I saluti si scambiarono nell'appartamento di Loris.

Allora un'emozione s'impadronì nuovamente di loro; forse non si

vedrebbero più, giacchè il più piccolo incidente poteva determinare la

sorpresa dei tre cospiratori decisi a morire piuttosto che arrendersi.

Il principe si sentì ancora più vecchio fra quel gruppo giovanile già

sacro alla morte. La sua passione rivoluzionaria, accesa da un odio di

marito ingannato, diventava volgare davanti al fanatico sacrifizio di

loro, che s'immolavano all'avvenire del popolo.

— Addio, principe, disse Loris tendendogli la mano, sebbene si

disponesse ad accompagnarlo.

— Perchè mi salutate? Non ci rivedremo quella sera?

— Forse!

Ma la sua voce squillò alteramente. Il principe strinse la mano ad Olga.

— Signorina, le disse colla inimitabile cortesia dei vecchi

gentiluomini, indicandole Loris e Lemm: voi sola potete avere il supremo

coraggio di non commettere imprudenze.

Olga commossa lo ringraziò con un sorriso; Lemm aspettava presso la

porta per aprire, e si sentì rimescolare dal saluto affettuoso del

principe. Appena usciti gli altri, il passo di Matrona su per le scale

lo costrinse a nascondersi in fondo all'appartamento.

Matrona raccontò sorridendo ad Olga di avere incontrato l'ingegnere,

tale credeva fosse Loris, con quell'altro signore, che le era parso

oltremodo brutto. La ragazza, alta e grossa come un facchino, parlava ad

Olga con tenerezza di bimba, perchè quei pochi giorni erano bastati ad

innamorarla della medichessa. Avrebbe voluto passare con lei tutto il

giorno se la mamma, costretta a surrogare spesso il marito nel suo

ufficio di sentinella, avesse potuto concederlo. Olga invece la riteneva

il meno possibile nell'appartamento. Quella sera Matrona era anche più

espansiva, ma l'altra la licenziò quasi bruscamente. La ragazza se ne

andò triste.

Olga era tornata nella propria camera, credendo Lemm già uscito; invece

le comparve improvvisamente davanti.

— Che volete?

Il piccolo ebreo la guardava stranamente, quindi mettendosi a sedere con

una famigliarità, che non piacque alla fanciulla, rispose:

— Che cosa debbo volere? Venivo a fare conversazione.

La sua faccia parve rabbonirsi, mentre i suoi occhi seguitavano ad

esaminare Olga più intensamente. Anch'ella era triste.

— Pensate al nostro pericolo?

L'altra scosse la testa.

— Sono persuaso che saremo scoperti prima, così Loris ci avrà uccisi

inutilmente; e seguitò esponendole con acutezza tutte le impossibilità

pratiche di quel disegno da romanzo. Olga ascoltava distrattamente.

Nella camera abbastanza grande le cortine bianche del letto disegnavano

un'altra tenda, sotto la quale l'ombra sembrava salire come un vapore da

una coperta di seta azzurro-cupa, mentre l'armadio dorato ed istoriato

delle sacre iconi si ergeva dappresso, nell'angolo, come un altare.

Due lampade di vetro cilestro vi pendevano innanzi immobili e spente.

Nessuna eleganza femminile attenuava la severità fredda di quella

camera. Olga vestiva ancora l'abito, col quale era giunta da

Pietroburgo; solo due pianelline di bulgaro bronzato, che le lasciavano

scoperto tutto il collo del piede, sembravano il principio di un'altra

toeletta più comoda ed intima. Ma Olga non aveva mai posseduto abiti da

casa o da notte. La sua graziosa testa bionda, abbandonata sulla

spalliera della poltrona, aveva in quel momento una delicata espressione

di sofferenza.

Lemm le si avvicinò: un tremito gli agitava il corpo piccolo e

sgraziato.

— Vengo da voi questa notte? le disse con voce strozzata.

Ella balzò in piedi; si guardarono! Olga era livida, il suo viso

sfolgorava.

— Che c'è? chiese Lemm meravigliato a quella trasfigurazione; ma il viso

di Olga si scompose nuovamente in una fisonomia così dolorosa, che Lemm

ne fu commosso senza poterla comprendere. Che cosa vi ho detto mai? So

che non vi sono simpatico, ma non credo di avervi offesa chiedendovi

ciò, che tutti i nostri amici vi hanno chiesto tante altre volte.

Gli occhi di Olga si appannarono di lagrime.

— Ma che cosa avete?

Il pianto di Olga l'imbarazzava: si sentiva ridicolo davanti a quel

dolore, che capiva di averle dato, e del quale gli sfuggiva la ragione.

Conoscendo Olga da due anni, aveva osato quella brutale galanteria senza

troppo sperarvi, perchè si era già accorto del suo nuovo capriccio per

Loris, ma non aspettandosi mai a tale scena. L'amore libero poteva

permettersi tutto, e Olga diventava stupida mostrandosi offesa.

Egli tornò villano.

— Mi direte almeno il perchè?

— Chi vi ha dato il diritto di trattarmi così?

— Allora siete come le borghesi, che si sentono mancar di rispetto, se

un uomo propone loro ciò che la natura esige dai sessi. Mi pare che,

invece di piangere, potevate dirmi francamente che vi sono antipatico.

Ecco la legge dell'amore: non vi piaccio, non parliamone più.

Ma Olga non si rasserenava.

— Per Dio! gridò finalmente l'altro: non vi ho già battuta, e uscì

tirandosi dietro l'uscio.

Olga si rimise a piangere con grande dolcezza: le pareva di ritrovare in

quel dolore tutte le delicatezze e le pudicizie di un primo amore. Si

svestì, si coricò, avvolgendosi in questa nuova melanconia, come in

un'altra coltre più fina, e cercando di addormentarvisi; ma quando

intese Loris rinchiudersi nella propria camera, scese dal letto e corse

alla sua porta, stringendosi entro la camicia nell'ombra. Vi stette

qualche minuto in orecchi; poi la baciò, e tornò a letto.

L'indomani, dopo mezzogiorno, Loris tornò colle subbie, era serio. Mandò

Olga a chiamare Lemm e si mise subito a provare una subbia nel trapano;

aveva pure comprato i piccoli ganci a vite, una lanternina cieca, un

cacciavite e una scatolina di mastice per dissimulare il foro del muro.

Lemm entrò accigliato.

— So quello che vuoi dirmi, ho visti i manifesti.

