Era il mese di luglio.
A Frascati, un vasto cortile scoperto, a furia di carta dipinta, di
porte vecchie, d'assi tarlate e di stracci inverosimili, era stato
ridotto a teatro per uso di una compagnia di _guitti_, i quali, nella
giornata, per campare facevano qualche altro mestiere posticcio: il
_primo attor giovine_, per esempio, pestava pepe in una drogheria e il
_brillante_ s'ingegnava a raschiare i menti dei frascatani, in qualità
di aggiunto straordinario nella bottega del barbiere.
Eppure, questi _guitti_, ogni sera, avevano un pubblico sceltissimo
davvero: un _parterre de têtes couronnées_ come la Rachel, un pubblico
straordinario, composto di belle signore, di ricche signore, di nobili
signore, di gentiluomini e di letterati, di banchieri e di bellimbusti
forti a quattrini e a vanità. Ci si andava con piacere, in quella
stamberga indescrivibile, e per più motivi:
--Per passare un'oretta.
--Per pigliare il fresco.
--Per barattare quattro ciarle.
Ma sopratutto ci si andava perchè.... la platea, con quei quattro
lampioncini a riverbero che parevano quattro cerini smarriti in una
foresta, era completamente e comodamente al buio.
Si capisce! l'oscurità aveva il benefizio.... d'accrescere le
illusioni del palcoscenico.
E, in verità, ce n'era bisogno.
Una sera, si rappresentava _Napoleone I all'Isola d'Elba_.
Napoleone I era vestito con una vecchia livrea di staffiere e un paio
di mutande incartocciate in un magnifico par di stivali di cartone
abilmente coperti di raso nero. Il grande imperatore teneva
costantemente la mano destra infilata nel panciotto e in fondo alla
schiena la mano sinistra, che stringeva un cannocchiale; un bel
cannocchiale da campo che restava sempre a quel punto retrospettivo,
per quanto durava l'azione, come se Napoleone I, al pari di Giano,
avesse avuto la straordinaria facoltà di vedere da ogni parte.
* * * * *
Una sera, al punto culminante dell'azione drammatica, Napoleone I,
seguìto dal generale, dal capitano, dall'aiutante--che formavano il
suo numeroso e brillante stato maggiore--passeggiava con grande
dignità sulla riva del mare.
Una tela sporca di blu di Prussia, agitata da quattro monelli di
Frascati, che stavano sotto, doveva simulare, con rara illusione
ottica, le onde infuriate dell'oceano.
Napoleone I, fedele alla sua parte, a un certo punto si volge
solennemente al suo stato maggiore e dice:
--Non ho mai presenziato, in vita mia, una così terribile burrasca!
Ma il mare di blu di Prussia, invece di agitarsi furiosamente, rimase
tranquillo come un lenzuolo che una lavandaia abbia sciorinato sul
greto del fiume.
I quattro monelli, a cui non si dava che un soldo, mentre ne
pretendevano due, si sono dunque dichiarati in isciopero?
Napoleone I comincia a stranirsi, ma, perchè il pubblico non rida,
s'affretta a soggiungere di testa sua:
--Non v'illuda quell'apparente tranquillità.... ah! io conosco bene
questo perfido mare; a momenti avremo una burrasca come non se ne
videro mai in Europa.
E intanto pesta forte un piede e dice sottovoce:
--E fate le ondate grosse, birbaccioni!
Una vocina acuta al disotto della tela grida:
--Volete ondate da un soldo o da due soldi?
--Da un soldo!--bisbiglia irritato Napoleone I e poi rivolgendosi più
solennemente ancora al suo stato maggiore:
--I sintomi della burrasca già cominciano.
Il generale, il capitano, l'aiutante fissano più che mai gli occhi
sulla tela, come assistessero a un esperimento chimico.
La tela si muove appena.
Allora, Napoleone I, con accento olimpico, grida:
--Da due soldi!
E subito, il mare si leva in burrasca tremenda, come non se ne vide
mai tra Scilla e Cariddi.
* * * * *
Intanto, l'azione prosegue e si arriva alla scena finale, alla scena
d'_effetto_, nella quale deve giungere un granatiere per invitare
Napoleone a tornare sul suolo francese.
Ma l'attore che faceva il granatiere e che doveva giungere, notate
bene, inaspettato--per produrre il _colpo di scena_--è in ritardo, non
si sa perchè.
Napoleone I, il generale, il capitano, l'aiutante hanno esaurito la
loro parte e guardano, inquieti, tra le quinte.
