«Tutto quel giorno stetti accasciata sotto il peso d'uno sgomento
indicibile; ad ogni istante parevami di dover udire la voce di
quell'uomo abborrito, di Salvani. Che voleva mio marito da lui? Quali
ragioni così possenti avevano consigliato lui, così franco e leale,
ad adoperare uno stratagemma per attirarlo con maggior sicurezza a
quel convegno? Aimè! poteva io ingannarmi su quelle ragioni, poteva io
dubitarne un solo istante?
L'ora stabilita trascorse, e il cavaliere non compariva ancora; io mi
era spinta inosservata nella biblioteca che comunicava colla camera
di mio marito; colà avrei potuto vedere ed udir tutto, intervenire,
difenderlo forse, pagare colla mia vita il dolore e la vergogna che io
gli aveva cagionato.
Passò un'ora, ne passò un'altra; il cavaliere non venne. Le tenebre
incominciavano a farsi fitte intorno a me. Io udiva il passo agitato di
Antonio e le oscillazioni calme e regolari d'un pendolo che numerava le
mie angoscie.
Vi fu un'istante in cui ebbi quasi paura e mi guardai intorno
sbigottita e tremante; ma questo sentimento, che era frutto della
cessazione d'un timore assai più grande, fu di breve durata.
Un uomo entrò nella camera di mio marito; nello stesso tempo un raggio
di luce attraversò il buco della toppa e venne a battere sul mio
volto. Accostai l'occhio e vidi Giovanni, con un lume in mano, intento
ad accendere i candelabri sopra il caminetto. Quando ebbe finito, si
rivolse verso il divano dove immaginai che fosse mio marito, si tenne
un istante in atto d'aspettazione, poi fece un gesto d'assenso ed uscì.
Il cuore mi batteva concitato.
Poco stante la porta si riaprì, ed entrò Salvani. Un grido, un
terribile grido di dolore, di paura, di vergogna, morì soffocato
sulle mie labbra. Mi appoggiai all'uscio per non cadere; ricuperato
il mio vigore, vinsi il raccapriccio che destava in me quella scena, e
origliai per non perdere una sillaba di quel colloquio temuto.»