Allora un'emozione s'impadronì nuovamente di loro; forse non si
vedrebbero più, giacchè il più piccolo incidente poteva determinare la
sorpresa dei tre cospiratori decisi a morire piuttosto che arrendersi.
Il principe si sentì ancora più vecchio fra quel gruppo giovanile già
sacro alla morte. La sua passione rivoluzionaria, accesa da un odio di
marito ingannato, diventava volgare davanti al fanatico sacrifizio di
loro, che s'immolavano all'avvenire del popolo.
— Addio, principe, disse Loris tendendogli la mano, sebbene si
disponesse ad accompagnarlo.
— Perchè mi salutate? Non ci rivedremo quella sera?
— Forse!
Ma la sua voce squillò alteramente. Il principe strinse la mano ad Olga.
— Signorina, le disse colla inimitabile cortesia dei vecchi
gentiluomini, indicandole Loris e Lemm: voi sola potete avere il supremo
coraggio di non commettere imprudenze.
Olga commossa lo ringraziò con un sorriso; Lemm aspettava presso la
porta per aprire, e si sentì rimescolare dal saluto affettuoso del
principe. Appena usciti gli altri, il passo di Matrona su per le scale
lo costrinse a nascondersi in fondo all'appartamento.
Matrona raccontò sorridendo ad Olga di avere incontrato l'ingegnere,
tale credeva fosse Loris, con quell'altro signore, che le era parso
oltremodo brutto. La ragazza, alta e grossa come un facchino, parlava ad
Olga con tenerezza di bimba, perchè quei pochi giorni erano bastati ad
innamorarla della medichessa. Avrebbe voluto passare con lei tutto il
giorno se la mamma, costretta a surrogare spesso il marito nel suo
ufficio di sentinella, avesse potuto concederlo. Olga invece la riteneva
il meno possibile nell'appartamento. Quella sera Matrona era anche più
espansiva, ma l'altra la licenziò quasi bruscamente. La ragazza se ne
andò triste.
Olga era tornata nella propria camera, credendo Lemm già uscito; invece
le comparve improvvisamente davanti.
— Che volete?
Il piccolo ebreo la guardava stranamente, quindi mettendosi a sedere con
una famigliarità, che non piacque alla fanciulla, rispose:
— Che cosa debbo volere? Venivo a fare conversazione.
La sua faccia parve rabbonirsi, mentre i suoi occhi seguitavano ad
esaminare Olga più intensamente. Anch'ella era triste.
— Pensate al nostro pericolo?
L'altra scosse la testa.
— Sono persuaso che saremo scoperti prima, così Loris ci avrà uccisi
inutilmente; e seguitò esponendole con acutezza tutte le impossibilità
pratiche di quel disegno da romanzo. Olga ascoltava distrattamente.
Nella camera abbastanza grande le cortine bianche del letto disegnavano
un'altra tenda, sotto la quale l'ombra sembrava salire come un vapore da
una coperta di seta azzurro-cupa, mentre l'armadio dorato ed istoriato
delle sacre iconi si ergeva dappresso, nell'angolo, come un altare.
Due lampade di vetro cilestro vi pendevano innanzi immobili e spente.
Nessuna eleganza femminile attenuava la severità fredda di quella
camera. Olga vestiva ancora l'abito, col quale era giunta da
Pietroburgo; solo due pianelline di bulgaro bronzato, che le lasciavano
scoperto tutto il collo del piede, sembravano il principio di un'altra
toeletta più comoda ed intima. Ma Olga non aveva mai posseduto abiti da
casa o da notte. La sua graziosa testa bionda, abbandonata sulla
spalliera della poltrona, aveva in quel momento una delicata espressione
di sofferenza.
Lemm le si avvicinò: un tremito gli agitava il corpo piccolo e
sgraziato.
— Vengo da voi questa notte? le disse con voce strozzata.
Ella balzò in piedi; si guardarono! Olga era livida, il suo viso
sfolgorava.
— Che c'è? chiese Lemm meravigliato a quella trasfigurazione; ma il viso
di Olga si scompose nuovamente in una fisonomia così dolorosa, che Lemm
ne fu commosso senza poterla comprendere. Che cosa vi ho detto mai? So
che non vi sono simpatico, ma non credo di avervi offesa chiedendovi
ciò, che tutti i nostri amici vi hanno chiesto tante altre volte.
Gli occhi di Olga si appannarono di lagrime.
— Ma che cosa avete?
Il pianto di Olga l'imbarazzava: si sentiva ridicolo davanti a quel
dolore, che capiva di averle dato, e del quale gli sfuggiva la ragione.
Conoscendo Olga da due anni, aveva osato quella brutale galanteria senza
troppo sperarvi, perchè si era già accorto del suo nuovo capriccio per
Loris, ma non aspettandosi mai a tale scena. L'amore libero poteva
permettersi tutto, e Olga diventava stupida mostrandosi offesa.
Egli tornò villano.
— Mi direte almeno il perchè?
— Chi vi ha dato il diritto di trattarmi così?
— Allora siete come le borghesi, che si sentono mancar di rispetto, se
un uomo propone loro ciò che la natura esige dai sessi. Mi pare che,
invece di piangere, potevate dirmi francamente che vi sono antipatico.
Ecco la legge dell'amore: non vi piaccio, non parliamone più.
Ma Olga non si rasserenava.
— Per Dio! gridò finalmente l'altro: non vi ho già battuta, e uscì
tirandosi dietro l'uscio.
Olga si rimise a piangere con grande dolcezza: le pareva di ritrovare in
quel dolore tutte le delicatezze e le pudicizie di un primo amore. Si
svestì, si coricò, avvolgendosi in questa nuova melanconia, come in
un'altra coltre più fina, e cercando di addormentarvisi; ma quando
intese Loris rinchiudersi nella propria camera, scese dal letto e corse
alla sua porta, stringendosi entro la camicia nell'ombra. Vi stette
qualche minuto in orecchi; poi la baciò, e tornò a letto.
L'indomani, dopo mezzogiorno, Loris tornò colle subbie, era serio. Mandò
Olga a chiamare Lemm e si mise subito a provare una subbia nel trapano;
aveva pure comprato i piccoli ganci a vite, una lanternina cieca, un
cacciavite e una scatolina di mastice per dissimulare il foro del muro.
Lemm entrò accigliato.
— So quello che vuoi dirmi, ho visti i manifesti.
Olga si sentì stringere il cuore.