Olga si sentì stringere il cuore.

Il primo concerto colla Nilson sarebbe per l'indomani sera: Loris aveva

già comprato un palchetto al secondo ordine. Non discussero.

Loris, mostrando a Lemm la lunga sottilissima subbia nel trapano, disse

che bisognava provarla tosto forando il muro e la doccia del balcone:

non dubitava della tempra dello strumento, ma temeva, deviando, di non

incontrare la doccia sulla convessità della quale il più piccolo scarto

avrebbe impedito il foro. Aperse quindi la finestra del balcone per

riconfrontare, colla maggiore esattezza, le misure dall'interno e

dall'esterno, e fissare il punto giusto; ma quando gli parve di averlo

trovato, siccome bisognava forare all'altezza del pavimento, s'accorse

che era impossibile manovrare il trapano. La rotazione della sua

maniglia urtava nel pavimento.

Loris s'inasprì seco stesso; Lemm invece sembrava sorridere tacitamente

come di un primo trionfo delle proprie critiche. Loris svitò la subbia,

nascose il trapano nell'ampia tasca interna del pastrano, e se ne andò

dicendo ad Olga:

— Siete libera d'uscire; non tornerò che a due ore di notte.

— Cominciamo male, mormorò Lemm con maligna intenzione, appena furono

soli. Non ci voleva molto a capire, che un trapano così costrutto non

poteva girare a fior di terra.

— Perchè dunque non l'avete osservato subito?

— Vi dispiace che io constati un suo errore? Spingereste molto oltre la

devozione, che avete per lui!

— Non sono devota di alcuno, ribattè la fanciulla già diventata rossa:

ma dal momento che non v'accorgeste subito di quel difetto, è inutile

che ve ne vantiate adesso.

E voltandogli bruscamente le spalle, andò a chiudersi nella propria

stanza; Lemm frenò a stento un'ingiuria.

Nella giornata non si videro. Olga la passò con Matrona, dalla quale si

faceva insegnare un punto di merletto, parlandole sempre di lavori

donneschi con siffatta ignoranza, che la ragazza ne strabiliava. Olga

non sapeva nemmeno cucire in bianco. Lemm si lasciò condurre dal proprio

soldato in una bettola presso il Giardino Zoologico, ove si

ubbriacarono. Il vecchio soldato, che aveva la sbornia sentimentale, si

commuoveva sino alle lagrime raccontando gli incidenti della sua lunga

vita nell'esercito: aveva percorso due volte il portico verde, secondo

la pittoresca espressione del popolo, passando sotto le verghe, prima

che Alessandro II le abolisse.

Egli si cavava ancora il berretto, nominando lo Czar ucciso. Lemm si

compiacque ad irritarlo scherzando su quello czaricidio.

— Voi siete dentista, _batuska_, esclamò il soldato agli estremi: mi

avete pagato da bere, e vi dico la verità; quando si ha bevuto, la bugia

guasta il vino. Ecco, io avrei strappato i denti ai nichilisti, che lo

hanno ucciso, come facevo da ragazzo colle biscie. Ci si mette un pezzo

di berretto in bocca, la biscia stringe e si tira: tutti i denti

rimangono piantati nel berretto. Sì, _batuska_, bisognava farlo ai

nichilisti, che hanno ucciso il nostro padre, Alessandro II.

— Lo faranno quest'altra volta a quelli, che ammazzeranno Alessandro

III.

Il vecchio non s'accorse che a Lemm aveva tremato la voce.

Loris non tornò neppure a due ore di notte. Olga inquieta avrebbe voluto

uscire per cercarlo, senza saper dove; ogni tanto le passavano

nell'anima indefinibili terrori. Che fosse arrestato? Perchè no? Allora

la polizia verrebbe in casa ad arrestare anche lei, troverebbe tutto, la

melinite, il filo elettrico, la lanterna cieca.... tutto. Tutto sarebbe

perduto. Ella ne provava uno scoramento senza misura, sentendovisi

nullameno liberata come dal peso di un'immensa responsabilità: tutta

quella povera gente non sarebbe più uccisa. Ma Loris!

Non voleva nemmeno pensarci. A quest'ora Lemm doveva essere rientrato:

pensò di andargli a chiedere notizie di Loris; poi non l'osò. Quel

piccolo ebreo le avrebbe fatto qualche cattivo scherzo, ora che le

teneva il broncio. Ma questa paura le passò a poco a poco. Era

impossibile che Loris fosse arrestato; aveva troppo ingegno, era troppo

forte per smarrirsi in qualunque congiuntura. La sua fede in lui

risfavillò d'amore. Loris ammanettato dai gendarmi.... Eh! via, se ne

accorgerebbe prima, li eviterebbe, sfuggirebbe loro come sempre. Loris

era un uomo superiore, fatale. La sua missione, maggiore di lui stesso,

che gli impediva forse di amare come gli altri uomini, era la sua

salvaguardia.

E la fanciulla si pentiva già d'aver dubitato un momento della sua

potenza.

Dormiva profondamente da molte ore, quando un raggio di luce sugli occhi

chiusi la fece destare di soprassalto; gettò un grido. Loris la guardava

a capo del letto, tenendo un candeliere nella mano; il suo volto era

raggiante.

— L'ho forata.

Allora ella comprese. Loris era rosso come non lo aveva mai veduto;

alcune goccie di sudore gli scendevano lentamente sulla fronte, sotto la

quale gli occhi verdi brillavano come due smeraldi. La fanciulla, che

scotendosi dal sonno si era scoperta una spalla, abbassò gli occhi

arrossendo, e si tirò il lenzuolo sul collo: pareva più bianca sul

cuscino, cogli occhi gonfi, le labbra più tumide. Tutto l'orgasmo di

Loris si sciolse. Ella lo guardava di sottecchi non osando pensare a

nulla per non accrescere fra loro quella difficoltà misteriosa, ma

nullameno sentendo che le coperte le disegnavano il contorno del seno, e

ricordandosi, come di cosa già infinitamente lontana, che egli doveva

avergliene veduta allora allora la sommità.

La fiamma della candela, che Loris teneva in mano, tremava vivamente.

— Buona notte, Olga.

Loris uscì a passo lento: ella cacciò subito il capo sotto le lenzuola,

perchè non la udisse piangere.

L'indomani fu lunghissimo.

