LA SIGNORA (_cavando con gesto drammatico un biglietto_).--E l'autrice
di questo biglietto in cui vi scrive che le 1300 lire non bastano....
questa Elvira Codarelli, che manca d'ortografia, è forse un Asilo
d'infanzia?
_Tableau!_
Miserere mei.
Le case vecchie e screpolate sono coperte di macchie d'umido e di
salnitro: il cielo è plumbeo, e l'aria frizzante. L'acquerugiola, fine
come nebbia e mista a un sottile nevischio, si converte in fango,
prima ancora d'avere toccato le selci delle vie. Pochi passanti
corrono freddolosi, infagottati, sotto gli ombrelli. Le serve
stringono bene i capi dello scialle, rialzano le gonnelle poco pulite,
e ciabattano rapidamente nella mota, avviandosi verso _campo de'
Fiori_.
Un convoglio funebre di monaci e di fratelloni alla spicciolata scende
per _via del Governo Vecchio_, come una processione di fantasmi,
muniti di fiaccole, e rauche salmodie, con puzzo greve di moccolaia,
si spandono per l'aria tetra, confuse col rumore dei carri, delle
carrozze, con le grida dei venditori di _pizza_, e degli strilloni dei
giornali.
Due fratelloni della buona morte, coi calzoni rimboccati, e la cappa
tutta tigrata di pillacchere, si trovano con passo indolente alla coda
del convoglio.
--.... _Magnam misericordiam tuam_. Aspetta un po': fammi accendere la
torcia. Accidenti alla pioggia e al diavolo che ce la manda.
--_Ab iniquitate mea_.... Com'è che hai fatto così tardi?
--_Amplius lava me_.... ho litigato con mia suocera, e ho finito per
darle due sganassoni in faccia.... _et a peccato meo munda me_.
--.... _Quoniam iniquitatem meam ego cognosco_..... Per crist....allo!
mi sono preso una storta al piede. Questo minchione ha scelto proprio
una giornata carina, per farsi seppellire.
--_Tibi soli peccavi_.... Sai niente tu chi fosse questo sor
Menichetti? m'hanno detto che faceva il droghiere a San Carlo a'
Catinari.... _et malum coram_....
--_Te feci_. Pare fosse un galantuomo, proprio una brava persona e che
abbia messo da parte un po' di quattrini. La Nena m'ha detto, che,
anni addietro, faceva anche lo strozzino, ma dopo tutto, pur di
vivere onestamente, ognuno ha il diritto di fare il comodo suo....
_iniquitatibus conceptus sum_....
--_Et in peccatis concepit me mater mea_.... lascia famiglia?
--_Incerta et occulta sapientia_.... una moglie bella e giovane con
due figli.
--Figùrati, la povera signora, che dispiacere.... _lavabis me, et
super nivem_.
--Poveretta! si sa che un marito fa sempre dispiacere.... _et
exultabunt ossa humiliata_! ma troverà modo, credi a me, di
consolarsi. Si racconta che quella lì n'abbia avuto parecchi a farle
la corte.
--_Et omnes iniquitates meas dele_.... Ne ho conosciuto delle civette,
ma come le donne!
--_Cor mundum crea in me Deus_.... prima ancora che si maritasse, la
gente la vedeva sempre insieme con quel biondo, che fabbrica
liquori.... Sai, quello che ha sposato Paolina, la bustara di Borgo.
_Redde mihi laetitiam_....
--Ah, sì: me ne ricordo sicuro! anche la Paolina, un gran pezzo di....
_Docebo iniquos vias tuas_.
--Dimmi, hai fatto colazione tu?
--_Domine, labia mea aperies_.... Senti? all'osteria di Bartolomeo,
c'è un arrostino d'abbacchio....
--Sta zitto, se no pianto il morto.... _ut aedificentur muri
Jerusalem_....
--_Requiem aeternam!_ (a un birichino che vorrebbe staccare la
sgocciolatura della torcia). _Va a morì ammazzato!_
Il chellerino.
Nella birreria del Tevere--con servizio di _chellerine_--c'è un
cameriere che si chiamerebbe Menico se gli avventori non preferissero
chiamarlo con un nome di nuovo conio: il _chellerino_.
E in verità, a furia di strofinarsi con le gonnelle delle
_chellerine_, alla melensaggine, al noto cretinismo di Menico, s'è
aggiunto adesso un certo fare sdolcinato, mellifluo, quasi muliebre,
che giustifica a sufficienza il nomignolo di _chellerino_, ormai
passato nel sacro dominio della storia.
Son molti anni che conosco il _chellerino_, poichè l'ho conosciuto
anche nei tempi in cui si chiamava Menico. Era appena venuto di
ciociaria e s'era adattato al servizio del barone di Cerami, passando
alternativamente dalle funzioni di mozzo di stalla a quelle d'aiuto al
cameriere di servizio alla tavola, quando a pranzo c'era più gente
del solito.
Circa il servizio da tavola, Menico ha esordito in una maniera
splendidissima.