Il primo concerto colla Nilson sarebbe per l'indomani sera: Loris aveva
già comprato un palchetto al secondo ordine. Non discussero.
Loris, mostrando a Lemm la lunga sottilissima subbia nel trapano, disse
che bisognava provarla tosto forando il muro e la doccia del balcone:
non dubitava della tempra dello strumento, ma temeva, deviando, di non
incontrare la doccia sulla convessità della quale il più piccolo scarto
avrebbe impedito il foro. Aperse quindi la finestra del balcone per
riconfrontare, colla maggiore esattezza, le misure dall'interno e
dall'esterno, e fissare il punto giusto; ma quando gli parve di averlo
trovato, siccome bisognava forare all'altezza del pavimento, s'accorse
che era impossibile manovrare il trapano. La rotazione della sua
maniglia urtava nel pavimento.
Loris s'inasprì seco stesso; Lemm invece sembrava sorridere tacitamente
come di un primo trionfo delle proprie critiche. Loris svitò la subbia,
nascose il trapano nell'ampia tasca interna del pastrano, e se ne andò
dicendo ad Olga:
— Siete libera d'uscire; non tornerò che a due ore di notte.
— Cominciamo male, mormorò Lemm con maligna intenzione, appena furono
soli. Non ci voleva molto a capire, che un trapano così costrutto non
poteva girare a fior di terra.
— Perchè dunque non l'avete osservato subito?
— Vi dispiace che io constati un suo errore? Spingereste molto oltre la
devozione, che avete per lui!
— Non sono devota di alcuno, ribattè la fanciulla già diventata rossa:
ma dal momento che non v'accorgeste subito di quel difetto, è inutile
che ve ne vantiate adesso.
E voltandogli bruscamente le spalle, andò a chiudersi nella propria
stanza; Lemm frenò a stento un'ingiuria.
Nella giornata non si videro. Olga la passò con Matrona, dalla quale si
faceva insegnare un punto di merletto, parlandole sempre di lavori
donneschi con siffatta ignoranza, che la ragazza ne strabiliava. Olga
non sapeva nemmeno cucire in bianco. Lemm si lasciò condurre dal proprio
soldato in una bettola presso il Giardino Zoologico, ove si
ubbriacarono. Il vecchio soldato, che aveva la sbornia sentimentale, si
commuoveva sino alle lagrime raccontando gli incidenti della sua lunga
vita nell'esercito: aveva percorso due volte il portico verde, secondo
la pittoresca espressione del popolo, passando sotto le verghe, prima
che Alessandro II le abolisse.
Egli si cavava ancora il berretto, nominando lo Czar ucciso. Lemm si
compiacque ad irritarlo scherzando su quello czaricidio.
— Voi siete dentista, _batuska_, esclamò il soldato agli estremi: mi
avete pagato da bere, e vi dico la verità; quando si ha bevuto, la bugia
guasta il vino. Ecco, io avrei strappato i denti ai nichilisti, che lo
hanno ucciso, come facevo da ragazzo colle biscie. Ci si mette un pezzo
di berretto in bocca, la biscia stringe e si tira: tutti i denti
rimangono piantati nel berretto. Sì, _batuska_, bisognava farlo ai
nichilisti, che hanno ucciso il nostro padre, Alessandro II.
— Lo faranno quest'altra volta a quelli, che ammazzeranno Alessandro
III.
Il vecchio non s'accorse che a Lemm aveva tremato la voce.
Loris non tornò neppure a due ore di notte. Olga inquieta avrebbe voluto
uscire per cercarlo, senza saper dove; ogni tanto le passavano
nell'anima indefinibili terrori. Che fosse arrestato? Perchè no? Allora
la polizia verrebbe in casa ad arrestare anche lei, troverebbe tutto, la
melinite, il filo elettrico, la lanterna cieca.... tutto. Tutto sarebbe
perduto. Ella ne provava uno scoramento senza misura, sentendovisi
nullameno liberata come dal peso di un'immensa responsabilità: tutta
quella povera gente non sarebbe più uccisa. Ma Loris!
Non voleva nemmeno pensarci. A quest'ora Lemm doveva essere rientrato:
pensò di andargli a chiedere notizie di Loris; poi non l'osò. Quel
piccolo ebreo le avrebbe fatto qualche cattivo scherzo, ora che le
teneva il broncio. Ma questa paura le passò a poco a poco. Era
impossibile che Loris fosse arrestato; aveva troppo ingegno, era troppo
forte per smarrirsi in qualunque congiuntura. La sua fede in lui
risfavillò d'amore. Loris ammanettato dai gendarmi.... Eh! via, se ne
accorgerebbe prima, li eviterebbe, sfuggirebbe loro come sempre. Loris
era un uomo superiore, fatale. La sua missione, maggiore di lui stesso,
che gli impediva forse di amare come gli altri uomini, era la sua
salvaguardia.
E la fanciulla si pentiva già d'aver dubitato un momento della sua
potenza.
Dormiva profondamente da molte ore, quando un raggio di luce sugli occhi
chiusi la fece destare di soprassalto; gettò un grido. Loris la guardava
a capo del letto, tenendo un candeliere nella mano; il suo volto era
raggiante.
— L'ho forata.
Allora ella comprese. Loris era rosso come non lo aveva mai veduto;
alcune goccie di sudore gli scendevano lentamente sulla fronte, sotto la
quale gli occhi verdi brillavano come due smeraldi. La fanciulla, che
scotendosi dal sonno si era scoperta una spalla, abbassò gli occhi
arrossendo, e si tirò il lenzuolo sul collo: pareva più bianca sul
cuscino, cogli occhi gonfi, le labbra più tumide. Tutto l'orgasmo di
Loris si sciolse. Ella lo guardava di sottecchi non osando pensare a
nulla per non accrescere fra loro quella difficoltà misteriosa, ma
nullameno sentendo che le coperte le disegnavano il contorno del seno, e
ricordandosi, come di cosa già infinitamente lontana, che egli doveva
avergliene veduta allora allora la sommità.
La fiamma della candela, che Loris teneva in mano, tremava vivamente.
— Buona notte, Olga.
Loris uscì a passo lento: ella cacciò subito il capo sotto le lenzuola,
perchè non la udisse piangere.
L'indomani fu lunghissimo.