Lemm dopo una notte d'insonnia entrò nel loro appartamento di buon

mattino, per vedere se Loris ed Olga fossero alzati. Era vuoto, con

quell'aria di albergo senza nessun oggetto personale, che vi rivelasse

una intimità. Le finestre socchiuse lasciavano filtrare una luce fredda

e bianca. A poco a poco gli tornò la paura; sarebbe per quella notte!

Tutte le disperate difficoltà di quell'impresa, nella quale la volontà

di Loris l'aveva travolta, gli si alzavano dinanzi come fantasmi

beffardi. Chi era Loris? Perchè gli aveva egli ceduto? Che cosa voleva

Loris infine? Era tornato in Russia, ricco del danaro rubato al giuoco,

coll'ambizione demente di dominare tutto, rivoluzione ed impero.

Adesso dormiva. Lemm, fermo dinanzi alla sua porta, si ripeteva incerto:

— Dorme?

Ma gli dispiaceva di crederlo: anche l'altra dormiva, o almeno stava a

letto ripensando a lui, che era andato senza dubbio a visitarla nella

notte.

La collera lo riprendeva sordamente, lentamente.

Loris invece dormiva davvero, mentre Olga era già alzata. Lemm, udendola

girare per la camera, battè al suo uscio; Olga già vestita venne ad

aprirgli.

— Sono le otto, disse Lemm, non sapendo trovare altro.

Olga lasciò sfuggire un'occhiata verso la camera di Loris.

— Non ho sentito nulla al suo uscio, proseguì l'altro; dormirà.

— Dite piano dunque.

— Uscirete oggi?

— Sentirò da lui: se voi uscite, tornate presto; vi potrebbero essere

ordini.

— Ordini, ordini, mormorò l'altro con crescente malumore.

Olga rimase sola: non aveva più alcuna idea precisa. Loris le aveva

detto che trattandosi di un concerto, potrebbe portare il cappellino e

vestire quello stesso abito di casimiro, semplice e abbastanza di buon

gusto, col quale era venuta da Pietroburgo: il giorno innanzi ella si

era provato il rotolo del filo elettrico sotto le gonnelle, e aveva

acconciato la guaina nella fodera del manicotto per nascondervi i pezzi

smontati del trapano. Loris non uscì dalla propria camera che a

mezzogiorno; aveva l'aspetto animato e gli occhi febbrili. Salutò Olga

con maggiore amabilità del solito, e si mise subito, quasi puerilmente,

a fare la rivista di tutti gli oggetti necessarî alla mina dentro al

cassetto di un canterano. I tubi della melinite, non più lunghi e più

grossi di un pacco da cento rubli in argento, gli trassero sulle labbra

un sorriso indefinibile.

— Vedete, si volse ad Olga mostrandoglieli: la polvere ha pareggiato nel

medio evo il villano al cavaliere; oggi la dinamite pareggia l'individuo

alla massa.

Quel giorno andarono a pranzo nel villaggio di Kolomenskon, fuori della

barriera di Serpoukof, a sette verste da Mosca; ma non riuscì loro di

mangiare. Loris, contro la sua abitudine, bevve abbondantemente

ripetendo parecchie volte ad Olga:

— Avete torto di non mangiare: è possibile che il secondo concerto sia

rimandato di qualche giorno.

La sera, entrando nel teatro, rimasero vivamente impressionati della

scarsezza del pubblico. Nè Olga nè Loris vi erano mai stati. L'immensa

sala, bianco e oro, a cinque ordini, col parapetto sporgente dei palchi,

così che le signore vi si vedevano intere, parve loro di una

magnificenza solenne; v'era qualche cosa d'imperiale nel suo lusso e

nella sua vastità, che nè il popolo nè la borghesia avrebbero mai potuto

occupare. Il pubblico di quella sera, rado ed aristocratico, che vi

girellava colla disinvoltura di una signorile abitudine, fece loro

sentire anche più acutamente di esservi stranieri. Olga ne provò

un'umiliazione, Loris un'offesa. Nelle serate di gala, quando tutte le

loggie, i balconi, i palchi, la platea e il paradiso, rigurgitavano

d'invitati scintillanti nelle uniformi gallonate fra la piena degli

abiti femminili e lo scintillìo delle gemme e delle armi, lo spettacolo

di quella sala doveva essere anche superiore a quello del palcoscenico,

qualunque più fastosa opera vi si rappresentasse per quell'assemblea

della nobiltà russa, raccolta intorno allo Czar più potente di tutti i

re, e più uomo di tutti i pontefici.

Il grande palco imperiale era vuoto, coi candelabri spenti. Nel mezzo,

la massiccia corona dorata della poltrona sembrava una piccola cupola;

l'altro palco imperiale, di proscenio, Loris dal proprio non poteva

vederlo. Olga non si era ancora affacciata al parapetto. Una calma di

atonia si era fatta in lei, dopo quel primo sbigottimento, così che

Loris dovette dirle di togliersi la pelliccia, e di avanzarsi per non

aver l'aria di nascondersi. Allora Olga si sentì sul ventre la pressione

del rotolo, che vi teneva nascosto, come se una stretta misteriosa

stesse per soffocarla. Loris aveva cacciato nell'angolo più oscuro il

manicotto, pieno dei pezzi smontati del trapano, e nell'ombra della

portiera si vuotava le tasche: era riuscito a nascondervi dieci tubi di

melinite. Lemm doveva arrivare tra poco, quando lo spettacolo sarebbe

incominciato, con altri dieci; nell'intermezzo, tornando a casa in due,

potrebbero portare il resto.

Loris si mostrava di una grande tranquillità, ma non parlava.

Il teatro si veniva lentamente riempiendo. Molte signore comparivano ai

palchi in cappellino e abito da passeggio; parecchi uomini invece

portavano la marsina e il piastrone bianco: giù nella orchestra i

suonatori accordavano gli istrumenti. D'improvviso le fiammelle del gas

raddoppiarono di splendore, e tutto il bianco e l'oro della sala

scintillò, mentre le fisonomie e i colori della gente, uscendo come da

una penombra, parvero incominciare lo spettacolo.

Lemm entrò; aveva anticipato.

Olga rimase impressionata del suo pallore.

— Se fossi un poliziotto, gli disse Loris, vi avrei già scoperto.

Lemm, che si riabbassava l'alto bavero della pelliccia, dietro al quale

aveva cercato di nascondere la faccia, capì di meritare il rimprovero;

ma tutto il suo coraggio non aveva potuto impedirgli di tremare passando

per l'atrio del teatro. Nel palco si rinfrancò: erano in tre.