Era un giovedì e nella bella sala da pranzo del barone di Cerami, coi
mobili di noce intagliati e i grandi piatti arabo-siculi appesi alle
pareti, c'era una decina di convitati, quasi tutti, per via della
Camera o del Senato, appartenenti alla politica.
Prima d'andare in tavola, il barone chiama Menico davanti a una
credenza e gli dice:
--Tu non avrai altro da fare che servire i vini. Sai leggere, nevvero?
--Sissignore.
--Bene: queste bottiglie hanno ciascuna la relativa etichetta. Vedi?
questo è _Saint-Julien_, questo è _Pomard_, quest'altro è
_Chambertin_, eccetera, eccetera. Tu prendi la bottiglia, ti avvicini
alla destra d'ogni convitato, senza urtargli il braccio o la sedia,
versi piano piano e, mentre versi, gli dici sotto voce il nome. Hai
capito?
--Non dubiti.
Ci mettiamo a tavola e il pranzo comincia. Menico afferra una
bottiglia, s'avvicina al deputato Colaianni, versa del vino e, nel
versare, invece di dire: _Saint-Julien_, si curva all'orecchio del
deputato e gli bisbiglia:
--Onorevole Colaianni!
L'on. Colaianni si volta e gli risponde:
--Che vuoi?
Ma Menico è già passato all'altro convitato e, nel mescere, gli
susurra all'orecchio:
--Onorevole Sidney Sonnino!...
* * * * *
Una sera, verso le otto e mezzo, mentre si versava il caffè, fumando
una sigaretta, il barone lo chiama e gli dice:
--Menico: vai un po' a vedere che cosa fanno stasera al _Costanzi_.
Menico sparisce e non rincasa che.... verso la mezzanotte.
--Dove diavolo sei stato?--gli domanda il barone.
--Dove mi ha mandato lei: al _Costanzi_.
--Ah! e t'hai goduto, dunque, tutto quanto lo spettacolo?
Menico quasi s'inginocchia:
--No!... mi perdoni, signor barone! ce n'era ancora un atto, ma son
venuto via, perchè cascavo dal sonno.
* * * * *
Visto e considerato che l'idiotismo di Menico era cronico, il barone
lo licenziò, ma il poveraccio lo assediò con tanti piagnistei, che il
barone gli promise di trovargli un posto, e finì per trovargliene uno
che gli parve adatto ai mezzi intellettuali del ciociaro.
Si trattava unicamente di stare nell'anticamera d'una signora
elegantissima, che riceveva molte visite e che aveva una bellissima
casa, senz'avere un casato, poichè sopra le sue carte di visita non si
leggeva che questo nome biblico e laconico: _Sara_. Sara è una delle
più piacevoli etére del _demimonde_ romano, di quelle che hanno un
certo contegno e riescono perfino, nelle grandi riunioni, a
intrufolarsi nella cosidetta buona società.
--Le tue funzioni,--aveva detto Sara a Menico,--sono semplicissime:
devi rispondere a chi viene secondo gli ordini e le istruzioni che
avrai: sopratutto, non devi vedere e non devi sentire che ciò ch'io
voglio che tu veda o senta.
--Stia tranquilla.
Un'ora dopo, Sara si presenta in anticamera e chiama:
--Menico.
Menico la guarda, non si muove e non risponde.
Sara lo richiama e gli fa segno d'avvicinarsi.
--Non avevi sentito?
--Sissignora: ma siccome aveva detto _Menico_ a bassa voce, ho
creduto che la signora non volesse che io udissi.
* * * * *
Sara, quasi tutti i giorni dalle dodici alle due, riceveva un
dottorino giovane, biondo, bello e pieno di spirito. Era il suo
dottore, ma nelle lunghe conversazioni la salute e l'igiene, per
solito, non entravano per niente. Sapeva tante graziose storielle, il
dottore biondo! E poi faceva la corte, con un garbo!
Un giorno, Menico bussa all'uscio della camera della padrona, che
risponde dall'interno:
--Non si può.
--Sono io, Menico.
--Che vuoi?
--C'è il dottore....
--Non lo posso ricevere.
--E che gli devo dire?
--Digli.... quello che vuoi. Trova tu una scusa.
Menico torna in anticamera:
--Signor _dottore_, la padrona non lo può ricevere perchè.... è
_malata_.
* * * * *
Licenziato da Sara, Menico fu, per qualche settimana, servitore in un
albergo di quarta o quinta classe.
Suonano al n. 6 e Menico si presenta al forastiero.
Il forastiero è a letto e, appena giunto il cameriere, si cava un
occhio di cristallo e dice:
--Mettilo con precauzione, sul comò.
Menico eseguisce, poi torna a piantarsi davanti al forastiere.
--Che fai?
--Aspetto l'altro.
* * * * *
Adesso, Menico--diventato il _chellerino_,--è addetto alla birreria
del Tevere, ma le sue funzioni sono limitate a cambiare i piatti e le
posate, nonchè a essere lo scaricatoio di tutte le bizze delle
_chellerine_. Pure, certe volte ha la vanità di atteggiarsi a vero
cameriere, e le _chellerine_ lo lasciano fare quando, nelle ultime ore
della notte, non c'è più nulla in cucina, nè di caldo, nè di freddo:
allora, anzi, mandano lui a sbrigarsela con l'avventore nottambulo,
che per solito è nervoso e pien di malumori.