Nessun indizio di granatiere.
Allora, il grande imperatore, per non compromettere la situazione, si
volge verso il generale e, additando il mare, dice con accento
malinconico:
--Questo mare mi ricorda il più bel giorno della mia vita. E a voi,
generale?
Il generale, confuso, imbarazzato, risponde:
--Anche a me, maestà.
--E a voi, capitano?
--Anche a me, maestà.
Il pubblico comincia a ridere. Qualcuno, dalla platea, grida:
--Anche a me!
Il grande imperatore guarda tra due quinte e dice:
--La solitudine è.... deserta. Eppure il cuore mi diceva che qualcuno
sarebbe venuto. Che ne dite, generale?
Il generale, sopra pensiero, risponde:
--Maestà, può essere che venga, forse, dalla parte opposta.
--Avete ragione, generale!--conchiude l'Imperatore e riattraversa la
scena.
Ma il granatiere non appare per niente.
* * * * *
In ultimo, Napoleone I si ferma di fronte al generale e gli dice:
--Io mi ritiro: se arrivasse un granatiere, avvertitemi tosto.
E con passo tragico va via. Lo stato maggiore resta lì, a guardarsi
uno con l'altro, come tanti scemi. Alla fine, il generale dice al
capitano:
--Io mi ritiro; se arrivasse il granatiere, prevenitemi, per
avvertirne l'imperatore.
E rientra fra le quinte anche lui.
Il capitano, a sua volta, sfodera la spada e grida all'aiutante:
--Il mio dovere mi chiama: se giunge il granatiere, avvisatemi subito.
E via.
* * * * *
Il vero è che il granatiere tanto aspettato, briaco fradicio, senza
che nessuno ne sapesse niente, dormiva come una marmotta sotto il
palcoscenico.
L'aiutante, pensoso, tra i mormorii e le risate del pubblico,
passeggia un po' su e giù, davanti alla buca del suggeritore, poi si
batte la fronte, come colpito da un'ispirazione, s'avvicina a una
quinta e grida:
--Olà! corpo di guardia! presto un granatiere vada da sua maestà
l'imperatore.... passando per la via sotterranea.
In questo mentre Napoleone I, che non ha afferrato simile trovata
d'ingegno, rientra in scena, seguito dal suo generale, e dice con
aspetto trionfale:
--Il granatiere che aspettavo era di là e mi ha recato la notizia che
la Francia mi aspetta, la mia bella Francia!...
L'aiutante, esterrefatto, si riavvicina alla quinta e grida:
--Che il granatiere non si muova! oramai.... _la sua missione è
compiuta!_
Celeste Spada in Barbosio.
Glielo dicevano tutti:
--Non la sposare: non ti conviene: non è donna per te; e più giovane
assai e poi è troppo bella. Pasquale, non la sposare; se no, sarai....
E Pasquale Barbosio, incaponito:
--Sarò! sarò.... quel che sarò! a ogni modo sarò sempre il marito
d'una bella donna. Se ne sposassi una brutta, sarei tradito lo stesso,
e mi resterebbe un canchero di moglie insopportabile. E poi, la
Celeste è così ingenua!
--Ingenua! aspetta il giorno appresso e vedrai che razza d'ingenuità.
Nulla valse a smuovere quel disgraziato e, un mese dopo, Pasquale
Barbosio, quarantenne e possidente, conduceva all'ara nuziale la
graziosa Celeste Spada, fragrante come un bottone di rosa, fiera de'
suoi occhi neri e dei suoi diciott'anni.
La luna di miele fu breve ma dolcissima per Pasquale Barbosio.
Celestina era un angelo, secondo lui, e sopratutto aveva la passione
della casa e faceva ogni sforzo per parere un'eccellente massaia: per
ciò, Pasquale, gongolava spesso, nel vederla tanto assidua alle
faccende domestiche, ma in compenso aveva dei pranzi abominevoli, per
la ragione che Celeste, quand'era ragazza, non aveva mai messo piede
in cucina e non sapeva cuocere neppure un paio di ova al tegame.
La sua inesperienza aumentava quando Pasquale ronzava per la cucina;
ella voleva far credere che s'intendeva di ogni cosa e dava ordini a
casaccio, al punto che la serva perdeva a dirittura la testa.
--Maria:--diceva la padrona, con un fare di grande importanza:--avete
lavato l'insalata?
--Signora no: non ho avuto tempo.
--Io sola trovo tempo a tutto.