I venti tubi della melinite ammucchiati nell'angolo del divano, sul

quale Olga sedeva, avrebbero potuto con qualche luccichio bianco

attirare l'attenzione di un altro palco; quindi Loris, mettendosi al

parapetto, ordinò a Lemm di passarli tutti sotto al divano. Anche il

manicotto fu nascosto così. Appena compita questa operazione, rimasero

più imbarazzati; non avevano altro da fare. L'orchestra suonava già la

sinfonia del _Guglielmo Tell_, senza che ne avessero ancora afferrata

una nota: quella condizione di spettatore, nella sua semplicità,

diventava per essi assolutamente impossibile. Lemm rimase in fondo,

presso la porta, invisibile nell'ombra: Loris si mise dirimpetto ad Olga

volgendo le spalle al palcoscenico, in atto di ascoltare, ma perdendosi

collo sguardo dentro al palco vuoto dell'imperatore. Olga cominciava a

notare qua e là qualche signora.

— Avete riscontrato la finestra della doccia? chiese Lemm sottovoce.

Loris scosse la testa.

L'altro non osò proseguire. Come farebbero a trovarla nel buio? Questa

difficoltà gli si ingigantì nel pensiero. E se non vi riuscissero? Se

dopo tutto quel rischio l'attentato diventasse così impossibile? Quale

ridicolaggine!

Ma la Nilson cantava la romanza di Elsa nel Lohengrin «_Aurette a cui

affido_» e la sua voce pura come la musica di quelle parole, saliva da

tutto il candore di quella sala, come un'altra luce bianca, in mezzo ad

un silenzio così intenso, che nessun'altro della natura poteva

somigliargli.

Lemm, poco sensibile alle impressioni artistiche, ascoltava; Olga aveva

abbassato ancora più la testa, quasi quella confidenza d'amore, esalata

nella notte verso le stelle da un cuore di vergine, la curvasse sotto i

ricordi di altri amori, ai quali le stelle non avevano potuto sorridere.

Quando il pubblico sul finire della romanza proruppe in un grande

applauso, Loris uscì dal palchetto. Olga e Lemm si guardarono

istintivamente sotto la stretta di una medesima paura; dacchè erano

entrati davvero in azione, tutto il loro coraggio stava in lui. Perchè

Loris era uscito? Involontariamente, non sapendo indovinarlo, pensavano

a qualche nuovo pericolo, che li sorprendesse, mentre egli non c'era.

La musica proseguiva passando ai loro orecchi come un indistinto rumore

di acque o di fronde, in quella luce di meriggio, fra la sensazione di

quel bianco, che evocava al loro pensiero un'altra bianchezza di neve;

quando un'altra notte dovrebbero, con rischio anche maggiore, stendere

per la piazza del teatro in mezzo ai passanti e sotto l'occhio vigile

delle guardie il filo di comunicazione fino alla loro casa, e la neve

seguiterebbe a cadere fitta e silenziosa. Il teatro bianco dormirebbe

allora tranquillo nel buio sotto la neve, che s'indurirebbe sopra i suoi

tetti, intorno alle sue mura, sino a quella sera di gala, che tutta la

corte e l'aristocrazia moscovita v'entrerebbero fiammeggianti d'oro e di

decorazioni. Essi, invisibili nel fondo del loro doppio appartamento,

aspetterebbero il segnale del principe per gettare in aria quel teatro

bianco nella notte illuminata da tutti i fanali della piazza, e farne

una rovina inimmaginabile sopra quella folla di felici. Era

un'immaginazione disordinata ed atroce, che dava loro le vertigini,

costringendoli tratto tratto ad incantarsi in qualche particolare del

teatro, colla fissazione al tempo stesso torbida ed intensa dei maniaci.

Olga notò al primo ordine una signora vestita di un abito giallo,

bellissima. Vi sarebbe quella sera?

Olga lo pensava, quasi senza emozione, ammirando quella sua bellezza di

donna destinata al piacere di uomini, che ignoravano ancora di quale

odio potessero essere capaci gli addolorati da secoli. Nullameno essere

così bella era una gloria incontendibile, che doveva bastare

all'appagamento della coscienza. Se ella fosse stata così bella, Loris

l'avrebbe già amata. Che importava tutto il resto? Che importa morire,

quando si è avuto tutto dall'amore! Quella ammirazione le si fece così

viva che dovette parlarne a Lemm; questi si allungò nell'ombra del

proprio angolo per vedere la signora.

— Credete che farà molte difficoltà prima di concedersi? le rispose con

una allusione ironica alla loro scena.

Allora parlarono. L'orchestra suonava un tempo della _Sacontala_ di

Goldmark. Lemm non osava affacciarsi al parapetto, anche perchè non

doveva essere conosciuta la sua intimità con Loris ed Olga: questa vi si

era appoggiata e guardava giù nella platea, quando Loris tornò.

— La finestra va benissimo: usciamo, disse a Lemm.

Si rimise la pelliccia.

— Mi seguirai a distanza.

La prima parte del concerto era finita: la platea applaudì vivamente,

mentre la Nilson sfavillante nell'abito bianco, con un ramoscello di

brillanti nei capelli, si presentava alla ribalta, e indietreggiava

sorridendo fra gli applausi. Tutta la gente si torse sulle poltrone

chiaccherando.

Olga si ritrasse nell'ombra quasi respinta da quella intimità di

conversazione.

Ma invece di ripensare all'eccidio del teatro si ricordò molte

circostanze della propria vita, un pericolo corso da bimba cadendo nella

vasca di un giardino, una sfuriata di busse ricevute dalla mamma per

aver rotto dispettosamente un abitino che non le piaceva, la prima

penosa impressione all'università, l'angoscia suprema dopo la laurea,

quando, rientrando in casa, la mamma le aveva rinfacciato le necessità

della loro posizione sociale. Bisognava vivere della professione,

cercarsi una clientela, subire la concorrenza schiacciante degli altri

medici, la sfiducia del popolo, il disprezzo dei signori, l'ironia delle

altre donne educate femminilmente, e che nella sicurezza del proprio

istinto comprendevano come quello non fosse mestiere da donna, giacchè

una donna vi perdeva colla grazia di ogni ignoranza pudica la seduzione

irresistibile del proprio sesso. Valeva meglio fare la sarta: era una

professione d'eleganza femminile. La donna non può essere infermiera che

per amor di Dio o per amore dell'uomo, ma per amore del danaro mai. E

Olga, in quel teatro pieno di signorine, si sentiva ridicola; il primo

di quei signori, che andavano pei palchi visitando le dame, l'avrebbe

imbarazzata malgrado tutta la sua scienza d'università.

