chimica
dell’esegesi);[864] il _Kitâb-el-Borhaniat_, ec. (Libro degli Argomenti
che conducono alla spiegazione de’ nomi di Dio).[865] Non si cita
d’Ibn-Zafer alcun trattato di tradizione musulmana propriamente detta.
Pur non è dubbio ch’egli abbia studiata quella prima sorgente delle
scienze dell’islam, poichè i biografi fanno menzione della sua presenza
nelle scuole di tradizione,[866] e d’altronde lo provan le opere sue,
come innanzi diremo.
Delle due opere giuridiche notate nel catalogo autentico, noi
sappiam poco più che i titoli: e sembrano l’una e l’altra compendii.
S’addimanda una il Mosanni (La Manoduzione), trattato di scuola
malekita, nel quale avverte l’autore ogni tesi essere seguìta dalla sua
dimostrazione: e parmi questo il medesimo libro che l’autore dedicò ad
Abul-Kasim in Sicilia, allungando un po’ il titolo: “Manoduzione per
chi vuole imbeversi della _Ma’ona_ e dell’_Iscraf_“, delle quali l’una
è compilazione classica di dritto malekita, e l’altra pare opera di
confronto tra le dottrine delle varie scuole ortodosse.[867] Il secondo
lavoro giuridico d’Ibn-Zafer è poemetto didascalico sul partaggio delle
eredità e su i diritti di clientela.[868] Non presto fede alla notizia,
al medesimo tempo riferita e messa in forse dal Fasi, che Ibn-Za-fer
avesse date lezioni di dritto sciafeita;[869] sembrandomi che s’egli
studiò quella scienza, non l’approfondì tanto da poter insegnare in
altra scuola che la malekita. L’errore nacque forse da somiglianza di
nome, e questa sarebbe per avventura una delle cagioni che han resa
dubbia la patria del letterato siciliano e fatta notare da alcuni
nel cinquecensessantacinque la sua morte, che seguì per vero due anni
appresso.
Da’ titoli delle opere di teologia, chè que’ soli abbiamo e qualche
cenno nel catalogo autentico, sembra che Ibn-Zafer siasi gittato
nelle contese degli scolastici musulmani dell’età sua. Messo da
canto il _Teskhir_ (La Connessione) del quale non sappiamo altro
che la classe,[870] ci occorre il _Mo’adat_ (I luoghi sacri), libro
ortodosso, scrive l’autore medesimo, pien di salutari avvertimenti
ed atto a chiarire ogni dubbio.[871] Segue il _Mo’atibat-el-Giari_,
ec. (Riprensione all’audace che condanna l’innocente), il quale
trattava, se dobbiam credere al Makrizi, delle dottrine teologiche
di Abu-Hanifa e di El-’Asciari; onde par che l’autore abbia assunta
la difesa del primo contro il secondo.[872] Svela ira più acerba il
titolo del _Kescf-el-Kescf_ (Smascheramento dello Smascheramento),
confutazione d’un’opera ch’era uscita col titolo di _Kescf_, contro
la famosa “Risurrezione delle scienze teologiche” per Ghazali.[873]
Abbiamo infine con un titolo che parla dassè, il _Gennet fi
ittikâd-ahl-es-sunneh_ (Il Paradiso nella Ortodossia de’ Sunniti).[874]
Ma più che a combattere ne’ deserti della scolastica, s’adattava il
delicato intelletto d’Ibn-Zafer alla filosofia morale. Si leggono
nel catalogo i titoli di quattro opere, con l’avvertenza che fossero
parenetiche, cioè: _El-Khowads-el-wakiat_, ec. (Gli elmetti sicuri e
gli amuleti degli incantesimi);[875] _Riâdh-ed-dsikra_ (I Giardini
dell’Ammonizione);[876] _En-nesâih_ (I buoni consigli);[877]
_Mâlek-el-idskâr_, ec. (L’angelo che ricorda le vie delle
Riflessioni).[878] Delle quali opere nè conosciamo codici, nè troviamo
ragguagli; pur la tendenza morale si può argomentare con sicurezza
dalle opere istoriche e dalle pseudo-istoriche del medesimo autore.
