LXXII.

«I giorni si succedettero uguali, angosciosi, tetramente monotoni.

La mia coscienza si era ripiegata inorridita all'aspetto dell'immensa

sciagura che il mio fallo aveva provocato. La solitudine, il silenzio,

il rimorso si assieparono come una nube sul mio intelletto.

Ciò che avvenne dopo quel giorno fatale è ancor oggi un mistero per me.

Quando seppi del duello, tremai per mio marito; volli scongiurarlo di

desistere; ma, sapendolo vano, soffocai nelle lagrime il mio proposito.

Quando seppi che il duello non avrebbe avuto luogo, il timore vinse in

me la meraviglia. Da quel punto un enigma tormentoso si propose alla

mia mente scombuiata: — che sarebbe avvenuto più tardi?

Io era troppo abituata a leggere nel cuore di Antonio, per potermi

lasciar trarre in inganno dall'apparente impassibilità del suo volto.

Quella calma era ai miei occhi più eloquente d'ogni altro linguaggio.

Il suo contegno verso di me, meno l'abbandono affettuoso, fu qual era

stato sempre, dolce e cortese. Avesse egli adoperato meco la collera,

il rimprovero, il disprezzo, non ne avrei avuto tanto dolore quanto

me ne proveniva da quella dolcezza. Io taceva e piangeva in segreto —

piangeva la mia pace seppellita per sempre col mio amore.

Non andò molto che i miei timori si avverarono. Era passato un mese.

Mio marito venne nelle mie camere, era la prima volta dopo quel

giorno... Tremai al vederlo, e non osai tener la fronte sollevata

innanzi a lui, lui mio accusatore, mio giudice... Mi salutò, trasse

una sedia accanto a me, e si assise. La sua voce mi scese al cuore come

un'amara ironia. Egli era calmo, nondimeno i suoi sguardi tradivano a

quando a quando una segreta inquietudine; compresi che una terribile

sciagura minacciava le rovine del mio cuore.

Mi pregò scrivessi una lettera, una lettera a _lui_, a Salvani. Questo

colpo inaspettato superava le mie forze e il mio coraggio. Uno sgomento

indefinibile s'impadronì del mio spirito; per la prima volta in vita

guardai con occhio di terrore la faccia di mio marito. Vi lessi la

fermezza e la pietà. Tentai rimuoverlo con uno sguardo supplichevole,

ma egli insistè con tale espressione di dolcezza che valeva per me

assai più che il comando.

Obbedii come un automa; egli mi fu grato e me ne rimeritò con un

sorriso. Quel sorriso ha impresso un solco profondo nel mio cuore.

Egli dettò ed io scrissi; poche parole che non mi fecero arrossire; un

convegno necessario, una preghiera dignitosa, il mio nome, nulla più.

Quando ebbi finito, lasciai cadere la penna e mi abbandonai esausta

di forze sullo schienale della seggiola. Antonio mi guardò, lottò

un istante colla pietà e col rancore; volli risparmiargli una penosa

testimonianza d'affetto di cui mi sentiva indegna, e raccolsi tutta la

mia energia per dissimulare ciò che io soffriva. Egli prese il foglio,

lo piegò, e me lo pose innanzi, presentandomi la penna con un gesto

urbano, ma freddo ed insistente.

Compresi, e vergai la soprascritta con mano tremante; gli consegnai

la lettera e nascosi il volto fra le mani. Mio marito si tenne alcuni

istanti ritto innanzi a me, ma non disse parola. Udii il suo respiro

affrettato; poi alcuni passi leggieri, poi più nulla... Rialzai il capo

smaniando... egli era uscito.»

Un segreto, vol. 2 · 第 50 / 60 题