Lemm dopo una notte d'insonnia entrò nel loro appartamento di buon
mattino, per vedere se Loris ed Olga fossero alzati. Era vuoto, con
quell'aria di albergo senza nessun oggetto personale, che vi rivelasse
una intimità. Le finestre socchiuse lasciavano filtrare una luce fredda
e bianca. A poco a poco gli tornò la paura; sarebbe per quella notte!
Tutte le disperate difficoltà di quell'impresa, nella quale la volontà
di Loris l'aveva travolta, gli si alzavano dinanzi come fantasmi
beffardi. Chi era Loris? Perchè gli aveva egli ceduto? Che cosa voleva
Loris infine? Era tornato in Russia, ricco del danaro rubato al giuoco,
coll'ambizione demente di dominare tutto, rivoluzione ed impero.
Adesso dormiva. Lemm, fermo dinanzi alla sua porta, si ripeteva incerto:
— Dorme?
Ma gli dispiaceva di crederlo: anche l'altra dormiva, o almeno stava a
letto ripensando a lui, che era andato senza dubbio a visitarla nella
notte.
La collera lo riprendeva sordamente, lentamente.
Loris invece dormiva davvero, mentre Olga era già alzata. Lemm, udendola
girare per la camera, battè al suo uscio; Olga già vestita venne ad
aprirgli.
— Sono le otto, disse Lemm, non sapendo trovare altro.
Olga lasciò sfuggire un'occhiata verso la camera di Loris.
— Non ho sentito nulla al suo uscio, proseguì l'altro; dormirà.
— Dite piano dunque.
— Uscirete oggi?
— Sentirò da lui: se voi uscite, tornate presto; vi potrebbero essere
ordini.
— Ordini, ordini, mormorò l'altro con crescente malumore.
Olga rimase sola: non aveva più alcuna idea precisa. Loris le aveva
detto che trattandosi di un concerto, potrebbe portare il cappellino e
vestire quello stesso abito di casimiro, semplice e abbastanza di buon
gusto, col quale era venuta da Pietroburgo: il giorno innanzi ella si
era provato il rotolo del filo elettrico sotto le gonnelle, e aveva
acconciato la guaina nella fodera del manicotto per nascondervi i pezzi
smontati del trapano. Loris non uscì dalla propria camera che a
mezzogiorno; aveva l'aspetto animato e gli occhi febbrili. Salutò Olga
con maggiore amabilità del solito, e si mise subito, quasi puerilmente,
a fare la rivista di tutti gli oggetti necessarî alla mina dentro al
cassetto di un canterano. I tubi della melinite, non più lunghi e più
grossi di un pacco da cento rubli in argento, gli trassero sulle labbra
un sorriso indefinibile.
— Vedete, si volse ad Olga mostrandoglieli: la polvere ha pareggiato nel
medio evo il villano al cavaliere; oggi la dinamite pareggia l'individuo
alla massa.
Quel giorno andarono a pranzo nel villaggio di Kolomenskon, fuori della
barriera di Serpoukof, a sette verste da Mosca; ma non riuscì loro di
mangiare. Loris, contro la sua abitudine, bevve abbondantemente
ripetendo parecchie volte ad Olga:
— Avete torto di non mangiare: è possibile che il secondo concerto sia
rimandato di qualche giorno.
La sera, entrando nel teatro, rimasero vivamente impressionati della
scarsezza del pubblico. Nè Olga nè Loris vi erano mai stati. L'immensa
sala, bianco e oro, a cinque ordini, col parapetto sporgente dei palchi,
così che le signore vi si vedevano intere, parve loro di una
magnificenza solenne; v'era qualche cosa d'imperiale nel suo lusso e
nella sua vastità, che nè il popolo nè la borghesia avrebbero mai potuto
occupare. Il pubblico di quella sera, rado ed aristocratico, che vi
girellava colla disinvoltura di una signorile abitudine, fece loro
sentire anche più acutamente di esservi stranieri. Olga ne provò
un'umiliazione, Loris un'offesa. Nelle serate di gala, quando tutte le
loggie, i balconi, i palchi, la platea e il paradiso, rigurgitavano
d'invitati scintillanti nelle uniformi gallonate fra la piena degli
abiti femminili e lo scintillìo delle gemme e delle armi, lo spettacolo
di quella sala doveva essere anche superiore a quello del palcoscenico,
qualunque più fastosa opera vi si rappresentasse per quell'assemblea
della nobiltà russa, raccolta intorno allo Czar più potente di tutti i
re, e più uomo di tutti i pontefici.
Il grande palco imperiale era vuoto, coi candelabri spenti. Nel mezzo,
la massiccia corona dorata della poltrona sembrava una piccola cupola;
l'altro palco imperiale, di proscenio, Loris dal proprio non poteva
vederlo. Olga non si era ancora affacciata al parapetto. Una calma di
atonia si era fatta in lei, dopo quel primo sbigottimento, così che
Loris dovette dirle di togliersi la pelliccia, e di avanzarsi per non
aver l'aria di nascondersi. Allora Olga si sentì sul ventre la pressione
del rotolo, che vi teneva nascosto, come se una stretta misteriosa
stesse per soffocarla. Loris aveva cacciato nell'angolo più oscuro il
manicotto, pieno dei pezzi smontati del trapano, e nell'ombra della
portiera si vuotava le tasche: era riuscito a nascondervi dieci tubi di
melinite. Lemm doveva arrivare tra poco, quando lo spettacolo sarebbe
incominciato, con altri dieci; nell'intermezzo, tornando a casa in due,
potrebbero portare il resto.
Loris si mostrava di una grande tranquillità, ma non parlava.
Il teatro si veniva lentamente riempiendo. Molte signore comparivano ai
palchi in cappellino e abito da passeggio; parecchi uomini invece
portavano la marsina e il piastrone bianco: giù nella orchestra i
suonatori accordavano gli istrumenti. D'improvviso le fiammelle del gas
raddoppiarono di splendore, e tutto il bianco e l'oro della sala
scintillò, mentre le fisonomie e i colori della gente, uscendo come da
una penombra, parvero incominciare lo spettacolo.
Lemm entrò; aveva anticipato.
Olga rimase impressionata del suo pallore.
— Se fossi un poliziotto, gli disse Loris, vi avrei già scoperto.
Lemm, che si riabbassava l'alto bavero della pelliccia, dietro al quale
aveva cercato di nascondere la faccia, capì di meritare il rimprovero;
ma tutto il suo coraggio non aveva potuto impedirgli di tremare passando
per l'atrio del teatro. Nel palco si rinfrancò: erano in tre.
