Dagli emiri Kelbiti la storia letteraria di Sicilia passa a re
Ruggiero, saltando pressochè un secolo, che cominciò con la guerra
civile de’ Musulmani e terminò con l’assetto de’ conquistatori
cristiani d’oltre il Faro e d’oltre le Alpi: nel qual tempo molti
Credenti cultori delle scienze e delle lettere, lasciata l’isola,
s’illustravano in altre terre musulmane; ed all’incontro i germi della
civiltà occidentale, parte indigeni e parte stranieri, penavano a
fiorire in sì profondo mutamento di religione, di lingua, d’ordini
politici e sociali. I germi indigeni non eran morti. Que’ trecento
codici che il Prete Scholaro legava al nascente suo monastero di
Messina, l’ultim’anno appunto dell’undecimo secolo,[698] attestano che
gli studii non fossero dimenticati; nè parmi inverosimile che tra le
omelìe, i canoni e i breviali, si fosse intruso nella biblioteca del
fondatore qualche classico, qualche libro di storia o di matematica.
A capo di mezzo secolo, Giorgio d’Antiochia, uomo d’altra origine
e d’altra tempra, fondando in Palermo la chiesa di Santa Maria che
in oggi s’addimanda della Martorana, le donò tra tante ricchezze
«non pochi libri.»[699] Dond’ei si argomenta che coteste collezioni
erano già tenute bell’ornamento ne’ palagi de’ grandi siciliani,
e suppellettile necessaria negli stabilimenti ecclesiastici: i
quali sendo tanto cresciuti nella prima metà del XII secolo, doveva
aumentarsi anco il numero de codici raccolti e la tentazione di
guardarci dentro.
Ma pervenuti alla emancipazione di Ruggiero, secondo conte e non guari
dopo re di Sicilia, smettiamo le induzioni, possedendo testimonianze
espresse e fatti permanenti. Abbiamo già notato il grande ingegno
di quel principe, lo zelo per la scienza, la lode meritata nella
compilazione della Geografia che ebbe nome da lui: abbiamo altresì
fatta menzione dei dotti della corte di Palermo, tra i quali ei
primeggia sempre per l’altezza della mente, come per la dignità del
grado. Or diremo di que’ valentuomini e delle opere loro, secondo le
poche notizie pervenute infino a noi.
Gli Arabi salvarono dal naufragio della scienza antica, tra tante altre
opere, quelle di Tolomeo; le tradussero in loro linguaggio, nel nono
secolo dell’èra volgare: e così l’Europa, assai prima di possedere il
testo greco, studiò l’«Almagesto» ritradotto dallo arabico in latino.
La «Geografia» che veniva per la stessa via, s’arrestò in Sicilia,
come or sarà detto. Ma perduto è il testo dell’«Ottica,» nè altro
or ne abbiamo che la traduzione latina, elaborata dall’ammiraglio
siciliano Eugenio sopra una versione arabica. Questo scritto che fu
ecclissato dalle altre due compilazioni dello stesso autore, le quali
abbagliavan la gente con la vastità del subietto, vale assai più
che quelle, secondo il giudizio della scienza moderna. Qui Tolomeo,
invece di sviare con grosse ipotesi le menti degli studiosi, fonda
la teoria su gli sperimenti e su le verità matematiche. Donde i dotti
del medioevo che aspiravano a scoprir le leggi fisiche, tra gli altri
Ruggiero Bacone e Regiomontano, usarono come libro classico l’Ottica
di Tolomeo: la quale se in oggi può servire solamente alla storia della
scienza, vi segna pure un gran progresso, svolgendo per bene la teoria
della refrazione, alla quale gli altri scrittori antichi aveano appena
accennato. Così pensava Alessandro Humboldt.[700] L’ammiraglio Eugenio,
in brevissimo proemio, tocca la importanza di quel trattato, il diverso
genio delle lingue, onde tornava sì difficoltoso a voltare l’arabico
in greco o in latino, e protesta che in alcuni luoghi, anzichè tradurre
verbalmente, ei cercherà di cogliere il pensier dell’autore e renderlo
quanto più concisamente per lui si possa. Avverte con ciò che nella
versione arabica mancava il primo de’ cinque discorsi ond’è composto
il trattato, e che de’ due codici ch’egli aveva alle mani, uno era
buono sì, ma non vi si trovava nè anco il primo discorso.[701] Dond’e’
si vede che Eugenio sentiva molto innanzi in fisica e in filologia;
oltrechè scrivea molto bene, secondo i suoi tempi, il latino. Pertanto
lo direi siciliano di nazione, non già greco di Levante come Giorgio
d’Antiochia. L’opera non è stampata finora, ma spero esca alla luce tra
non guari in Italia, sette secoli dopo che fu fatta la traduzione nel
nostro suolo stesso. Basti qui aggiungnere, che il nome e il titolo
officiale del traduttore si leggono in tutti i testi a penna quasi
senza varianti; tal non sembrando a chiunque abbia pratica d’antiche
scritture, lo scambio d’una lettera, onde alcuni codici hanno ammiraco
in luogo d’ammirato. E che l’autore sia stato contemporaneo di re
Ruggiero, si argomenta dalla qualità stessa dell’opera; si prova coi
diplomi; e lo conferma, secondo me, un’altra versione latina che si
attribuisce a questo medesimo ammiraglio.
Dico le profezie della Sibilla Eritrea, scritte in caldaico in forma
di epistola ai Greci, quand’essi andavano alla guerra di Troja; voltate
in greco da un Doxopatro e quindi in latino da Eugenio, ammiraglio del
reame di Sicilia, dove capitò il libro greco, sottratto dal tesoro di
Manuele imperatore. Veramente il nome dell’ultimo traduttore potrebbe
esser falso quanto quello dell’autrice ispirata, e l’epoca di Manuele
Comneno potrebbe essere supposta come quella di Priamo: tanto più
che gli avvenimenti ai quali si allude sotto strano velame di leoni,
serpenti, aquile, vulcani, tremuoti, tempeste del cielo e misfatti
degli uomini, sono evidentemente quei che commossero l’Italia e
l’Europa nel duodecimo e decimoterzo secolo. Pur egli è da riflettere
che cotesti libri profetici, dall’antichità fino agli ultimi tempi
del medioevo, sono stati piuttosto copiati e interpolati che rifatti
di pianta. Onde non parmi inverosimile che qualche barattiere abbia
venduto a re Ruggiero, a peso d’oro, alcun manoscritto greco, lacero
e insudiciato, vantandosi d’averlo rubato proprio al rivale Comneno;
ovvero che l’impostore, vissuto nel secolo seguente, abbia scritto a
dirittura in latino, fingendo al paro i nomi dell’imperiale possessore
e dello ammiraglio siciliano, i quali ognun sapeva essere stati
contemporanei, e l’uno perduto nell’astrologia, l’altro famoso per
traduzioni d’opere scientifiche dalle lingue del Levante.[702] Nel
primo caso, il Doxopatro, supposto traduttore dal caldaico, sarebbe
forse il retore Giovanni, autore dei Comentarii d’Aphthontio e d’altre
opere che sembran dettate allo scorcio dell’undecimo secolo.[703]
Nell’altra ipotesi, potrebbe dirsi che il falsario volle mettere
innanzi quel Nilo Doxopatro venuto di Grecia alla corte di Ruggiero, e
ch’ei finse anco il nome del traduttore latino, per allontanare sempre
più dal secolo decimoterzo le favole ch’ei spacciava.
Avendo esaminato altrove[704] qual parte ebbe Ruggiero nella
composizione della geografia che in oggi corre sotto il nome d’Edrîsi,
e avendo toccato il soggiorno di questo dotto musulmano a corte
di Palermo, convien or dire quant’altro sappiamo della sua vita, e
provarci a dar giudizio dell’opera.