Menico si presenta col più amabile dei sorrisi.
--Il signore comanda?
--Che c'è di pronto?
--Vorrebbe una bistecca? una buona costoletta ai ferri? delle
scaloppine....
--Dammi la bistecca.
--Mi rincresce.... ma il filetto è finito!
--Allora, dammi la costoletta.
--Oh, Dio!... l'ultima la ho servita dieci minuti fa.
--Oh corpo di...! vengano, almeno, le scaloppine.
--Si figuri se non gliele darei; ma in cucina non c'è più un solo
boccone di carne.
--Dunque, non mi dai niente?
--Le potrei dare.... le posso dare....
E finge di pensare.
--Dunque? sentiamo!
--Le posso dare.... l'indirizzo di un'altra trattoria.
--Eh! va all'inferno.
--Se, però, il signore si contentasse di qualche cosa di freddo!...
--Cioè?
--Per esempio.... una granita di limone.
* * * * *
Uno degli avventori prese a proteggere Menico e a dargli qualche soldo
di mancia.
Menico era pieno di riconoscenza, per questo suo benefattore, ch'egli
non conosceva di nome, ma che sapeva essere cugino d'un altro
avventore quotidiano: dell'avvocato Placidi.
E quando il suo mecenate giungeva in trattoria, Menico diceva alle
_chellerine_:
--Presto, presto, ragazze: che c'è il cugino dell'avvocato Placidi.
Ma, sul principiare dell'autunno, il mecenate scomparve, con
disperazione grande dell'infelice Menico, che non sapeva darsene pace
e spesso esclamava a voce alta:
--Ma che ne sarà successo del cugino dell'avvocato Placidi?
Il mecenate ricomparve quattro mesi dopo, e Menico gli fece una festa
da non descrivere.
--Come va che non s'è più visto?
--Ho viaggiato.
--Come! non sta più in Roma?
--No: non sto più a Roma.
--Ah, no?... ma lo è sempre cugino dell'avvocato Placidi?
L'avvocato Paolo Emilio Genuzio.
Ben pochi avvocati hanno avuto la fortuna di salire a quel grado di
miseria e di celebrità cui è salito Paolo Emilio Genuzio.
Egli ha la specialità del cliente che non paga, ragion per cui è
costretto a vivere di debiti, con un formidabile giro di cambiali in
mano a strozzini d'infima categoria.
E a proposito di queste cambiali, egli suol dire:
--Le mie cause non producono che questi effetti!
Quand'egli fa conoscenza d'uno strozzino, la prima cosa che gli
domanda è questa:
--Siete cattolico voi?
--Sissignore.
--E le vostre convinzioni religiose sono molto profonde?
--Profondissime; ma perchè questa domanda?
--Perchè io non amo affidare le mie cambiali a uomini di coscienza
incerta, che oggi son cattolici e fra tre mesi.... _protestanti_!
E gli strozzini, bisogna dirlo, finiscono per avere una certa
simpatia per l'avvocato Genuzio. Ce n'è uno, per esempio, che non
manca mai alle udienze in cui l'avvocato ha la parola e, finita la
difesa, corre a stringergli la mano e a fargli un sacco di
complimenti. L'altra settimana, l'avvocato Genuzio difendeva con
calore un cassiere accusato di truffa. Finita l'arringa, l'usuraio
ammiratore si precipita verso l'oratore, gli stringe calorosamente la
mano e gli dice:
--Stupendo.... stupendo discorso! l'assoluzione è certa e il vostro
difeso vi farà certamente un bel regalo.
--Oh, grazie!
L'usuraio s'allontana.
Un collega domanda all'avvocato:
--Chi è quel signore che prende tanto interesse ai tuoi discorsi?
--Tanto? no, poveraccio: si contenta del 25 per cento.
* * * * *
Il cassiere fu assolto e, ringraziando con effusione l'avvocato, gli
disse:
--Vorrei essere ricco per dimostrarle la mia riconoscenza; ma le spese
di famiglia, il carcere preventivo mi hanno ridotto al verde assoluto,
quindi....
--Ho capito! non fa nulla! già lo sapevo....--mormorò l'avvocato.
E l'altro:
--Ma verrà il giorno in cui potrò sdebitarmi; intanto mi permetta di
dirle che la sua difesa è splendida, è commovente, è.... è.... come si
dice?... è....
--Dica pure.... impagabile!
* * * * *
Lo studio dell'avvocato Genuzio, per giunta, è infestato dai
contadini, che gli fanno perdere una quantità di tempo e di pagare non
parlano mai. Qualche volta appena gli riesce di farsi pagare in
natura, come dice lui, con ova, con formaggi, con bottiglie di vino,
con canestre di frutta e d'ortaglie.
Ho visto, nel suo studio, fino a sei canestre di fichi primaticci.
--Ecco,--diceva--i frutti della mia professione!