Pasquale:
--Sei un portento.
--Laverò io l'insalata!... _datemi qua il sapone_.
* * * * *
Poi, Celeste si stancò di far la massaia: la cucina le sciupava le
mani: Pasquale si rannuvolò: allora lei diventò fastidiosa, bisbetica,
seccata e seccantissima.
--Non sono mica la vostra serva.
Maria, un'ignorantona di prima qualità, mandava tutto a male,
colazione e pranzo: Pasquale si sentiva offeso nel cuore e sopratutto
nello stomaco. Ma Celeste non si volle impicciare di nulla e chiamò la
madre, donna arcigna e strillona, a dirigere Maria con annessi e
connessi. Pasquale ne fu infelicissimo: quella suocera era
insopportabile, un vero demonio.
Il povero Barbosio incontra un antico suo collega nella guardia
nazionale.
--Sai! ho preso moglie.
--Anch'io;--dice Pasquale.
--Sei felice?
--Lo sarei, se non fosse per la suocera.... Una suocera impossibile.
--Tutti gli amici ammogliati si lagnano della suocera!
--Ciò prova....
--Prova che siete una massa d'imbecilli, che non sapete fare.
--E tu come hai fatto?
--Ah! io non ho voluto nessuna suocera.
--Ma che dici?
--Niente di più semplice: ho sposato un'orfana.
* * * * *
Dopo cinque mesi di matrimonio, Celeste, arcistufa di Pasquale,
cercava distrazioni, frequentando assai la società e ricevendo in casa
molti amici d'ambo i sessi. Il più assiduo era un cugino, Rodolfo
Maggi, bel pezzo di giovanotto, con due baffi marziali e due occhi
birboni. Cominciò a far visite un giorno sì e l'altro no: poi tutti i
giorni; poi due volte al giorno.
Pasquale masticava in silenzio la sua gelosia e aumentava di premure
intorno a Celeste, che non gli nascondeva una ripugnanza invincibile.
Quando usciva, le diceva:
--Me lo dai un bacio?
--Con quella barbaccia ispida? perchè non porti soltanto i baffi?
guarda Rodolfo come sta meglio di te.
Pasquale, per istrada, pensa di fare un'improvvisata alla moglie;
entra da un barbiere, e tagliata la barba, si fa appuntare i baffi,
come quelli di Rodolfo, tal quale.
Torna a casa e suona.
Sua moglie gli corre incontro, gli butta le braccia al collo e lo
copre di baci.
--Ah, dunque, ti piaccio di più, coi baffi.
--Dio mio!--esclama Celeste:--non t'avevo mica riconosciuto!
* * * * *
A lungo andare, Pasquale si persuase d'essere.... quello che gli amici
avevano vaticinato; ma soffriva in silenzio, per non farsi canzonare e
per paura di peggio.
Pure, non potè a meno di fare uno sfogo con un amico intimo,
dicendogli:
--Ah, caro mio, sono molto malcontento di mia moglie!
--T'avrebbe fatto dei nuovi torti?
--Oh, no! non lo soffrirei: ma.... sono sempre gli stessi che si
rinnovano.
* * * * *
Stanco delle amarezze continue, Pasquale stava lontano il più
possibile dal domicilio coniugale e, per distrarsi, si era dato alla
vita del circolo e del caffè, cercando le compagnie più scapigliate;
ma invece di spassarsi, non faceva che litigi continui, poichè gli
amici lo burlavano spietatamente sulle sue sventure coniugali; lui
s'inquietava, voleva fare il rogantino, ingiuriava i canzonatori, e
finiva sempre per pigliarsi qualche calcio e qualche schiaffo.
Celeste lo seppe e cominciò a fargli delle scene, rimproverandolo di
buttar via quattrini e fare delle figuraccie.
Una sera, mogio mogio, Pasquale entra in casa.
--Dove sei stato tutto il santo giorno?
--Alla.... biblioteca.
La moglie, sospettosa, gira intorno a Pasquale e vede.... la forma
d'una suola di stivale sulle falde del soprabito.
--Bugiardo! sei stato di nuovo _a divertirti_ coi tuoi amici!
* * * * *
Dio fu misericordioso.
Visto Pasquale tra una suocera e una moglie di quel genere, gli mandò
una buona flussione di petto che, in capo a pochi giorni, lo sbrigò.
Fece testamento e lasciò erede universale sua moglie, sotto condizione
di rimaritarsi al più presto.
--Non voglio,--disse,--che continui a far chiasso col nome mio.
