ESEMPI

(_non si citano che le categorie principali_).

_Gruppo di corte lecita con avviamento al matrimonio_: la

figlia--l'innamorato--la mamma--l'amico che fa discorrere la mamma.

_Gruppo eventuale, senza avviamento probabile allo stato civile_: la

figlia--l'amante--la mamma della suddetta--una vecchia signora che

distoglie l'attenzione della mamma e ne salva la dignità.

_Gruppo di famiglia_: la moglie e il marito--l'amico--il viceamico che

gioca a tarocchi col marito.

_Gruppo autorevole_; la moglie del prefetto--l'amico della moglie del

prefetto--il prefetto--l'amica del prefetto.

* * * * *

La coppia in quattro è, ripeto, inevitabile in uno stabilimento di

bagni: pure c'è, per il momento, una coppia in due, ma non si tratta

che di due dame e il caso è tanto raro quanto temporaneo.

La coppia è formata dalla contessa di Mallare e dalla marchesa di

Santelmo, due graziose donnine inseparabili, le quali, senza dirselo,

non aspettano altro che il momento di formare anche loro la famosa

coppia balneare in quattro, e intanto passeggiano su e giù a

braccetto, bisbigliando confidenze e sparlando, con garbo e spirito,

delle amiche intime.

Ma, ogni tanto, anche senza volerlo, gli occhi loro guardano verso

l'ingresso e le labbra vermiglie fanno qualche smorfiettina

d'impazienza. La contessa di Mallare non sa capire come il capitano

Trocchi di Costigliole ancora non sia venuto, mentre per solito a

quell'ora non manca mai; la marchesa Santelmo, a sua volta, domanda a

sè stessa dove diamine si sia cacciato il giovine baroncino di

Cherasco, e sente il cuore tenagliato da un'indistinta gelosia.

Ciascuna ha il suo pensiero fisso, ma si parla di tutt'altro e il

discorso corre lo stesso, tanto più che non ha soggetto determinato e

va a capriccio, come il volo delle farfalle.

La Santelmo, per dir qualche cosa, domanda alla contessa di Mallare:

--Che fa la Gabrielli? È tanto tempo che non l'ho vista.

--Che cosa vuoi che faccia? Fa.... paura.

--Come?... È tanto brutta?

--Bruttissima: quasi quanto la De Sottaz.

--Quale De Sottaz! io non la conosco.

--Come, non la conosci?

--Per niente.

--Ma che! tu la conosci benissimo. Non ti ricordi.... il male che ne

abbiam detto ieri?

* * * * *

Un giovanotto attraversa la sala da ballo, avviandosi verso la rotonda

e la contessa di Mallare dice, con accento maliziosetto:

--Ecco finalmente il di Cherasco!

La marchesa Santelmo trasalisce e guarda per poi soggiungere:

--No, non è lui.

--Però, guarda, come gli somiglia! non ti pare?

--Non mi pare: in ogni caso, non me ne rallegro con lui, perchè quel

povero baroncino ha una figura tutt'altro che simpatica.

--Ma che dici?

--E poi è così stupido, così noioso, così pretenzioso, Dio mio!

--Fai male, vedi, a dire di queste malignità.

--Ho detto di peggio iersera, nella sala, e c'erano più di venti

persone. Che me ne importa?

--Hai fatto anche peggio: non bisogna che il pubblico prenda parte a

questi malumori.

--E perchè?

--Perchè il pubblico, cara mia, fa un mondo di supposizioni perfide e

maligne sui rancori di due persone che si sono amate.

--Ma come! anche tu, come altra gente, credi che io sia stata l'amante

del di Cherasco?

--Sicuro!

--Ma questo è un abominio; questa è una calunnia! io ti posso provare

che non c'è niente di vero, che non c'è mai stata neppur l'ombra di

una relazione fra me e lui.

E qui la bella e stordita marchesa di Santelmo si mette a sciorinare,

dirò così, tutti i documenti umani secondo i quali resta assodata la

purità della sua condotta.

La contessa ascolta freddamente questa apologia con un sorrisetto di

scetticismo.

--Non sei dunque persuasa?--conchiude la marchesa.

--No: per niente.

--Ma in base a che ti ostini a credere ch'egli sia stato amante mio?

--In base a che?!...ma se, mia cara, sei proprio tu che me lo hai

detto!

--Davvero?

--Davvero.

--Guarda un po'! me n'ero scordata.

Alla ricerca dell'infelicità.

--È inutile! più mi ci provo, a farmi un po' di coraggio, e più sento

d'avere una paura maledetta di questa epidemia.

--Carissimo Macario!--soggiunse il dottore, alzando le spalle,--io

non so davvero che razza di consiglio darvi: siete troppo affezionato

alla vita, voi!... se non foste così fortunato, così felice, la morte,

vicina o lontana, non vi farebbe tanto spavento: credete a me.

--Dunque: contro la paura non c'è rimedio?

--Oh sì: ce ne sarebbe uno: ma non so se il rimedio sia preferibile

alla malattia.

--Dite pure: io non tremo, davanti alle medicine: la paura.... mi darà

un coraggio di leone. Che devo fare?

--Una cosa dolorosa, ma facilissima.

--Sentiamo.

--Procurarvi.... molta infelicità....

Macario Tuccimei fece un par d'occhi bovini e guardò fisso la faccia

pallida e canzonatrice del dottor Giulio Sottani, come per chiedere:

--Da burla o sul serio!

Il dottore sorrise e continuò, con la sua voce flemmatica:

--Siate molto infelice, Macario mio, se volete essere meno infelice di

quel che siete adesso. Quando vi sarete convinto che la vita è un

soffrire continuo, poco più vi premerà morire di colera o di

tubercolosi....

--E dite queste cose voi? un medico!

--Appunto. Più vado innanzi e più mi persuado che anche la vita è una

malattia. Forse è la sola da cui si possa guarire.... col tempo.