Sua Eccellenza Edrîsi, chè a ciò torna il titolo di _Scerîf_ dato a
lui come ad ogni rampollo d’Alì e di Fatima, esciva della linea di
un Edrîs, discendente in quarto grado dalla figliuola del Profeta;
il quale, cercato a morte per ribellione contro il califo di Bagdad,
era fuggito l’anno centrentanove (786) dallo Hegiâz fino all’odierno
impero di Marocco, dove i Berberi lo gridarono califo (789) e dove
il suo figliuolo fondò poi Fez (807). Cadde la dinastia di Edrîs nel
decimo secolo; e toccata la stessa sorte, ne’ principii dell’undecimo,
a’ califi omeiadi di Spagna, salì al trono loro Alì, figliuolo d’un
edrisita per nome Hammûd: onde questo novello ramo fu appellato de’
Beni-Hammûd. I quali non tennero a lungo il califato di Cordova. Quando
si sfasciò, essi detter di piglio a Malaga e ad Algeziras (1035-1038),
e perdute anche queste, signoreggiarono qualche altra terra
dell’Affrica settentrionale. Un uomo di lor gente venuto in Sicilia,
ebbe Castrogiovanni e consegnolla al conte Ruggiero.[705] Il geografo,
nato nei Beni-Hammûd di Malaga, par abbia preso questo nome d’edrisita
più tosto che hammudita, per distinguere il suo casato da quello di
Sicilia, ovvero per ricordare insieme il glorioso capo della dinastia
in Occidente e l’Edrîs bisavol suo, primo principe di Malaga.[706]
Nè il nobil sangue nè la dottrina bastarono ad ottenere in onor
dell’Edrîsi una biografia, tra le mille e mille che compilavano
assiduamente gli autori arabi del medio evo.[707] Leone Affricano che
ci si provò nel secolo decimosesto, per troppa brama di soddisfare la
curiosità letteraria degli Italiani, scrisse di memoria e in parte
di fantasia; oltrechè il suo abbozzo ci è pervenuto per lo mezzo,
niente diafano, di una doppia traduzione.[708] Frugando qua e là, pur
si è raccolta, in questi ultimi anni, qualche notizia degna di fede.
Edrîsi ebbe nome Abu-Abd-Allah-Mohammed, figlio di Mohammed, figlio di
Abd-Allah, figlio di quell’Edrîs che prese a Malaga (1035) il titolo
di Principe de’ Credenti e il soprannome di El’-âli biamr-illah.[709]
Dicesi che il geografo fosse nato in Ceuta il quattrocennovantatrè
dell’Egira (1100) e avesse fatti gli studi a Cordova:[710] di certo ei
viaggiò nella penisola spagnuola fino alle rive dell’Atlantico; vide in
Affrica Costantina e le regioni meridionali del Marocco; e in Levante
arrivò per lo meno infino a Nicea, poichè egli scrive essere entrato
l’anno cinquecentodieci (1116) nella grotta de’ Sette Dormienti, sì
celebri nell’agiografia musulmana.[711]
Men oscuro il periodo ch’ei visse in Sicilia, onde fu chiamato
siciliano; com’era uso di trarre i nomi etnici da’ luoghi, sia della
nascita, sia dell’educazione o del soggiorno. E però abbiam detto
ne’ capitoli terzo e quarto di questo libro come, allettato dalla
munificenza di Ruggiero, venne Edrîsi dalla costiera d’Affrica in
Palermo, dove il sangue hammudita gli portava onore senza pericolo,
e com’egli rimase alla corte di Guglielmo primo.[712] In qual paese
poi fosse andato e quando fosse morto, non si ritrae;[713] poichè le
ultime notizie che abbiam di lui vengono da Ibn-Bescirûn, autore del
_Mokhtar-el-Andalusiin_, ossia «Scelta di [poeti] Spagnuoli,» il quale
incontrò Edrîsi in Palermo, e dice ch’egli avea compilato il _Nozhat_
per Ruggiero e che scrisse per Guglielmo primo, su lo stesso argomento,
il _Rûdh-el-Uns wa nozhat-en-nefs_ ossia «Giardino del diletto e
sollazzo dell’intelletto.» Imâd-ed-dîn Ispahani trascrive questo e
molti altri squarci dell’Antologia d’Ibn-Bescirûn, nella _Kharida_,
fonte principale delle nostre notizie su i poeti arabi in Sicilia.
Ed ambo gli antologisti, senza dir altro delle opere geografiche di
Edrîsi, mettonsi a lodare con iperboli e bisticci le poesie, che il
primo dice aver avute dall’autore stesso e il secondo ce ne serba varii
squarci, che sommano a trentacinque versi.[714] I quali potrebbero
stare nella raccolta degli Arcadi nostri. Immagini copiate per la
millesima volta, sonvi espresse con grazia e lindura. La lingua stessa
in coteste poesie non è tanto leccata quanto nella geografia; dove
Edrîsi intarsiò tanti pezzi di rettorica e ricami d’arcaismi che,
invece d’infiorare la descrizione, la rendono monotona e talvolta anche
ambigua.
Passando dalla forma alla sostanza, è da rammentare in primo luogo
qual fosse la condizione degli studii geografici alla metà del secol
duodecimo. L’antichità greca e romana aveva insegnato a misurar la
terra con le osservazioni del cielo; avea cominciato a notare le
distanze delle città, il corso dei fiumi, la configurazione de’ mari;
a descrivere la natura organica e le schiatte ed opere degli uomini;
avea lasciati abbozzi di carte e d’itinerarii figurati: i quai lavori,
ancorchè fossero imperfetti per vizio degli strumenti, scarsezza
di osservazioni e abuso delle ipotesi, pur mostrano che la scienza
era fondata. Il trattato di Tolomeo la ricapitolava tutta insieme,
coordinandovi gli errori proprii del compilatore. Sopravvenute le
tenebre della barbarie, la geografia rimbambì in Europa, come ogni
altra scienza; si ridusse a scarabocchi informi, a compendii di
compendii; peggiorando sempre in Occidente, dal quinto all’undecimo
secolo dell’èra cristiana:[715] e appena v’incominciava col duodecimo
una ristorazione, promossa dalle Crociate. De’ Bizantini si potrebbe
dir ch’e’ serbarono i libri di geografia, senza studiarli giammai. Ma
entrati gli Arabi nel consorzio de’ popoli, ricercarono con impeto
giovanile le scienze geografiche. Alle quali erano predisposti
dalla vita nomade, da’ viaggi di carovana, dalla curiosità dei segni
celesti, fors’anco da’ commerci con gli abitatori della Mesopotamia
che almanaccarono ab antico sul firmamento. Allettò poi gli Arabi
all’astrologia, quella continua vicenda di loro società riottosa;
e da un altro canto, il culto li obbligò a sciogliere problemi di
cosmografia, richiedendo, in paesi lontanissimi del Settentrione e
dell’Occidente, qual fosse la _kibla_, ossia dirittura della Mecca, e
quali le cinque ore della preghiera, variabili secondo la lunghezza de’
giorni.
Si stese l’ordito della geografia generale co’ lavori della Persia
sassanide, dell’India e della Grecia, soprattutto co’ libri di Marin da
Tiro e di Tolomeo, tradotti in arabico da’ testi greci o da versioni
siriache. La geografia descrittiva, iniziata con le relazioni de’
capitani che reggeano i reami conquistati, con gli itinerarii postali,
coi catasti, e con ogni altro ritratto ufiziale di loro sottile
azienda, s’impinguò coi frequentissimi viaggi che i pellegrini, i
mercatanti, i letterati vagabondi, faceano nell’immenso territorio
musulmano.[716] Dalla fine così dell’ottavo secolo alla prima metà del
duodecimo, i Musulmani rimisurarono il grado del meridiano terrestre;
rifecero a poco a poco le tavole delle latitudini e longitudini;
allargarono la cognizione dell’abitato fino alle estreme costiere
orientali dell’Asia e, in Affrica, fino all’equatore; compilarono
itinerarii, descrizioni, abbozzi statistici; rinnovarono il planisfero
e delinearono carte parziali.[717] Quantunque e’ non fossero arrivati
a dileguare alcune favole geografiche, anzi ne avessero aggiunte delle
proprie loro; quantunque non si fossero liberati al tutto dal giogo
di Tolomeo ed avessero conosciuta molto imperfettamente l’Europa, gli
Arabi pur batteano le vere vie della scienza, mentre in Occidente la
feudalità chiudeva in angusti limiti i corpi e le menti.