Allora la rivolta tornava a bollire nel suo cuore. Tutta quella gente

allevata nel piacere erano i nemici dei lavoratori, giacchè non faceva

nessuna delle cose più necessarie alla vita; che importava dunque la

loro presenza nel mondo? Loris, più bello e più elegante di loro, li

odiava. Olga non aveva ancora visto in quella sala chi lo pareggiasse:

ma Loris non amava. Il pallore della sua faccia era freddo come quel

bianco marmoreo della sala, mentre la sua parola aveva la luce

abbacinante di tutti quei lampadari dorati, che incendiavano l'aria.

Olga cominciava ad aver caldo, il volto le si colorava.

Un'idea la fece trasalire. Se la polizia insospettita di lei, sola, così

seminascosta nell'ombra del palchetto, fosse entrata per arrestarla, ora

che Loris era fuori al sicuro? Loris salvo, ella sarebbe morta per lui,

terribilmente bella nella gloria di quell'attentato non riuscito, e nel

silenzio sui propri complici, su lui, che la vendicherebbe. Si mise in

quest'idea, l'ingrandì, la sminuzzò nei più inverosimili particolari,

palpitandovi come dentro una scena vera. Nel teatro grande il

chiaccherìo della gente s'intendeva appena; il caldo aumentava.

Erano le nove; alle dieci e mezzo tutto sarebbe finito, ella sarebbe

sola nel buio con lui.

Loris e Lemm rientrarono recando il resto. Ella tornò subito al

parapetto, come per nasconderli col proprio corpo, mentre rapidamente

celavano tutto nel medesimo angolo sotto il divano. Poi Loris la chiamò:

— Saluta Lemm.

Questi non si era tratta la pelliccia; tremava visibilmente. Olga

indietreggiò sul divano: non potevano parlare, ma Olga, restando nel

pericolo maggiore, si mostrò più coraggiosa.

— Arrivederci, disse semplicemente.

— Ricordatevi le mie istruzioni, ripetè Loris, e d'un gesto lo spinse

fuori del palchetto.

Allora sedendosi vicino ad Olga le spiegò come intendeva deludere la

sorveglianza dell'inserviente, che rimaneva nel corridoio a ritirare le

chiavi dei palchetti. Sul finire del concerto, al momento della massima

attenzione, si nasconderebbe nel contropalco, tirandosi contro l'uscio:

l'inserviente trovando il palchetto vuoto dopo lo spettacolo lo

chiuderebbe a chiave. Quando il teatro fosse deserto, lascierebbero il

nascondiglio e riaprirebbero la serratura del palchetto: Loris le

mostrò, nella tasca della pelliccia, un grimaldello e la lanterna cieca.

Bastava spiare il momento più opportuno; Loris lasciava socchiusa la

porta appositamente.

Allora per entrambi cominciò la grande attesa: i loro cuori battevano

così forte che l'uno sentiva quello dell'altro. Olga si rimise la

pelliccia, Loris non se l'era cavata; ascoltavano il concerto senza

comprenderlo, per indovinare quanto durerebbe ancora, dimenticando di

averne il programma su cartoncino azzurro. Tutto quel bianco, quasi

vaporante nella luce del gas, si confondeva ai loro sguardi in una

sensazione intensa di calore; mentre sulle fiammelle dei becchi l'aria

si muoveva con un moto regolare di respirazione, e gli spettatori si

mantenevano immobili in una attenzione d'incantesimo. Loris, colla mano

sulla maniglia della porta, sbirciava nel corridoio.

— Tenetevi pronta.

Rapidamente aveva estratto dall'uscio del palchetto le due chiavi unite

da un anello, e aveva aperto la porta del contropalco. Per fortuna nel

lato interno di questa un gancio di ferro piantatovi per sostenere gli

abiti, avrebbe permesso di tenerla chiusa durante l'uscita della gente.

Loris tornò nel palco, rimettendo le chiavi a posto. Nessuno aveva

visto. Scrutò ancora nel corridoio; il pezzo, un gran pieno d'orchestra,

stava per finire.

— Siete pronta?

Tese l'orecchio, guardò;

— Via! le gridò sottovoce.

Olga si cacciò nel contropalco; egli la seguì.

Erano al buio; la loro prima sensazione fu di sollievo. Nello stanzino

angusto, stendendo un braccio, si toccava il muro. Non si udiva più la

musica che tratto tratto, come un susurro. Cominciarono ad attendere, ma

i minuti non passavano più; quell'ombra sembrava loro così densa, che ne

sentivano l'impressione sugli occhi, mentre per una invincibile

illusione i loro piedi si abbassavano sempre come dentro un pozzo. Passò

del tempo. I loro sensi sovreccitati acquistavano una finezza

incredibile. Adesso udivano battere i loro due orologi così

distintamente da temere per un istante, che si potesse intenderli anche

nel corridoio. In quel lungo attendere non v'era più modo di pensare a

qualche cosa, magari ad un espediente supremo, nel caso di essere

scoperti; poi quello stare ritti, stecchiti, rattenendo il respiro, dava

loro un'improvvisa dolorosa stanchezza.

Finalmente un rombo lontano li avvertì, che lo spettacolo finiva in un

grande applauso, e simultaneamente nel corridoio ascoltarono un

martellare di scrocchi, uno sbattere di porte, fra uno scalpiccìo, un

fruscìo, e voci lievi, tutto un murmure di ruscello, che comincia a

discendere. Qualche passo si affrettava già, l'onda degli spettatori si

sospingeva, si arrestava nei gruppi agli usci dei palchetti, strisciando

alle pareti, sul tappeto, colla sonorità di accenti fuggitivi, vaporando

un sottile profumo dalle gonne raccolte, spumeggianti nelle mani.

Qualcuno cantarellava fra i denti un brano di frase musicale; gli uomini

passavano a torme rumorosamente; qualche fanciullo correva chiamando e

ridendo con voce sottile, che passava le pareti; le signore battevano i

piccoli tacchi fra il susurro delle sottane, delle quali talvolta

l'amido mandava un suono di cartone.

S'intendevano già chiudere palchi e contropalchi a chiave.