Eppure, la signora Celeste continuò e continua a chiamarsi Barbosio,
poichè, passati appena quattro mesi, sposò il fratello di Pasquale,
uomo fresco, robusto e piacevole.
Al banchetto di nozze, uno del testimoni vide appeso al muro un
ritratto di Pasquale, buon'anima, ch'egli non aveva conosciuto e
chiese alla sposa:
--È di qualche suo parente, quel ritratto?
--Sì--rispose Celeste, sospirando--è quello del.... mio povero
cognato.
Cocò.
La duchessa non voleva confessare che moriva di noia e invece andava
dicendo che aveva i suoi nervi, che so io!... l'emicrania.
Il duca, almeno, sdraiato in un cantone, con un giornale che gli
copriva la faccia, si sfogava schiettamente in lunghi sbadigli,
socchiudendo gli occhi.
Per essere alla fine d'agosto, era una giornataccia impossibile, con
rovescioni di pioggia che facevan paura, accompagnati da un ventaccio
uggioso, che non permetteva neppure di tener le finestre aperte.
Andare allo stabilimento dei bagni, manco a pensarci. Già: non c'era
un'anima!
Inoltre, nulla da leggere, tranne due o tre giornali insipidi e
infarciti di quei _fatti diversi_ che poi son sempre gli stessi.
Oh, i nervi della duchessa!
Il duca non represse abbastanza un nuovo sbadiglio, che sonoramente
echeggiò nel salone.
--Eh, finiscila un po'!--gridò la duchessa infastidita:--non sai far
altro!
--E che ho da fare?--gemette il duca, dal fondo della sua poltrona.
--Potresti ben dire quattro parole, mi pare!
--Su che? non saprei.
--Su che, su che! si parla, ecco!
--Eh, non son mica il pappagallo della baronessa, io!
--Così tu lo fossi! è tanto carino!... Sa dire delle coserelle tanto
graziose!
Nel suo impeto d'entusiasmo per il pappagallo, la duchessa appoggiò la
mano sul campanello a scatto e comparve tosto il domestico.
--Giacomo, andate subito dalla baronessa Collis e pregatela di
mandarmi, per un'oretta, il suo _Cocò_. Badate a portarlo con tutte le
precauzioni possibili e presto: avete capito?
Giacomo s'inchinò e sparì, con la faccia non di chi abbia ricevuto un
ordine, ma di un credente colpito dalla scomunica. Che idea! fargli
fare un'ora di strada, nel fango, con quel tempaccio, per portare un
pappagallo.
La baronessa oppose qualche difficoltà, ma Giacomo fu insistentissimo,
per paura che la padrona lo avesse da rimandare una seconda volta:
tanto che il povero _Cocò_ fu messo nella gabbia, che venne coperta
con un panno qualunque e legata con uno spago, attorno attorno.
--Ve lo raccomando!--gridò la baronessa con accento materno.
--Non dubiti!
Appena uscito dal villino, Giacomo sbatacchiò rabbiosamente la gabbia,
come faceva Renzo co' suoi capponi; al punto che l'infelice _Cocò_,
sparnazzando le ali, suppose fosse il finimondo e rimase in guardia e
sopratutto in ascolto.
Tutte le volte che scivolava in una fangaia e metteva il piede entro
le pozze d'acqua, Giacomo bestemmiava come un turco e mandava un sacco
d'accidenti all'illustrissima signora duchessa, che per un uccellaccio
d'inferno faceva infradiciare un cristiano a quel modo con un tempo
simile.
_Cocò_ ascoltava.
Giunto presso il palazzo, Giacomo fece sforzi enormi per cambiare la
sua fisonomia scombuiata con quella impassibile e corretta di un servo
fedele; si pulì ben bene gli stivali sullo stuoino, indi entrò
solennemente nel salone dicendo:
--Signora duchessa, ecco il pappagallo.
Tosto ella fece uscire _Cocò_ dalla sua prigione, accogliendolo con un
mondo di carezze e di moinerie, che il pennuto accettava con un grave
dimenare della sua testa intelligente e bonaria.
--Come sta la tua padrona, _Cocò_ bello? dimmi qualche cosa, _Cocò_
bello!
E _Cocò_ dopo un momento di aspettativa e di silenzio:
--Son diventato peggio d'una pozzanghera, e tutto per quella vecchia
strega di duchessa! accid....
--Ma che dici, _Cocò_?