L'onesto Macario Tuccimei escì, pensoso, dalla casa del dottore.

--E se, poi, avesse ragione lui? pure è curiosa che un uomo, per

essere tranquillo, si deva procurare una certa dose d'infelicità!... e

se mi ci provassi?

L'eccellente Macario Tuccimei passò, mentalmente, in rassegna le fonti

principali della propria felicità: una salute di ferro, un solido

patrimonio, una moglie virtuosa e adorabile.

Mentre andava ruminando, fu fermato da suo cugino Augusto Marinelli,

libero ma ozioso cittadino, scioperato, pieno di debiti e di vizi.

--Senti, Macario mio: mi dovresti fare un gran favore: ho giocato e ho

perso sulla parola....

--Non mi parlare di queste faccende!

--Se non m'aiuti, parola, mi brucio le cervella.

Macario pensò:

--E se, per cominciare, buttassi via dei quattrini?

Poi, come uno che prenda una risoluzione, chiese al cugino:

--Meno ciarle: quanto t'abbisogna?

--Diecimila lire.

--Corbezzoli!

--Ma ti giuro che, dentro il mese, te le renderò.

Macario Tuccimei andò, col cugino, dal suo banchiere e gli fece

consegnare dieci biglietti da mille: poi, quando rimase solo, esclamò:

--È come se m'avesse strappato un pezzo di cuore. Quanto mi fa piacere

d'essere così scontento di quello che ho fatto!

Così, mentre adagino adagino tornava a casa, Macario s'abbandonava

alle più dolci riflessioni.

--Adesso dirò a Celestina che ho prestato diecimila lire ad Augusto, e

son sicuro che mi farà una scena terribile!--e si stropicciava le

mani:--sarà la prima volta, ma son certo che, appena lei lo sa, mi

carica di improperi. Ci tiene tanto al denaro!

Appena deposto il cappello e consegnato alla moglie il bastone di

bambù, Macario prese un aspetto contrito e cominciò:

--Sai, moglie mia: mezz'ora fa ho commesso una corbelleria tale....

E le raccontò il caso; poi, conchiuse:

--Sì: a quello scioperato d'Augusto, che non potrà restituirmele mai

più.

E abbassò il capo, aspettando la tempesta.

Celestina, invece, gli si buttò al collo, tutta intenerita:

--Che cuore che hai! dopo tutto, bisogna aiutarli, i propri

parenti!...

Il giorno appresso, Augusto Marinelli, con un dispaccio in mano, entrò

come una bomba in casa Tuccimei e gridò a Macario:

--È morto di colèra alla Spezia lo zio Luciano e m'ha lasciato

ventimila lire di rendita. Che fortuna! che fortuna!

Poi, correggendo:

--E che tremenda, irreparabile disgrazia!

Tre giorni dopo, Augusto restituiva le diecimila lire al cugino,

più--a titolo di regalo--due magnifici anelli di brillanti, che

facevano parte dell'asse ereditario.

--Scommetto,--pensava il povero Macario,--che, se butto in mare

centomila lire, il giorno dopo il cuoco me le riporta a casa dentro un

pesce. E sia! non ci pensiamo più....

Poi, guardando Celestina, che ricamava un orrendo paio di pantofole:

--E se mi procurassi delle infelicità coniugali? che idea!... Ma

intendiamoci! non già che lei.... io piuttosto potrei.... sicuro!

perchè no?...

Andò nello studio e, alterando un poco la calligrafia, fece una mezza

dozzina di lettere amorose dirette a sè medesimo, le firmò _Clorinda_

e le pose nella tasca interna del soprabito, che poi appese

all'attaccapanni.

Sulla fine del pranzo, disse a Celestina:

--Vedi un po' nella tasca interna del mio soprabito: ci devo avere dei

sigari.

--Dove sta?

--Sta appeso nello studio.

Celestina, premurosa, andò e tornò subito.

--Nella tasca interna, hai detto?

--Sì.

--Non c'è niente.

--Come: non c'è niente!

--Non ci hai che una quantità di carte.... mi son parse lettere....

--Spero che non le avrai lette?--gridò Macario, fingendo quasi

terrore.

--Ma ti pare!

La sera, Macario provò a lasciare quelle lettere sparse sul comò; ma

la mattina, Celestina stessa le radunò, guardandosi bene dall'aprirle,

ne fece un bel pacchetto, che legò con un nastrino, e lo presentò al

marito, dicendo:

--Hai scordato queste carte sul comò: ti servono o le devo riporre?

--Buttale magari via!--rispose Macario, profondamente

deluso.--Arriverò fino all'eroismo!--pensò il desolato

Tuccimei--esporrò Celestina alle seduzioni della colpa....

L'esperimento è doloroso, ma necessario!

Eh, a dirlo ci vuol poco! ma come si fa? non è mica facile fermare un

amico o il primo venuto per dirgli: mi farebbe il piacere di?...

Tra l'altro il salotto di casa Tuccimei era frequentato da pochissime

persone e tutta gente matura che aveva altro per la testa.

Mediante un processo d'eliminazione, Macario arrivò a conchiudere che,

tra tutti gli amici di casa, non ce n'era che uno solo capace di

rendergli quel servizio: vale a dire Cesare Marchini, non tanto bello,

poco spiritoso, ma non antipatico: oltre a ciò robusto e giovane

ancora, poichè non aveva, a sentir lui, che trentasei anni. Tuccimei

lo aveva conosciuto assai prima del matrimonio e tra di loro c'era

intimità. Quando Celestina entrò in casa Tuccimei, l'amico Cesare

Marchini fu, per così dire, il convitato abituale, ch'era a pranzo o a

cena un giorno sì e l'altro no, giocando poi a tarocchi con Macario e

tre volte la settimana facendo--gratuitamente, si capisce--lezione di

pianoforte a Celestina, che aveva pur troppo delle tendenze organiche

alle romanze per camera.