S’accinse Ruggiero in questo, a compilare la geografia universale,
usando insieme le cognizioni dell’Oriente e dell’Occidente e il
ritratto di nuovi studii: la qual opera, nella prima metà del
duodecimo secolo, il solo re di Sicilia e dell’Italia meridionale
poteva intraprendere. Nella prefazione d’Edrîsi già riferita[718]
leggonsi i nomi di dodici geografi, studiati, come si dice, dal
re; de’ quali, dieci son arabi, Tolomeo greco e l’ultimo sembra
Orosio, il celebre compendiatore latino de’ bassi tempi.[719] Degli
arabi, sei ci son noti: Mas’ûdi, Geihani, Ibn-Khordabeh, Ibn-Haukal,
Ja’kûbi, Kodama, ottimi compilatori di geografia descrittiva;[720]
ma gli altri quattro, cioè Ahmed-ibn-el-’Odsri (ovvero el-’Adsari),
Giânâkh-ibn-Khakân-el-Kîmâki,[721] Musa-ibn-Kasim-el-K..r..di, ed
Ishak-ibn-el-Hasan, detto l’astronomo, non sono noti, nè sappiam qual
ramo abbian trattato; se non che l’ultimo, dalla qualità attribuitagli,
si può supporre autore di geografia matematica, o forse compilator
di tavole delle latitudini e longitudini.[722] Mancano dunque tra le
autorità di Edrîsi i più celebri scrittori arabi di questo ramo della
geografia, vissuti prima di lui, come sarebbero Albateni, Abu-l-Wefa,
Ibn-Iûnis, Albiruni;[723] ma può darsi che Ishak-ibn-el-Hasan abbia
raccolti i dati, almen dei primi tre. In geografia descrittiva mancano
Mokaddesi[724] e Bekri, lodatissimi autori dell’undecimo secolo.[725]
Se cotesti libri veramente rimasero ignoti a corte di Palermo, si
comprende tanto meglio che Ruggiero gittò via quegli altri, accomiatò
gli pseudo-geografi viventi ch’egli avea chiamati in soccorso, e
deliberossi a rifare di pianta il disegno della superficie terraquea,
secondo le relazioni d’uomini pratici. Ognuno intende che Ruggiero
prese questa via, inorridito del mostruoso parto ch’esser doveva
un planisfero a modo di Tolomeo e de’ suoi correttori arabi, le
proporzioni del quale, senza dubbio, erano smentite, chiaro e tondo,
dagli itinerarii terrestri e sopratutto dalle carte di navigare del
Mediterraneo.
Quando avverrà che si appuri meglio il testo di Edrîsi e la
nomenclatura delle carte ond’è fornito, si scopriranno forse altre
sorgenti dell’opera, non confessate nella prefazione; poichè alcuni
dati che veggiamo qua e là, non vengono da quelli che noi conosciamo
tra gli autori testè citati, nè par si possan trovare appo gli ignoti,
che son tutti arabi, eccetto Orosio o quel ch’e’ sia. Così è da trovare
l’origine d’una misura nuova o antichissima dell’equatore, la quale
torna a settantacinque miglia al grado,[726] non miglia arabiche, ma
romane, quelle medesime che Edrîsi adopera nel capitolo della Sicilia
e che rispondono, quasi a capello, alle odierne miglia siciliane.[727]
Alcuni nomi topografici della Sicilia stessa ci sembrano presi da
antiche carte greche o romane, anzichè da carte arabiche, o dall’uso
volgare del duodecimo secolo.[728] Similmente in Grecia, nell’Italia di
sopra e in qualche parte della Francia, i nomi spesso hanno sembianza
antica; mentre in altre regioni della Francia, in Germania e in
Inghilterra prevale la forma degli idiomi novelli e si vede chiara
l’origine da relazioni o itinerarii del XII secolo.[729]
Ripigliando il racconto sotto la scorta di Edrîsi, veggiamo che furono
interrogati e confrontati assiduamente, per lo spazio di quindici anni,
gli uomini pratici, che vuol dire, secondo me, i navigatori italiani,
e i viaggiatori d’altre parti d’Europa[730] i quali capitavano in
Sicilia, chi per cagion di commercio, chi nell’andare alla Crociata;
e con essi anco de’ Musulmani pellegrini, mercatanti e girovaghi.[731]
Dopo tre lustri d’investigazioni, l’ufizio geografico della corte pose
mano a rettificare il mappamondo, come si scorge dal passo d’Edrîsi
che abbiam noi tradotto. Ed or comentandolo diciamo, che si delineò
una carta geografica,[732] nella quale si cominciò a trasportar col
compasso, ad una ad una, le linee itinerarie orientate,[733] ritratte
dalle relazioni; che si riscontrarono via via cotesti dati con quelli
de’ libri geografici; che si sciolsero o si troncarono i dubbii surti
nel confronto, e che, fissate in tal guisa le posizioni de’ paesi e
le figure della terra e delle acque, furono incise in un planisfero
d’argento, ch’avea per raggio un metro o poco meno ed era diviso
in segmenti, per maneggiarsi più comodamente.[734] Così mi sembra
eseguìto il mappamondo, il quale mal si può giudicare dalle figure
che ne abbiamo in due antichi manoscritti alquanto dissimili tra loro,
ridotte alla quinta o alla sesta parte e delineate senza proporzioni
più precise, che quelle che dar potesse la mano e l’occhio del
copista.[735] Possiam noi supporre adoprata nel primo abbozzo una carta
generale o un sistema di carte parziali: possiamo immaginare l’una
o le altre, copiate da esemplari antichi o arabi, ovvero costruite
appositamente su le tavole di latitudine e longitudine de’ Greci,
corrette dagli Arabi; sempre la base dell’operazione si riduce alla
figura che raccapezzavasi dalla scienza di quel secolo; e gli elementi
della correzione sempre tornano alle distanze itinerarie appurate di
recente. Non si può interpretare altrimenti il detto di Edrîsi; nè
immaginare altrimenti l’uso de’ dati novelli che avea procacciati il
re; i quali dati non poteano venire da una rimisurazione di tutte le
latitudini e longitudini del globo, ma doveano consistere in itinerarii
moderni di terra e di mare, carte nautiche e forse immagini latine,
come quella d’Alfredo il Grande e l’altra che abbiamo nella Biblioteca
dell’Università di Torino.[736] Veggiam noi la riprova di tal
dimostrazione, nel libro stesso d’Edrîsi, il quale rimanda a Tolomeo
per le favolose terre settentrionali di Gog e Magog;[737] la veggiamo
nelle carte parziali del codice parigino, le quali dànno soltanto
delle latitudini e longitudini per le regioni dell’Affrica sotto i
Tropici,[738] per le quali è da supporre che la corte di Palermo non
avesse trovati itinerarii recenti. Gli itinerarii, accompagnati dalla
direzione di ciascuna linea secondo i punti cardinali del globo, potean
servire a verificar le carte terrestri in un modo analogo a quello che
usarono ab antico i marinai del Mediterraneo per abbozzare lor carte
marittime, fissando le posizioni con l’osservazione dei corpi celesti.
Che se le buone carte da navigare, italiane e catalane, che si sono
ritrovate fin oggi, risalgono appena al principio del decimoquarto
secolo, quand’era già comune l’uso dell’ago magnetico, e se quell’uso
non si può tirar su alla prima metà del duodecimo secolo, quando si
compilava la geografia in Palermo, questo non vuol dir che mancassero
a Ruggiero delle carte nautiche abbastanza esatte da ispirargli
diffidenza contro i geografi dotti, e da suggerire la verificazione
pratica degli schemi immaginati da costoro.[739]
Passando alle sessantanove carte particolari, o, per dir meglio,
itinerarii figurati, un de’ quali sta a capo di ciascun de’ dieci
compartimenti d’ ogni clima nel prezioso codice d’Assoliti,[740]
cominceremo da quella ch’esser doveva, ed è, la migliore di tutte,
la carta, dico, della Sicilia. Basta metterla allato ad una mappa
costruita secondo Tolomeo, per vedere la enorme differenza delle
figure: l’una quasi uguale a quella delle nostre carte d’oggidì;
l’altra sì scontraffatta, quanto apparrebbe per avventura il mappamondo
di Edrîsi a paragon di quello di Mercator.[741] Si dee pensar
dunque che Ruggiero abbia profittato degli studii de’ Musulmani di
Sicilia del decimo e undecimo secolo[742], ed anco fatte determinare
astronomicamente alcune posizioni;[743] onde, con relazioni esatte
e con la minuta esplorazione della costiera, si compose nell’ufizio
geografico di Palermo una figura, la quale il copista non potè guastar
tanto che non sembri maravigliosa pel suo tempo.
Delle rimanenti son pubblicate finora tre sole per intero, e si è
stampata anco la riduzione di tutte in piccolo. Per quanto si può
giudicare da copie cosiffatte, coteste carte non erano proporzionali
alle figure del mappamondo; nè la differenza veniva da studio di
projezione: poche d’altronde sembrano costruite secondo le latitudini
e le longitudini. Vi si nota sempre, come in tutte le carte primitive,
l’errore d’ingrandire le regioni meglio conosciute e rimpiccolire
le altre, per farle pur entrare nei limiti che assegnava lo schema
generale dei climi, de’ continenti e de’ mari. Così la figura
dell’Italia dal Tevere in giù, dove Ruggiero comandava, torna assai
meno erronea della mezza Italia di su, rattratta e rimpicciolita
sconciamente. Lo stesso dicasi della Sardegna, della Corsica e di
tutto il Mediterraneo occidentale, di cui la Sicilia usurpa gran
parte. L’ecclettico lavoro de’ geografi siciliani sparse luce in certe
regioni, altre lasciò nelle tenebre delle ipotesi. Cavaron essi, per
esempio, dai sogni di Tolomeo il continente africano sotto l’equatore,
allungato verso Levante, sì che correa parallelo alle costiere
meridionali dell’India e della Persia, e chiudea l’Oceano Pacifico
quasi un altro Mediterraneo. All’incontro, le Isole Britanniche, il
Baltico, la Polonia, sembrano illustrati da recenti relazioni; non
vedendosi in quelle carte i grandi errori delle geografie antiche o
degli Arabi.[744] Gli itinerarii della Grecia mostrano che Ruggiero
sapea per benino come stessero in casa i suoi nemici;[745] nè fa
maraviglia che fosse ben conosciuta l’Asia minore e il rimanente de’
paesi musulmani.