I venti tubi della melinite ammucchiati nell'angolo del divano, sul
quale Olga sedeva, avrebbero potuto con qualche luccichio bianco
attirare l'attenzione di un altro palco; quindi Loris, mettendosi al
parapetto, ordinò a Lemm di passarli tutti sotto al divano. Anche il
manicotto fu nascosto così. Appena compita questa operazione, rimasero
più imbarazzati; non avevano altro da fare. L'orchestra suonava già la
sinfonia del _Guglielmo Tell_, senza che ne avessero ancora afferrata
una nota: quella condizione di spettatore, nella sua semplicità,
diventava per essi assolutamente impossibile. Lemm rimase in fondo,
presso la porta, invisibile nell'ombra: Loris si mise dirimpetto ad Olga
volgendo le spalle al palcoscenico, in atto di ascoltare, ma perdendosi
collo sguardo dentro al palco vuoto dell'imperatore. Olga cominciava a
notare qua e là qualche signora.
— Avete riscontrato la finestra della doccia? chiese Lemm sottovoce.
Loris scosse la testa.
L'altro non osò proseguire. Come farebbero a trovarla nel buio? Questa
difficoltà gli si ingigantì nel pensiero. E se non vi riuscissero? Se
dopo tutto quel rischio l'attentato diventasse così impossibile? Quale
ridicolaggine!
Ma la Nilson cantava la romanza di Elsa nel Lohengrin «_Aurette a cui
affido_» e la sua voce pura come la musica di quelle parole, saliva da
tutto il candore di quella sala, come un'altra luce bianca, in mezzo ad
un silenzio così intenso, che nessun'altro della natura poteva
somigliargli.
Lemm, poco sensibile alle impressioni artistiche, ascoltava; Olga aveva
abbassato ancora più la testa, quasi quella confidenza d'amore, esalata
nella notte verso le stelle da un cuore di vergine, la curvasse sotto i
ricordi di altri amori, ai quali le stelle non avevano potuto sorridere.
Quando il pubblico sul finire della romanza proruppe in un grande
applauso, Loris uscì dal palchetto. Olga e Lemm si guardarono
istintivamente sotto la stretta di una medesima paura; dacchè erano
entrati davvero in azione, tutto il loro coraggio stava in lui. Perchè
Loris era uscito? Involontariamente, non sapendo indovinarlo, pensavano
a qualche nuovo pericolo, che li sorprendesse, mentre egli non c'era.
La musica proseguiva passando ai loro orecchi come un indistinto rumore
di acque o di fronde, in quella luce di meriggio, fra la sensazione di
quel bianco, che evocava al loro pensiero un'altra bianchezza di neve;
quando un'altra notte dovrebbero, con rischio anche maggiore, stendere
per la piazza del teatro in mezzo ai passanti e sotto l'occhio vigile
delle guardie il filo di comunicazione fino alla loro casa, e la neve
seguiterebbe a cadere fitta e silenziosa. Il teatro bianco dormirebbe
allora tranquillo nel buio sotto la neve, che s'indurirebbe sopra i suoi
tetti, intorno alle sue mura, sino a quella sera di gala, che tutta la
corte e l'aristocrazia moscovita v'entrerebbero fiammeggianti d'oro e di
decorazioni. Essi, invisibili nel fondo del loro doppio appartamento,
aspetterebbero il segnale del principe per gettare in aria quel teatro
bianco nella notte illuminata da tutti i fanali della piazza, e farne
una rovina inimmaginabile sopra quella folla di felici. Era
un'immaginazione disordinata ed atroce, che dava loro le vertigini,
costringendoli tratto tratto ad incantarsi in qualche particolare del
teatro, colla fissazione al tempo stesso torbida ed intensa dei maniaci.
Olga notò al primo ordine una signora vestita di un abito giallo,
bellissima. Vi sarebbe quella sera?
Olga lo pensava, quasi senza emozione, ammirando quella sua bellezza di
donna destinata al piacere di uomini, che ignoravano ancora di quale
odio potessero essere capaci gli addolorati da secoli. Nullameno essere
così bella era una gloria incontendibile, che doveva bastare
all'appagamento della coscienza. Se ella fosse stata così bella, Loris
l'avrebbe già amata. Che importava tutto il resto? Che importa morire,
quando si è avuto tutto dall'amore! Quella ammirazione le si fece così
viva che dovette parlarne a Lemm; questi si allungò nell'ombra del
proprio angolo per vedere la signora.
— Credete che farà molte difficoltà prima di concedersi? le rispose con
una allusione ironica alla loro scena.
Allora parlarono. L'orchestra suonava un tempo della _Sacontala_ di
Goldmark. Lemm non osava affacciarsi al parapetto, anche perchè non
doveva essere conosciuta la sua intimità con Loris ed Olga: questa vi si
era appoggiata e guardava giù nella platea, quando Loris tornò.
— La finestra va benissimo: usciamo, disse a Lemm.
Si rimise la pelliccia.
— Mi seguirai a distanza.
La prima parte del concerto era finita: la platea applaudì vivamente,
mentre la Nilson sfavillante nell'abito bianco, con un ramoscello di
brillanti nei capelli, si presentava alla ribalta, e indietreggiava
sorridendo fra gli applausi. Tutta la gente si torse sulle poltrone
chiaccherando.
Olga si ritrasse nell'ombra quasi respinta da quella intimità di
conversazione.
Ma invece di ripensare all'eccidio del teatro si ricordò molte
circostanze della propria vita, un pericolo corso da bimba cadendo nella
vasca di un giardino, una sfuriata di busse ricevute dalla mamma per
aver rotto dispettosamente un abitino che non le piaceva, la prima
penosa impressione all'università, l'angoscia suprema dopo la laurea,
quando, rientrando in casa, la mamma le aveva rinfacciato le necessità
della loro posizione sociale. Bisognava vivere della professione,
cercarsi una clientela, subire la concorrenza schiacciante degli altri
medici, la sfiducia del popolo, il disprezzo dei signori, l'ironia delle
altre donne educate femminilmente, e che nella sicurezza del proprio
istinto comprendevano come quello non fosse mestiere da donna, giacchè
una donna vi perdeva colla grazia di ogni ignoranza pudica la seduzione
irresistibile del proprio sesso. Valeva meglio fare la sarta: era una
professione d'eleganza femminile. La donna non può essere infermiera che
per amor di Dio o per amore dell'uomo, ma per amore del danaro mai. E
Olga, in quel teatro pieno di signorine, si sentiva ridicola; il primo
di quei signori, che andavano pei palchi visitando le dame, l'avrebbe
imbarazzata malgrado tutta la sua scienza d'università.