Delle prime ci rimane il _Kheir-el-biscer_, ec. (I migliori annunzii
sul miglior dei mortali) dianzi citato, nel quale si discorrono le
predizioni ch’ebbe il mondo dell’apostolato di Maometto.[879] Il
trattato si divide in quattro capitoli, secondo la diversa origine de’
vaticinii; cioè a dire, que’ contenuti nei libri sacri degli Ebrei e
de’ Cristiani e quelli usciti di bocca dei dottori, dei _Kahin_ (arioli
arabi) e dei _ginn_ (genii o demoni). Nei primi due capitoli l’autore
cita ad ogni passo il Pentateuco, i Salmi, il libro d’Ezechiele e
i Vangeli, con le diverse opinioni degli espositori; talvolta ei
confronta col testo la versione siriaca del Vecchio Testamento; esamina
con erudizione il cammino percorso dai libri che compongono il Nuovo, e
sostiene pertinacemente il paradosso musulmano che il Paracleto della
Scrittura simboleggi Maometto. Parmi che cotesti due primi capitoli
possan giovare in qualche modo alla storia degli studii biblici. Nel
terzo e nel quarto si possono spigolare, per quel che valgano, degli
aneddoti di storia preislamitica, e v’ha sempre da raccogliere note
filologiche tra le sentenze sibilline conservate bene o male dalla
tradizione. La fama che ha goduta e gode questo libro in Oriente, è
provata dai molti codici che ne avanzano, dalle citazioni che ne fanno
gli scrittori,[880] e dalla recente edizione del Cairo.[881] Sembra
compendio del _Kheir-el-biscer_ lo _’Alâm-en-nobowah_ (Segni della
Missione profetica) che manca nel catalogo autentico, e dee perciò
riferirsi agli ultimi anni dell’autore.[882]
Si allarga alquanto il campo storico nell’_Anbâ-nogiabâ-el-ebnâ_
(Notizie dei giovanetti illustri),[883] al quale non manca il suo
compendio, chiamato _Dorer-el-Ghorer_ (Le perle frontali).[884] Caso
raro nella letteratura arabica, il titolo del primo di cotesti libri
espone chiaramente il subietto. Dividonsi quelle biografie in cinque
capitoli, ciascun de’ quali ha intitolazione particolare e il primo,
detto “La gemma solitaria ed unica,” racchiude gli aneddoti di Maometto
fanciullo. I tre seguenti trattano dell’infanzia di tre generazioni
diverse di Musulmani; il quinto de’ fanciulli celebri degli antichi
Arabi e de’ Persiani. È libro di _adâb_, come si chiama l’erudizione
miscellanea; e contiene esempii di bella memoria, sagacità precoce,
predestinazione alla grandezza religiosa o mondana. Cotesto libro, al
paro che il _Kheir-el-biscer_, potrà giovare tuttavia a’ lessicografi
ed a’ ricercatori della storia orientale del medio evo.
Com’ogni altro letterato arabo, scrisse Ibn-Zafer di grammatica.
Leggiamo nel suo catalogo un _El-Kawâ’id wal-biân_, ec. (Le basi e la
spiegazione della grammatica): ma egli stesso lo chiama compendio.[885]
E’ sembra invero che Ibn-Zafer poco siasi curato della scienza
grammaticale, ancorch’egli dicerto non l’abbia trasgredita nello
scrivere, perocchè le sue opere pervenute infino a noi scarseggiano di
note grammaticali, quanto abbondano delle lessicografiche. I biografi
poi ci hanno tramandato un pettegolezzo che attesterebbe i rimorsi
d’Ibn-Zafer; cioè, che trovandosi ad Hama in una tornata accademica con
Tag-ed-dîn-el Kendi, questi gli propose una difficoltà grammaticale
e poi un dubbio filologico: ai quali Ibn-Zafer rispose e in sul fine
della tornata sclamò: “Il dottore Tag-ed-dîn è più valente di me in
grammatica, ma io lo vinco in filologia.” — “Oibò, rispose il pedante,
conceduta la prima tesi; controversa la seconda.”[886]
Lasciato da canto _El Gewd-el-wasib_ (La pioggia continua),[887]
al quale non sapremmo assegnar classe e il _Kitab-el-isciarât_,
ec. (Cenni su la scienza dell’interpretazione) che par tratti
d’oneirocritica,[888] entriamo nella filologia, che dopo la filosofia
morale, fu in vero la disciplina prediletta del nostro autore. Come
già dicemmo,[889] spirava allora nella letteratura arabica il secento
e lucea, stella polare de’ filologi, l’arguto e vivacissimo Harîri.