Un contadino, non so per qual diabolico litigio, ebbe con lui una
lunga conferenza, poi conchiuse: quanto le devo?
--Manco male!--pensò il Genuzio;--questo non è dei soliti.
Poi a voce alta:
--Fate voi.
--No, signor avvocato: dica lei.... desidero sapere quanto le devo,
perchè lì per lì non lo potrei pagare.
--Oh, diavolo! datemi almeno qualche cosa per cominciare.
--Eh, se, in acconto, lei volesse pigliare un lepre?...
--Sicuro che lo piglierei.
--Eh! se lo pigli pure.... se le riesce. Sarà più bravo del mio cane
che ha corso tutta la notte, senza prendere nulla.
* * * * *
Alcune arringhe dell'avvocato Paolo Emilio Genuzio in materia
criminale sono rimaste celebri, nei corridoi della corte.
Si trattava d'una rissa seguìta da omicidio.
L'avvocato Genuzio si alza e grida, rivolgendosi ai giudici:
--Voi siete tante bestie!
Poi, rivolgendosi con gesto energico ai giurati:
--E voi siete una massa di canaglia!
Abbassando d'un tono la voce:
--Così, secondo le deposizioni dei testimoni, cominciò la rissa
funesta, che....
* * * * *
Uno dei più potenti mezzi oratorii dell'avvocato Genuzio è quello di
far piangere l'accusato, richiamandogli alla memoria il periodo onesto
della sua vita anteriore alla colpa.
Ma, un giorno, al momento d'impiegare questo mezzo oratorio, di molta
efficacia davanti ai signori giurati, l'avvocato Genuzio si trovò
imbarazzatissimo, poichè si trattava d'un recidivo incorreggibile che,
dagli otto anni in poi, ne aveva commesso d'ogni risma e colore.
Bisognava dunque risalire molto innanzi nell'esistenza dell'accusato,
per trovare uno stadio di purità; ma l'avvocato Genuzio non si
sgomentò e prese a dire, con voce patetica:
--Sì, sì! ricordatevi i bei giorni che passavate.... tra le braccia
della vostra nutrice, sobrio, morigerato, senza altri bisogni che
quelli della natura!... l'idea di sopprimere il vostro simile, per
procurarvi godimenti sfrenati, non pullulava ancora nel vostro
innocente cervello! Ah.... perchè non rimaneste così?...
* * * * *
Un altro artifizio oratorio a cui ricorre spesso il Genuzio è quello
di dipingere il suo cliente come un mostro d'ingenuità facendo
risaltare insieme l'ignoranza delle leggi a cui avrebbe
inconsapevolmente contravvenuto....
--Egli,--diceva d'un tale, accusato d'aver fatto a pezzi una
donna,--egli, o signori, è forastiero: egli ignorava.... le
suscettibilità della legislazione italiana!
Così pure in una causa di bigamia, l'avvocato Paolo Emilio Genuzio
così concludeva:
--No, o signori: voi non condannerete quest'uomo così semplice di
modi, proprio nel momento in cui una legislazione più umana prepara,
in altra aula, la legge sul divorzio! Ma che dico? L'accusato, nella
sua semplicità, la credeva già votata.
E volgendosi verso l'accusato:
--Non è vero che avevate l'intenzione di divorziare con una delle
vostre mogli?
L'accusato con voce rauca:
--Oh!... con tutt'e due!
* * * * *
Poche volte, l'avvocato Paolo Emilio Genuzio ha ricorso alla _forza
irresistibile_, ma quelle poche volte son rimaste famose, una su
tutte.
Ecco il fatto.
Un povero diavolo, nel trasportare una gelosia, sulle palafitte d'uno
stabilimento di bagni, scivola, apre le braccia, la gelosia gli casca
dalle spalle, urta contro un parapetto, balza in mare, colpisce un
bagnante alla testa e lo uccide sulla botta.
Quel poveromo viene tradotto sul banco dei rei, sotto l'accusa
d'omicidio involontario.
L'avvocato Genuzio, naturalmente, fa una calorosa e commovente difesa
del disgraziato; tutto in un momento, con grande meraviglia di tutti,
esce fuori con l'argomento della _forza irresistibile_.
Il pubblico ministero non può frenare un sorriso di compassione.
L'avvocato:
--C'è poco da ridere, signor pubblico ministero! chi vorrà negare la
_forza irresistibile_ in un fatto avvenuto durante un.... trasporto di
gelosia?
Il dottor Claudio Gemelli.
Dei distratti ne ho conosciuti parecchi--dal Dondini che si
dimenticava del suo casato al Desanctis che si scordava d'essere
ministro--ma non ho incontrato mai un distratto perfezionato quanto il
dottore Claudio Gemelli, mio compagno di studi, nel senso che non si
studiava nessuno dei due.
Presa la laurea, egli elesse domicilio in una graziosa città della
riviera, ove i forastieri andati a male cercano, attratti dal dolce
clima, un qualche ristoro alla propria salute.
Il dottore Claudio Gemelli non è un'aquila, non è un'arca di
scienza....