Da coteste figure passando alle descrizioni, veggiamo le stesse
disuguaglianze: dove copiosi e genuini ragguagli; dove le favole
orientali del paese di Gog e Magog; le isole fantastiche dalla leggenda
di San Brandano;[746] le maraviglie di Roma, inventate da qualche
giudeo errante, o nate da equivoci di traduzione.[747] Nè possiamo
scusare Edrîsi allegando che egli qui non descrivea già le carte
delineate dai geografi, ma compilava su libri e racconti. Il vero è che
non s’ha a pretender critica sottile da un letterato, sia musulmano o
sia cristiano, del duodecimo secolo. Ci sembra di più ch’Edrîsi abbia
fatto d’ogni erba fascio, per fretta di presentare l’opera al re, pria
che la consunzione, già manifesta, lo portasse alla tomba.
La morte del re non avrebbe forse attraversato il compimento del suo
libro, se a capo di sette anni non fosse avvenuto in Palermo quel
sanguinoso tumulto nel quale andò a ruba la reggia e si gridò morte ai
Musulmani. Edrîsi era rimasto a corte, come dicemmo; avea presentata
a Guglielmo primo una nuova edizione della geografia; nè ci pare
inverosimile che si fosse compiuta, o almeno incominciata per uso della
corte, una traduzione latina di opera sì utile e dilettevole. Perì
forse la traduzione nel sacco della reggia; nel quale è cosa molto
verosimile che sia andato a male il gran planisfero d’argento, frutto
di tante fatiche, condannato, in grazia del prezioso metallo, a durar
poco, com’era già accaduto alle tavole geografiche di Carlomagno. I
geografi e scrittori arabi che non furon uccisi, fuggirono al certo:
ed è ventura che Edrîsi abbia potuto recar seco, o mandare in Affrica
pria della fuga, la copia del suo libro; il quale sortì gran fama
appo i Musulmani e servì di guida a Ibn-Sa’id, Abulfeda ed altri.
L’Europa, ridesta a’ buoni studii, non n’ebbe sentore fino allo
scorcio del decimosesto secolo, quando uscì a Roma, co’ tipi medicei,
il testo arabico di un compendio anonimo, o direi meglio mutilazione,
di quest’opera. Del quale compendio fu poi pubblicata a Parigi una
traduzione latina, e le fu dato il titolo di _Geographia Nubiensis_,
perchè in principio della seconda sezione del primo clima, citandosi la
Nubia, si leggea per errore di copia «terra nostra» invece di «terra
di essa» (Nubia);[748] onde i traduttori Maroniti credettero avere
scoperta la patria dell’anonimo autore. Adesso abbiam noi, del testo
compiuto, alcuni codici, alcuni capitoli stampati ed una mediocre
traduzione francese di tutta l’opera. Si aspetta un orientalista,
pratico di geografia comparata e disposto a consacrare molti anni di
lavoro, sì ch’egli appuri il testo co’ suoi mille e mille nomi di
luogo e ne dia una edizione critica ed una buona traduzione,[749]
come han fatto non è guari due dotti olandesi per l’Affrica e per
la Spagna.[750] La nostra storia civile sarà illustrata al certo
dalla pubblicazione dei capitoli che risguardano l’Italia, dei quali
un solo è uscito alla luce e fin oggi senza traduzione, quello cioè
che contiene la descrizione della Sicilia. Perchè se questa è la più
particolareggiata di tutta l’opera, pure gli squarci che trattano
delle altre province italiane, racchiudono nomi, itinerarii e notizie
topografiche, civili e commerciali, tanto più pregevoli quanto ci manca
ogni opera di tal fatta, nella prima metà del duodecimo secolo.
Il libro di re Ruggiero, poichè convien che gli si renda il vero
titolo, entrerà nei fasti della nostra storia scientifica. Compilato
nella più civile delle nostre capitali del duodecimo secolo, opera
collettiva del monarca di mezza Italia e di uomini forse la più
parte italiani, si smarrì nella letteratura arabica. Rivendicato
dall’europea, gli eruditi l’accolsero con gran plauso.[751] Vennero
poi le appuntature: trascuratavi la geografia matematica,[752]
accettatevi delle favole ch’altri avea già contraddette, copiati
i ragguagli d’altri autori.[753] Mal fondata mi sembra la prima
di coteste accuse, perchè la geografia matematica non si avrebbe a
cercare nella descrizione d’Edrîsi, ma nelle carte genuine che noi non
abbiamo; e perchè il metodo conche i geografi di Palermo delinearono
l’orbe conosciuto, fu veramente il migliore che allor si potesse
adoperare, anzi quel medesimo che produsse la riforma delle carte
geografiche nel decimosesto secolo.[754] Del plagio non parlo, quando
una compilazione di geografia descrittiva non si può fare altrimenti
che con le compilazioni antecedenti e le relazioni di chi è stato sui
luoghi. E quanto alla critica de’ fatti, io lo replico, qual sommo
uomo dell’antichità o del medio evo rimarrebbe in piedi, se avessimo
a buttar giù tutti quelli che ripetean favole di fisica o di storia
naturale? Non è giusto qui il biasimo. Un dei critici più severi
di questo libro lo disse pur monumento di scienza da stare allato
all’opera di Strabone:[755] ma chi meglio lo approfondisca e tutte
imberci le lezioni del testo originale, lo riconoscerà meco, ottimo de’
trattati geografici del medio evo.[756]
Nè la geografia fu la sola scienza applicata a’ comodi civili, che
allor si coltivasse nella splendida corte di Palermo. L’epigrafe
trilingue d’una lapida incastrata nel muro esteriore della Cappella
Palatina, ci attesta avere il re, l’anno millecenquarantadue, fatto
costruire «un orologio,» dice il testo latino; «uno strumento da notar
le ore,» dice l’arabico: e il testo greco celebra «questo miracol
nuovo, che il possente sovrano Ruggiero, re scettrato da Dio, raffrena
il corso del liquido elemento, dispensando infallibile cognizione delle
ore del tempo.»[757] Mercè la rettorica bizantina, sappiam noi dunque
che l’era una clepsidra: la stessa forse, o compagna, di quella che «un
meccanico di Malta avea fabbricata per comando del suo re, in effigie
d’una donzella che battea le ore, gittando una pallina nel _seng_,» o
bacin di metallo che noi diremmo, di che ci ragguaglia il cosmografo
Kazwini, nella sua descrizione di Malta. Abu-l-Kasem-ibn-Ramadhan, dice
egli, vista quella macchinetta, improvvisò un emistichio, sfidando
Abd-Allah-ibn-Sementi a fornire il verso. E quegli, quasi recitando,
aggiunse di botto il secondo emistichio e due altri versi, con questo
concetto: che la gentil suonatrice incalzava il tempo; e che il maestro
che la fece, era salito prima in cielo, ad osservar le sfere, i segni
dello zodiaco e i gradi dell’eclittica.[758] Or noi troviamo nella
Kharida, de’ versi che questo medesimo Ibn-Ramadhan dettò a lode di
Ruggiero, implorando licenza di ritornare a Malta: onde par si provi
che la clepsidra fu opera appunto di quel secolo, e probabilmente fatta
apposta per quel re.[759] Delle macchine costruite allo stesso effetto,
ognun sa che Harûn Rascîd ne mandò in dono a Carlomagno una che suonava
le ore con palle buttate in un bacino, da automi in figura di cavalieri
che, aprendo uno sportello,[760] usciano di lor finestrini al punto
dato: il quale ingegno taluno erroneamente credette orologio a ruote.
Ibn-Giobair, nella seconda metà del secolo di Ruggiero, descrisse
la _mangana_, come la chiamarono gli Arabi con vocabolo greco, mossa
dall’acqua in un edifizio attiguo alla moschea cattedrale di Damasco.