Ibn-Zafer lo comentò, sforzato dal genio de’ tempi; ma lo combattè
anco. Nel _Sefr_ (Il sentiero) ei dichiarò le voci insolite e rare
e i proverbii che occorrono nelle _Mekamet_ o “Tornate” di Harîri,
come suona in italiano;[890] la stessa cosa par abbia fatto, su per
giù, nel _Nakîb_, ec. (Lo scrutatore delle espressioni peregrine
delle Tornate) e non sappiamo se il comento di Harîri, attribuito
a Ibn-Zafer, sia copia di quelle due opere messe insieme, ovvero
nuova compilazione.[891] Con l’_Awhâm-el-Ghawwâs_, ec. (Errori del
Marangone che taccia d’errore i Sommi) ei rifà il verso all’Harîri,
il quale nella _Dorret-el-Ghawwâs_, ossia “Perla del Marangone,”
avea sindacati i più celebri scrittori.[892] Fuor dall’agone della
critica, ci occorre il _Mulah-el-loghat_ (Sali di filologia), glossario
alfabetico de’ vocaboli suscettivi di parecchi significati;[893]
l’_Isctirak-el-loghewi_, ec. (Consorzio filologico e genesi de’
significati)[894] e il _Nogiob-el-amthâl_ (Proverbii eletti).[895]
Assai brevemente dirò del Solwân, ch’è pur il capo lavoro d’Ibn-Zafer
ed ha mantenuta per sette secoli, e manterrà ancora per lungo tempo,
la fama dell’autore presso i popoli musulmani. Venti anni or sono, io
tradussi questo libro in italiano, rividi una bella versione inglese
fatta su quella mia, e nella Introduzione trattai le sorgenti istoriche
e letterarie alle quali l’autore avea attinto. Detti altresì tutte
le notizie bibliografiche venutemi fin allora alle mani e v’aggiunsi
molti, forse troppi, schiarimenti, per far comprender meglio il libro
a’ lettori che non avessero studiate di proposito le cose dell’Oriente.
Mi basti, dunque, di ricapitolare quella Introduzione, della quale
confermo tuttociò che non correggerò espressamente.
_Solwân-el-Motâ fi ’odwân-el-etbâ_ vuol dire “Rimedii del principe,
quand’egli è nimicato da’ suoi seguaci.” Propone l’autore cinque
rimedii, che danno argomento ad altrettanti capitoli: e son l’Abbandono
in Dio, ossia l’affidarsi alla giustizia della causa; il Conforto,
ossia non sbigottire nei pericoli; la Costanza, ossia perseverare;
il Contentamento nella propria sorte; e l’Abnegazione, o piuttosto il
disprezzo delle cose del mondo. Ciascun rimedio è esposto per sintesi
e per analisi: da una mano i precetti del Corano, le tradizioni di
Maometto, le sentenze de’ savii ed alcune massime dell’autore in prosa
e in verso; dall’altra mano, squarci di storia, novelle fabbricate
su fatti storici e prette favole ed apologhi. Gli argomenti storici
son tolti per lo più da’ tempi classici dell’Arabia, da’ primi secoli
dell’islamismo, dalla Persia sassanida e talvolta dalle agiografie
cristiane dell’Oriente; le narrazioni favolose sono imitate, copiate
non già, da’ modelli indiani. Troviamo testualmente una novella
delle _Mille ed una Notte_:[896] ond’è da supporre che alcuno degli
ultimi compilatori di quel dilettevolissimo libro, l’abbia tolta
dal Solwân, non già il contrario. Del resto, non pochi altri squarci
sembrano parafrasi o forse traduzioni di testi pehlewi, ch’è a dire,
frammenti tolti dal naufragio della letteratura persiana nell’epoca
de’ Sassanidi. Nelle massime morali s’alterna, come nella più parte
de’ libri pervenutici dall’Oriente, la fierezza dello stoicismo e la
pieghevolezza cristiana: savii sono del resto i consigli politici;
ingenuo e vivace il dettato e la lingua arabica pura e scorrevole,
se non che a volte s’inciampa in un pezzo di secento. Le due edizioni
citate dianzi, le quali chiamerem l’una di Siria e l’altra di Sicilia,
si distinguono non meno per le prefazioni diverse, che per la pulitura.
Nella seconda son tolte via quelle citazioni continue, è semplificato
l’intreccio; ma qualche bel racconto è soppresso e v’è passata, s’io
non erro, la lima di una censura volontaria.[897]
Pregio principale del Solwân mi sembra la via nuova che l’autore tentò,
nuova pei Musulmani, cioè d’inculcare massime morali con l’esempio di
fatti immaginarii. Perchè pria di lui la letteratura arabica possedea
sì delle versioni e delle imitazioni di favole persiane e indiane,
ma non si ritrae che alcuno scrittore le abbia usate in opera di
serio e grave argomento:[898] ond’è che Ibn-Zafer si sforza nella
prima edizione a mostrar come i santi dell’islam non rifuggivano da
arte oratoria così fatta, e nella seconda replica che legge non vieta
il suo dettato, nè orecchio dee rifuggir da quello. E per vero, non
ostante gli scrupoli del tetro genio semitico, parecchi orientali hanno
tradotto questo libro, imitatolo o fattone parafrasi,[899] o presone
squarci,[900] ed altri scrittori il citano.[901] In somma, il Solwân
è stato sempre in voga appo i Musulmani, come lo provan anco le molte
copie che n’abbiamo nelle biblioteche europee e la recente edizione di
Tunis.