E _Cocò_ dopo una nuova pausa:
--Che il diavolo si porti via la duchessa col suo grugno tinto! Guarda
mo' se c'è umanità a mandare un povero servitore per un pappagallo. E
che ne fa del pappagallo quella brutta birbona? Non le basta quel
cornutaccio di suo marito?
La duchessa, verdognola, sonando il campanello:
--Portate via _Cocò_!
Il signor Quiproquo.
La scena è allo stabilimento Pancaldi. A destra, _caffè buffet_, con
tenda e tavolini di fuori. Sopra venti persone, in media due pigliano
il caffè caldo; e gli altri.... pigliano il fresco. Una donnina
dall'abito vistoso e dallo sguardo equivoco, mangia tutta sola a un
tavolino separato, servita da quattro camerieri, che le dicono delle
freddure prese a prestito dalle conversazioni dei giocatori di
biliardo.
A sinistra: sala da ballo, con tre canottieri che dormono sopra i
sofà. Nel centro il _bureau_ per gli abbonamenti e la vendita dei
biglietti, con diramazioni laterali di casotti di tela per i bagnanti.
Gruppi di signore qua e là, sopra sedie impagliate e spagliate, di
costruzione solida, medievale, resistenti all'influenza corrosiva del
mare.
Gruppi di silenziosi e accaniti divoratori di giornali. Gruppi di
fumatori, dediti alla coltura dello sbadiglio. Sciami di bimbi e di
bimbe, tutte creatura belle come tanti angioletti, creature
sorridenti, deliziose, noiosissime, insopportabili. Esse non fanno che
divertirsi nell'innocenza dei loro giocarelli, facendovi arrivare un
pallone sul cappello, una trottola sopra uno stinco, un manico di pala
sopra un gomito, una canna da pesca dentro un occhio. Tutto ciò con
l'incoraggiamento dei padri che, segretamente, eccitano la tenera e
inconscia prole contro la categoria degli scapoli. Atroce e
scellerata, ma legittima vendetta!
Il cavaliere Ascanio Cacace, con le mani incrociate sull'osso sacro,
passeggia pian piano, attraverso i crocchi, fumando una sigaretta
_high-life_, e fermandosi, ogni tanto, per fare quattro ciarle con le
sue nuove conoscenze.
Il cavaliere Cacace è un proprietario piacentino, futuro candidato
alle elezioni generali, avendo egli il maggior titolo per aspirare
alla candidatura: l'età prescritta dalla legge.
La sera avanti, un suo amico, che conosce tutti, lo ha presentato a
una cinquantina di persone, tutte più o meno titolate, e il cavaliere
Cacace, da venti ore, fa esercizi straordinari di Mnemotecnica, per
non cascare in equivoci tra le sue nuove conoscenze.
Il cavaliere s'avvicina a un uomo grassoccio, gli stende la mano e gli
dice:
--Ha fatto il suo bagno, barone?
--No,--risponde l'altro con una cert'aria di sorpresa.
--La baronessa è rimasta all'albergo?
--Scusi: quale baronessa?
--Sua moglie.
--Le dirò.... mia moglie fa la modista e io sono il segretario dello
stabilimento.
--_Pardon!_--balbetta il cavaliere Cacace e retrocede inorridito.
--Badi,--gli grida una signora piuttosto pingue e provocante.
Il cavaliere si ferma e si vede passare tra le gambe un birichino di
quattro anni che insegue un cerchio di legno. Dal bambino il cavaliere
crede riconoscere la mamma, si inchina con fare galante e le dice:
--Quanti ne ha, di questi angioletti? Come le somiglia!
La signora si fa rossa, volta la testa dalla parte opposta e si mette
a ciarlare sottovoce con un'amica, con frequenti scoppi di risa.
Il cavaliere, per uscire d'impaccio:
--Come si chiama quel caro bambino?
--Le dirò: quel bambino non è mio.
--Oh! guarda un po'! mi pareva tutto suo figlio; si somigliano in un
modo strano: già i bambini belli si somigliano tutti.
Le due signore ridono.
Un uomo barbuto, alzando gli occhi dal giornale, dice secco al
cavaliere:
--Scusi, sa; ma mia sorella non è maritata e non ha figli.
--_Pardon!_--borbotta il cavaliere,--è un equivoco: avevo preso la
signorina per la contessa.... la contessa.... (_grattandosi la fronte
e afferrando il primo nome che si ricorda_) la contessa Pampaloni.
Le signore, ridendo:
--Il figlio più piccino della contessa.... ha quarantadue anni.