La stessa idea colpì Loris ed Olga; se l'inserviente chiudesse il loro

contropalco come gli altri? Il fiotto della gente decresceva,

s'interrompeva; due uomini passarono discutendo ad alta voce, poi seguì

un crocchio di signore, che urtarono gli abiti di seta alle porte,

chiacchierando con un pigolìo di uccelli. La luce filtrante attraverso

la fessura dell'uscio improvvisamente scemò; si spegnevano già alcuni

becchi di gas. Dal fondo del corridoio s'avanzava l'inserviente a

chiudere gli usci, ritirandone le chiavi, e facendole tintinnire in

mazzo. Altri becchi si smorzavano; quel filo sottile di luce sotto la

porta non era più che una fosforescenza. D'un tratto un passo pesante,

alternato ritmicamente colla percossa di una canna, si avvicinò,

sorpassò l'inserviente, che seguitava a inchiavare le porte dietro di

esso colla medesima lentezza; quindi parve arrestarsi presso al loro

contropalco.

Loris e Olga si strinsero uno contro l'altro.

Quell'uomo borbottava fermo nel corridoio dinanzi a loro;

improvvisamente il colpo di una massa traballante rintronò nel loro

uscio.

— Ahi lasciò sfuggirsi Olga in un grido di terrore. Loris, sentendosi la

sua testa sulla propria spalla, le cinse il volto con un braccio e le

schiacciò con una mano la bocca.

— Niente, niente, mormorò l'individuo, che era ubbriaco, e strisciando

sulla schiena si raddrizzò.

Olga aveva la mano di Loris stretta violentemente sulle labbra; quella

mano tremava. Adesso s'appressava l'inserviente; aveva chiuso a chiave

l'altro contropalco presso il loro. Una vertigine passò agli occhi di

Olga sbarrati nell'ombra. Era il momento supremo. Con uno sforzo mosse

le labbra e diede un bacio sulle dita di Loris, che lo sentì.

Poi quella mano si distese.

L'inserviente era passato oltre, chiudendo solo il palchetto; erano

salvi.

Loris mise un grande respiro, sotto la porta anche quella fosforescenza

si era spenta. Tutto il teatro doveva essere caduto nell'ombra. Loris

abbandonò il gancio, sul quale le sue dita si erano indolenzite,

tirando, quasi per mezz'ora. Olga, che si aspettava un rimprovero per

l'urlo gettato, rabbrividì invece sentendo Loris schiudere l'uscio sotto

un impulso irresistibile di curiosità, ed uscire nel corridoio.

Cominciava il duello.

Aspettarono un'altra ora, seduti sul tappeto del corridoio per sottrarsi

alla arrembatura dell'attendere ritti; intorno il buio era assoluto.

Ogni tanto Loris, colto d'impazienza, girava il tubo della lanterna

cieca, gettando nel corridoio un filo sottilissimo di luce, come un

ragnatelo fosforescente. Quando si credettero finalmente sicuri, Loris

tentò la serratura del palchetto; i primi stridori del grimaldello si

ripercossero sotto la vôlta del loro cranio come colpi di mazza. Ma la

serratura cedette quasi subito.

Erano nel palco. Affacciandosi tastoni al parapetto, perchè

istintivamente Loris aveva rinchiusa la lanterna su quelle tenebre, che

cominciavano già a raffreddarsi, ebbero l'impressione di un abisso

aperto sotto i loro piedi. Ma una fretta febbrile non lasciò loro tempo

a troppo lunghe emozioni. Anzitutto Loris voleva acconciare i tubi della

melinite sotto l'intelaiatura del divano; si trasse quindi la pelliccia,

dicendo ad Olga di fare altrettanto, e le distese entrambe aperte fra

divano e divano così da formarne un tendone, che non lasciasse sfuggire

alcun raggio di luce. La precauzione era inutile, se qualche servitore

del teatro avesse pernottato nella sala, giacchè le pelliccie si

scostavano tratto tratto lasciando filtrare il lume, e lo stridore del

cacciavite, invitando i piccoli ganci nelle fascette del divano,

traversava il silenzio di quel buio con una nota acuta di grillo. Olga,

appoggiata al parapetto, teneva ferme colle braccia le pelliccie.

L'operazione durò due ore senza che nessuna difficoltà venisse a

prolungarla; Loris sudava meno per la fatica che per l'emozione. Quando

ebbe piantati tutti i ganci, chiese ad Olga il filo; questa, nel

porgerglielo sotto alle pelliccie, rimase paurosamente impressionata

della sua faccia. Loris rosso, grondante di sudore, colla lanterna, che

gli riverberava sul volto, le parve terribilmente sinistro.

Egli tessè rapidamente sui ganci un reticolato, disponendovi i trenta

tubi su tre file; l'operazione più delicata era di congiungere il filo

alle capsule. Loris si contentò di attivare la comunicazione elettrica

soltanto colla prima fila; questa, incendiandosi, avrebbe

infallibilmente determinato lo scoppio delle altre due.

Tutta questa operazione si era compiuta quasi in silenzio.

Allora cominciò il secondo problema di condurre il filo dal piede

interno del divano, sotto il tappeto del palco e del corridoio, sino

alla finestra, presso la quale Loris aveva riconosciuto poco prima,

aprendola e chiudendola rapidamente mentre la sala era deserta, il

passaggio della doccia. Ma Loris era stanco. A poco a poco tornava loro

la confidenza. L'oscurità aveva una calma profonda, nella quale

sentivano di essere soli. Loris consultò l'orologio, era il tocco;

bisognava affrettarsi. Olga gli fece osservare che sarebbe meglio forare

prima la doccia e gettarvi dentro tutto il filo, poi col suo capo

superiore passare lungo i muri, dove il tappeto era fissato a ramponcini

quasi invisibili; nulla di più facile che insinuarvelo sotto. La sola

difficoltà sarebbe di traversare il corridoio dirimpetto al palco. Ma

siccome il filo metallico presentava una certa rigidezza, con molta

pazienza vi si riuscirebbe, spingendolo dritto come dentro una guaina.

Loris ne convenne. Per andare in quella sala si sorpresero da capo a

camminare in punta di piedi, tenendo la lanterna quasi interamente

chiusa sotto le pelliccie. La finestra dava infatti sulla piazza, così

che ogni lume al di dentro poteva diventarvi pericoloso. Quindi Loris

preferì aprirne adagio i battenti, per ricevere il lume della notte

abbastanza serena; nessuno noterebbe di laggiù quella finestra

spalancata o, notandola, ne sospetterebbe.