--Sicuro!--pensò il buon Tuccimei, a guisa di corollario:--se Cesare

si prestasse!... ma come faccio io a introdurli in.... questa corrente

d'idee? sono due anime così pure, così ingenue!

A ogni modo, volle tentare e fece del suo meglio. Certe volte, tra la

moglie e l'amico, faceva certi discorsi che pareva.... cerco un

paragone possibile!... pareva (l'ho trovato) un suocero intento a

gonfiare ben bene il suo futuro genero: quando, poi, si trovava solo

con Cesare, si lasciava andare a certe descrizioni curiose così da

rammentare quel re di Lidia che, a furia di vantare all'amico Gige le

belle qualità della consorte, si fece togliere la moglie, il trono e

la vita.

Ma Celestina era sempre la stessa donna insignificante e Cesare non

capiva niente.

A pranzo, faceva bere molto vino spumante a lei e a lui, poi li

lasciava soli, con un pretesto qualunque, dicendo magari che doveva

partire per un giorno o due: tornava invece d'improvviso dopo un par

d'orette, e li trovava seri, composti, accigliati, come sempre, seduti

davanti al pianoforte, con l'eterna romanza _Vorrei morir_ sopra il

leggìo.

--Dopo tutto--pensava--non sarò infelice, poichè Dio non vuole; ma è

una cosa che tocca proprio il core. Oh, la felicità, l'amicizia non

sono vane parole!

E abbracciava Celestina con tenerezza e stringeva caldamente la mano a

Cesare.

Una sera, nell'alzare la tenda per entrare nel salotto, Macario si

fermò.

Celestina stava sopra un sofà e Cesare ai suoi piedi....

Ridevano tutti e due, ridevano forte.

--Che fanno?--e Macario stette nella penombra ad osservare, poi rise

anche lui silenziosamente dentro di sè.

Cesare non faceva che allacciarle innocentemente il cappio delle

scarpine, che s'era snodato.

--Son due fanciulloni!--pensò Macario, dolcemente commosso:--ma,

adesso, voglio fare una bella burletta.

E inoltrandosi con passo tragico nel salotto, incrociò formidabilmente

le braccia sul petto e tuonò con voce stentorea:

--Ah! vi ho sorpreso, finalmente!

Cesare si alzò pallido, esterrefatto, e mormorò:

--Potresti uccidermi, lo so: ma non fare scandali.... sono ai tuoi

ordini!

--Come!?..

Macario sentì un tuffo al cervello, gli si annebbiarono gli occhi, gli

si piegarono le gambe e cadde sopra una sedia.

--E pensare che sono stato io! io!

Poi, a Celestina, che si nascondeva la faccia:

--No: la colpa è mia! non ho diritto di vendicarmi: non temere.... ma

voglio una confessione schietta, schietta. Da quanto è che?..

Celestina, singhiozzando:

--Da cinque anni.

--Da cinque anni??..

Il dottor Giulio Sottani incontrò Macario Tuccimei con la valigia,

alla stazione.

--Come va la vita, carissimo Macario?

--La vita?.. la vita è una malattia da cui si guarisce col tempo.

--Oh, diamine! e siete di partenza?

Macario, con voce sepolcrale, al bigliettaro:

--Un biglietto di prima classe.

Il bigliettaro, brusco brusco:

--Ma dove va?

--Vado all'inferno. Che ha da sapere, lei?

L'avaro fastoso.

Pochi hanno conosciuto il marchese Attilio Pancaro, pochissimi sanno

come egli fosse d'una fenomenale avarizia; e questo peccato capitale,

forse a lui trasmesso per atavismo, poichè suo nonno era un arpagone

di prima forza, era continuamente in conflitto con la sua educazione

di gentiluomo, col suo spirito di persona colta, coi suoi medesimi

istinti un tantino epicurei.

L'avarizia era per lui come un vizio segreto, e metteva ogni cura

possibile nel nasconderlo agli occhi della gente; solo i suoi intimi

ne sapevano qualcosa, o piuttosto indovinavano per via di certi

incidenti ch'erano come improvvisi sprazzi di luce sul carattere

singolare del marchese Attilio Pancaro.

Egli aveva trentamila lire di rendita e il suo patrimonio, quando

morì, era considerevolmente aumentato, poichè egli aveva trovato il

modo di vivere signorilmente, senza spendere neppure un quinto....

che dico!... neppure un ottavo delle sue rendite. La spesa maggiore

era quella del sarto, poichè amava di vestire con una certa eleganza,

ma pure in fatto di vestiario aveva pensato a risorse incredibili. Per

esempio, non si faceva mai fare un paio di scarpe, ma voleva invece

tre scarpe uguali, tutte a un piede e numerate coi numeri 1, 2 e 3 per

poi calzarle alternativamente in quest'ordine fisso:

_lunedì_:--n. 1 al piede destro--n. 2 al sinistro.

_martedì_:--n. 2 al piede sinistro--n. 3 al destro.

_mercoledì_:--n. 3 al piede destro--n. 1 al sinistro....

e via di questo passo, in modo che, per confessione sua, le tre scarpe

gli duravano, per lo meno, come due paia.

Portava sempre abiti di mezza stagione, uno tutto grigio e l'altro

tutto caffè scuro, che combinava in modo sapiente, come le scarpe,

allo scopo di far credere avesse un corredo di vestiario fornito

quanto quello d'un principe. Anche per le vesti aveva una specie di

programma di questo genere:

_lunedì_:--calzoni grigi--gilè e soprabito caffè.

_martedì_:--gilè e calzoni grigi--soprabito caffè.

_mercoledì_:.--calzoni caffè--gilè e soprabito grigi.

_giovedì_:--gilè e calzoni caffè--soprabito grigio.... ecc.

Era amico intimo di sei nobili famiglie, presso ciascuna delle quali,

commensale amabile e ricercato, godeva di un pranzo ebdomadario, così

che era provvisto per sei giorni; il settimo, che spesso era domenica,

pranzava in un'osteriaccia suburbana, ma prendeva il caffè nel primo

_restaurant_ della città.