Dove, sopra un verone, vedeasi quel che noi diciamo il quadrante: un
grand’arco tondo che abbracciava dodici coppie di finestrini arcuati,
da ciascuna delle quali venian fuori, ogni ora del giorno, due falconi
d’ottone, ed aprendo il becco facean cascar palline ne’ sottoposti
piattelli d’ottone. Per la notte poi erano apparecchiati nel muro
dodici forami tondi, chiusi con vetri ed accerchiati di rame, de’
quali uno in ciascun’ora s’illuminava di luce rosseggiante.[761] E
che gli Arabi usassero così fatti orologi, si conferma col titolo di
un trattato che Zuzeni, nella istoria de’ filosofi, attribuisce ad
Archimede: “Il libro delle ore, ossia (descrizione) dello strumento
idraulico che butta le palline.”[762]
Illustrossi allo scorcio di quel secolo, l’ingegnere siciliano
Abu-l-Leith, educato, com’ei sembra, alla scuola che produsse i
monumenti normanni di Sicilia, e costretto, al par di tanti altri, ad
emigrare, quando quel soggiorno divenne incomportabile a’ Musulmani.
Aveva allora il califo almohade Abu-Ja’kûb-ibn-Jûsuf, gittate in
Siviglia le fondamenta d’una sontuosa moschea cattedrale; alla quale
ei die’ l’ultima mano correndo il millecentonovantasette dell’èra
volgare, come ricordano gli annali musulmani di Ponente, ed aggiungono
essere stati messi in cima del minaretto, che si chiama oggidì la
torre Giralda, de’ globi di metallo dorato sovrapposti l’uno all’altro
e scalati a piramide, i quali fabbricò e levò sull’altissima torre,
questo Abu-l-Leith, _mo’allem_, o vogliam dire maestro. A comprendere
la grandezza dell’opera, basti che per far uscire sul ballatoio del
minaretto un di cotesti globi, e pur non era il più grande, convenne
tagliare gli stipiti dalla porta praticata ad uso del muezzin; che
l’asta di ferro che reggea gli immensi pomi, pesò quaranta _roba’_,
ossia più di censessanta chilogrammi; e che la doratura prese tanto
metallo da valere centomila _dinâr_, o diremmo noi, più che un
milione e mezzo di lire.[763] Così gli scritti musulmani. La cronica
di San Ferdinando narra che quel pinacolo d’oro fece sbalordire i
conquistatori cristiani; che i globi eran quattro; e che il più basso
teneasi unico al mondo, sì per la bellezza del lavoro e sì per la mole:
sul quale quando ferivano i primi raggi, parea che splendesse un altro
Sole.[764]
Nè la meccanica stette inoperosa nelle guerre che i Musulmani di
Sicilia combatteano sotto i vessilli normanni. Raccogliendo i cenni
che ne fanno le cronache, abbiam noi già notata l’efficacia delle
torri mobili, condotte (1133) da ingegneri musulmani all’assedio dì
Montepeloso;[765] le quali nella medesima guerra, drizzate appena
sotto Nocera, costringeano alla resa quella terra, fortissima di
sito e di munizione.[766] Le torri di legno sono ricordate dagli
scrittori musulmani nell’infelice impresa di Guglielmo secondo sopra
Alessandria di Egitto (1174): da’ quali sappiamo ch’eran armate
di possenti arieti e che l’oste siciliana usò anche de’ mangani
smisurati, i quali scagliavano massi, com’e’ sembra, di lava, recati
a bella posta dalla Sicilia.[767] E dieci anni appresso (1185),
cotesti mangani, che l’arcivescovo Eustazio chiama «le figlie del
tremuoto,» aprian la breccia nelle mura di Tessalonica.[768] A capo
d’un secolo, i Saraceni di Lucera furon tratti con lor mangani alla
seconda guerra che Carlo d’Angiò volle portare in Sicilia; nel quale
incontro sappiamo da’ diplomi napoletani del milledugentottantaquattro,
che si richiedeano cento uomini a maneggiar quattro di cotesti
strumenti;[769] onde possiamo supporli analoghi a’ testè ricordati
dell’impresa di Alessandria, ed a quelli forse che avean aperta a’
Musulmani (878) la torre del porto grande di Siracusa, i quali, a
quanto ei sembra, operavano per tiri orizzontali.[770] Se mal non ci
apponghiamo, è da tenere che l’uso di questa maniera di mangani fu
serbato in Sicilia; non vedendosi, per quanto sappiamo, negli altri
ricordi del medio evo. Al quale supposto si aggiunga quell’altro de’
fuochi da guerra adoperati alla espugnazione di Tessalonica.[771]
Quanto all’architettura militare, sappiamo noi dal fatto di Bari che re
Ruggiero vi adoperava ingegneri musulmani:[772] ed è molto verosimile
che la cittadella di Lucera, fondata dall’imperatore Federigo quando
vi tramutò i Musulmani di Sicilia, sia stata opera anch’essa de’ loro
ingegneri.[773]
Onoravasi in que’ tempi, assai più che l’arte militare, l’astrologia,
confusa com’essa fu per tutto il medio evo, con l’astronomia: e poichè
re Ruggiero si travagliò molto nelle vanità di quella scienza,[774]
lice supporre che le verità fossero state anco studiate a corte
di Palermo. Fiorì in quel secolo, verso la metà com’ei sembra e in
Palermo, Mohammed-ibn-Isa-ibn-Abd-el-Mon’im, musulmano di Sicilia,
il quale, al dire del Zuzeni, esercitò con gran lode la geometria
e l’astronomia e con le sue teorie faceva autorità tra i dotti del
paese.[775] Possiamo supporre dunque ch’egli attendesse anco alla
applicazione di quelle scienze, alla architettura cioè o meccanica, da
una parte, ed all’astrologia dall’altra.
Prevaleano le vanità nella scienza del cielo al tempo di Guglielmo
il Buono,[776] di Federigo ed anco di Manfredi, poichè Stefano da
Messina dedicò a questo principe la traduzione latina dei Fiori di
astrologia, attribuiti da un impostore arabo al gran savio Hermes,
padre dell’arcana scienza e della medicina.[777] Che la vera scienza
poi fosse stata coltivata ancora nel paese, lo prova il comento delle
tavole d’Arzachele, compilato in Parigi allo scorcio del decimoterzo
secolo, da un Giovanni di Sicilia, del quale non abbiamo altra notizia
che questa;[778] ma se la forma del nome lo dà a vedere cristiano,
la vocazione lo fa supporre piuttosto musulmano o giudeo mezzo
convertito. Duolmi non poter ammettere le conghietture di coloro che
hanno attribuiti alla Sicilia due di que’ non pochi astrolabii arabi
che rimangono ne’ musei pubblici o privati:[779] ma non mi farebbe
maraviglia, che un dì o l’altro se ne trovasse alcuno di fattura
siciliana, atteso le condizioni generali della cultura del paese infino
al secolo decimoterzo, e il grand’uso che astrologhi, astronomi e
piloti allor faceano dell’astrolabio.