Anzi ricordo che, a un esame, il professore gli chiese:
--Che cosa è un'ombra?
E lui pensando a tutt'altro:
--L'ombra è.... un raggio di luce, che potrebbe attraversare un corpo,
se questo non ci fosse.
* * * * *
Dicevo, dunque, che il dottore Claudio Gemelli non è una celebrità, ma
è tanto simpatico e provvisto di tale buon senso, che potrebbe
guadagnare, in capo all'anno, un sacco di quattrini, se non fosse il
guaio di quelle distrazioni, che compromettono la sua serietà
professionale.
Non c'è caso ch'egli badi a quanto gli esce di bocca e certe volte ne
dice di quelle da far saltare i sassi.
Una sera, lo chiamano all'ospedale, per curare un povero muratore, al
quale un'asta di ferro era penetrata nella spalla, quasi passandolo da
parte a parte.
Il dottor Gemelli esamina la mostruosa ferita, poi dice al malato:
--Fate veder la lingua.
Il malato mostra la lingua. Il dottore, pensando a Dio sa che cosa,
soggiunge macchinalmente:
--Nella vostra famiglia.... andate soggetti a queste malattie?
* * * * *
I poveri malati dell'ospedale avevano quasi terrore di questo medico
distratto e non senza ragione. Un giorno, visita il malato giacente al
letto N. 12 e borbotta:
--Un vescicante basterà.
Poi, chiede al malato:
--Che numero siete, voi?
--Numero 12.
E il dottore scrive:
--Numero.... 12 vescicanti al N. 1.
* * * * *
Un amico ha la moglie ch'è incinta di sette mesi e che, appunto per
trovarsi in quello stato interessante, soffre qualche disturbo; per
ciò, manda a chiamare il dottor Gemelli.
Il dottore s'avvicina alla sposa, che sta seduta sopra una poltrona,
la guarda con occhio gentile, ma indagatore, poi le tasta il polso e
le dice:
--Va bene, va bene! sarà cosa di poco: ora mi dica esattamente.... in
quali circostanze si è potuto sviluppare il fatto di cui è vittima.
* * * * *
Due mesi dopo, nasce un maschietto di complessione delicata che,
appena giunto all'età d'un anno, poverino, soffre di convulsioni.
Il dottor Gemelli vien chiamato a consulto e constata una nevrosi
pronunciata; suggerisce qualche rimedio, poi si mette a ciarlare
d'altre cose di famiglia e, infine, guardando il bimbo che stava in
culla, si alza e conclude:
--Dunque, mi raccomando! evitare le preoccupazioni di qualunque
genere; abbandonare il caffè e i liquori alcoolici; cercare
distrazioni nei teatri e nei viaggi; sopratutto, fumare con
moderazione.
* * * * *
La moglie del sottoprefetto s'ammala di bronchite.
Era una signora tanto carina, di curve molto pronunciate e provocanti.
Il sottoprefetto manda, di buon mattino, a cercare in fretta del
dottor Gemelli, che aveva perso la notte al circolo, al gioco del
faraoncino, ch'era la sua perdizione.
Il dottore si veste in fretta e, ancora stropicciandosi gli occhi,
accorre alla sottoprefettura.
La moglie del sottoprefetto sta, naturalmente, a letto e il marito,
ansioso, assiste alla visita del medico.
Dopo i soliti preliminari, il dottore dice:
--Non sarà nulla di serio; ma per essere più sicuri, bisognerà
procedere a una diligente auscultazione.
--Faccia.... faccia pure!--dice il sottoprefetto.
Il dottore, rivolgendosi alla bella malata:
--Abbia la bontà di voltarmi le spalle: così.... e ora faccia il
favore di togliersi la veste da camera.
--Davvero?--chiede la signora, arrossendo.
--È necessario.
La signora eseguisce.
Il dottore scansa un pochino la camicia, applica l'orecchio su quel
dorso bianco e ben modellato, ascolta qualche minuto, poi si alza e
dice:
--Non è nulla d'inquietante: ma ora, per maggior precauzione,
ascolteremo per davanti; si rimetta pure supina e respiri
naturalmente, ma con un po' di forza.
E il dottore, scostando un pochino i merletti della camicia di
batista, applica l'orecchio sul seno abbondante della moglie del
sottoprefetto.
Ma, questa volta, il dottore ascolta sì a lungo, che la signora con
gli occhi ammicca a suo marito, come per dirgli:
--Ma che cosa fa? mi pare che si fermi un po' più del necessario.
Il sottoprefetto fa un passo innanzi, ma il medico prosegue a restare
immobile, con la testa appoggiata sul seno della bella ammalata.
Il sottoprefetto abbassa il naso e osserva....
Il dottore s'era addormentato.
* * * * *
Le sue distrazioni gli procurarono anche altre noie, fuori della
professione, come la rottura della sua amicizia con l'assessore
anziano del comune.
Nel calore d'una discussione di caffè, Claudio dice al suo vecchio
amico:
--Sei uno stupido!
L'assessore se ne offende: gli amici si mettono in mezzo e danno torto
a Claudio, che ne pare stupefatto.
