LXXIII.

«Tutto quel giorno stetti accasciata sotto il peso d'uno sgomento

indicibile; ad ogni istante parevami di dover udire la voce di

quell'uomo abborrito, di Salvani. Che voleva mio marito da lui? Quali

ragioni così possenti avevano consigliato lui, così franco e leale,

ad adoperare uno stratagemma per attirarlo con maggior sicurezza a

quel convegno? Aimè! poteva io ingannarmi su quelle ragioni, poteva io

dubitarne un solo istante?

L'ora stabilita trascorse, e il cavaliere non compariva ancora; io mi

era spinta inosservata nella biblioteca che comunicava colla camera

di mio marito; colà avrei potuto vedere ed udir tutto, intervenire,

difenderlo forse, pagare colla mia vita il dolore e la vergogna che io

gli aveva cagionato.

Passò un'ora, ne passò un'altra; il cavaliere non venne. Le tenebre

incominciavano a farsi fitte intorno a me. Io udiva il passo agitato di

Antonio e le oscillazioni calme e regolari d'un pendolo che numerava le

mie angoscie.

Vi fu un'istante in cui ebbi quasi paura e mi guardai intorno

sbigottita e tremante; ma questo sentimento, che era frutto della

cessazione d'un timore assai più grande, fu di breve durata.

Un uomo entrò nella camera di mio marito; nello stesso tempo un raggio

di luce attraversò il buco della toppa e venne a battere sul mio

volto. Accostai l'occhio e vidi Giovanni, con un lume in mano, intento

ad accendere i candelabri sopra il caminetto. Quando ebbe finito, si

rivolse verso il divano dove immaginai che fosse mio marito, si tenne

un istante in atto d'aspettazione, poi fece un gesto d'assenso ed uscì.

Il cuore mi batteva concitato.

Poco stante la porta si riaprì, ed entrò Salvani. Un grido, un

terribile grido di dolore, di paura, di vergogna, morì soffocato

sulle mie labbra. Mi appoggiai all'uscio per non cadere; ricuperato

il mio vigore, vinsi il raccapriccio che destava in me quella scena, e

origliai per non perdere una sillaba di quel colloquio temuto.»

Un segreto, vol. 2 · 第 51 / 60 题