La finestra, che dalla piazza pareva piccola, era invece assai grande.

Loris vi rimase, coi gomiti appoggiati al largo davanzale, guardando;

giù nella piazza qualche attardato passava ancora rasente i muri, e i

fanali disegnavano larghe isole luminose dai bordi fluttuanti

nell'ombra, che pareva muoversi anch'essa. Mosca dormiva

tranquillamente. Quella sensazione di abisso, che aveva provato

sporgendosi nella sala dal parapetto del palco, gli ritornava ora dalla

notte profonda. Non una stella brillava nel cielo.

— Andiamo, andiamo, si rivolse nervosamente ad Olga, che attendeva

immobile dietro di lui.

Lo sguancio profondo della finestra lasciava poco spessore fra l'interno

del suo muro e la doccia, ma bisognava calcolare giustamente l'angolo, e

tenere ben dritto il trapano per incontrarla. Quando Loris ebbe prese

colla massima esattezza tutte le misure, sporgendosi nell'ombra della

notte dalla finestra, Olga gli formò nuovamente sul capo una vôlta nera

colle due pelliccie, tenendone con ambo le mani le falde incollate alle

pareti. Era una positura insostenibile.

— Accavallatemi, le disse Loris, che si era già sdraiato sul tappeto.

Nullameno, Olga s'indolenzì egualmente presto le reni. Era la parte più

difficile del lavoro; non incontrando la doccia col primo foro,

bisognerebbe tentarne un secondo, ma allora l'intonacatura del muro

interno ne conserverebbe indubbiamente qualche traccia. Olga si sentiva

ridicola, tenendo così Loris sdraiato fra le proprie gambe; lo intendeva

soffiare ogni tanto nel foro per cacciarne la polvere, mentre la

manivella poco oliata metteva sottili stridori come di sega. Egli ansava

faticosamente. Ogni qualvolta la mano inesperta lo tradiva, dandogli

l'improvvisa spasmodica paura di una deviazione, tutto il suo corpo

sussultava. Olga ne rimaneva tremante come se quello spasimo le si fosse

comunicato, e le mani le si allentavano sul muro, lasciando scivolare le

falde delle pelliccie. Ah! un filo di luce, che fosse passato per la

finestra, bastava ad avvertire le guardie della piazza.

Eppure, malgrado questo terrore, dal corpo di Loris le veniva un'altra

sensazione voluttuosa, un desiderio inebbriante di essere stesa con lui

sotto le pelliccie, abbracciati in una stretta di amore.

Loris si arrestò, raddrizzandosi così bruscamente, che Olga ne traballò.

— Non ne posso più, disse soffiando.

Olga non lo vedeva.

Ma appena seduto volle ricominciare. Il lavoro procedeva lentamente. La

respirazione di Loris diventava asmatica, le sue ginocchia scivolavano

sul tappeto nello sforzo di premere col petto sulla testa del trapano.

Se Loris non avesse incontrata la doccia, tutto era perduto. Allora Olga

dimenticò tutto il proprio orrore di quell'attentato per non sentire che

la disperazione di lui dopo tanti sforzi eroici. Le sue labbra

mormoravano istintivamente una preghiera; poi se ne accorse e ne fu

sconvolta. Quel ritorno alla fede di fanciulla, per pregare da Dio la

protezione a una tale opera, era di una empietà così atroce, che vinse

tutta l'incredulità della sua educazione nichilista. Loris proseguiva

sempre; evidentemente l'orgasmo gli cresceva le forze.

Finalmente il taglio della subbia stridè sul rame della doccia; Loris

diede un colpo, e s'intese la subbia arrestarvisi nell'altra parete. La

doccia era forata, ma Loris sfinito, invece di alzarsi, chiuse il vetro

della lanterna e, tirandosi addosso la pelliccia, vi si rotolò. Così

sudato si era accorto improvvisamente del freddo, poichè i caloriferi

erano spenti da un pezzo.

Passò del tempo. L'orologio d'una chiesa suonò le tre del mattino.

— Se i vostri amici di Pietroburgo potessero immaginare una simile

nottata! esclamò d'un tratto Loris.

A questa allusione Olga arrossì nell'ombra.

— Vi è piaciuto il teatro?

Ma la conversazione non potè legarsi. Olga rispondeva a monosillabi,

intirizzita dal freddo, sentendosi lontana da lui come prima di entrare

in teatro, nella solitudine del loro appartamento. Loris tornò ad aprire

la finestra.

— Non nevicherà per qualche giorno. Guardate, quando il cielo è di

questo colore, la neve è ancora lontana. Ho imparato questo, nella mia

vita di pellegrino, da uno Strannik.

Per vincere il freddo dei piedi, Loris si pose a passeggiare per la

sala; la sua ombra spariva e ricompariva, passando dinanzi alla

finestra. Non aveva più fretta; nullameno bisognava finire. Toccò ad

Olga, come donna, mandare giù per la doccia il filo, senza che

s'ingarbugliasse, e ritirarnelo per saggiare come scorresse, prima di

stenderlo sotto i ramponcini del tappeto. Il filo sufficientemente

elastico non presentava difficoltà, così che Loris si convinse di

poterlo al momento opportuno allungare sotto la neve, abbastanza

rapidamente, da non destare sospetti. Quindi Olga dovette sdraiarsi sul

tappeto, mentre Loris le teneva sopra le pelliccie per nascondere il

lume della lanterna alle altre finestre; la difficoltà di traversare il

corridoio davanti al palco fu lievissima. Olga non ebbe che da

addoppiare il filo, attorcigliandolo perchè stesse più stecchito, e una

volta nel palco girare il muro e riattaccarlo al capo, che scendeva

nell'angolo, dietro il piede del divano. Loris fece colle pinze la

congiuntura.

Non restava più che spolverare il tappeto della sala, presso il buco, e

tappare questo col mastice; era d'uopo attendere il giorno.

Ora potevano dormire. Loris si strinse nella pelliccia, sdraiandosi

sopra un divano. Era ancora tutto madido di sudore. Rialzò il bavero, si

raggomitolò per ritirare i piedi dentro la pelliccia e, dopo essersi

rivoltato due o tre volte per cercare la positura più comoda:

— Dormiamo, disse ad Olga.