Tra i lavori d’Ibn-Zafer io non ho notate le poesie, perchè poche ne
conosciamo oltre i versi intessuti nel Solwân; i quali d’altronde non
differiscono dalle sue prose rimate, se non che per la misura e per
la rima più rigorosa. Ciò non ha ritenuti i biografi dal chiamar belle
le poesie d’Ibn-Zafer, giudicandole sopra un tipo di bellezza diverso
dal nostro. Imâd-ed-dîn, ch’era penetrato infino all’osso del gusto
letterario di quel secolo, dice che Ibn-Zafer, “passando in Siria
gli ultimi anni della sua vita, irrigò con la eloquenza le Accademie
de’ bramosi di sapere. Ei fu principe, al suo tempo, nell’esegesi del
Corano e nella erudizione. Lo vidi io in Hama, che gli amatori della
Scienza pendevano attoniti dal suo labbro. Lasciò eleganti composizioni
e ben ordinate compilazioni: tra le altre opere il Solwân, ch’io
ho percorso e trovatolo utile libro, come quello che unisce le due
bellezze, delle idee e della lingua, e ti ammaestra or accennando, or
esortando; il quale libro fu composto da lui in Sicilia, ec.” Arriva
il biografo a dire che questo uom valentissimo sorpassò nella scienza
tutti i dotti suoi contemporanei.[902] Che se non vogliamo fidarci di
Imâd, ampolloso scrittore, facile a lasciarsi trasportar dalle antitesi
e dalle consonanze, staremo al giudizio di Ibn-Khallikân, il quale,
educato com’egli era in una scuola storica aridissima, pur novera
Ibn-Zafer tra i principali eruditi e i più valenti uomini del tempo, e
lo dice autore di pregevoli compilazioni.
Il doppio nome etnico non ha cagionati dispareri su la patria del
tradizionista Abu-Ali-Hasan-ibn-Abd-el-Bâki, droghiere e dottore
malekita, noto sotto nome d’Ibn-el-Bâgi,[903] detto Siciliano e
Medinese, e morto il cinquecennovantotto (1201-2).[904] Al quale va
aggiunto un Abd-el-Kerîm-ibn-Iehia-ibn-Othman, soprannominato “L’onor
de’ Grammatici,” perch’ei fu maestro del precedente e discepolo di
Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Mosallem, da Mazara; onde sembra anch’egli
nato, o domiciliato in Sicilia.[905] Siciliano per nascita l’altro
emigrato e tradizionista Abu-Zakaria-Jehia-ibn-Abd-er-Rahman-ibn
Abd-el-Mo’nim, oriundo di Fez, discendente della tribù araba
di Kais; il quale chiamossi anco Dimiski e Isfahani, dalle due
città ov’ebbe soggiorno, e nella seconda delle quali morì, il
secentotto (1211-12). Sappiamo ch’ei vagò per molti paesi, che
seguì la scuola sciafeita, lasciando, com’e’ pare, la malekita,
perchè non prevaleva in quelle regioni di levante. Si conosce
di lui l’_Er-raudat-el-anîkah_ (Il dilettoso giardino), che
sembra raccolta di tradizioni; ma egli non passava per fedel
raccontatore.[906] Visse nel medesimo tempo e fu maestro di
tradizione, il giurista Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Abi-l-Kasim,
siciliano, della tribù di Koreisc.[907] Il cieco Abu-Abd-Allah
Mohammed-ibn-Abi-Bekr-ibn-Abd-er-Rezzâk, soprannominato _Scerf-ed-dîn_
(Gloria della religione), par sia uscito di Sicilia con le ultime
famiglie ch’emigravano; leggendosi ch’ei nacque il secenventuno (1224),
che studiò e insegnò in Egitto e morì al Cairo. Uomo di molta dottrina,
carità e religione, venuto in fama di santo che portasse benedizione
altrui con le preghiere, ei professò tradizioni e lettura del
Corano.[908] Parmi che Mohammed-ibn-Mekki-ibn-Abi-d-dsikr abbia preso
il nome di Siciliano dal villaggio presso Damasco che si addomandava Le
Siciliane; poichè lo dicono nato in Damasco, di regeb secenquattordici