Abitava in un quartiere elegante, che costava tremila lire d'affitto,

ma ne subaffittava due terzi per duemila seicento lire. Il figlio del

portiere, per dieci lire il mese, fingeva d'essere il suo domestico,

ma non poteva indossare la livrea che in caso di qualche visita, caso

del resto rarissimo, perchè il marchese passava fuori tutta la

giornata. Viveva da scapolo, ma era vedovo; la marchesa, una brava

figliuola, era morta dopo un anno di matrimonio e lui, bisogna dire la

verità, l'aveva pianta assai; ma, quando gli portarono la nota delle

spese per i funerali, che ascendevano a più di quattromila lire,

esclamò:

--Quattromila! quattromila!... perdinci: avrei preferito che non fosse

morta!--

* * * * *

Non c'era caso che gli venisse l'idea di dare un soldo a un povero;

pure, qualche volta, trovandosi insieme con persone di riguardo, se un

mendicante si accostava, era capace perfino di lasciar cadere nel

cappellaccio una moneta da due soldi. Ma con che strazio!

Un giorno, passeggiava con un amico intimo, quando al cantone d'una

via, una voce querula disse:

--Fate la carità al povero orbo.--

L'amico diede al cieco cinque o sei soldi; il marchese fece finta di

non darsene per inteso, tanto più che l'amico era una persona così di

confidenza, che non gli dava soggezione di sorta.

--Ma perchè,--. gli osservò l'amico,--non dài un soldino a quel povero

diavolo? un signore come te?

--Che vuoi,--rispose;--io seguo i precetti del Vangelo.

--Come?

--Già, non fare agli altri quel che non vorresti.... eccetera. Ora

siccome io non vorrei che nessuno mi facesse la limosina....--

* * * * *

Pure, come ho detto, davanti al pubblico amava passare per un uomo

piuttosto filantropico. Ricordo che, quando si fece la gran fiera

degli inondati del Veneto, il marchese passeggiava cautamente tra i

banchi, carico di oggettini, di ninnoli, che aveva portato da casa, ma

per fingere d'avere fatto di grandi acquisti: e con tutti quei curiosi

impiccetti tra le mani, si pavoneggiava, tra il professore Massei e

l'avvocato Bonfigli, il quale era appunto uno dei pochi che sapessero

dell'avarizia del marchese.

S'accosta la bella contessina Manayra, con un bussolotto e grida,

agitandolo:

--Per i poveri inondati!--

L'avvocato e il professore si mettono la mano in tasca e danno cinque

lire.

Il marchese, con meraviglia grande dell'avvocato Bonfigli, cava

solennemente il portafogli e getta nel bussolotto un biglietto da

dieci lire.

La contessina ringrazia e va via.

Fatti pochi passi, ecco la contessa madre, anche lei armata di

bussolotto....

--Per i poveri inondati.

--Ho già dato;--le risponde cortesemente il marchese.

--Non ho visto;--dice la contessa inchinandosi;--ma lo credo.

--E io--borbotta l'avvocato--ho visto.... ma non lo credo.--

La sera, facendo il resoconto cumulativo, si trovò un biglietto di

dieci lire falso.

* * * * *

Un anno prima della sua morte, toccò al marchese la disgrazia più

grossa che mai gli potesse capitare: l'arrivo, cioè, d'un suo lontano

parente, al quale naturalmente era costretto, diciam così, a far gli

onori di casa e il cicerone per la città. Non rimase con lui che tre

giorni, ma, come potete figurarvi, quello fu un triduo di torture

segrete e inenarrabili.

Col pretesto di "godere un po' di fresco e di verde"--era la metà del

maggio--il marchese portò il parente a desinare in una osteria

suburbana, ove, a parte i ragni, le mosche e le formiche che

infestavano pane e vino, si mangiava proprio in una maniera

detestabile.

Si mettono a tavola e viene servita una zuppa che non solo non ha il

sapore del brodo, ma neppure il colore a dirittura.

Il convitato ne ingoia due o tre cucchiaiate facendo le boccaccie, ma

il marchese si ostina a dirgli:

--Come ti pare questo brodo?

--Oh, eccellente!

--Non è vero che è buono assai? sentirai, adesso, il lesso!

Viene il lesso, non più grosso di un tappo di sughero, ma molto più

duro del medesimo.

--Adesso, faremo fare due buone costolette!

Tosto l'untuoso cameriere, in capo a cinque o sei minuti, serve in

tavola due pezzetti nauseabondi di cuoio carbonizzato.

Il povero convitato, internamente, moriva di fame e di rabbia.

--Caro mio!--gli dice, in ultimo, il marchese;--ti piace una bella

bistecca ai ferri, con patate; ma proprio una bistecca di filetto?

--Perdinci!--esclama il convitato, che sente rinascere la speranza;--è

la mia passione.

--Benissimo;--soggiunse freddamente il marchese;--tornando in città,

ti farò vedere un macellaio che vende il primo filetto dell'universo.

Non c'è che quello!

La tribuna della stampa.

Tanto era noiosa, quella seduta della Camera, che non ricordo più

affatto su che diavolo di soggetto l'onorevole Nervo infliggesse

all'umanità uno del suoi più splendidi discorsi.

Un giornalista solo, martire del dovere, faceva quattro righe di

resoconto, seminato di sbadigli eroici e di sbagli d'ortografia; gli

altri dormicchiavano, sdraiati alla meglio sui cuscini di cuoio.

In mezzo a quella monotonia, ecco, si spalanca l'uscio con una certa

solennità e appare la faccia onesta e sorridente dell'usciere Gaetano,

che precede un cosetto vestito di nero, una specie di Leopardi in

preparazione, un giovanottino un po' gobbo, paffutello e giallognolo,

con piccoli occhi e grandi occhiali, con due labbra infantili, senza

ombra di baffi, col mento rotondetto affondato in un solino

magistrale, corredato di enorme cravatta nera; soprabito di panno

abbottonato, stile del risorgimento nazionale: un tipo: un _nuovo_.

