«Il passato pesava inesorabilmente sopra il mio cuore, le memorie
occupavano tutta la mia mente. Io non aveva mai spinto lo sguardo
innanzi a me, non aveva mai indagato i misteri del mio avvenire,
aveva quasi dimenticato d'averne uno. Parevami che il rimorso avrebbe
riempito la mia misera esistenza; nè poteva immaginare che nuovi dolori
si sarebbero aggiunti al fardello delle mie pene.
Dov'è il limite che la natura ha stabilito al dolore? dov'è il
limite che ha stabilito alla sofferenza? Io ho spesso cercato di dire
all'anima mia: «fin qui, fino a quel punto, non oltre». Ma le mie fibre
furono più forti della mia volontà e del mio dolore; la mia fragile
natura di donna ha resistito all'urto senza spezzarsi. Le anime deboli
si piegano e s'infrangono — le forti resistono, ma soffrono più a
lungo; il segreto dei grandi dolori è la forza.
Voi rammenterete forse la sera in cui quell'uomo abborrito osò
oltrepassare la soglia della mia casa.
Tutto l'odio di cui il mio cuore era capace si ridestò a quella vista;
non fu che un istante, compresi che il male che quell'uomo mi aveva
fatto era nulla in confronto di quello che poteva farmi. Per la prima
volta pensai all'avvenire; all'immensità del mio odio per _lui_ si unì
un sentimento angoscioso di paura. Quell'uomo poteva perdermi, voleva
perdermi; la sua venuta in mia casa non poteva avere altro scopo. Io
tremai come alla vista d'un pericolo imminente; raccolsi le mie forze
per resistervi, pregai il cielo che mi salvasse o mi facesse morire...
Ma il cielo è sordo alle preghiere della colpa...
Misurai un'altra volta dalla grandezza del mio affanno l'immensità
del mio fallo. Ciò che mi rimaneva a temere me ne dava l'immagine più
nettamente e più inesorabilmente dello stesso rimorso. Il terribile
segreto che aveva straziato fino a quel punto la mia esistenza, si
arroventava dentro il mio seno come uno strumento di tortura. Io avrei
potuto essere felice del mio amore, orgogliosa della mia virtù; avrei
potuto levare la fronte in faccia a quell'uomo che aveva abusato della
mia innocenza, vendicare l'ingiuria col disprezzo, riparare nelle
braccia del mio amico, del mio sposo, e trionfare colla sicurezza
suggerita dal pentimento d'una memoria che richiamava la mia mente ad
una vergogna... Al contrario ero costretta a chinare gli occhi sotto
il _suo_ sguardo ingiuriosamente sfacciato: dovea subire l'oltraggio
ed arrossire e tremare come un colpevole che si vede in balìa del
suo complice. La colpa, che lunghi anni d'espiazione mi avevano fatto
credere lavata, risorgeva a un tratto col suo più brutale rimprovero;
tutti i miei dolori avevano pesato inutilmente sulla bilancia che
misura il perdono. Oimè! sì, io l'ho meritato; il mio pentimento non
era stato nè forte, nè sincero, poichè s'era arretrato dinanzi ad una
confessione.
Non mi dissimulai punto i miei torti; non m'adoperai a scemarne la
gravità o a legittimarli con ragionamenti mendicati alla debolezza.
Questa crudeltà con cui flagellai il mio cuore mi consentì una forza
ed un coraggio che avrei creduto superiore alla mia natura di donna, la
forza e il coraggio d'intraprendere la lotta...
Una lotta spietata. Fu allora che io conobbi per la prima volta quanto
sieno meschine le armi dell'amor proprio offeso, e quanto fiacca la
rivolta della dignità che non si accompagna colla coscienza. Tutti i
rimproveri che io poteva fare a quell'uomo si spuntavano contro il
suo sorriso glaciale; al contrario le accuse che io stessa muoveva
alla mia condotta passata ricadevano sul mio cuore a soffocare gli
impeti generosi dell'ira. Nondimeno lottai... Sfidai il suo sguardo
insistente ed ingiurioso, e lo costrinsi più volte ad abbassarlo. Io
ne andava lieta come di un gran trionfo; sentivo il sangue affluire
più rapido e più copioso alla testa ed al cuore, ma poco dopo tremavo
tutta, impallidivo e chinavo a terra la fronte umiliata; risollevandola
incontravo un'altra volta la pupilla fredda e penetrante di lui...