(ottobre 1217): il quale fu noto come lettor del Corano e
tradizionista, ancorchè addetto al mestier di ricamatore a Damasco e
poi nell’opificio del _tirâz_ al Cairo, dove morì il secennovantanove
(gennaio 1300).[909] Furon poi detti entrambi Ibn-es-Sikilli, come
egli è probabile dalla nazione dei padri loro rifuggiti in Egitto,
due giureconsulti egiziani di scuola sciafeita; il primo de’ quali,
Mohammed-ibn-abî-l-Fadhl, della tribù di Rebî’a, soprannominato
_Scerf-ed-dîn_ (Gloria della religione), nacque in Misr il secentotto
(1211), fu magistrato di polizia urbana e morì il secennovantadue
(1293);[910] l’altro, Mohammed-ibn-Mohammed-ibn-Mohammed,
soprannominato _Fakhr-ed-dîn_ (Vanto della religione), scrisse un
trattato giuridico, fu cadi di Damiata, indi magistrato al Cairo e morì
il settecenventisette (1327).[911]
Ritornando ai Siciliani propriamente detti e alla classe della
filologia nella quale ci è occorso il ramingo Ibn-Zafer, troviam ora
un Abu-l-Hasan-Ali-ibn-Ibrahîm-ibn-Ali, chiamato Ibn-el-Mo’allim (Il
figliuol del maestro di scuola), che al dire di Dsehebi segnalossi
molto in grammatica e in lessicografia, ebbe scrittura bellissima,
studiò la medicina, interpretò i sogni, e morì il cinquecentrentadue
(1137-38). Mettendolo il Dsehebi, l’ho messo anche io:[912] e più
alacremente prendo a dir degli scrittori in prosa e in verso.
Giova qui ripetere che le notizie e gli squarci sui quali abbiamo a
giudicare, derivano la più parte dall’antologia d’Imâd-ed-dîn; il quale
trascelse secondo il gusto e l’intento suo, e non secondo il nostro.
Indi è che tra le opere degli Arabi siciliani di quest’ultimo periodo,
ei ci dà tre soli esempii di poesie che, in significato assai largo,
chiameremo popolari. I due primi son versi da cantare, dettati da un
buon letterato e poeta, senza tanto artifizio, ma senza scostarsi da’
metri soliti: onde ne tratteremo in appresso. L’altro esempio muove la
sete e ne lascia a bocca arsa. Sono stanze, proprio stanze, con versi
brevi e rime intrecciate: ond’io penso che scopriremmo per avventura
più intimi legami tra queste e le prime poesie italiane della Sicilia,
se il secentista pedante che fè la raccolta, ci avesse serbato qualche
altro componimento di tal fatta. Ma di certo gli parve strano e
barbarico il metro, del quale ei perfino ignorava il nome o sdegnò di
ripeterlo, poichè ci trascrive i versi con la intitolazione “Di que’
che si recitano con cinque misure.”[913]
Gli scrittori arabi di Ponente ci ragguagliano dell’origine e progresso
di cotesto novello uso di verseggiare, il quale non differiva nel metro
soltanto della genuina poesia arabica. I componimenti furon chiamati
propriamente _Mowascehât_, o _Azgiâl_. De’ quai vocaboli il primo è
plurale dell’aggettivo femminino _mowascehah_, che vuol dire “ornata
di _wisciâh_,” sorta di bustino di pelle, trapunto a fili alterni di
perle e d’altre gioie. Forse chi primo usò tal nome, volle paragonar la
nuova canzone ad una cantatrice abbigliata per andare a corte, o volle
accennare alla gaiezza delle rime, avvicendate come que’ fili paralelli
che si incrocicchiavano sotto il petto, nelle due punte del _wisciâh_.
E veramente in linguaggio tecnico appellano _simt_, ossia filo, il
verso la cui rima rilega tutte le stanze, e _ghosn_, ossia ramo, i
versi di ciascuna. La voce _zegel_, al plurale _azgiâl_, rende l’idea
di suono ripetuto, significando nella lingua classica: grido, chiasso,
gorgheggio ed anco susurro come di venticello.