--Ma, infine, che cosa gli ho detto d'offensivo?
--Sfido? gli hai dato dello _stupido_.
--Dello _stupido_? oh, diavolo; perdona tanto;--grida correndogli
incontro e porgendogli la mano;--te ne chiedo mille e mille scuse;
l'ho detto senza badarci; e poi.... credevo che tu lo sapessi.
* * * * *
È lui, che incontrando una signora di sua conoscenza, vestita a lutto
per la morte del marito, le chiede, con accento di viva compassione:
--Vedova?
--Sì! il povero Tommaso è morto.
E Claudio, con voce malinconica:
--E non aveva che quello, di maschi?
Martino Cianchetti.
Pochi artisti comici hanno avuto più miseria del povero Martino
Cianchetti che, dopo avere tante volte indossato un'assisa di
maresciallo, un manto reale, oggi è ridotto a fare il conduttore sopra
una linea di tranvai.
L'ho conosciuto nei suoi momenti di gloria, quando possedeva perfino
un paio di stivaloni alla scudiera, quando fumava cinque _virginia_ al
giorno, quando non pagava ma prendeva, ogni sera, un _punch_ nel primo
caffè del circondario.
La disdetta lo aveva perseguitato fin dalla serata in cui, trepidante
di emozione, aveva esordito sulle scene d'una arena plebea di Rifredi,
nella parte d'un paggio che doveva pronunciare nient'altro che questi
due monosillabi:
--Il re.
Aveva provato tutta una settimana; inoltre, passeggiava spesso per vie
solitarie, dicendo a voce alta, per trovare l'intonazione giusta:
--Il re! il re! il re!
Una sera, così gridando, dalla via deserta, sbucò, senza pensarci,
sulla piazza del mercato, e quel suo grido bastò per metterlo alla
testa d'una pubblica dimostrazione, che fu sciolta da un delegato di
pubblica sicurezza davanti al portone del sottoprefetto.
Viene la serata fatale del _debutto_.
Martino, nel suo abito di paggio, si fa pallido e rosso, di cinque in
cinque minuti; il cuore gli batte; il momento s'avvicina....
Il direttore della compagnia gli dà uno spintone; lui esce dalle
quinte traballando, corre fino alla ribalta e grida con voce
acutissima:
--Il re!
Una voce di loggione:
--E io tre assi!
* * * * *
La seconda parte affidata a Martino fu di una importanza che quasi lo
sgomentò, poichè si trattava di dodici parole di seguito.
Studiò come un martire, ma la lingua doveva infamemente tradirlo.
Alla metà del terz'atto, egli entra in scena e il primo attore, come
vuole la parte, gli domanda:
--Hai visto Roberto?
--Sì: appunto in questo momento: stava seduto sulla _pipa_, fumando la
_porta_.
* * * * *
Poi, ebbe a sostenere una particina di secondo amoroso, un tipo
cordialmente antipatico, che doveva assediare la prima donna con
galanterie stupide e importune.
A un certo punto, Martino, sotto le spoglie del suo personaggio, dice
con passione:
--Dite una parola, una sola parola, o io morrò di dolore!
--Signore!--risponde la prima donna,--io sono stanca del vostro
contegno.
--Anch'io! anch'io!--gridano gli spettatori dalla platea e Martino è
costretto a ritirarsi, senza poter esaurire le sue battute.
* * * * *
Si diede alle parti di generico; ma sempre particine di poca
importanza e di pochissime parole: eppure, quelle poche parole erano
sufficienti a fargli dire cinque o sei bestialità. Una sera, faceva
una parte di giudice istruttore, in un dramma giudiziario a forti
tinte e nel momento più spettacoloso dell'azione, si rivolge
all'eroina, per chiederle quanti anni aveva quando rimase orfana, e
invece domanda:
--Dite, Silvia: che età avevate, quando vostra madre si _maritò_?
L'attrice resta interdetta.
Martino s'accorge della papera, e cerca di correggere.
--Scusate,--dice,--non mi sono espresso bene. Vorrei sapere quant'anni
avevate, alla _nascita_ di vostra madre.
_Silvia_, più trasognata che mai, balbetta:
--Eccellenza! ero tanto piccina che non me ne ricordo più.
* * * * *
Nello scambio delle parole, poveraccio, era terribile. Non c'era
spettacolo in cui non facesse due o tre sbagli di questo genere:
--Sciagurato! il _beleno vevesti_?
--Signor conte: il _tranzo_ è in _pavola_.
--Allora, io lo afferro per un braccio e gli dico: traditore? se ti
sfugge un _morto_, sei _motto_!
Ma il più famoso e stato questo:
In un dramma a base di suicidio, Martino faceva la parte di un "servo
devoto".
Al quart'atto, il primo attore giovane usciva dalla scena, annunciando
che andava a suicidarsi nella camera vicina. Il servo fedele gli
correva appresso, per deviare il colpo e poi tornava in scena a
rassicurare la madre con queste parole:
--Calmatevi: è salvo!
Così, infatti, procede l'azione.
Il primo attor giovine rientra fra le quinte, con gesti disperati.
