_Silvio a Carlotta._
«Non posso, non posso! La mia energia d'uomo si è spezzata, io non
sono che un fanciullo, uno sciagurato fanciullo che non ha altro che
lagrime.
Non potreste amarmi come avete amato _lui_? che importa se voi potrete
amarmi? vi ho domandato il vostro amore, e voi potete darmelo; non
pretendo di più: una parte del vostro amore è sempre il vostro amore.
«Impossibile!» Non ditelo in nome del cielo; non immaginate che le
ombre dei defunti possano turbare col loro egoismo la felicità dei
superstiti. La loro pace è assai profonda, assai più dolce delle
burrasche della vita; esse sanno quel che hanno perduto e quel che
hanno guadagnato morendo, confrontano e compiangono. Noi soli siamo i
ciechi, e barcolliamo inseguendo l'amore.
I defunti non hanno invidia di noi; vorrebbero essi contenderci
l'amore, e spingere le loro mani scheletrite per staccare questo solo
frutto benefico dell'albero della vita?
Respingete queste paure; interrogate il vostro cuore, se egli può
palpitare vicino al mio, siate mia. Io non mi opporrò a questa
religione delle memorie che vi fa santa ai miei occhi; vorrò dividerla,
vorrò piangere e benedire anch'io; la felicità immensa di sapervi mia,
di vivere al vostro fianco, di vedere ogni giorno il vostro sorriso, mi
farà buono; mi farà generoso; apprenderò da voi il sentiero della pace,
apprenderò a piangere e a benedire.»