Le _mowascehe_ s’intesero dapprima a corte di Cordova, allo scorcio del
nono secolo; furon molto in voga in Affrica e Spagna dall’undecimo in
giù; e quella moda occidentale trovò favore anco in Egitto e in Siria e
dura finoggi.[914] Sia fioritura d’un germe che s’ascondea nella stessa
poesia nazionale degli Arabi,[915] sia novità tolta in prestito dalla
Persia, sia pure imitazione delle strofe e rime di bassa latinità che
correano per avventura nel clero e nel popolo di Spagna al tempo del
conquisto, la _mowasceha_ alleggerì ogni maniera di peso della poesia
classica: i versi lunghi, divisi per emistichii; l’unica rima de’
componimenti maggiori; i vocaboli insoliti o vieti messi lì per forza
della rima o lusso di lingua; e nelle kaside, la macchina della bella
che ha mutato il campo, dell’amante che visita le vestigie di quello e
simili cose.
I versi brevi, scompartiti a stanze, costruiti più spesso con gli
accenti a modo nostro che con le regole della prosodia arabica,[916]
rimano con leggi svariate, or alternati come nelle nostre terzine, ora
con rima intermittente come nelle canzoni e in molti altri antichi
metri nostri; e così anche si tramezzano versi di varie misure, per
esempio di quattro o cinque sillabe, con que’ d’otto o dieci. Secondo
Ibn-Khaldûn, i _zegel_ non si distingueano altrimenti da quell’altro
metro, che per la lingua, volgare del tutto:[917] ma par che vi
si usassero stanze più piccole e versi più corti; ed a ciò menava
di certo la soppressione delle vocali finali nella più parte de’
vocaboli, ch’è proprio dell’arabo volgare; e l’uso di accompagnare
i versi col canto e talvolta col ballo.[918] E però gli eruditi han
chiamate le _mowascehe_, odi o canzoni e i _zegel_, ballate e sonetti;
la quale ultima denominazione parrebbe più propria se si riferisse
all’antico sonetto nostro.[919] Del resto richieggonsi altri studii
pria di ammettere la parentela, che comparirebbe a primo aspetto dalla
somiglianza di qualche metro e di qualche denominazione. Se pur si
trovassero compagne le fogge del vestito, le muse neo-arabiche avranno
sempre altro temperamento e altra indole che le neo-latine. Le prime,
soprattutto quand’esse abbandonansi nei _zegel_, si allontanan sì
dall’Arcadia del deserto, ma non s’avvicinano per questo alla scuola
de’ Trovatori di qua nè di là dalle Alpi; e più spesso, ne’ loro nuovi
metri, le immagini, il colorito, le transizioni, l’adulazione, il
biasimo, i vanti, i monotoni piagnistei dell’amore, son gittati sulla
forma arabica, quella, già s’intende, dei tempi di decadenza.
L’unica poesia di tal fatta, riferita a Siciliani nella _Kharîda_, è
opera del segretario Abu-l-Hasan-Ali-ibn-Abd-er-Rahmân-ibn-abi-l-Biscir,
es-Sikilli, el-Ansari, cioè siciliano di stirpe medinese, messo in
primo luogo nel capitolo de’ Siciliani contemporanei d’Imâd-ed-dîn,
onde tornerebbe alla metà del sesto secolo dell’egira e duodecimo
dell’èra cristiana. Più precisamente parmi da collocare Abu-l-Hasan
tra lo scorcio dell’undecimo e i principii del duodecimo, poichè il
raccoglitore cavò questa notizia dall’epistola di Abu-s-Salt su i
poeti della età sua propria (1067-1134). Il componimento è di sei
stanze, ciascuna di tre versi d’otto sillabe, ed ogni verso rima col
suo simmetrico in ciascuna stanza, il primo cioè col primo e così il
secondo e il terzo: e però lo chiamerei _zegel_, più tosto che
_mowasceha_.[920]
Io mi ristringo al metro, ch’è la sola parte notevole di questo
squarcio, e nulla dico de’ concetti e dello stile; parendomi gli uni
volgari e l’altro pesantuccio, quando Abu-l-Hasan ne’ componimenti
ordinarii tratta più vivacemente il subietto dell’amore mal
corrisposto,[921] e le sue parole una volta si direbber anco tenere
e spontanee.[922] Lasciato da canto Abu-s-Salt, che si dilettava
di paragonare co’ suoi proprii versi e con gli altrui, un distico
d’Abu-l-Hasan su i raggi di luce ripercossi dalle acque,[923] noi
dobbiamo notar con lode gli epigrammi scherzevoli di questo autore[924]
ed uno serio, dove spira l’orgoglio serbato da nobile e forte gente tra
le amarezze che non mancavano ai vinti Musulmani di Sicilia.[925]
Par che Abu-s-Salt non abbia scritti in lista altri poeti siciliani,
poichè Imâd-ed-dîn, senza citarlo altrimenti, continua questo capitolo
con la scorta d’un anonimo che ne avea messi parecchi in una raccolta
compilata di recente in Mehdia.[926] Tornano essi dunque alla prima
metà del duodecimo secolo, com’anco s’argomenta dalle poesie dedicate a
re Ruggiero.