La madre e la fidanzata restano sulla scena, in preda a contorcimenti
strazianti.
S'ode uno sparo.
--Ah!--grida la madre--Arturo s'è ucciso!
E cade in ginocchio.
Martino si presenta sulla porta e grida con gioia:
--_Salmatevi_.... egli è _calvo_!
* * * * *
Costretto a lasciare le scene, prima di darsi alla professione di
conduttore sul _tranvai_, Martino tentò di diventare autore comico e
compose una farsetta, che volle, a tutti i costi, leggere al brillante
d'una compagnia primaria.
Il brillante fece di tutto per evitare questa rottura di scatole: ma
un giorno in cui, per la centesima volta, Martino gli rimetteva il suo
manoscritto alla gola, decise di farla finita e gli disse:
--Sia pure: leggetela. Ma v'avverto che, secondo me, la lettura d'una
farsa non deve durare più di quel che duri un sigaro. Perciò, accendo
questo sigaro e, se avrete finito di leggere quando lo butto via,
accetto la farsa, se no....
Il brillante fuma e Martino legge rapidamente; ma tale è la rapidità
della lettura e tanta la confusione, che tartaglia sempre in modo
incredibile. A misura che il sigaro si consuma, egli aumenta la
velocità e tartaglia più che mai.
Il brillante aspira l'ultima boccata di fumo e Martino finisce
l'ultima scena. Poi con un certo fare di aspettazione e di trionfo,
domanda:
--Ebbene: che ne dice?
--Sì!--risponde il brillante;--c'è una buona trovata: quel padre,
quella madre, quella figlia, quell'amoroso, quella cameriera che
tartagliano tutti è un'idea abbastanza originale e mi piace.
--Ma scusi, non son mica i personaggi che tartagliano.... sono io.
--Ma allora, caro mio, non vale più niente!
Gioco e iettatura.
Tra le classi sociali che credono fermamente nella iettatura, dopo gli
artisti di canto, vien certamente quella dei giocatori.
Il giocatore, il vero giocatore, il giocatore di buona razza non può
ammettere mai d'avere perduto per le combinazioni del gioco o per
l'abilità dell'avversario; no, egli ha perduto unicamente per
influenza d'una cosa o d'una persona che ha proiettato su lui tutto il
fluido nefasto della iettatura.
Tra i molti e bei tipi di giocatori che conosco, uno dei più singolari
è il commendatore Leopoldo Bonicelli, bolognese, capo-sezione ai
ministero della guerra. Tutte le sere, dalle nove alle due dopo la
mezzanotte, egli va a giocare in casa del generale Gandolfi,
appassionato cultore anche lui del picchetto e dell'_écarté_. Quando
finisce il gioco in casa Gandolfi, il commendatore Bonicelli, non
ancora sazio, va a passare il resto della nottata al _Club
nazionale_, con giocatori incorreggibili della sua specie e vi resta,
certe volte, fino alle cinque del mattino.
L'iettatore è lo spavento segreto e continuo del commendator Bonicelli
e i suoi amici, per farlo stranire, si divertono a mettergli intorno
tutti quei tipi che gli sono antipatici e ch'egli ritiene capaci di
iettatura. Quando fa un colpo cattivo o perde una partita, bestemmia
tra i denti, dà un'occhiata torbida all'ingiro, dietro di sè, e appena
vista una faccia nuova che a lui pare satura d'iettatura, esclama con
sorriso pieno d'amara ironia:
--Sfido!
Poi, con affettazione di cortesia, ma con accento acre, si rivolge
all'incognito:
--Perdoni: ha proprio bisogno di sedere vicino a me, lei? ma che le ho
fatto? non potrebbe andare a sedere dall'altra parte?
* * * * *
Una notte, in casa Gandolfi, una disdetta inesorabile perseguitava il
commendator Bonicelli che, malgrado la modestissima posta d'una
liretta, già perdeva un cencinquanta lire all'_écarté_.
Era furioso e non sapeva su chi rovesciare la sua bile, tanto più che
nessuno dei supposti iettatori si era messo dalla sua parte e
stavano, invece, tutt'intorno alla sedia del generale.
Leopoldo sbuffava, borbottando:
--Devo averla addosso io, la iettatura!
A un tratto, sente qualche cosa che gli rotola sui piedi. Guarda e
vede il figlio del generale, un bel ragazzino ricciuto, di nove anni,
il quale si baloccava con un cagnolino maltese sopra il tappeto.
L'idea che quel ragazzino porti la iettatura attraversa subito il
cervello del commendatore, il quale comincia a dire, con rabbia
repressa:
--Che bel bambinone! guarda come si diverte! ah, mi fa tanto piacere,
quando i ragazzini si spassano così! bravo, bravo!...
E rivolgendosi al generale:
--Perchè non lo fai mettere a letto?
--A momenti, a momenti!
Il commendatore ricomincia una partita col generale e la perde
_tripla_. Allora guarda con occhio di terrore il ragazzo ricciuto,
borbottando:
--Perdinci! figuriamoci quando sarà grande!