Allora la rivolta tornava a bollire nel suo cuore. Tutta quella gente
allevata nel piacere erano i nemici dei lavoratori, giacchè non faceva
nessuna delle cose più necessarie alla vita; che importava dunque la
loro presenza nel mondo? Loris, più bello e più elegante di loro, li
odiava. Olga non aveva ancora visto in quella sala chi lo pareggiasse:
ma Loris non amava. Il pallore della sua faccia era freddo come quel
bianco marmoreo della sala, mentre la sua parola aveva la luce
abbacinante di tutti quei lampadari dorati, che incendiavano l'aria.
Olga cominciava ad aver caldo, il volto le si colorava.
Un'idea la fece trasalire. Se la polizia insospettita di lei, sola, così
seminascosta nell'ombra del palchetto, fosse entrata per arrestarla, ora
che Loris era fuori al sicuro? Loris salvo, ella sarebbe morta per lui,
terribilmente bella nella gloria di quell'attentato non riuscito, e nel
silenzio sui propri complici, su lui, che la vendicherebbe. Si mise in
quest'idea, l'ingrandì, la sminuzzò nei più inverosimili particolari,
palpitandovi come dentro una scena vera. Nel teatro grande il
chiaccherìo della gente s'intendeva appena; il caldo aumentava.
Erano le nove; alle dieci e mezzo tutto sarebbe finito, ella sarebbe
sola nel buio con lui.
Loris e Lemm rientrarono recando il resto. Ella tornò subito al
parapetto, come per nasconderli col proprio corpo, mentre rapidamente
celavano tutto nel medesimo angolo sotto il divano. Poi Loris la chiamò:
— Saluta Lemm.
Questi non si era tratta la pelliccia; tremava visibilmente. Olga
indietreggiò sul divano: non potevano parlare, ma Olga, restando nel
pericolo maggiore, si mostrò più coraggiosa.
— Arrivederci, disse semplicemente.
— Ricordatevi le mie istruzioni, ripetè Loris, e d'un gesto lo spinse
fuori del palchetto.
Allora sedendosi vicino ad Olga le spiegò come intendeva deludere la
sorveglianza dell'inserviente, che rimaneva nel corridoio a ritirare le
chiavi dei palchetti. Sul finire del concerto, al momento della massima
attenzione, si nasconderebbe nel contropalco, tirandosi contro l'uscio:
l'inserviente trovando il palchetto vuoto dopo lo spettacolo lo
chiuderebbe a chiave. Quando il teatro fosse deserto, lascierebbero il
nascondiglio e riaprirebbero la serratura del palchetto: Loris le
mostrò, nella tasca della pelliccia, un grimaldello e la lanterna cieca.
Bastava spiare il momento più opportuno; Loris lasciava socchiusa la
porta appositamente.
Allora per entrambi cominciò la grande attesa: i loro cuori battevano
così forte che l'uno sentiva quello dell'altro. Olga si rimise la
pelliccia, Loris non se l'era cavata; ascoltavano il concerto senza
comprenderlo, per indovinare quanto durerebbe ancora, dimenticando di
averne il programma su cartoncino azzurro. Tutto quel bianco, quasi
vaporante nella luce del gas, si confondeva ai loro sguardi in una
sensazione intensa di calore; mentre sulle fiammelle dei becchi l'aria
si muoveva con un moto regolare di respirazione, e gli spettatori si
mantenevano immobili in una attenzione d'incantesimo. Loris, colla mano
sulla maniglia della porta, sbirciava nel corridoio.
— Tenetevi pronta.
Rapidamente aveva estratto dall'uscio del palchetto le due chiavi unite
da un anello, e aveva aperto la porta del contropalco. Per fortuna nel
lato interno di questa un gancio di ferro piantatovi per sostenere gli
abiti, avrebbe permesso di tenerla chiusa durante l'uscita della gente.
Loris tornò nel palco, rimettendo le chiavi a posto. Nessuno aveva
visto. Scrutò ancora nel corridoio; il pezzo, un gran pieno d'orchestra,
stava per finire.
— Siete pronta?
Tese l'orecchio, guardò;
— Via! le gridò sottovoce.
Olga si cacciò nel contropalco; egli la seguì.
Erano al buio; la loro prima sensazione fu di sollievo. Nello stanzino
angusto, stendendo un braccio, si toccava il muro. Non si udiva più la
musica che tratto tratto, come un susurro. Cominciarono ad attendere, ma
i minuti non passavano più; quell'ombra sembrava loro così densa, che ne
sentivano l'impressione sugli occhi, mentre per una invincibile
illusione i loro piedi si abbassavano sempre come dentro un pozzo. Passò
del tempo. I loro sensi sovreccitati acquistavano una finezza
incredibile. Adesso udivano battere i loro due orologi così
distintamente da temere per un istante, che si potesse intenderli anche
nel corridoio. In quel lungo attendere non v'era più modo di pensare a
qualche cosa, magari ad un espediente supremo, nel caso di essere
scoperti; poi quello stare ritti, stecchiti, rattenendo il respiro, dava
loro un'improvvisa dolorosa stanchezza.
Finalmente un rombo lontano li avvertì, che lo spettacolo finiva in un
grande applauso, e simultaneamente nel corridoio ascoltarono un
martellare di scrocchi, uno sbattere di porte, fra uno scalpiccìo, un
fruscìo, e voci lievi, tutto un murmure di ruscello, che comincia a
discendere. Qualche passo si affrettava già, l'onda degli spettatori si
sospingeva, si arrestava nei gruppi agli usci dei palchetti, strisciando
alle pareti, sul tappeto, colla sonorità di accenti fuggitivi, vaporando
un sottile profumo dalle gonne raccolte, spumeggianti nelle mani.
Qualcuno cantarellava fra i denti un brano di frase musicale; gli uomini
passavano a torme rumorosamente; qualche fanciullo correva chiamando e
ridendo con voce sottile, che passava le pareti; le signore battevano i
piccoli tacchi fra il susurro delle sottane, delle quali talvolta
l'amido mandava un suono di cartone.
S'intendevano già chiudere palchi e contropalchi a chiave.