Primo ci occorre in questa raccolta Abu-Musa-’Isa-ibn-Abd-el-Mo’nim,
es-Sikilli, lodato dall’anonimo antologista, come “giureconsulto
di gran seguito, valoroso nelle allegazioni e negli argomenti,
l’avvocato principe del suo paese, (lo scrittore) dai concetti nuovi,
elevatissimi e dal linguaggio (fiorito come) i giardini cui rigan
piogge continue.” ’Imâd-ed-dîn, sopraccaricando figure, continua che
“a sentire i suoi dettati, ogni ferita risana; che il fulgore di quel
bello stile dissipa le angosce; che le parole rassembran perle cavate
dalle conchiglie e stelle raggianti. Ed ecco, conchiude Imâd, una delle
sue peregrine poesie d’amore, la quale è più dolce che un desiderio
soddisfatto.[927]” Ma al nostro palato sanno meno salvatichi i versi
dettati per una bella ragazza bionda[928] e per una bruna vezzosa.[929]
Oltre varii epigrammi, un de’ quali indirizzato ad Abu-s-Salt per
chiedergli in prestito un libro,[930] abbiam di lui il principio della
kasida funebre scritta per un Abu-Ali-Abd-Allah, e sembranmi nobili
versi.[931] È meraviglia che uom sì grave abbia dettate, nello stesso
metro solenne, delle poesie oscene, come ben le definisce Imâd e ne
reca in esempio una kasida intera ed un verso tolto da un’altra, del
quale non oso pur dare la traduzione latina: e il laido concetto è
espresso in termini astrologici che lo rendono più disgustoso.[932] I
trentacinque versi ond’è composta l’altra, cominciano con la imitazione
servile d’Imro-l-kais; arrivano ai vocaboli sudici e finiscono con una
apologia insipida e impertinente.[933] Pur non si può negare il pregio
della lingua in cotesti componimenti, nè in quelli di futile argomento,
ammessi al par nella _Kharîda_: un’epistola in prosa a lode d’un bel
saggio di calligrafia;[934] una in versi, nella quale sono evitate le
due lettere _elif_ e _lam_, sì frequenti nella lingua arabica.[935]
Abu-Abd-Allah-Mohammed, figliuolo del precedente e giureconsulto,
segretario e poeta, ebbe gran fama, a quanto ci si dice, come geometra
e astronomo o astrologo.[936] Più solenne giudizio troviamo intorno
le sue opere letterarie. Scrivono i biografi “ch’ei passeggiava su
le vette dell’eleganza; lo chiamano campione rinomato ne’ tornei
de’ dotti; scoprono nelle sue poesie tale virtù da esilarare gli
animi, e inebriare gli astanti come se si facessero girar tra loro
delle tazze di vin prelibato.”[937] ’Imâd, accennando alle elegie
di Mohammed-ibn-’Isa, esclama che, se ascoltassero di tai versi,
si metterebbero sulla buona strada anco i malvagi.[938] E per vero
una lunga kasida, scritta, com’e’ sembra, in morte d’alcun de’ Beni
Labbana, procede maestosa e patetica: e comprendiam che dovesse parer
capolavoro a chi possedea la lingua, a chi tenea sovrane bellezze
i tropi, le metafore, le antitesi, che or ci muovono a riso.[939]
La buona gente ascoltò, fors’anco tutta commossa, un’altra elegia
che esordisce col pianto dei cavalli.[940] Perdonati i difetti del
secolo, Mohammed-Ibn-Isa può dirsi buon poeta; migliore al certo del
padre, poichè seppe scansarne la scurrilità. Ne’ suoi versi d’amore
ci occorre, tra i luoghi comuni, qualche immagine graziosa.[941] Il
componimento che ho citato dianzi come poesia popolare, ha concetti
semplici, linguaggio facilissimo, versi non tanto lunghi e adatti al
canto; del resto corron tutti sopra unica rima a modo antico.[942]
Abbiamo di questo poeta gli squarci di due altre kaside, d’una epistola
in rima, di due in prosa e di due tramezzate dell’una e dell’altra,
onde veggiamo che lo stile familiare non gli facea smetter sempre le
ampollosità.[943]
Seppe scansarle, quanto allor poteasi, un altro siciliano
contemporaneo, del quale ’Imad-ed-dîn ci dà soltanto otto versi,