E poi risolutamente al generale:
--O tu mandi a letto tuo figlio, o io smetto di giuocare!
Il generale, che conosce il debole del commendatore, fa una risata, dà
un bacio al figlio e lo manda a letto, mentre il Bonicelli dice:
--Bravo, bel ragazzino! va a letto, va a letto e.... mi raccomando....
piglia subito sonno. Buona notte!
Il ragazzino scompare; il commendatore rimescola le carte e comincia
una nuova partita, esclamando:
--Mancomale!
Ma ecco che, questa volta, riperde ancora una partita e doppia.
--Fammi il piacere!--grida al generale--manda a vedere se tuo figlio
dorme, se no è inutile!
Il generale, per compiacenza, manda la cameriera per informazioni....
Il figlio è già in un sonno profondo.
Il commendatore questa volta, pienamente rassicurato, ricomincia la
partita e.... la perde tripla come il solito. Allora, butta le carte
sul tappeto, gridando:
--È inutile! finchè quel macacco sarà in casa!...
* * * * *
Una notte, il commendatore perdeva più di trecento lire e vi lascio
figurare lo stato de' suoi nervi. Volendo rifarsi, comincia a giocare
di grosso e, in pochi minuti, perde altre duecento lire. A questo
colpo, si alza e va attorno per il salotto, cercando qualche cosa che
non trova.
--Che cerchi? Che vuoi?
--Un paio di forbici.
Un servitore gli porta un paio di cesoie: lui, allora, piglia una
sedia, l'accosta alla parete, sale sopra la sedia e si mette.... a
tagliare il naso d'una regina Ester dipinta a olio, grandezza
naturale, dicendo furiosamente:
--Sono due ore che questo vigliacco d'un naso mi porta sfortuna!
* * * * *
Nei due mesi di luglio e agosto, il commendatore per solito è ai bagni
di Civitavecchia e la sua manìa di giocare è talmente forte e
invincibile, che si rassegna a giocare col primo che gli capita; così
che certe volte gli succede di aver che fare, senza saperlo, con
qualche figurotto, con qualche cavalier d'industria.
Un anno fa, egli aveva incontrato un intrepido giocatore d'_écarté_,
che nessuno sapeva chi fosse, nè donde venisse; a ogni modo, il
commendatore giocò, perdette e gli parve di accorgersi che il gioco
del suo compagno non fosse così limpido, così leale, come avrebbe
dovuto essere. Nondimeno, piuttosto che non giocare, si rassegnò a un
compagno simile, ma sottoponendolo a un'incessante vigilanza.
A un certo punto d'una partita, il commendatore osservò bruscamente
al compagno che segnava _quattro_, mentre non ne aveva che _tre_.
--Ah! è vero;--rispose tranquillamente il giocatore
sospetto;--m'ingannavo.
--Domando scusa: non è voi, che ingannavate!...
* * * * *
Il Bonicelli, che aspira al grado di capitano nella territoriale,
viene esaminato dal colonnello. Ma la sua mente è fissa all'_écarté_.
Il colonnello gli sottopone questo quesito:
--La vostra compagnia è a _pied'arm_ sulla piazza del Quirinale. Esce
il re. E voi?
Lui, franco:
--Il re?... segno un punto.
Questi omacci.
Saloncino della marchesa di T****--luce discreta--caffè, biscotti,
maldicenza, thè, bastoncini, di cioccolatte, _marrons glacés_--membri
più autorevoli del _petit comité_: il commendatore (il quale è anche
consigliere d'appello), la contessa Y**** (due bellissimi occhi,
e--dicono le male lingue--uno per amante), l'abate (stile reggenza,
con tendenze spiccate al nottambulismo), il cavaliere (addetto
all'ambasciata e anche alla padrona di casa), altri personaggi
interessanti, compresa la tappezzeria.
L'argomento è il divorzio chiesto dalla contessa H****.
LA MARCHESA.--Sono bigotta io? No: religiosa, ah! questo sì, perchè un
po' di religione tutti ce l'hanno; ma bigotta, no. Eppure il vostro
divorzio non mi va. Ma figuratevi un po' che razza di pasticci! che ne
dite, abate mio?
L'ABATE.--Perdoni, signora marchesa; m'intendo così poco di queste
cose....
LA MARCHESA.--Ma i canoni ecclesiastici?
L'ABATE.--Sacri, rispettabili, ma.... tanto noiosi!
LA MARCHESA.--Io ripeto che se piglia piede questa faccenda del
divorzio, nasceranno troppi pasticci.
IL COMMENDATORE.--Già ce n'è tanti! io conosco la pratica per dovere
d'ufficio; si figuri, marchesa, che 700 domande di separazione vennero
presentate da coniugi che erano uniti solamente da un anno, anzi
neppure.
LA MARCHESA.--Che cosa sono poi 700 domande?
IL COMMENDATORE.--Aspetti, marchesa, c'è dell'altro ancora; altre 1000
domande furono presentate dai soli mariti.
LA CONTESSINA.--Birboni!
IL COMMENDATORE.--Non tanto; altre 3500 domande furono presentate da
entrambi i coniugi.