--Scusi,--dice con voce commossa all'usciere,--dove mi posso sedere?

--Si metta pure dove crede lei, chè tanto, a queste sedute, non viene

quasi nessuno.

--Grazie.

--Di niente, s'immagini.

Il neofita, con due orecchi rossi come due pomodori, guarda con la

coda dell'occhio a destra e a sinistra, e non vede che individui

sdraiati comodamente, i quali lo fissano con curiosità e con un fare

leggermente canzonatorio.

Dopo aver meditato a lungo e arrossito parecchie volte, finalmente si

decide e, a piccoli passi fatti con cautela straordinaria, quasi

camminasse sulle ova, si accosta al primo banco e siede vicino a me,

non prima d'avermi detto, con fare cerimonioso:

--Scusi tanto: posso sedere a questo posto?

--Se non hai male alle reni, si, figlio mio!--gli risponde con paterna

e incoraggiante bonomia.

Lui si rifà rosso, si mette a sedere e cava fuori un quinternino di

carta da lettere e un lapis Faber numero 2. Tanto per darsi un po' di

contegno guarda giù nell'aula, con occhi maravigliati, finge di

prendere qualche appuntino, poi mi domanda, con voce velata da un

leggero tremolìo:

--Perdoni, se la disturbo.... mi farebbe il favore di dirmi chi parla

in questo momento?

--Parla il compianto P. C. Boggio.

--Boggio!--esclama lui, esterrefatto;--ma non dicevano che è morto a

Lissa?

--Eh, caro mio, si diceva in provincia;--ma se tu badi ai discorsi

della gente!...

* * * * *

Il neofita fa sforzi enormi per capire almeno una frase dell'arringa

dell'on. Nervo, ma non c'è caso; alla fine, si rivolge nuovamente a

me:

--Dirà che sono seccante.... mi fa il piacere di dirmi il soggetto

della discussione?

--Ma tu chi sei?

--Sono Prospero Martucci, corrispondente della _Campana_ di

Valdinievole, organo del comizio agrario di Pescia....

--Non mi confondere la testa! è una campana o un organo?

--_Campana, Campana!_

--Ma tu fai il giornalista per campare, o semplicemente per

_campanare_?

--Ecco: io sono studente di liceo qui, a Roma; ma siccome mi diletto a

scrivere, mando una corrispondenza al mese alla _Campana_: il

direttore mi ha scritto di occuparmi anche di politica, e io le

confesserò schiettamente che non me ne intendo: vengo qui a

_formarmi_; intende? se lei fosse tanto buono....

--Non seccarmi l'anima con questo _lei_; alla tribuna della stampa,

per tua regola, non si usa che il _tu_.

--Sa; io non conosco nessuno....

--E io neppure: tutti questi colleghi che dormono, li vedo oggi per la

prima volta, poichè tutti i giorni qui si cambia personale. Del resto,

le conoscenze alla tribuna son presto fatte. Vieni abbasso, nel

salottino ove si fuma, e conoscerai subito una ventina di colleghi.

Lo presi per mano, lo trascinai nel salottino dove si faceva un

baccano d'inferno e, intimando silenzio, dissi:

--Signori: ho l'onore di presentarvi un chiarissimo nostro collega,

l'illustre scrittore... Scusa: come ti chiami?

--Prospero Martucci.

--Diciamo, dunque, Martucci, corrispondente della _Campana_ di

Valdinievole.

A queste parole, tutti gli si precipitano addosso, gli stringono le

mani fino a storpiarle, lo abbracciano, gli si appendono al collo, lo

baciano sugli occhiali, lo soffocano letteralmente di dimostrazioni

d'affetto, di tenerezze, l'assordano con un diluvio di esclamazioni di

questo genere:

--Ma dunque è proprio lei, Prospero Martucci?

--Così giovane e già così Martucci!

--Noi tutti non leggiamo altro che la _Campana_! è il nostro vangelo!

--Che splendido giornale! io sono così abbonato che non cesserò mai di

abbonarmi finchè non sarò abbo.... morto.

--Ma perchè.... perchè non fa cinque o sei _campane_ il giorno?

* * * * *

Il Martucci, intontito, baciucchiato, ballottato dall'uno all'altro,

con un sorriso idiota sulle labbra, risponde a monosillabi, mentre uno

gli strappa il cappello di mano, dicendogli:

--Dia qua: non stia con quell'impiccio tra le mani.

--Fa tanto caldo!--grida un altro:--si levi pure anche il soprabito.

E in tre o quattro lo sbottonano e lo mettono in maniche di camicia.

--Dica la verità: si sente meglio?

--S'accomodi.

--Facciamolo sedere.

--Dategli un seggiolone d'onore.

Due lo pigliano sotto le ascelle e lo buttano di peso sopra una

poltrona.

--Ma no, su quella!--grida un redattore della _Gazzetta ufficiale del

regno_;--è una poltrona che ha le molle rotte: fatelo sedere invece

sul sofà.

--Ma io garantisco che sto benissimo....

--Non fare complimenti, pagliaccio!

E lo ripigliano di peso, in due o tre, e lo gettano a sedere sul sofà.

--Non vedete, che resta tra due correnti d'aria? Starai meglio su

questa sediolina, invece, qui nel cantone.

--Ma no; prego.... su questo sofà si....

È inutile: vien tolto di peso dal sofà e portato sulla sediolina.

--Stai bene?

--Benone.

--Ma avrai un po' di freddo?

--Per niente.

--Ridategli il soprabito.

Gli rimettono, con premura, il soprabito alla rovescia e poi gli

domandano:

--Hai ancora freddo?

--No, davvero.