Non volendo interrompere l’abbozzo della cultura scientifica sotto re
Ruggiero, io ho lasciata addietro, nel cominciar questo capitolo, la
matematica pura, del cui studio non tratta alcuna memoria di quell’età;
quantunque e’ non si possa dar che sia stata negletta in Sicilia,
quando vi fioriano sì felicemente i rami di scienza applicata. Ma
se il caso mutilò in questa parte, come in tante altre, la storia
letteraria, il dotto zelo della presente generazione ha provato che
l’aritmetica e la geometria furono onorate alla corte di Federigo,
degno erede dell’avol materno. Abbiam noi fatto cenno de’ problemi di
geometria ch’egli mandò a Malek-Kâmil mentre negoziava per l’acquisto
di Gerusalemme.[780] Altri ei ne indirizzò al dotto ebreo spagnuolo,
Giuda Cohen ben Salomon, che venne poi a stanziare in Italia.[781]
Gli scritti di Leonardo Fibonacci, dati non è guari alla luce,
attestano che questi, nel dugenventicinque o pochi anni appresso,
dedicò all’imperatore il libro de’ quadrati; che Federigo leggea
volentieri il suo _Liber Abbaci_; e che «dilettavasi, son proprio
le parole dell’autore, di apprendere certe sottilità appartenenti
alla geometria ed ai numeri.»[782] Ritraggiamo da un altro opuscolo
del Fibonacci intitolato a modo arabico «Il Fiore,» che a Pisa, in
presenza di Federigo, ei sciolse certi problemi proposti da un maestro
Giovanni da Palermo, filosofo della corte;[783] che maestro Teodoro,
filosofo palatino anch’egli, avea presentate in altra occasione al
Fibonacci delle tesi intorno i numeri quadrati;[784] che il pisano fece
sapere per epistola a Teodoro i suoi trovati recenti su le regole di
società;[785] e ch’ei mandò all’imperatore, per un Robertino donzello
della corte, alcuni corollarii della teoria delle frazioni.[786]
Dei quali nomi proprii i due primi ci sono noti d’altronde; e
similmente l’ufizio di filosofo che comparisce nella corte bizantina
fin dal quarto secolo, e ritorna in alcune chiese di Sicilia all’epoca
normanna.[787] Giovanni da Palermo era de’ notai, o diremmo oggi
segretarii, di Federigo; il quale lo mandò ambasciatore a Tunis il
dugenquaranta: onde argomentasi ch’ei sapesse l’arabico e forse
fosse di schiatta musulmana.[788] Maestro Teodoro comparisce in
corte, se non tra i grandi, certo tra i più intimi dell’imperatore:
mandatogli apposta il dugentrentanove un legnetto per ritornare
nel reame, dond’erasi allontanato con licenza e forse con missione
del principe;[789] spacciatogli non guari dopo un foglio bianco col
sigillo regio, affinch’ei vi scrivesse in arabico le credenziali degli
ambasciatori di Tunis;[790] richiestogli di manipolare per uso della
corte degli sciroppi e dello zucchero di viola;[791] e quel ch’è più,
affidatogli il geloso ufizio di spiare negli astri il momento propizio
alle fazioni di guerra:[792] nè sappiamo s’ei fu «de’ negromanti
astrologi e vati, ministri di Belzebù e d’Astarotte» che Federigo
perdea (1248) nella strepitosa sconfitta di Parma.[793] Siciliano o
antiocheno di nascita, arabo o greco di stirpe,[794] questo Teodoro, al
par che Giovanni da Palermo, ben simboleggia la scienza arabica rimasta
in Sicilia nella prima metà del decimoterzo secolo: un po’ di tutte le
dottrine matematiche e naturali; sogni misteriosi e germi di verità, e
tra i più proficui, l’aritmetica e la geometria. Nelle quali Giovanni e
Teodoro doveano pur sentire molto innanzi, s’e’ proposero de’ problemi
a quel gran concittadino di Galileo, quando, studiata la scienza in
Barbaria, la perfezionò e venne a promuoverla in Italia.
Ed ecco la mia navicella a vista della prima restaurazione degli
studii in Italia, anzi in Europa; ond’è forza arrestarmi, sì perchè
non basterebbero le mie forze a continuare il viaggio, e sì perchè
quell’incivilimento si debbe a tanti altri fattori, non meno efficaci
che la tradizione scientifica e letteraria de’ Musulmani di Sicilia.
La qual nazione, estinguendosi, lasciava sì il picciolo suo peculio
a’ Latini che l’avean morta; ma essi già s’erano arricchiti d’altre
parti, come si dimostra per l’esempio di Gerardo da Cremona, Leonardo
Fibonacci, Guido Bonatti, Gerardo da Sabbionetta, Brunetto Latini,
Simone da Genova e tanti altri.
Pertanto io mi rimango a pochi cenni, e, passando dalle matematiche
alle scienze naturali, debbo ricordare in primo luogo, che la fama
accusò l’imperatore di profana curiosità ne’ misteri della creazione. I
Frati minori, suoi nemici accaniti, andavano buccinando quelle che il
Salimbeni chiama le superstizioni di Federigo: or ch’egli avea fatti
sventrare due uomini per indagare la fisiologia della digestione.; or
che dava ad allattar de’ bambini, vietando alle balie di vezzeggiarli
con parole, sì che lo sperimento mostrasse qual idioma balbetta l’uomo
dassè solo, se l’ebraico, come dice la Scrittura, ovvero il latino,
il greco, l’arabico; ma aggiugneano i Frati che le povere creaturine
n’eran morte di tristezza.[795] I dotti israeliti intanto lodavano
il genio di Federigo per la Storia naturale.[796] E questo è provato
in vero da fatti notissimi: gli animali esotici ch’ei raccolse;[797]
la storia degli animali d’Aristotile compendiata da Avicenna e, per
commissione dell’imperatore, tradotta in latino da Michele Scoto,[798]
indi in ebraico non si sa da chi nè nè quando;[799] il libro della
fisionomia, composto per lui dal medesimo Scoto;[800] il trattato
della caccia co’ falconi, opera propria di Federigo;[801] il libro
d’ippiatrìa, compilato secondo i suoi dettami da Giordano Ruffo di
Calabria[802] e tradotto in ebraico da un anonimo;[803] il trattato di
veterinaria attribuito ad Ippocrate, e tradotto dall’arabico in latino
per maestro Mosè da Palermo.[804]
Non è questo il luogo di toccare la scuola medica di Salerno, nella
quale i dotti latini gareggiarono co’ giudei[805] e co’ musulmani; e
i medici di Sicilia vi recarono il tributo di lor dottrina, come si
argomenta dal nome di Pietro Siciliano che comparisce nella seconda
metà dello undecimo secolo, seguito da un Giovanni figlio di Costantino
siciliano.[806] Sappiam noi come Guglielmo secondo onorasse di
molto, al par che gli astrologhi, i medici musulmani che capitavano
in Sicilia;[807] come Federigo non solo provvide con le leggi allo
studio della medicina, ma par abbia promossa la pubblicazione di
alcuna opera medica e la traduzione d’alcun’altra;[808] sappiamo
l’accoglienza che trovò a corte di Palermo, verso la metà del
decimoterzo secolo, il medico Taki-ed-dîn, il quale venendo a Bugia
da’ paesi di Levante, soffermossi in Sicilia.[809] E visse nell’isola
infino alla seconda metà del secolo decimoterzo chi seppe sì bene la
lingua arabica e la medicina, da poter voltare dal testo in lingua
latina, la grande opera medica di Razi, intitolata _El-Hawi_, ossia
«Il Comprensivo,» della quale Carlo primo d’Angiò avea domandato ed
ottenuto un codice dal re di Tunis. Il traduttore, per nome Farag,
figliuolo di Salem, ebreo di Girgenti, portò a compimento, nel febbraio
del milledugentosettantanove, questo lavoro; il quale sendo stato
approvato da eletti medici di Napoli e di Salerno, ne fu fatta per
uso della corte una bellissima copia in pergamena, divisa in cinque
grossi volumi; la quale dopo quattro secoli capitò nella collezione
di Colbert, ed or è serbata ne’ tesori della Biblioteca nazionale di
Parigi.[810] Cotesto lavoro non solamente è pregevole per la storia
letteraria, ma potrà servire tuttavia agli scienziati ed a’ filologi,
terminando con un indice ed un ampio glossario di medicamenti semplici,
al quale è messo a riscontro il nome latino con l’arabico e spesso anco
col greco, scritti in caratteri nostrali.[811]
Quantunque gli Arabi, togliendo, come noi, dai Greci il vocabolo
filosofia, l’abbian usato in senso diverso da quel ch’ebbe in Europa
nel medio evo, e l’abbiano ristretto alle speculazioni metafisiche
e fisiche dell’antichità, pure io non credo che re Ruggiero siasi
mai dato a così fatta disciplina, sì come affermano Sefedi ed Omari
da me citati.[812] Edrîsi, nella dedica della geografia, gli dà lode
soltanto per le scienze delle due classi che noi chiameremmo politica e
matematica:[813] e da tutto quel che sappiamo di questo gran principe,
ei ci sembra inclinato alle scienze pratiche e positive, più tosto
che alle astrattezze su la natura e le relazioni degli esseri. Quindi
è verosimile che que’ due scrittori arabi del decimoquarto secolo,
indotti in errore dalla fama che tuttavia predicava la corte sveva di
Sicilia com’emporio d’ogni bel sapere, abbiano attribuita a Ruggiero
una lode che andava piuttosto al figliuolo della sua figlia. Pure nella
seconda metà del duodecimo secolo, gli studii filosofici propriamente
detti eran già progrediti di molto in Italia e particolarmente nelle
regioni meridionali. A quegli studi par che accenni, e non alla scienza
e alla coltura in generale, il dotto fiorentino, Arrigo da Settimello,
nel carme latino dettato allo scorcio del secolo, là dov’ei dice che la
filosofia tenea corte bandita in Sicilia.[814]
Il genio dunque dei tempi, l’adolescenza passata a corte di Palermo,
la quotidiana provocazione di papi ambiziosi e tracotanti, ed anco
la sottigliezza del cervello germanico, disponeano Federigo alla
metafisica. Si potrebbe supporre _a priori_ ch’ei fosse stato educato
alla scuola peripatetica degli Arabi, poichè l’Europa cristiana in
quel tempo non soleva attingere ad altre fonti che a quella. Cresce
l’argomento col noto fatto ch’ei menò seco alla Crociata un musulmano
di Sicilia, col quale avea studiata già la dialettica.[815] Ed abbiamo
per prima prova l’opinione generale del secolo, quando la Corte papale
e i frati, e i nemici dell’impero e la turba infinita de’ ciechi di
quella età, più arrabbiati assai che i ciechi d’oggidì, accusavano
Federigo di miscredenza e gittavangli addosso le più sciocche
calunnie;[816] e, quel ch’è più, i Cristiani mormoranti contro Roma in
Italia e fuori, lo biasimavano di liberi pensieri, e persino il Poeta
che avea messi in inferno tanti papi, lo chiuse entro un’arca ardente
della città di Dite. Ma da pochi anni in qua son venute fuori notizie
dirette e precise intorno la scuola ch’ei seguì.