La stessa idea colpì Loris ed Olga; se l'inserviente chiudesse il loro
contropalco come gli altri? Il fiotto della gente decresceva,
s'interrompeva; due uomini passarono discutendo ad alta voce, poi seguì
un crocchio di signore, che urtarono gli abiti di seta alle porte,
chiacchierando con un pigolìo di uccelli. La luce filtrante attraverso
la fessura dell'uscio improvvisamente scemò; si spegnevano già alcuni
becchi di gas. Dal fondo del corridoio s'avanzava l'inserviente a
chiudere gli usci, ritirandone le chiavi, e facendole tintinnire in
mazzo. Altri becchi si smorzavano; quel filo sottile di luce sotto la
porta non era più che una fosforescenza. D'un tratto un passo pesante,
alternato ritmicamente colla percossa di una canna, si avvicinò,
sorpassò l'inserviente, che seguitava a inchiavare le porte dietro di
esso colla medesima lentezza; quindi parve arrestarsi presso al loro
contropalco.
Loris e Olga si strinsero uno contro l'altro.
Quell'uomo borbottava fermo nel corridoio dinanzi a loro;
improvvisamente il colpo di una massa traballante rintronò nel loro
uscio.
— Ahi lasciò sfuggirsi Olga in un grido di terrore. Loris, sentendosi la
sua testa sulla propria spalla, le cinse il volto con un braccio e le
schiacciò con una mano la bocca.
— Niente, niente, mormorò l'individuo, che era ubbriaco, e strisciando
sulla schiena si raddrizzò.
Olga aveva la mano di Loris stretta violentemente sulle labbra; quella
mano tremava. Adesso s'appressava l'inserviente; aveva chiuso a chiave
l'altro contropalco presso il loro. Una vertigine passò agli occhi di
Olga sbarrati nell'ombra. Era il momento supremo. Con uno sforzo mosse
le labbra e diede un bacio sulle dita di Loris, che lo sentì.
Poi quella mano si distese.
L'inserviente era passato oltre, chiudendo solo il palchetto; erano
salvi.
Loris mise un grande respiro, sotto la porta anche quella fosforescenza
si era spenta. Tutto il teatro doveva essere caduto nell'ombra. Loris
abbandonò il gancio, sul quale le sue dita si erano indolenzite,
tirando, quasi per mezz'ora. Olga, che si aspettava un rimprovero per
l'urlo gettato, rabbrividì invece sentendo Loris schiudere l'uscio sotto
un impulso irresistibile di curiosità, ed uscire nel corridoio.
Cominciava il duello.
Aspettarono un'altra ora, seduti sul tappeto del corridoio per sottrarsi
alla arrembatura dell'attendere ritti; intorno il buio era assoluto.
Ogni tanto Loris, colto d'impazienza, girava il tubo della lanterna
cieca, gettando nel corridoio un filo sottilissimo di luce, come un
ragnatelo fosforescente. Quando si credettero finalmente sicuri, Loris
tentò la serratura del palchetto; i primi stridori del grimaldello si
ripercossero sotto la vôlta del loro cranio come colpi di mazza. Ma la
serratura cedette quasi subito.
Erano nel palco. Affacciandosi tastoni al parapetto, perchè
istintivamente Loris aveva rinchiusa la lanterna su quelle tenebre, che
cominciavano già a raffreddarsi, ebbero l'impressione di un abisso
aperto sotto i loro piedi. Ma una fretta febbrile non lasciò loro tempo
a troppo lunghe emozioni. Anzitutto Loris voleva acconciare i tubi della
melinite sotto l'intelaiatura del divano; si trasse quindi la pelliccia,
dicendo ad Olga di fare altrettanto, e le distese entrambe aperte fra
divano e divano così da formarne un tendone, che non lasciasse sfuggire
alcun raggio di luce. La precauzione era inutile, se qualche servitore
del teatro avesse pernottato nella sala, giacchè le pelliccie si
scostavano tratto tratto lasciando filtrare il lume, e lo stridore del
cacciavite, invitando i piccoli ganci nelle fascette del divano,
traversava il silenzio di quel buio con una nota acuta di grillo. Olga,
appoggiata al parapetto, teneva ferme colle braccia le pelliccie.
L'operazione durò due ore senza che nessuna difficoltà venisse a
prolungarla; Loris sudava meno per la fatica che per l'emozione. Quando
ebbe piantati tutti i ganci, chiese ad Olga il filo; questa, nel
porgerglielo sotto alle pelliccie, rimase paurosamente impressionata
della sua faccia. Loris rosso, grondante di sudore, colla lanterna, che
gli riverberava sul volto, le parve terribilmente sinistro.
Egli tessè rapidamente sui ganci un reticolato, disponendovi i trenta
tubi su tre file; l'operazione più delicata era di congiungere il filo
alle capsule. Loris si contentò di attivare la comunicazione elettrica
soltanto colla prima fila; questa, incendiandosi, avrebbe
infallibilmente determinato lo scoppio delle altre due.
Tutta questa operazione si era compiuta quasi in silenzio.
Allora cominciò il secondo problema di condurre il filo dal piede
interno del divano, sotto il tappeto del palco e del corridoio, sino
alla finestra, presso la quale Loris aveva riconosciuto poco prima,
aprendola e chiudendola rapidamente mentre la sala era deserta, il
passaggio della doccia. Ma Loris era stanco. A poco a poco tornava loro
la confidenza. L'oscurità aveva una calma profonda, nella quale
sentivano di essere soli. Loris consultò l'orologio, era il tocco;
bisognava affrettarsi. Olga gli fece osservare che sarebbe meglio forare
prima la doccia e gettarvi dentro tutto il filo, poi col suo capo
superiore passare lungo i muri, dove il tappeto era fissato a ramponcini
quasi invisibili; nulla di più facile che insinuarvelo sotto. La sola
difficoltà sarebbe di traversare il corridoio dirimpetto al palco. Ma
siccome il filo metallico presentava una certa rigidezza, con molta
pazienza vi si riuscirebbe, spingendolo dritto come dentro una guaina.
Loris ne convenne. Per andare in quella sala si sorpresero da capo a
camminare in punta di piedi, tenendo la lanterna quasi interamente
chiusa sotto le pelliccie. La finestra dava infatti sulla piazza, così
che ogni lume al di dentro poteva diventarvi pericoloso. Quindi Loris
preferì aprirne adagio i battenti, per ricevere il lume della notte
abbastanza serena; nessuno noterebbe di laggiù quella finestra
spalancata o, notandola, ne sospetterebbe.