--Ma sì, che hai freddo! non vedete che ha già le scarpe violacee?...

bisogna mettergli un tappeto sui ginocchi.

E tosto metà della figura di Martucci sparisce sotto un tappeto, così

che, a una certa distanza pare un idolo egizio.

* * * * *

Succede un po' di calma relativa, in cui Martucci ci scambia ancora

qualche stretta di mano, balbettando:

--Ma loro mi confondono di cortesie, ma loro....

--Sta zitto;--interrompe il cronista della _Riforma_;--e invece di far

dei complimenti stupidi narra la tua biografia.

--Non saprei.

--Come!--esclama un redattore della _Tribuna_,--tu non hai una

biografia?

E tutti gli altri--sull'aria _Egli non ha parrucca bionda!_ della

_Figlia di M. Angot_--in coro:

_Egli non ha biografia!_

--Te ne faremo una!--ripiglia il redattore della _Tribuna_, e

volgendosi gravemente all'uditorio comincia:

--Signori! egli nacque da poveri ma onesti genitori e fin dalla più

tenera infanzia....

In quel punto, la voce dell'usciere Gaetano grida dall'alto della

scala:

--Signori: Nervo ha finito; parla Minghetti.

Tutti si precipitano alla tribuna e Prospero Martucci resta solo come

un cane, suda peggio di un facchino per liberarsi del tappeto e

finalmente sale alla tribuna anche lui e si trova tra il redattore

della _Tribuna_ e me.

Visto che io stavo scrivendo, si rivolge al collega della _Tribuna_ e

gli domanda:

--Chi parla, adesso?

--Lanza.

--Oh!... io lo credevo morto.

--È il fratello.

--Quale?

--Quello delle candele steariche.

--Ah, ho capito! e quel signore grasso e calvo che sta al banco dei

ministri chi è?--domanda, indicando l'onorevole Berti.

--Quello?... diavolo! quello è Brofferio.

--Scusi,--dice Martucci un po' risentito;--quanto a Brofferio, mi

ricordo perfettamente di avere letto che è morto tanti anni fa.

--Ma tu, caro mio, confondi con Guerrazzi.

--Domando scusa: mi ricordo bene; il morto è proprio Brofferio.

--Hai ragione, perbacco; sono io che confondo. Quel ministro calvo

allora è Guerrazzi.

--Ah, dicevo bene!

* * * * *

Verso la fine della seduta, il Martucci domanda al suo cicerone:

--Mi farebbe proprio un gran favore, se avesse la compiacenza di

mostrarmi il duca di Sandonato.

--Vedi quell'omino con la barbetta nera?--dice il cicerone,

indicando la figura sparuta dell'on. Barazzuoli, soprannominato

_Agonia_;--ebbene: quello è il duca di Sandonato.

--Davvero?!... e pensare che me l'avevano dipinto come un omaccione

cinque volte più grosso!

--Infatti, è appunto cinque volte più grosso; ma oggi quanti ne

abbiamo del mese?

--Quindici.

--Ah, ecco, si spiega! Nei giorni dispari, invece, è così.

Gigi Micocci.

Si stava nel caffè principale d'Albano, giocando al biliardo e facendo

dei _colmi_, tra tazze di birra e nugoli di mosche.

Gigi Micocci--un pittore che, a soli ventiquattr'anni, già è

celebre.... come giocatore di _carolina_--aveva strappato due volte il

panno e consumato, con incredibile cinismo, un _colmo_ di questo

genere:

--Il _colmo_ dell'umiliazione da infliggere a un giocatore di prima

forza?

Sgomento nell'uditorio.

Gigi Micocci, con sorriso idiota:

--Stracciargli il soprabito, per obbligarlo.... a farsi dare due

punti.

La notoria ferocia di Gigi Micocci, in fatto di freddure, è tale che

quanti discorrono con lui sono sempre in apprensione e cercano di

scoprire il doppio senso delle frasi, anche quando doppio senso

assolutamente non c'è.

Così, gli è accaduto un giorno di dire a un suo zio:

--Buongiorno, zio: come va la salute?

Lo zio rimase perplesso, mentalmente indagò quale freddura potesse

nascondersi sotto tali parole e, dopo una pausa, conchiuse crollando

la testa:

--Sarà bella, questa; ma io.... non la capisco.

--Ma non è freddura, caro zio! è la frase più semplice, più naturale

di questo mondo.

Il buon uomo aggrotta i sopraccigli, ripensa daccapo e.... crolla di

nuovo la testa, dicendo:

--È curiosa! non capisco neppure questa.

* * * * *

Gigi Micocci, sotto un urlo di esecrazione, dava il gesso alla stecca

e preparava un altro _colmo_ più scellerato ancora, quand'ecco entra

nel caffè il dottor Malachia Pelasquez e tutti gli corrono incontro,

gridandogli tra il serio e il faceto:

--I nostri mirallegro!... un mondo di complimenti! se lo meritava, un

uomo com'è lei.... davvero, davvero!

--Ma che gli è successo?--domanda Gigi Micocci.

--Non sai? lo hanno nominato commendatore.

--Oh, diavolo!

--Già, già!--dice il dottore, facendosi avanti e barattando strette di

mano;--ho avuto la notizia proprio adesso.

--Come, adesso?--domanda Micocci.

--Appunto: discendevo dalla diligenza di porto d'Anzio, quando mi è

venuto incontro il mio fattore, con la _Gazzetta ufficiale_....

--Allora, permetta!... mi rallegro tanto tanto anch'io: è un

bell'onore!

--Sì.... sì.... ma, pure, mi ha fatto specie una cosa: nella lista

dei nuovi commendatori, non ho visto che tre soli casati di gente

nobile: il duca Sarteschi, il conte di Melissano e me.

--Voi?

--Io, sì!... ignorate dunque che io discendo, nientemeno, dai principi

di Castiglia?

--Ma, allora, perchè un momento fa avete detto che discendevate....

dalla diligenza di porto d'Anzio?