tolti in parte dal principio e in parte dal seguito di lunga kasida
che fu scritta in morte d’un nobil capo musulmano di Sicilia. E
duolci che ’Imâd non abbia serbato il nome di costui, nè il rimanente
dell’elegia, nel quale si sarebbero trovati per avventura de’ cenni
storici e de’ versi più belli; poichè l’antologista trascelse di certo
quelli che a noi possono piacer meno. Pur ci si veggono sentimenti
vigorosi, concetti poetici e nobiltà di forma; in grazia anche
del maestoso metro ch’è il _tawîl_, ossia “lungo.”[944] Il poeta
chiamossi Othman-ibn-Abd-er-Rahman, soprannominato Ibn-es-Susi, dice
’Imad-ed-dîn; ma questo a me pare piuttosto soprannome di qualche
antenato, oriundo di Susa in Affrica, il quale abbia fatto stanza e
lasciata progenie in Malta; poichè si ammira tuttavia in quell’isola
la lapida sepolcrale di Meimuna, figliuola di un Hassân-ibn-Ali,
della tribù di Hodseil, detto Ibn-es-Susi.[945] Il poeta appartenne di
certo alla stessa famiglia, poichè l’antologista continua dicendo che
“Malta fu il luogo della sua nascita,[946] la stanza di sua gente e la
produttrice del suo vino; quivi fu coltivato il suo ingegno, quivi egli
apprese lettere umane dal proprio padre. Abitò quindi Palermo; elessela
a (seconda) patria e vi trovò riposo. Ei visse oltre i settant’anni,
procreò figliuoli; le sue poesie (lodansi per) sano concetto, bella
struttura e buon gusto. Avea recitata egli stesso, pochi giorni pria di
morire, quella elegia all’autore della raccolta.”[947]
Siciliano parmi senza dubbio un Abu-d-Dhaw-Serrâg-ibn-Ahmed-ibn Regiâ,
del quale ’Imad-ed-dîn non dà cenno biografico, ma il cita a proposito
del carteggio ch’ei tenne con Abu-s-Salt.[948] Parmi siciliano, perchè
nella seconda metà del duodecimo secolo abbiamo di quel casato un
cadì di Palermo, il cui padre e l’avolo aveano esercitata la stessa
magistratura;[949] e d’altronde l’elegia dettata in morte d’un
figliuolo di Ruggiero, prova ch’egli ebbe grazia a corte di Sicilia
o ne cercò. Al dire di Imâd-ed-dîn, faceasi menzione di questo poeta
nell’opera d’Ibn-Bescrûn, della quale tra non guari tratteremo.
Si lodavano ampiamente i suoi rari pregi e le sue risplendenti
qualità: sobrietà di descrizioni, possente immaginativa, intuizione
sicura, acume d’intelletto, poesia ben tessuta e indirizzata ad alto
scopo.[950] E sì che la fantasia non venne meno ad Abu-d-Daw tra questo
turbine d’immagini orientali, evocate in mezzo al profondo lutto del
re.
Altri poeti celebrarono la magnificenza di Ruggiero con carmi i quali,
quantunque scorciati da Imâd-ed-dîn “perchè, dice egli, suonan lode
degli Infedeli ed io dal mio canto non la vo’ confermare,” han pure
singolar pregio appo noi, provando che così fatti omaggi erano graditi
a corte di Palermo, e valendo anco a illustrare luoghi di delizia che
da gran pezza han mutato aspetto. Così l’antica reggia di Palermo,
oltraggiata dal tempo e dai vicerè spagnuoli, l’anfiteatro romano,
chiamato nel medio evo la Sala verde e adeguato al suolo più di tre
secoli addietro, i giardini e il castello di Maredolce o della Favara,
le vestigie dei quali non sono dileguate del tutto, ci tornano alla
memoria ne’ versi di Abd-er-Rahman-ibn-Mohammed-ibn-Omar, della città
di Butera in Sicilia.
Fu questi, come leggiamo nella _Kharîda_, “recitator del Corano non
inferiore a nessuno al suo tempo, dottissimo nelle varianti del sacro
libro: e verseggiò con mirabile originalità di pensiero. Egli stesso
recitò all’anonimo mitologista una kasida, nella quale lodando Ruggiero
il Franco, principe della Sicilia, descrisse gli eccelsi edifizii di
quel re. Nel qual poema si legge tra le altre cose:[951]”
“Su, fa girare il (vin) vecchio[952] di color d’oro; e attacca la
bevuta mattutina con quella della sera.