La finestra, che dalla piazza pareva piccola, era invece assai grande.
Loris vi rimase, coi gomiti appoggiati al largo davanzale, guardando;
giù nella piazza qualche attardato passava ancora rasente i muri, e i
fanali disegnavano larghe isole luminose dai bordi fluttuanti
nell'ombra, che pareva muoversi anch'essa. Mosca dormiva
tranquillamente. Quella sensazione di abisso, che aveva provato
sporgendosi nella sala dal parapetto del palco, gli ritornava ora dalla
notte profonda. Non una stella brillava nel cielo.
— Andiamo, andiamo, si rivolse nervosamente ad Olga, che attendeva
immobile dietro di lui.
Lo sguancio profondo della finestra lasciava poco spessore fra l'interno
del suo muro e la doccia, ma bisognava calcolare giustamente l'angolo, e
tenere ben dritto il trapano per incontrarla. Quando Loris ebbe prese
colla massima esattezza tutte le misure, sporgendosi nell'ombra della
notte dalla finestra, Olga gli formò nuovamente sul capo una vôlta nera
colle due pelliccie, tenendone con ambo le mani le falde incollate alle
pareti. Era una positura insostenibile.
— Accavallatemi, le disse Loris, che si era già sdraiato sul tappeto.
Nullameno, Olga s'indolenzì egualmente presto le reni. Era la parte più
difficile del lavoro; non incontrando la doccia col primo foro,
bisognerebbe tentarne un secondo, ma allora l'intonacatura del muro
interno ne conserverebbe indubbiamente qualche traccia. Olga si sentiva
ridicola, tenendo così Loris sdraiato fra le proprie gambe; lo intendeva
soffiare ogni tanto nel foro per cacciarne la polvere, mentre la
manivella poco oliata metteva sottili stridori come di sega. Egli ansava
faticosamente. Ogni qualvolta la mano inesperta lo tradiva, dandogli
l'improvvisa spasmodica paura di una deviazione, tutto il suo corpo
sussultava. Olga ne rimaneva tremante come se quello spasimo le si fosse
comunicato, e le mani le si allentavano sul muro, lasciando scivolare le
falde delle pelliccie. Ah! un filo di luce, che fosse passato per la
finestra, bastava ad avvertire le guardie della piazza.
Eppure, malgrado questo terrore, dal corpo di Loris le veniva un'altra
sensazione voluttuosa, un desiderio inebbriante di essere stesa con lui
sotto le pelliccie, abbracciati in una stretta di amore.
Loris si arrestò, raddrizzandosi così bruscamente, che Olga ne traballò.
— Non ne posso più, disse soffiando.
Olga non lo vedeva.
Ma appena seduto volle ricominciare. Il lavoro procedeva lentamente. La
respirazione di Loris diventava asmatica, le sue ginocchia scivolavano
sul tappeto nello sforzo di premere col petto sulla testa del trapano.
Se Loris non avesse incontrata la doccia, tutto era perduto. Allora Olga
dimenticò tutto il proprio orrore di quell'attentato per non sentire che
la disperazione di lui dopo tanti sforzi eroici. Le sue labbra
mormoravano istintivamente una preghiera; poi se ne accorse e ne fu
sconvolta. Quel ritorno alla fede di fanciulla, per pregare da Dio la
protezione a una tale opera, era di una empietà così atroce, che vinse
tutta l'incredulità della sua educazione nichilista. Loris proseguiva
sempre; evidentemente l'orgasmo gli cresceva le forze.
Finalmente il taglio della subbia stridè sul rame della doccia; Loris
diede un colpo, e s'intese la subbia arrestarvisi nell'altra parete. La
doccia era forata, ma Loris sfinito, invece di alzarsi, chiuse il vetro
della lanterna e, tirandosi addosso la pelliccia, vi si rotolò. Così
sudato si era accorto improvvisamente del freddo, poichè i caloriferi
erano spenti da un pezzo.
Passò del tempo. L'orologio d'una chiesa suonò le tre del mattino.
— Se i vostri amici di Pietroburgo potessero immaginare una simile
nottata! esclamò d'un tratto Loris.
A questa allusione Olga arrossì nell'ombra.
— Vi è piaciuto il teatro?
Ma la conversazione non potè legarsi. Olga rispondeva a monosillabi,
intirizzita dal freddo, sentendosi lontana da lui come prima di entrare
in teatro, nella solitudine del loro appartamento. Loris tornò ad aprire
la finestra.
— Non nevicherà per qualche giorno. Guardate, quando il cielo è di
questo colore, la neve è ancora lontana. Ho imparato questo, nella mia
vita di pellegrino, da uno Strannik.
Per vincere il freddo dei piedi, Loris si pose a passeggiare per la
sala; la sua ombra spariva e ricompariva, passando dinanzi alla
finestra. Non aveva più fretta; nullameno bisognava finire. Toccò ad
Olga, come donna, mandare giù per la doccia il filo, senza che
s'ingarbugliasse, e ritirarnelo per saggiare come scorresse, prima di
stenderlo sotto i ramponcini del tappeto. Il filo sufficientemente
elastico non presentava difficoltà, così che Loris si convinse di
poterlo al momento opportuno allungare sotto la neve, abbastanza
rapidamente, da non destare sospetti. Quindi Olga dovette sdraiarsi sul
tappeto, mentre Loris le teneva sopra le pelliccie per nascondere il
lume della lanterna alle altre finestre; la difficoltà di traversare il
corridoio davanti al palco fu lievissima. Olga non ebbe che da
addoppiare il filo, attorcigliandolo perchè stesse più stecchito, e una
volta nel palco girare il muro e riattaccarlo al capo, che scendeva
nell'angolo, dietro il piede del divano. Loris fece colle pinze la
congiuntura.
Non restava più che spolverare il tappeto della sala, presso il buco, e
tappare questo col mastice; era d'uopo attendere il giorno.
Ora potevano dormire. Loris si strinse nella pelliccia, sdraiandosi
sopra un divano. Era ancora tutto madido di sudore. Rialzò il bavero, si
raggomitolò per ritirare i piedi dentro la pelliccia e, dopo essersi
rivoltato due o tre volte per cercare la positura più comoda:
— Dormiamo, disse ad Olga.