Ma egli stesso stentò ad addormentarsi. Una gioia gli agitava l'anima,

in quella prima calma, dopo l'immane opera compita. Si sentiva sublime

ed orribile. La sua ragione, anchilosatasi nel sistema rivoluzionario

entro al quale viveva da tanti anni, non vedeva più in quell'eccidio che

una combinazione di guerra. Egli, generale incognito, v'era bastato da

solo. Annibale sulle Alpi cercando coll'occhio Roma lontana, Moltke

rileggendo nel silenzio del proprio gabinetto il disegno della guerra

contro il secondo impero napoleonico, dovevano aver provato la sua

stessa emozione di quel momento; almeno egli lo pensava. Quindi un

fluttuare d'immagini gli intorbidò la mente fra un rombo di scoppio, che

lanciava per aria quel teatro, mentre tutta la città urlava di paura, e

per la Russia, oltre la Russia, tutti i popoli sollevati dall'enorme

notizia domandavano chi fosse stato! Lo Czar era morto, morta

l'aristocrazia.... Egli solo, padrone del segreto, si avanzava laggiù

dalla steppa, alla testa di una moltitudine di mugiks montati su magri

cavalli, non parlando loro se non per uno di quegli ordini brevi, che

mutano la fisonomia degli uomini e delle cose.

A poco a poco si addormentò.

Olga rincantucciata nell'angolo dell'altro divano si scaldava le dita al

tubo della lanterna, sotto la pelliccia. Anch'ella sussultava tratto

tratto, ripresa da tutte le paure del freddo e dell'ombra, entro il

rimorso di quell'immenso delitto, cui nessuna pena umana poteva essere

proporzionata. Il suo cuore di donna, troppo piccolo per capire quella

passione di Loris, si perdeva nell'amore di lui come in un rifugio,

mentre egli invece dormiva tranquillamente sdraiato sulla propria mina.

Come tutti gli uomini destinati a mutare la faccia della storia, egli

portava seco una fatalità; il suo pensiero simile alla steppa sotto il

sole non aveva un'ombra; il suo cuore...., Dio solo sapeva dove glie lo

aveva messo. Olga sentiva il proprio amore, preso in quella fatalità,

divenirvi egualmente fatale. Era bastato che quell'uomo si presentasse

per trascinarla seco al di là di ogni fortuna, al di sopra di ogni

ragione.

La lanterna le scaldava sempre più vivamente le mani; ella girò il

vetro.

Il raggio cadde sulla testa di Loris, accendendogli un'aureola sui

capelli. Il suo volto, in quel pallore del sonno, ora che i terribili

occhi verdi erano velati dalle lunghe palpebre, sembrava anche più puro.

Ella s'inginocchiò, depose la lanterna sulla spalliera del divano, al di

sopra del suo capo, e gli prese la mano penzolante dal cuscino. La mano

era fredda, ancora sudicia di polvere.

Loris si destò ritraendola istintivamente, ma ella gliela strinse.

Egli la guardava stringendo le palpebre per schermirsi dal raggio troppo

vivo della lanterna, mentre il suo pensiero stentava a riordinarsi. Olga

si schiacciò più convulsamente il volto sulla sua mano, soffocandovi i

singhiozzi.

Loris nel malumore di quel risveglio improvviso s'accorse d'aver freddo;

sprigionò la mano per chiudersi nella pelliccia, così che Olga sbattè

quasi col volto sul cuscino.

— Oh! ella mormorò con voce fioca.

Loris la sollevò per le mani, se la mise seduta dinanzi, e con accento,

che essa non gli aveva ancora sentito:

— Perchè amare, le disse, noi che siamo votati alla morte? Noi dobbiamo

soffrire troppo per conservare ancora l'egoismo di non voler soffrir

soli. Non piangete, Olga.

— A me sola, ella proruppe con un singhiozzo, deve essere tutto negato?

— Che cosa hanno di più le altre donne, che debbono vendersi per nutrire

i figli o i genitori? Le conosco queste improvvise debolezze dell'anima,

che si stanca nella solitudine della propria impresa; ma tutti coloro,

che amarono abbastanza l'umanità per voler correggere la sua vita, si

isolarono immolandosi alla gloria di una redenzione, nella quale erano

la prima vittima. Guardate la leggenda di Cristo. Oggi una critica

superficiale crede di aver ritrovato i nomi di tutti i suoi fratelli, e

non s'accorge che Cristo, vero solamente come mito, non poteva avere nè

madre, nè amante, nè figli. Egli s'ingannò, credendo che l'amore

basterebbe alla redenzione della umanità, senza essere costretto a

trasformarsi in odio durante la rivoluzione. È tempo di riparare questo

errore. Coloro, che vogliono la giustizia, non debbono amare.

Ella aveva cessato di piangere, presa nel freddo di quelle parole, nelle

quali sentiva vacillare una malinconia inconsolabile. Loris parlava

adagio. Il raggio della lucerna, più basso delle loro teste, le lasciava

in una penombra, disegnando una larga fascia ardente sul nero delle

pelliccie.

— Come tutte le donne, voi chiedete un bambino, egli riprese: ma avreste

avuto il coraggio di seguirmi in quest'opera, se foste madre? Vi è già

abbastanza gente, che allunga questa catena di dolori senza che coloro,

i quali si votano a spezzarla, ne ripetano gli anelli.

— Voi dunque non amerete mai? ella esclamò.

— Se amare significa fermarsi con una donna per creare un bambino, il

quale cresca nella miseria attuale, non amerò mai. I miei figli sono

nelle isbe, dove i padri e le madri sono costretti a non amarli per non

rimproverare a sè stessi di averli generati. No, no: un bambino solo,

che sia vostro, e non lotterete più per tutti gli altri; vorrete salvare

solamente lui, e ne farete un carnefice per non lasciarlo cadere

vittima. Ecco l'amore dei padri; l'amore dell'umanità non è così.

Ma Olga volle rispondere; quell'altezza di nichilismo non era umana, era

un delirio di libri.

— Nemmeno voi, proruppe, potete vivere così. Se non vi avessi amato, non

vi avrei seguito. Tutti gli altri vi abbandonarono, non perchè non

credessero alla vostra idea, neppure io ci credo.... e sono con voi, che

non mi amate.

— Ne sareste pentita?

— Non capisco più nulla: esigete la morte di coloro, che fanno soffrire,

e non volete lasciare agli infelici quel solo conforto, che nessuna

miseria può togliere. L'umanità è troppo grande; non si può amarla che

in qualcuno.

Il Nemico, vol. I · 第 13 / 18 题