Ninì.

Tranne il dormire, facevano tutto in comune. Parlo di due vecchi

procuratori--Lucio Paglia e Alfonso Errera--i quali avevano saputo

mettere da parte un bel po' di quattrini, tanto da godersi, nella pace

beata dell'ozio, il resto della loro esistenza. Come avevano lavorato

assieme per tanti anni, nello stesso studio, così adesso passeggiavano

insieme, insieme leggevano, fumavano insieme, mangiavano insieme,

insieme bevevano.... Anzi, bevevano fin troppo e si può dire che sei

giorni della settimana si alzavano brilli da tavola; allora, gai e

ciarlieri, accendevano i sigari e andavano a fare una passeggiata sul

Corso. Era, per solito, in quell'oretta gioconda, che nel cervello di

Alfonso Errera pullulavano bizzarrie originali, che tosto metteva in

esecuzione, senza che il compagno gli si opponesse mai. Anzi,

diventava il suo compare, il suo complice.

* * * * *

Certe volte, entrava in tutti i negozi d'orologiaio per chiedere:

--Scusi: ce l'avrebbe una ventina d'ore pomeridiane, magari usate, ma

da spender poco?

Un'altra sera, con passo maestoso, s'introducevano in un caffè e, con

un mazzo di chiavine, battevano fortemente sopra una tavola. Un

cameriere accorreva di corsa e chiedeva a Lucio Paglia:

--Che cosa beve il signore?

--Io nulla.

E Alfonso Errera:

--A me pure: ma con acqua di Seltz.

* * * * *

Quando c'era molta gente e il tabaccaio era in gran faccende, l'Errera

entrava in bottega, guardava sul banco, nelle vetrine, dentro le

scatole magari e crollava la testa, ripetendo malinconicamente:

--Non ce n'ha!

E il Paglia stando sull'uscio:

--Ce n'ha?

--No: non ce n'ha.

Il tabaccaio, credendo cercassero qualche pipa di vera radica e

qualche pacco di sigarette estere, piantava lì ogni altro negozio,

esciva dal banco e chiedeva premurosamente all'Errera:

--Che cosa desidera?

--Eh, non ce ne avete!

--Dica: che cosa desidera?--insisteva il tabaccaio.

--Io niente: ma è quel mio amico là fuori che....

Il tabaccaio si dirigeva allora al Paglia:

--Il signore desiderava?...

--Ma se lui dice che non ce ne avete!

--Sentiamo che è, almeno, santo Dio!

--Ecco qua: mi si è rotto un bono da due lire e volevo un po' di

margine di francobolli per attaccarlo.

* * * * *

Spesso l'Errera si divertiva a contraffare lo scemo, l'idiota, che si

crede un bimbo di quattro o cinque anni.

Tutto dinoccolato e piagnucoloso, si avvicinava a qualche signore

dall'apparenza ingenua, gli si appendeva al braccio e, con voce rotta

dai singulti, cominciava a tartagliare:

--Ninì! Ninì bello! ha pe_d_duto sua mammà: _ci ci_, pe_d_duto

mammà!... tu tanto bono, a_tt_ompagna povero Ninì, _t_asetta bella di

mammà sua!

Quel povero signore, con occhi spaventati, guardava esterrefatto quel

bimbo barbuto di sessant'anni. Allora l'Errera pestava i piedi e si

avvicinava a Lucio Paglia per dire sottovoce all'incognito:

--Abbia pazienza! è un povero matto, che la sua famiglia lascia

vagabondare, perchè assolutamente innocuo. Veda un po': abbia la bontà

di ricondurlo a casa: abita a piazza di Spagna.... lo conoscon tutti.

E non lo contraddica mai; prego. Sa come sono, 'sti poveri scemi!

Preso da un senso di viva compassione, la vittima consentiva

pietosamente a fingersi la bambinaia dell'Errera e spingeva la bontà

fino a dirgli:

--Vieni, vieni, Ninuccio bello, che andiamo da mammina tua.

L'Errera si faceva trascinare, tutto pendoloni, poi si fermava,

inevitabilmente, davanti le vetrine di Cagiati e non c'era più verso

di smuoverlo:

--Voglio un pulcinella: _t_ompera un bel pulcinella a Ninì!

A scanso di piagnistei, il signore gli comperava un pulcinella da

venti soldi; poi l'Errera s'arrestava davanti a un pasticciere:

--Voglio una _t_aramella! Ninì vuole tante _t_aramelle! _T_ómpramene

tante tante!

E il signore comprava un'incartata di paste o di biscotti e l'offriva

al vecchio bambinone, che si metteva a piangere mugolando:

--Ninì tanta sete! voglio un _t_affè e latte!

E il paziente signore lo faceva entrare nel caffè più vicino; ma

proprio, quando erano in mezzo alla gente che li guardava, l'Errera si

portava le mani alla pancia, pestava i piedi e gridava:

--Ah, tanto male qui! non ne posso più! Ninì vuol fare la....

Il cordone sanitario.

Quando le dissero che la casa era cinta da un cordone militare, Amalia

fece una grossa risata, rovesciandosi come una matta sulla seggiola a

sdraio: non così Mario, la cui faccia s'abbuiò, come se un dispaccio

della borsa di Parigi gli avesse annunciato essere la rendita calata

di tre _punti_.

--Accidenti ai cordoni!--borbottò, buttando via, con aria di stizza,

la sigaretta.

--Ed io ci ho gusto, invece.

--Bel gusto! già, era meglio che non venissi, questa sera: qualche

cosa mi diceva che mi sarebbe successo un guaio.

--Ma sai, caro, che sei d'una sgarberia unica?

--Oh: non mi seccare!

--Quand'è così... ci ho gusto due volte. Domenica scorsa m'avevi

promesso di passar due giorni interi con me e invece poi, al solito,

ti sei squagliato. Vedi: è l'amore che si vendica.