Ma egli stesso stentò ad addormentarsi. Una gioia gli agitava l'anima,
in quella prima calma, dopo l'immane opera compita. Si sentiva sublime
ed orribile. La sua ragione, anchilosatasi nel sistema rivoluzionario
entro al quale viveva da tanti anni, non vedeva più in quell'eccidio che
una combinazione di guerra. Egli, generale incognito, v'era bastato da
solo. Annibale sulle Alpi cercando coll'occhio Roma lontana, Moltke
rileggendo nel silenzio del proprio gabinetto il disegno della guerra
contro il secondo impero napoleonico, dovevano aver provato la sua
stessa emozione di quel momento; almeno egli lo pensava. Quindi un
fluttuare d'immagini gli intorbidò la mente fra un rombo di scoppio, che
lanciava per aria quel teatro, mentre tutta la città urlava di paura, e
per la Russia, oltre la Russia, tutti i popoli sollevati dall'enorme
notizia domandavano chi fosse stato! Lo Czar era morto, morta
l'aristocrazia.... Egli solo, padrone del segreto, si avanzava laggiù
dalla steppa, alla testa di una moltitudine di mugiks montati su magri
cavalli, non parlando loro se non per uno di quegli ordini brevi, che
mutano la fisonomia degli uomini e delle cose.
A poco a poco si addormentò.
Olga rincantucciata nell'angolo dell'altro divano si scaldava le dita al
tubo della lanterna, sotto la pelliccia. Anch'ella sussultava tratto
tratto, ripresa da tutte le paure del freddo e dell'ombra, entro il
rimorso di quell'immenso delitto, cui nessuna pena umana poteva essere
proporzionata. Il suo cuore di donna, troppo piccolo per capire quella
passione di Loris, si perdeva nell'amore di lui come in un rifugio,
mentre egli invece dormiva tranquillamente sdraiato sulla propria mina.
Come tutti gli uomini destinati a mutare la faccia della storia, egli
portava seco una fatalità; il suo pensiero simile alla steppa sotto il
sole non aveva un'ombra; il suo cuore...., Dio solo sapeva dove glie lo
aveva messo. Olga sentiva il proprio amore, preso in quella fatalità,
divenirvi egualmente fatale. Era bastato che quell'uomo si presentasse
per trascinarla seco al di là di ogni fortuna, al di sopra di ogni
ragione.
La lanterna le scaldava sempre più vivamente le mani; ella girò il
vetro.
Il raggio cadde sulla testa di Loris, accendendogli un'aureola sui
capelli. Il suo volto, in quel pallore del sonno, ora che i terribili
occhi verdi erano velati dalle lunghe palpebre, sembrava anche più puro.
Ella s'inginocchiò, depose la lanterna sulla spalliera del divano, al di
sopra del suo capo, e gli prese la mano penzolante dal cuscino. La mano
era fredda, ancora sudicia di polvere.
Loris si destò ritraendola istintivamente, ma ella gliela strinse.
Egli la guardava stringendo le palpebre per schermirsi dal raggio troppo
vivo della lanterna, mentre il suo pensiero stentava a riordinarsi. Olga
si schiacciò più convulsamente il volto sulla sua mano, soffocandovi i
singhiozzi.
Loris nel malumore di quel risveglio improvviso s'accorse d'aver freddo;
sprigionò la mano per chiudersi nella pelliccia, così che Olga sbattè
quasi col volto sul cuscino.
— Oh! ella mormorò con voce fioca.
Loris la sollevò per le mani, se la mise seduta dinanzi, e con accento,
che essa non gli aveva ancora sentito:
— Perchè amare, le disse, noi che siamo votati alla morte? Noi dobbiamo
soffrire troppo per conservare ancora l'egoismo di non voler soffrir
soli. Non piangete, Olga.
— A me sola, ella proruppe con un singhiozzo, deve essere tutto negato?
— Che cosa hanno di più le altre donne, che debbono vendersi per nutrire
i figli o i genitori? Le conosco queste improvvise debolezze dell'anima,
che si stanca nella solitudine della propria impresa; ma tutti coloro,
che amarono abbastanza l'umanità per voler correggere la sua vita, si
isolarono immolandosi alla gloria di una redenzione, nella quale erano
la prima vittima. Guardate la leggenda di Cristo. Oggi una critica
superficiale crede di aver ritrovato i nomi di tutti i suoi fratelli, e
non s'accorge che Cristo, vero solamente come mito, non poteva avere nè
madre, nè amante, nè figli. Egli s'ingannò, credendo che l'amore
basterebbe alla redenzione della umanità, senza essere costretto a
trasformarsi in odio durante la rivoluzione. È tempo di riparare questo
errore. Coloro, che vogliono la giustizia, non debbono amare.
Ella aveva cessato di piangere, presa nel freddo di quelle parole, nelle
quali sentiva vacillare una malinconia inconsolabile. Loris parlava
adagio. Il raggio della lucerna, più basso delle loro teste, le lasciava
in una penombra, disegnando una larga fascia ardente sul nero delle
pelliccie.
— Come tutte le donne, voi chiedete un bambino, egli riprese: ma avreste
avuto il coraggio di seguirmi in quest'opera, se foste madre? Vi è già
abbastanza gente, che allunga questa catena di dolori senza che coloro,
i quali si votano a spezzarla, ne ripetano gli anelli.
— Voi dunque non amerete mai? ella esclamò.
— Se amare significa fermarsi con una donna per creare un bambino, il
quale cresca nella miseria attuale, non amerò mai. I miei figli sono
nelle isbe, dove i padri e le madri sono costretti a non amarli per non
rimproverare a sè stessi di averli generati. No, no: un bambino solo,
che sia vostro, e non lotterete più per tutti gli altri; vorrete salvare
solamente lui, e ne farete un carnefice per non lasciarlo cadere
vittima. Ecco l'amore dei padri; l'amore dell'umanità non è così.
Ma Olga volle rispondere; quell'altezza di nichilismo non era umana, era
un delirio di libri.
— Nemmeno voi, proruppe, potete vivere così. Se non vi avessi amato, non
vi avrei seguito. Tutti gli altri vi abbandonarono, non perchè non
credessero alla vostra idea, neppure io ci credo.... e sono con voi, che
non mi amate.
— Ne sareste pentita?
— Non capisco più nulla: esigete la morte di coloro, che fanno soffrire,
e non volete lasciare agli infelici quel solo conforto, che nessuna
miseria può togliere. L'umanità è troppo grande; non si può amarla che
in qualcuno.