W. L'ITALIA.

Quando i due bagnanti autentici si trovarono soli nel saloncino,

occupati a slacciare le valigie, il commendatore Fabio Torcello andava

dicendo con voce monotona e cadenzata, quasi parlando tra sè:

--Hai inteso, Cecilia?.... eccoti, dunque, bell'e battezzata per

figlia mia! Eh, non ha poi tutti i torti, l'albergatore. Tra noi due

c'è una differenza di diciannove anni e tre mesi: ma in apparenza ho

almeno trent'anni più di te. E l'apparenza, in questa faccenda, è

tutto!--aggiungeva, sospirando:--e qualche volta.... è anche la

sostanza!

--Se ci siamo sposati--lo interruppe Cecilia, mentre rassettava certe

sue vesti elegantuccie--vuol dire che mi piaci così e che non amo col

calendario alla mano. Ti rincresce forse che l'albergatore?....

--Eh.... piacere non me l'ha fatto di certo! pure è un'idea.... forse

una buonissima idea. Ci siamo rifugiati in questa cittaduzza ignota

appunto per iscansare tutte le noie e tutto il pettegolume della

società e dei miei parenti che non hanno accolto il nostro matrimonio,

diciamolo pure, con entusiasmo. Ecco, dunque, un'occasione eccellente

per vivere due mesetti in pace, nel più perfetto incognito....

--Capisco: ma non sarà molto divertente Grotticella!

--Oh, non dico già d'isolarci, di chiuderci come due orsi: anzi, ho

una certa curiosità di conoscere questo bocconcino di mondo nuovo. Ma

per evitare.... m'intendo io!.... non darò una smentita a quel buon

diavolo d'albergatore. Noi, per i grotticellini, saremo padre e

figlia.

--Che idea!

--Lascia fare.... vedrai che ci divertiremo quanto a una commedia.

Bada però a sostenere bene la tua parte!

Cecilia diede in una forte risata argentina, ma poi si fece seria e si

lasciò sfuggire una lieve mossetta dispettosa, quasi pensando:

--Eh, tu piuttosto farai anche troppo bene la tua!

Da quel giorno in poi, per mutuo consenso, in tutta Grotticella e

dintorni Fabio Torcello fu conosciuto per "il commendatore e sua

figlia".

Del resto, le regole della buona società, in Grotticella, erano state

assai modificate dagli usi e dai bisogni locali. Invece di farsi

presentare ai notabili, ai probiviri, alle celebrità mandamentali del

paese, il commendatore Fabio Torcello non ebbe altro disturbo che

quello di ricevere: tutti facevano a gara per presentarsi a vicenda: e

nel saloncino del _Cervo d'oro_ era una continua sfilata di

assessori, di capitani di lungo corso, di farmacisti, di dottori, di

notai, di ricevitori del registro.

Per un momento fu eclissato lo splendore del principe indiano, reduce

dal giubileo della regina Vittoria. Tutti gli omaggi, tutte le feste

erano per la nuova effettiva colonia: il collare della Nunziata e la

figlia del collare medesimo.

Anzi, il sindaco mandò al _Calopinace_ una cartolina d'ufficio, in

forma di corrispondenza balneare, in cui leggevasi:

--Le nostre spiagge sono ormai gremite di bagnanti. L'altra sera vi fu

brillantissimo ricevimento, sino a notte inoltrata, nelle sfolgoranti

sale del nostro _Club International_. La colonia dei bagnanti era _au

grand complet_ e primeggiava un alto dignitario dello Stato, il

commendator F. T*** con la bella e gentilissima figliola, ch'è il

sospiro di tutta la nostra gioventù elegante.

Fu appunto in tale ricevimento che, con intervento del sindaco, in

forma diplomatica, fu fatta la presentazione del principe indiano al

collare della Nunziata. Pareva il convegno di due potentati europei.

Enrico Bertelli, convien dirlo a sua lode, non piacque al commendatore

Fabio: viceversa, riescì molto simpatico a Cecilia. Dal canto suo, per

tutta la serata, il commesso viaggiatore in bigiotterie non ebbe occhi

e parole che per Cecilia. In meno d'un'ora, discorrevano così

confidenzialmente, che parevano amici da vent'anni.

Quella notte, il commendatore rientrò di malumore al _Cervo d'oro_,

senza capirne, o piuttosto senza osar di capirne il perchè.

Eppure, Enrico Bertelli, che aveva dato il braccio a Cecilia fin nella

sala terrena dell'albergo, s'era mostrato d'una cortesia squisita,

quasi stomachevole.

Maledetti i principi indiani!

Da quel giorno, Enrico, dimenticate del tutto le _bigiotterie_, si

dedicò totalmente alla _signorina_ Cecilia.

Il commendatore gli usava, in ogni occasione, un sacco di sgarbi, ma

il commesso viaggiatore non se ne dava per inteso: egli sapeva far

l'indiano se non il principe, e si sentiva largamente compensato dai

frequenti sorrisi dell'incantevole Cecilia.