Un codice arabico della Biblioteca bodlejana d’Oxford, intitolato «I
Quesiti siciliani» racchiude le quistioni filosofiche «mandate a’ dotti
di Levante e di Ponente dal re de’ Romani, imperatore e principe della
Sicilia, e le risposte che fecevi in Ceuta, per volere di Rascid califo
almohade, il dottissimo sceikh ’Abd-el-Hakk-ibn-Sab’in.» Cotesto re de’
Romani era ben Federigo, poichè il riscontro delle date, conduce per
l’appunto al suo regno. Ed ecco il tenor de’ quesiti:
Primo. «Il filosofo (Aristotile) in tutte le opere sue dice espresso
esistere il Mondo _ab aeterno_: ei così pensava di certo. Or, s’ei
lo dimostrò, quali furon le prove; e se no, in che maniera ei ne
discorre?»
Secondo. «Qual è lo scopo della scienza teologica e quali sono i suoi
postulati preliminari, se postulati essa ha?»
Terzo. «Che cosa sono le categorie? E come quelle dieci che ne
conosciamo servon di chiave ad ogni maniera di scienza? Ma le son
veramente dieci; e perchè non se ne può togliere nè aggiugnere alcuna?
Come poi si prova tuttociò?»
Della quarta tesi non è trascritto il testo, ma si ritrae
che risguardava la natura dell’anima, la sua immortalità e la
contraddizione che appariva in questo subietto tra Aristotile ed
Alessandro d’Afrodisia.
Quinto, «Come vanno spiegate queste parole di Maometto: «Il cuor del
Credente sta tra due dita del (Dio) Misericordioso?»
Bastano così fatte domande a svelare lo scettico. Ibn-Sab’în che non
l’era meno di Federigo, rispose pure in tutti i capi da specchiato
ortodosso musulmano, pratico dell’arsenale della scienza e bene
informato della storia de’ filosofi greci; poichè oltre i molti
peripatetici, ei cita a proposito dalla immortalità dell’anima, «il
divino Piatone e Socrate suo maestro,» non che il Corano, il Vangelo,
il Pentateuco, i Salmi e i Fogli (_Sohof_), antichissima rivelazione,
com’e’ pare, de’ Sabii. Ma di sotto il casto ammanto uscìa la zampa di
Satan. Discorrendo della teologia e de’ suoi fondamenti scientifici,
Ibn-Sab’în scrivea che, se l’imperatore pur volesse chiarirsene meglio,
venisse in persona a parlargli o mandassegli alcun suo scolastico
(_motekallim_) o almeno un uom fidato al quale consegnare sicuramente
lo scritto: tanto più che coteste sospette proposizioni eran già note
a tutti in quel paese, come fuoco che s’accenda in alto: e v’era di
molti barbassori ignoranti e maligni, che al solo odore di quesiti così
fatti, davano dell’asino al proponente e di matto all’interrogato.
Leggiamo nel preambolo di questo dotto squarcio peripatetico, che il
messaggier dell’imperatore, avuto lo scritto, offrì grossa somma di
danaro per mani del governatore di Ceuta; che Ibn-Sab’în la rifiutò, e
ch’ei ricusò al paro i ricchi doni mandatigli da Federigo, quand’ebbe
sotto gli occhi la risposta. La proposizione de’ Quesiti Siciliani va
riferita, su per giù, al milledugenquaranta.[817]
Noi non ritraggiamo se Federigo abbia soddisfatta la curiosità
filosofica, al modo che gli proponeva Ibn-Sab’în. Questo sapiente,
che allor avea forse venticinque anni, e s’era già, di Murcia sua
patria, rifuggito in Ceuta per una prima persecuzione religiosa, fu
costretto nuovamente a mutare soggiorno, da’ teologi Musulmani che non
gli perdonavano l’audacia, nè il sapere. Passò da Ceuta a Bugia, indi
a Tunis e al Cairo, e infine alla Mecca; precorso e avviluppato sempre
dalla fama di _zindik_ e panteista, ancorchè ei cercasse di nascondersi
sotto il mantello del sufismo e delle scienze mistiche. Ebbe, come gli
antichi filosofi, gran seguito di discepoli e di gente che ammirava la
sua dottrina ed eloquenza, o gli era grata per la inesauribile carità.
Ma prevalendo i nemici, ei, con esempio singolare appo i Musulmani, si
fe’ segar le vene e morì da stoico: onde crebbe l’ammirazione de’ suoi
discepoli e il trionfo de’ nemici.[818] Se non fallisce un cronista
anonimo trascritto dal Makkari, la fama di questo filosofo arrivò
in Italia. Abd-Allah signore di Murcia, della dinastia de’ Beni Hûd,
spogliato improvvisamente da Alfonso di Castiglia che avea accettato da
lui l’omaggio feudale, tentò un appello al papa pel falsato giuramento,
com’io credo. Mandò a quest’effetto in Roma un fratello d’Ibn-Sab’în,
per nome Abu-Taleb; il quale presentatosi al papa, s’accorse che
questi al vederlo si messe a parlare di lui “in lingua barbara” co’
suoi cortigiani; onde informatosi arrivò a sapere aver detto il papa
che il suo fratello era in vero il principe de’ teologi musulmani.
Tornando l’ambasceria al dugenquarantatrè, perchè allora i Castigliani
occuparono Murcia; si dee riferire quel giudizio ad Innocenzo IV, uomo
di molta dottrina e testè amico dell’Imperatore. E sembra cosa molto
verosimile che Innocenzo avesse anco lette le risposte ai Quesiti
Siciliani, le quali di certo levarono gran romore tra gli adètti della
scienza.[819]
In tal frequenza di commerci intellettuali, non poteano rimanere
ignote a corte di Sicilia le opere del gran filosofo israelita di
Spagna morto nei primi anni di quel secolo, Musa-ibn-Meimûn, chiamato
dagli scrittori cristiani Maimonide. E già l’erudizione moderna,
frugando gli scritti degli Israeliti italiani, ha scoperte vestigia
dell’abboccamento di Federigo con un dotto, non sappiamo se ebreo o
musulmano, col quale lo imperatore si maravigliò che Maimonide non
avesse spiegato nella «Guida de’ Dubbiosi» nè tra le «Ragioni de
Precetti» l’origine del rito mosaico di purificazione con le ceneri
della giovenca rossa (_Numeri_, cap. XIX); e soggiunse parergli
che quell’uso fosse nato per vero dall’olocausto del lione fulvo,
ch’egli ritraea dal «Libro de’ Sapienti indiani»[820] Da cotesto cenno
si è conchiuso a ragione, che Federigo ebbe alle mani la versione
ebraica, o piuttosto l’originale arabico, della famosa «Guida;» e si è
supposto con verosimiglianza ch’egli stesso n’abbia fatta far la prima
traduzione latina.[821] Speriamo che ulteriori indagini rischiarino
cotesti particolari di Storia letteraria. Intanto non è da porre in
dubbio tal aneddoto, che allarga sempre più il campo delle cognizioni
da attribuirsi a Federigo.