Quelle lotte esaurirono le mie forze; la mia energia rimase fiaccata a
poco a poco da quell'urto. Vi fu un momento in cui ebbi paura, in cui
un'immensa sfiducia, ed un accasciamento improvviso dominarono tutto
il mio spirito. L'avvenire mi parve assai nero; guardai innanzi a me
atterrita come un viaggiatore che all'improvviso vede sprofondarsi sul
suo sentiero una voragine.
Quell'uomo indovinò dal mio volto, dal mio atteggiamento, ciò che
si passava dentro di me. Quando non seppi più simulare la forza e
l'indifferenza, fui altresì incapace di dissimulare la debolezza e la
paura.
Da quel momento io non mi appartenevo più; ciò che era in me non poteva
quindi innanzi bastare a me medesima; la mia pace, la mia salvezza
erano al di fuori della mia natura. Mio marito! egli solo avrebbe
potuto difendermi, io doveva gettarmi nelle sue braccia e versare nel
suo seno pieno d'amore il mio seno traboccante d'angoscia.
Ad altro patto non era più possibile sottrarmi alla vergogna. Il
cavaliere Salvani avrebbe indovinato ben tosto, se pure non lo aveva
diggià indovinato, l'intervallo che si frapponeva tra me e mio marito;
egli possessore del mio segreto, non avrebbe tardato ad abusarne;
autore del mio disonore, ne avrebbe fatto pesare le conseguenze sul mio
povero capo.
Se io avessi potuto resistere ancora, avrei forse ingannato quell'uomo,
fors'anco lo avrei reso pauroso; sperare di trionfarne per altra via
era lusinga non solo inutile, ma perniciosa.
E tuttavia non mi bastò l'animo. La franchezza d'una confessione
avrebbe sollevato il mio cuore, ma ucciso inesorabilmente la pace di
mio marito. Perdonarmi! l'avrebbe egli potuto? qual'uomo lo avrebbe
potuto?
«Chi sa, dissi a me stessa, se la mia franchezza non avrebbe invece
battesimo di paura, se la mia confessione anzi che spontanea,
non parrebbe invece strappata dalla necessità e dall'imminenza
del pericolo? Egli saprebbe ben tosto tutto; qual merito avrei io
d'anticipare di alcune ore quella scienza sciagurata? E chi può
dire che al contrario la mia confessione, distruggendo a un tratto
l'immagine della mia debolezza, non celerà a suoi occhi le mie lotte
del passato, e non gli farà attribuire a mal animo e a finzione ciò
che fu frutto di vergogna? E poichè le conseguenze d'una rivelazione,
da qualunque parte venisse fatta, erano oggimai immutabili, per qual
fine avrei io attribuito al mio cuore questo penoso fardello, mentre
gli avvenimenti stessi avrebbero palesato il segreto dell'anima mia? La
vergogna! oggi non era ciò che io temessi di più; era l'amore di lui
che io vedeva minacciato, non il mio orgoglio; e poteva io sfidare il
momento in cui egli mi avrebbe ritolto il suo amore?»
Attraverso questa confusa vicenda di paure, e di propositi, io smarrii
affatto l'imperio del mio spirito.
Da gran tempo mi era abituata a considerare i vincoli che mi legavano
a mio marito, il suo amore, e la sua stima, come un tesoro minaccialo
dalla mano avara del destino. In mezzo a questo inesorabile ed
incessante timore, balenava talvolta qualche raggio di speranza —
e qual'è il cuore che non speri? — ma moriva bentosto nelle tenebre
profonde della mia anima.
Il mio pensiero, sempre stanco e sempre infaticabile, ritornava alle
immagini desolate del mio avvenire.»