E quel ch'è peggio, il mare si faceva complice di quel duetto, poichè

al commendatore erano interdetti i bagni d'acqua salsa e doveva

contentarsi di sorvegliare, accigliato, dalla spiaggia, le

abbominevoli manovre di Enrico, fingendo di leggere un giornale.

Cecilia frattanto s'illanguidiva e smagriva a vista d'occhio.

Il commendatore, in un odioso accesso d'egoismo, si compiacque di tal

deperimento. Era evidente che i bagni di mare facevan danno a Cecilia:

bisognava smettere. Ma come darle da intendere che....? Fin dalle

prime parole, Cecilia recisamente dichiarò che i bagni le facevano

benissimo e che, privandosene, si sarebbe ammalata sul serio. Il

commendatore non s'arrese e, nella speranza d'essere assecondato dalla

scienza, pensò d'insistere sulla necessità d'un consulto.

Subito dopo il bagno, fu chiamato all'albergo il dottore Elia

Scalaberni, uno dei luminari della città, il quale aveva persino

stampato una memoria sui _Micrococchi_.

Il dottore, dopo avere aspirato un'autorevole presa di tabacco, tastò

il polso a Cecilia, si fece, mostrar la lingua, scosse alquanto la

testa, poi le chiese:

--Soffre d'insonnia?

--Al contrario: dormo profondamente.

--Bene, bene! e dica: sente dei dolorini per la vita?

--Affatto.

--Bene, bene! naturalmente mangia pochino?

--Al contrario: mangio di buon appetito.

--Bene, bene! e.... ogni tanto ha dei capogiri? delle nausee?

--Mai; assolutamente mai!

--Bene, bene! allora le darò certe polverine che le faranno passar

tutto questo.

Congedatosi da Cecilia, il dottore Scalaberni chiamò in disparte Fabio

Torcello e gli disse, a bassa voce, in un orecchio:

--Non ho che un solo consiglio per lei, ma molto serio: commendatore,

dia marito a sua figlia e più presto che può.

In ventiquattr'ore, grazie alle diramazioni della farmacia, superiori

al telefono, tutta Grotticella fu debitamente informata che la bella

Cecilia, la figlia del collare della Nunziata, aveva bisogno urgente

di marito e per poco il sindaco non mandò al _Calopinace_ un dispaccio

di quindici parole.

Nel pomeriggio, tre personaggi influenti, nella _Società dei sigari

scelti_, affermavano che la ragazza aveva un milione di dote e forse

più, senza pregiudizio dell'imminente eredità del babbo, non essendo

cosa naturale che un uomo con quella barba avesse da campare ancora

molti anni.

Tutte queste voci pervennero all'orecchio del principe indiano, il

quale ebbe un'idea talmente luminosa, che gli parve napoleonica.

Enrico tornò d'improvviso al _Cervo d'oro_, indossò un abito nero,

infilò un paio di guanti grigio-perla, e si fece annunziare al

commendatore con una certa solennità.

Il commendatore Fabio Torcello rimase mezzo stordito davanti a tante

cerimonie, ma più stordito ancora quando il principe indiano gli disse

a bruciapelo:

--Signor commendatore illustrissimo: ho trentacinque anni e una salute

di ferro: guadagno ottomila lire l'anno e tra poco dodici: vuol farmi

l'onore di concedermi la mano di sua figlia?

No; la testa di Medusa non avrebbe fatto al commendatore l'effetto di

quella bella testa di vetrina di barbiere!

Pur, bisognava rispondere qualche cosa. Il commendatore balbettò,

ingrullito:

--Ma io.... non credo.... che Cecilia sia disposta al matrimonio.

--È dispostissima.

--E che ne sa?

--Me l'ha detto ella stessa.

--Ma lei....

--Io l'adoro.

--Ma essa....

--Ella mi adora.

--Evvia: presume un po' troppo--bofonchiò il commendatore, facendosi

terreo.

--Ne ho lo prove.

--Quali prove?--gridò Fabio, sbarrando gli occhi.

Enrico Bertelli, malgrado la sua sfacciataggine di commesso

viaggiatore in _bigiotterie_, rimase come sorpreso della propria

audacia e non seppe che rispondere. Il commendatore profittò di quella

pausa, per voltargli le spalle, dicendo asciutto asciutto:

--È inutile; non le concederò mai la mano di Cecilia!

--Ah no?--esclamò Enrico, con voce tremante di rabbia.

Indi, stette un momento soprappensieri: poi, come uomo deliberato a

tutto, riprese:

--Ella non può a meno di dare il suo consenso al nostro matrimonio.

--Come sarebbe a dire?

--Sarebbe a dire che il nostro dev'essere un matrimonio di....

riparazione.

--Si spieghi!--urlò il commendatore.

--Un padre non può volere.... il disonore di sua figlia.

Fabio, cieco dall'ira, afferrò una seggiola.

Il principe indiano, a scanso d'una tragedia, si ritirò, gridando

ancora nel corridoio:

--Oramai, siamo sposi dinanzi a Dio!

.... Fatto sta ed è che, nel mistero della notte, il commendatore e

Cecilia partirono e non si seppe mai più nulla di loro, nè a Firenze,

nè a Grotticella, nè altrove.

