AUGUSTO.

Non è possibile descrivere l'effetto psicologico prodotto nell'animo

di Mario da quelle due tremende parole: _Rispose aspetteratti_, quasi

eco crudele a quelle anteriori: _trovasi attualmente in casa mia!_

Amalia gli volgeva le spalle per sorridere con malignità; lui si

mordeva i baffi e, bestemmiando sottovoce, dava di gran pugni sulla

scrivania.

--Oh, questa è grossa! e come si fa, ora? potessi calarmi da una

finestra senza esser visto! ma chi è quel porco che ha inventato i

cordoni sanitari?

Telegrafare a quel galeotto d'Augusto? ma che cosa telegrafargli? che

il diavolo se lo porti via?

Amalia, tacita, sorrideva nella penombra del saloncino e Mario si

torceva furiosamente i baffi. Poi, preso il cappello, se lo ficcò in

testa e s'avviò verso l'uscio, borbottando:

--In qualche modo, perdinci, escirò.

Amalia lo lasciò andar via, senza dirgli nulla.

Mario scese le scale e sul portone si trovò davanti a due guardie

municipali sì, ma inesorabili.

--Arrivo un momento dal tabaccaio e torno.

--Ma lei scherza: non vede che c'è il cordone?

--E quanto durerà questo cordone maledetto?

--Non si riscaldi: pare che domani saranno messi tutti quanti in

libertà.

Mario risalì, sbuffando, le scale e rientrò nel saloncino d'Amalia,

buttandosi a sedere, con le gambe accavallate, in un cantone.

--Perchè,--gli disse Amalia con voce di flauto e leggero accento

canzonatorio--perchè non telegrafi a Tebaldi?

--Eh, non mi rompere l'anima anche te!

Dopo ventiquattr'ore d'angoscia, finalmente era libero! Il prefetto

aveva rintascato il suo cordone sanitario e i casigliani preparavano

un po' di luminaria per festeggiare il fausto avvenimento.

Mario corse a casa sua, diede dell'imbecille e dell'asino a Menico

senza un perchè, fece in fretta e in furia una valigietta e, col primo

treno, sebbene fosse _omnibus_, partì per Milano. Ne masticò della

bile, su quel convoglio! Quando, finalmente, arrivò in piazza

Beccaria, ove abitava quell'amico birbone, era verde a dirittura. Si

fermò mezzo minuto sul portone, quasi a riprendere fiato: poi, col

gesto di Cesare al Rubicone, salì le scale e bussò al terzo piano. Gli

aprì una cameriera belloccia, col naso in su.

--Chi cerca?

--Cerco... mia moglie.

--Ah, lei è dunque il signor... come si chiama... di Genova: è vero?

--Sì, son io.

--C'è una lettera per lei.

--Una lettera?

Mario rimase lì come la statua d'un viaggiatore con la valigia in

mano, mentre la cameriera, svelta svelta, spariva e tornava con una

busta verdognola. Mario, macchinalmente, la prese e guardò la

soprascritta.

Ciarle e macchiette · 第 13 / 41 题