Il cavaliere Cacace saluta e s'allontana.
--Questa volta poi non mi sbaglio!--esclama il cavaliere, scorgendo un
giovanotto magro, con la caramella nell'occhio, una giacca di flanella
bianca, e un piccolo _panama_ inclinato sull'orecchio,--questo è il
direttore del _Maroso_, quel mattacchione, che iersera mi ha detto
tante freddure (_correndogli incontro e stringendogli teneramente la
mano_): Come va, caro direttore?
--Vengo a prendere un bagno di mare, dopo averne preso uno di
inchiostro, che io chiamo il mio bagno.... pennale.
--Ah! ah! graziosa, bellissima; quante ce ne ha? ma come fa? dove le
va a scavare? Ho letto il suo foglio di stamattina: creda, è una
bellezza. Ho visto con piacere che la faccenda d'Egitto sta per
aggiustarsi. Purchè li lascino liberi di fare a modo loro! Ah, gli
inglesi rendono grandi servigi alla società.
--Ma che dice? gl'inglesi non hanno fatto che atti di prepotenza, di
barbarie....
--In realtà la penso anch'io così: ma che vuole? quel brigante d'Araby
pascià.... fortuna che ora la Turchia lo dichiarerà ribelle; io lo
manderei sulla forca.
--Chi? Araby? ma se è il Garibaldi dell'Egitto! se è il rivendicatore
dei diritti di un popolo! un prode, un eroe!
--Difatti, ha i suoi lati buoni.... buonissimi!... C'è nessuna novità?
nessun dispaccio?
--Ah! sì: c'è una grande novità: gli inglesi hanno operato uno sbarco
sulle rive dei.... Balkani.
Il cavaliere, con accento profetico:
--Io l'avevo sempre detto che sarebbe finita così!
Il direttore del _Maroso_ s'affretta a piantarlo, dicendo:
--Scusi, sono chiamato al telefono.
Il cavaliere dà un'occhiata in giro, poi s'avvicina a un signore calvo
e panciuto, immerso nella lettura di un giornale. Il cavaliere siede
accanto a lui e gli dice:
--Che cosa legge di bello?
--Leggo il _Gaulois_.
--È un foglio interessante: che ci ha di curioso?
--C'è il processo dell'attrice Minelli, contro il Damala, il marito di
Sara Bernhardt.
--Un processo?
--Sicuro! La Minelli dice che ha dato spesso quattrini a Damala, che
ha pagato conti del cappellaio, del sarto, del trattore, persino della
lavandaia. Gli ha pagato anche il maestro di recitazione. Ora, poichè
l'amante suo è marito di un'altra, vuole essere rimborsata e domanda
35 mila lire.
--Bella figura per il signor Damala. Già, questi greci....
--Che vorrebbe dire?--gli chiede il vecchio signore, con voce molto
risentita.--Anch'io sono greco (_scaldandosi_) son di Corfù.
Il cavaliere, interdetto:
--Ma lei....
--Lei, che cosa?
--Lei è un greco.... antico.
--E lei mi pare uno sciocco moderno.
Voltate le spalle, il vecchio signore si risprofonda nella lettura del
_Gaulois_.
Il cavaliere pensa un poco, fa una crollatina di spalle, s'alza e
riaccende la sigaretta. Indi, con fare noiato, va a sedere a un
tavolino del caffè, accavalla una gamba sull'altra, e domanda del
_cognac_ con ghiaccio.
Mentre aspetta, è colpito dalle maniere, assai disinvolte, della
signora che pranza sola.
Il cameriere porta il _cognac_, e il cavaliere dice, strizzando
l'occhio:
--Conosci quella signora?
--Sì, signore.
--Molto?
--Moltissimo.
--Senti: vai a dirle che sarei veramente felice di pagarle da pranzo e
da cena.
--Ma lei è matto; per chi l'ha presa? quella signora è.... mia
sorella.
Il cavaliere butta mezza lira sul vassoio e scappa.
Al cancello dello Stabilimento, un giovane serio, posato, d'aspetto
signorile, ferma il cavaliere.
--Dove corre, con tanta furia?
--Mi lasci stare, oggi è la giornata delle disgrazie.
--Che le è successo?
--Un'infinità di equivoci. Non sono ancora pratico dei luoghi, nè
della società, e mi ci confondo. Si figuri, che per la prima cosa ho
scambiato una bella e graziosa signora, per quella vecchia mummia, che
è la contessa Pampaloni....
--Mia madre!