«Risparmierò al mio cuore una narrazione penosa ed inutile; la
narrazione dei dolori che accompagnarono il mio disinganno.
Mio padre riacquistò a poco a poco la salute; a poco a poco invece
io andai perdendo la mia. Il cielo mi è testimonio se il pensiero
d'ammalarmi e di morire mi ha fatto battere il cuore! Ma la mia
speranza fu vana. Un pallore estremo aveva cancellato sulle mie guancie
le rose della fanciullezza e dell'innocenza, ma non fui costretta a
letto. Assai più fatale era il mutamento avvenuto nel mio spirito;
quella mia natura facile, scherzosa, puerile, aveva preso il sussiego
della meditazione, e un'indolenza assai prossima all'apatia.
Mio padre cercò invano di distrarmi, interrogò invano i medici, invano
interrogò il mio cuore.
Le sale della nostra casa si ripopolarono un'altra volta di convitati;
un'altra volta toccarono a me le brighe dei ricevimenti; ed io mi
vi assoggettai senza riluttanza, senza troppo gran noia, come ad una
necessità indifferente.
Un ricco negoziante, ancor giovane, aspirò alla mia mano. Mio padre
me ne parlò con quella leggiera insistenza che nei cuori benevoli e
delicati tiene luogo dell'autorità. Rifiutai, e non se ne parlò più.
Ma il mio cuore n'ebbe per un pezzo, e tutti i fantasmi del rimorso
ritornarono in folla a torturarmi dopo quel rifiuto. Il mio partito
era preso; per la donna che ha dimenticato i suoi doveri, non ve ne
ha più che uno: soffrire in silenzio, soffrire sola; associare un uomo
alla mia vita sarebbe stato associarlo alla mia vergogna. Il pentimento
mi rendeva crudele contro me stessa; conobbi più tardi che un altro
rimedio era possibile, ma non ebbi il coraggio d'accettarlo.»