--Chi sa in che impicci mi vado a trovare adesso!

--Sì, che ora c'è da spaccarsi la testa contro il muro. Affari non ne

hai....

--E che ne sai, te?

--Oh, bella! m'hai detto, sì o no, che in borsa non fai più nulla da

un mese in qua? Tua moglie è lontana...

--Ma che lontana! in Arenzano: non c'è che un'oretta di ferrovia.

--Insomma: a casa tua sei solo...

--Niente affatto, perchè c'è il servitore.

--È forse tuo zio, tuo suocero, tuo tutore? con cinque lire, dirà

quello che vorrai e ciao.

--Sta bene: ma mia moglie può tornare da un momento all'altro...

sabato sera m'aspetta.... tutti i giorni le devo mandare un dispaccio

sulla mia salute...

--Il cordone non t'impedisce mica di spedire quanti dispacci vuoi.

--Sì, ma io conosco bene Giacinta: se sabato sera non mi vede, sta pur

sicura che domenica mattina, alle sette e nove minuti, ecco che arriva

a Genova. Eh, la conosco, io.

--Anche a questo c'è rimedio: perchè non fingi una partenza

improvvisa? un viaggio?

--Ci avevo pensato: ma lei, se le dico che sono andato, mettiamo il

caso, a Milano, aspetterà i miei dispacci quotidiani da Milano;

capisci?

--Ma che sei diventato? un mammalucco? e ci vuol tanto a scrivere a un

amico a Milano che spedisca dispacci a nome tuo? non ce l'hai un amico

a Milano?

--Sicuro, che ce l'ho: per esempio.... il prefetto. Ma ti pare che mi

possa rivolgere a una persona così seria, per una faccenda di questo

genere? Ci sarebbe Augusto, ma....

--Chi? Augusto Tebaldi? benissimo: sarebbe quello che fa proprio al

caso nostro.

--Lo so: ma è un giovanotto sventato, capace di giocarmi un tiro.

--Ah, questo poi no: siete tanto amici!

--Tanto amici! tanto amici!--ciangottò Mario Ricciarelli, aggrottando

i sopraccigli:--l'amicizia non gli ha impedito di fare una gran corte

a Giacinta!

--Sul serio?

--Tanto sul serio che, confidenzialmente, l'ho pregato di sospendere

le sue visite troppo assidue.

--Ah, dunque sei geloso?

--Geloso, no, ma diavolo! appena lui sapeva che stavo fuori, taffete!

in casa mia. Capirai che...

--Capisco: quand'è così, pensa un po' te a qualcun altro.

--Eh, ci penso, sì: ma non trovo.

A furia di pensare, Mario Ricciarelli si convinse che non c'era da

scegliere e finì col mandare un telegramma all'amico Augusto, per

dirgli press'a poco così:--l'autorità, per misure igieniche, che il

diavolo se la pigli, mi ha sequestrato in casa d'Amalia; figurati un

po' se lo sapesse mia moglie! Tu solo puoi salvarmi, telegrafando a

Giacinta, in Arenzano e a nome mio, per dirle che sto presso di te un

po' di giorni per affari importantissimi: ogni mattina, poi, fino a

nuovo avviso, le manderai un dispaccio _sui generis_, sempre a nome

mio, per dirle che sto bene: apri pure i dispacci suoi che ti

arriveranno, sebbene diretti a me; inoltre, siccome sto sulle spine,

ti prego di ragguagliarmi di quanto può succedere, per mezzo sempre di

dispacci a questo indirizzo: _Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via

Minerva_. E non mi fare brutti scherzi, mi raccomando!

Poi, mandò un dispaccio alla moglie in Arenzano per annunciarle la sua

partenza improvvisa, e una lettera a Menico, il servitore, per dargli

le istruzioni necessarie, casomai.

Così aggiustate alla meglio le proprie faccende, Mario smise un po'

il broncio, e disse alla divina Amalia:

--Se, intanto, si cenasse?

Al tocco dopo la mezzanotte arrivò un dispaccio, in cui non si leggeva

altro che questo:

_Amalia Trevisan, casa Lambruschini, via Minerva, Genova._

--BIRBONE!

_Augusto Tebaldi._

Dopo tutto, Mario si rassegnò facilmente al suo destino. Giovane,

ricco, spensierato, quella quarantena, insieme con una donnina

adorabile, come la Trevisan, non era poi un supplizio tanto

spaventevole. Un demonio, quell'Amalia! Non la conoscete? Ma che:

l'avrete vista cento volte a spasso per via Roma, con l'ombrellino

giallognolo guernito in pizzo di Venezia, o nelle poltrone del

Politeama, sorridente sotto un gran cappellone d'una forma singolare,

che a lei sola sta bene tanto e non può essere portato che da lei.

Tutti dicono che Mario ci abbia speso di gran quattrini e sarà: è

giusto che egli faccia dimenticare l'avarizia del padre, che in mezzo

ai milioni è morto di miseria. E poi, Mario non è un minchione: sa

spendere e sa guadagnare, poichè, a sentire gli amici, nessuno ha come

lui un colpo d'occhio sicuro, nei giuochi di borsa.

Così ci avesse pure un po' più di esperienza nei giochi del

matrimonio! Invece, ha il torto di trascurare troppo la signora

Giacinta, sua moglie; una creatura che, se la vedeste, pare proprio

venuta

Di cielo in terra a miracol mostrare.

Le male lingue dicono ch'è un po' civetta, ma quando s'ha un marito

scapato come il Ricciarelli, sfido!

Il domani, per tempo, la signora Giacinta, nel suo villino d'Arenzano,

ricevette questo dispaccio:

_Giacinta Ricciarelli_

_Arenzano_.

_--Sono arrivato ottima salute--Augusto fecemi accoglienza

cordialissima.--Spero sbrigare affari prestissimo--mandami

tue notizie._

Ciarle e macchiette · 第 11 / 41 题