Matematiche assorbenti.

Il cavaliere Alberto Cencetti--non soltanto è terribilmente miope--ma

professore di matematiche e dei migliori, senz'altro. Algebra,

geometria, trigonometria sono i cardini della sua esistenza; assorto

sempre nei problemi della scienza che adora con passione, con

frenesia, tutto il resto gli è indifferente; egli non è un uomo, ma un

organismo composto di formule, di logaritmi. In casa o fuori, egli non

pensa che alle sue cifre, alle sue equazioni, alle sue radici

quadrate, ai suoi binomii e trinomii; mentre passeggia, con le mani

incrociate sul dorso e gli occhi imbambolati, non vede nulla, non

sente nulla, non fa che ruminare i suoi quesiti e sarebbe rimasto più

volte sotto i legni e i carri, se i passanti caritatevoli non

l'avessero afferrato per un braccio.

Spesso, per via Roma (l'ho visto io) finisce per battere la testa

contro un fanale e--senz'avvedersi mai di che si tratti--lui si

scansa, fa un leggiero inchino e mormora gentilmente:

--_Pardon._

Giorni fa, stava, meditabondo, sulla rotonda dei bagni a Sestri,

seduto dietro una signora tutta vestita di bianco: una bella signora

con certe spalle tornite come il torso di una statua fidiaca. A un

certo punto, il professore alza gli occhi e li fissa sopra quelle

giunonie spalle, tanto che io supponevo eccitassero in lui la dovuta

ammirazione: ma invece cava di tasca un lapis e comincia a scrivere

sulla vita della signora: 4 × 7 + 12 ÷ 4 + 11....

* * * * *

Per non essere disturbato dalla gente di casa, egli tiene due camere,

a uso di studio, in piazza Nova e quando si dà il caso che deva escire

da questo suo studiolo--ove spesso riceve visite d'alunni e di

colleghi,--scrive sopra un pezzetto di lavagna l'ora in cui sarà di

ritorno.

Un giorno, esce alle due e scrive sopra la lavagna:

_Cencetti è fuori: tornerà alle 4._

Un quarto d'ora prima delle tre, gli viene in mente che ha da far

visita all'avvocato Roselli, per certa sua causa civile, e tosto si

mette in cammino; ma strada facendo, viene a passare per piazza Nova

e, senz'altro, infila le scale del suo portone e arriva davanti

all'uscio del proprio studio.

I suoi occhi distratti si fermano sulla lavagna, poi cava l'orologio,

borbottando:

--Perdio: non torna che alle quattro e sono appena le tre!...

Pazienza, aspetterò.

E si mette a sedere sopra uno scalino, sciogliendo una equazione di

terzo grado sopra il muro.

* * * * *

Una mattina, più distratto che mai, assisteva alla messa nuziale di

una sua nipote, che ha sposato un consigliere di prefettura.

Finita la cerimonia, la folla degl'invitati muove per uscire e il

professore Cencetti si lascia trascinare, estatico, dalla corrente.

Presso la porta, un parente della sposa gli si avvicina e gli dice:

--È stanco, professore?

--Un pochino: e lei?

--Così, così.

--Ah, io non ce la fo!

--Via si faccia coraggio.

--Ma lei.... va sino al cimitero?

* * * * *

Una volta stava sopra un sedile dei giardini pubblici, coprendo

rapidamente di cifre indiavolate quel grosso taccuino che ha

l'abitudine di portare sotto il braccio.

Un suo vecchio amico lo vede di lontano, gli corre incontro e gli

stende affettuosamente la mano.

Il professore, senza levar gli occhi dai geroglifici, fruga in tasca,

ne cava un soldo e lo depone in quella mano:

--Non ho che questo.

E continua i suoi scarabocchi.

* * * * *

Spesso accende un sigaro, poi butta il sigaro a terra e si mette il

cerino in bocca; introduce i bottoni del soprabito nelle asole del

gilè; s'infila due guanti a una stessa mano; imposta le lettere in uno

sportello di carrozza....

A proposito di lettere. Doveva scrivere al professore Manassei e

invece comincia:

_Caro professor Cencetti...._

Poi firma, scrive sulla busta: _Al professor Alberto Cencetti_ e porta

alla posta.

Il domani, un amico lo incontra, esterrefatto, nei pressi dell'ufficio

postale.

--Che hai?

--Ho.... che questa è curiosa, perdinci! ecco qua, capisci, un

Cencetti che scrive a un altro Cencetti e.... non sono io.--

* * * * *

Nel guardare il calendario, vede che è l'onomastico del provveditore

agli studi.

--Diamine!--pensa:--è necessario fargli una visita.

Il povero provveditore era morto la sera innanzi. Un vecchio servo

malinconico apre l'uscio.

--C'è il signor provveditore?

Il vecchio servo, alzando gli occhi al cielo:

--È passato a miglior vita!

Lui:

--Oh, non voglio disturbarlo....

E consegnando una cartolina di visita:

--Cento di questi giorni!

Ciarle e macchiette · 第 19 / 41 题