Nè egli coltivò la filosofia sol per utile e diletto proprio, ma sì la
promosse ne’ suoi domimi e in tutta Cristianità. Accenneremo appena
alla Università fondata in Napoli; a’ sussidii assegnati per gli
studenti poveri; ai “dottori chiamati da ogni parte del mondo, come
dice il Jamsilla, con liberali premii e provvisioni.”[822] Raccolti
nella sua biblioteca moltissimi codici arabici e greci, Federigo li
facea tradurre in latino, per comodo pubblico. Ci rimane la nobile
epistola con la quale ei mandava in dono ai professori ed agli studenti
di Bologna la versione di «certi scritti di Aristotile e d’altri
filosofi su la dialettica e la cosmologia,» affinchè giovassero a
propagare la scienza, «senza la quale, ei dicea, la vita dei mortali
non si conduce liberalmente.» Impossibile e’ sembra che Federigo non
abbia arricchita, di quelli e d’altri trattati, la sua cara Università
di Napoli; e si ritrae che Manfredi, imitando l’esempio del padre,
inviò all’Università di Parigi, forse le stesse opere e di certo la
stessa epistola, ricopiata e mutatovi il nome.[823] Pensano gli eruditi
che coteste versioni siano state, tutte o parte, opera di Michele
Scoto.[824] Non guari dopo, Bartolomeo da Messina, per commissione di
Manfredi, tradusse dal greco in latino l’Etica d’Aristotile;[825] e
un tedesco per nome Hermann voltò in latino, per voler dello stesso
principe, le parafrasi arabiche, o compendii del medesimo e d’altri
libri d’Aristotile.[826] Aggiungansi le altre versioni d’opere di
matematica, di medicina, di storia naturale, d’astronomia o astrologia,
dovute al patrocinio di Federigo o del figliuolo, delle quali abbiam
già fatta menzione. Come poi i Giudei furono in Occidente, per tutto
il medio evo, gli interpreti più assidui della dottrina araba, così
Federigo favorì, insieme con le latine, le traduzioni o compilazioni
ebraiche degli scritti arabi di scienza. Oltre i supposti che abbiamo
riferiti poc’anzi intorno la versione della «Guida de’ Dubbiosi,»
si ritrae per positive testimonianze che Giacobbe figlio di Abba
Mari, medico di Marsiglia, stipendiato largamente dall’imperatore,
e venuto a Napoli, compì quivi il dugentrentuno la versione ebraica
dell’Almagesto, e il trentadue, quella del comento di quattro libri
d’Aristotile per Averroes.[827] Similmente si ritrae che Giuda
Cohen figlio di Salomone, ebreo spagnuolo, compilatore di una grande
enciclopedia scientifica ch’ei dettò in arabo e tradusse in ebraico,
passò in Italia del quarantasette, dopo avere risposto per ben
due volte ai quesiti scientifici di Federigo:[828] onde possiamo
argomentare che questi l’abbia chiamato di qua dalle Alpi, allettandolo
con quella savia liberalità che usò verso ogni altro scienziato.
Quindi si è creduto che Federigo intendea l’ebraico; ed altri ha
aggiunto, con maggiore verosimiglianza, il greco, poichè v’ha una
versione greca delle sue costituzioni,[829] e si sa che al suo tempo
questo idioma prevaleva in alcune città della Sicilia e del Napoletano.
Per buoni argomenti si ritiene che Federigo seppe il provenzale e il
francese;[830] nè è da mettere in forse ch’ei parlò, qual meno e qual
più spedito, l’italiano, il latino, l’arabico e il tedesco.[831] Dubbio
è che in latino e in provenzale,[832] certo ch’egli abbia verseggiato
in italiano, al par che alcuni suoi figliuoli e cortigiani: il che
non vuol dir che Federigo inventò la nostra poesia, nè che fondò,
propriamente parlando, un’Arcadia in Palermo, come sognavano gli
eruditi del secol passato; ma che primo, o tra i primi, egli introdusse
in Italia la moda arabica e provenzale di recitare a corte, de’ versi
dettati nella lingua che ciascun parlava. La quale usanza aulica,
promosse la nostra letteratura assai più ch’e’ non sembri a prima
vista. Federigo rese popolari le novelle rime, con le attrattive del
canto e dei suoni.[833] E se ben mi appongo, suscitossi nell’animo
de’ contemporanei una indefinita ma irresistibile brama di civiltà, a
veder il nipote di Barbarossa, che scendea dal trono per conversare
co’ dotti e mescolarsi negli esercizii delle arti liberali e ne’
sollazzi: gentile, piacevole di tratto, arguto, tollerante degli altrui
detti,[834] vivace e versatile ingegno, ed a volte profondo, nudrito
e non soffocato dalla erudizione, splendido ed elegante negli arredi e
negli edifizii ch’ei fece costruire.[835] Con la potenza, la ricchezza
e l’alto animo, egli cooperò quanto niun altro uomo del medio evo, a’
progredimenti dell’intelletto umano in Europa.
Noi non abbiamo qui a giudicar Federigo statista, nè legislatore;
non abbiamo a biasimar, nè a scusare i vizii che lo macchiarono,
l’avarizia, la crudeltà, la dissolutezza, la perfidia: vizii di tutti i
tempi e maggiori assai nel medio evo che in oggi. A considerar la sola
tempra dello intelletto, Federigo ci sembra uom del secolo decimottavo,
venuto su nei principii del decimoterzo, come quelle piante che per
singolar caso di natura o per arte dell’uomo, fioriscono fuor di clima
e di stagione. Così fatti fenomeni morali, la Storia non arriva a
spiegare pienamente, poichè la più parte delle cause si sottraggono
alla critica: può nulladimeno, investigare le condizioni di cose
che abbiano favorito lo sviluppo d’un buon germe. Or l’intelletto di
Federigo prese forma e vigore tra due serie di fatti non ordinarii,
alle quali noi abbiamo accennato; cioè il turbine politico che
l’aggirò fin dai suoi primi anni e l’ambiente di civiltà nel quale
ei fu educato. Il nostro subietto ne conduce a ricapitolare quanto su
quest’ultimo punto si è detto da altri e da noi stessi.
All’entrar del secolo decimoterzo, la civiltà musulmana, con le sue
parti buone e triste, s’era infiltrata un poco in tutta Europa, molto
nella terraferma italiana e moltissimo in Sicilia; dove, oltre i
frequenti commerci con le rive meridionali del Mediterraneo, rimaneano
avanzi degli ordini e delle schiatte musulmane. Tra gli avanzi di
quelle schiatte, ci sono occorsi nella infanzia di Federigo de’
famigliari della corte di Palermo e n’abbiamo visti nel suo seguito
a Gerusalemme e per tutta Italia, in pace, in viaggio, in guerra;
maestri o collaboratori di studio, essi e i Giudei e i Musulmani
avventizii d’altri paesi, cortigiani, ufiziali, ministri di passatempi
onesti, o di lusso e talvolta di non lodevol costume. Giovanni detto
il Moro, celebre per misfatti nei regni di Corrado e di Manfredi, nato
d’una schiava di corte, segretario dell’imperatore, tesorier generale
del reame, quel desso ch’ebbe feudi da Innocenzo IV e volle tradire
Manfredi a Lucera, Giovanni somiglia, così d’origine come di vita e
di costumi, ad un liberto di reggia musulmana di Spagna, Affrica o
Egitto.[836]
La corte sveva d’Italia parve musulmana a tutti i buoni Cristiani
dell’Occidente, secondo l’attestato di Carlo di Angiò, che appellava
Manfredi il Sultano di Lucera. Avendo largamente discorso in questo
capitolo e nei precedenti del patrimonio intellettuale che Federigo
prese da’ Musulmani, accenneremo qui ai costumi e alle usanze
passate per la medesima via. Gregorio IX denunziò all’orbe cattolico
l’imperatore che in Acri avea fatte venir ballerine per offrire
spettacolo o peggio, a’ suoi ospiti Saraceni:[837] e si ritrae da
testimonianze autorevoli che anco in Europa ei si sollazzava con
le pantomime, i giochi di equilibrio, i suoni e i canti di quelle
saltatrici.[838] Innocenzo IV, accagionandolo ingiustamente per le
relazioni politiche col Cairo, gli rinfacciava di tenere paggi saraceni
e di far custodire la sua moglie da eunuchi.[839] E ch’egli s’era
acconcio un serraglio a Lucera e n’aveva un altro da campo nelle guerre
d’Italia, lo provano documenti e scrittori contemporanei.[840] Così i
vizii avean preso a corte di Federigo le sembianze musulmane; non ch’e’
mancassero o fossero men laidi nelle reggie cristiane del medio evo.
Musulmano anco il lusso. Parrebbe che Federigo volesse imitar qualche
sultano Gaznevida dell’India, quand’egli all’assedio di Pontevico
(1237) fece menare da Saraceni un elefante, che portava sul dosso una
torricciuola con le bandiere imperiali.[841] Parrebbe ch’egli avesse
voluto recare in Europa le apparenze tutte dell’Oriente, quando si
legge il rescritto, col quale comandava a’ suoi ufiziali in Palermo di
trascegliere subito nella famiglia della corte alquanti schiavi negri
in su i venti anni, e comperarli al bisogno, i quali apprendessero a
suonare, chi la tromba e chi la trombetta, e fossero subito mandati
allo imperatore.[842] E sia caso, o che i più be’ paramenti della corte
uscissero ancora dal tirâz di Palermo, si è perfin vista una iscrizione
arabica, trapunta in oro, su i paramani della tunica nella quale fu
composto nell’avello il grande imperatore del secolo decimoterzo.[843]