Erano a Mosca.
Dopo un altro colloquio col principe Loris si era deciso prontamente:
gli bisognava far saltare il teatro della vecchia capitale, al principio
dell'anno, perchè lo Czar vi si recherebbe per inaugurare nel grande
museo politecnico l'esposizione dei costumi e degli oggetti necessari
alla vita russa d'inverno. L'impresa arrischiatissima diventava
impossibile dopo le prime nevi. Ma Loris non se ne aperse ad alcuno. Col
principe si erano accordati in ciò solo, che questi fornirebbe i trenta
chilogrammi di melinite necessari allo scoppio: sul come prepararlo
Loris aveva conservato, anche con lui, il più altero silenzio. Ma non
poteva condurre da solo l'impresa. Il suo pensiero cadde quindi su Olga
Petrowna, alla quale si era già accorto di avere inspirato un sentimento
abbastanza prossimo all'amore: infatti la giovane medichessa,
incontrandolo un'altra volta per strada, si era fatta talmente rossa che
qualunque altro, anche meno penetrante di Loris, si sarebbe accorto
della sua passione.
Questi fu pronto a sfruttarla.
Accompagnò Olga a casa, e la prostrò con un secondo colloquio. Ella, che
si aspettava a qualche galanteria, benchè le maniere di Loris non le
permettessero punto simile speranza, soccombette alle prime severe
parole. Con una brutalità non senza grandezza egli le espose
sommariamente il proprio disegno. Olga allibì, ma Loris non le lasciò
nemmeno il tempo di aver paura. Parlava freddo e splendido: mai nessun
libro, fra i più rivoluzionari, aveva avuto per lei maggior fascino di
poesia e di volontà; si sarebbe detto che egli sentisse davvero,
nell'effimera piccolezza del proprio individuo, tutti i dolori sociali,
di cui parlava.
Olga non aveva tentato nemmeno di resistere.
Loris impressionato di quella muta dedizione le aveva chiesto:
— Accettate?
— Che importa la mia volontà? Essa deve essere spezzata come tutte le
altre.
Quindi avevano convenuto che Olga andrebbe a Mosca con lui nella
settimana. Ella gli diede l'indirizzo di Lemm, rifugiatosi allora presso
Mosca, nel villaggio di Touchino, da una sua zia, piccola mercantessa di
tela. Il contratto con Sofia Semenowna non era stato difficile: per
quanto la vecchia avara intendesse a sfruttare l'opera della figlia,
l'offerta di trenta rubli al mese e l'anticipo di tre mesate la
sbalordirono così da impedirle qualunque stiracchiamento; dal proprio
canto Olga doveva ricevere altri quaranta rubli mensili e il miglior
trattamento nella casa della supposta moglie di Loris. La signora era
nel villaggio di Oudin nel governo di Kazan, ma probabilmente dovrebbe
cercare nell'inverno clima più mite all'estero; Loris aveva detto a
Sofia Semenowna, che in questo caso aumenterebbe ad Olga lo stipendio di
altri dieci rubli mensili. Sofia Semenowna aveva risposto, domandando
subito altri dieci rubli per sè; Olga presente al mercato arrossiva, ma
Loris senza darle tempo d'intervenire aveva tagliato corto rispondendo,
che ne avrebbero discusso solamente allora.
In tutta la scena Loris, che aveva detto di chiamarsi Boris Petrovich
Strogonoff, si era mostrato talmente gran signore in tutti i particolari
della propria vita coniugale, che la vecchia non aveva concepito alcun
sospetto.
Olga lo ammirava.
— Vestitevi da signora, le disse Loris.
Olga ne aveva convenuto con segreta voluttà, sentendosi ridiventare
donna sotto la sua influenza.
— Eccovi cento rubli.
Olga esitava: ma Loris guardandola severamente soggiunse:
— Ancora una ridicolaggine del vecchio nichilismo, le donne che vogliono
parere uomini, e perdono così tutto il valore della propria
individualità. Con questi cento rubli vi farete un abito da viaggio, e
comprerete due valigie eleganti. V'intendete d'eleganza?
La mano di Olga tremava tenendo il pacchetto dei cento rubli.
— Se potrete ridiventare donna l'imparerete.
Loris a Mosca si era messo subito in cerca d'un appartamento nella
piazza del grande teatro. Gli occorrevano due case su vie diverse,
comunicanti fra loro pel cortile, una sulla piazza, l'altra in una
strada parallela, perchè lo scoppio della mina, sprofondando il teatro,
non scrollasse anche quella, dalla quale per mezzo di un filo elettrico
intendeva far partire la scintilla. Possibilmente le case avrebbero
dovuto appartenere a due proprietari; nella prima si sarebbe installato
con Olga, facendola passare per sua moglie; nella seconda starebbe Lemm.
Tagliando un muro divisorio, e coprendolo con un armadio a specchio,
aprirebbero un passaggio fra i due appartamenti.
La prima giornata fu spesa in ricerche inutili. Quella piazza, fra le
più eleganti di Mosca, non aveva appartamenti disabitati. Erano quasi
tutti occupati dal ricco ceto mercantile, che vi sfoggiava un lusso
sempre più occidentale. Loris non potè visitarne che pochissimi. Una
sola casa nella strada di ***, divisa dalla piazza da un grosso corpo di
fabbriche moderne, aveva il primo piano vuoto e per un vasto cortile
comunicava con un'altra prospiciente sul di dietro del teatro; ma era
tutta occupata e da vendersi. Loris apprendendolo dal dwornik s'informò
del padrone, un orefice, che della casa chiedeva cinquantamila rubli.
Loris entrò in contratto; ciò gli permise di esaminarla minutamente a
tutti i piani, domandando se non fosse possibile comprare anche l'altra,
che le si univa posteriormente, per ottenere così un magnifico blocco.
Gli fu risposto di no; la casa apparteneva ad una famiglia patrizia
troppo ricca per disfarsi di un proprio stabile. Un appartamento
laterale interno, occupato dalla famiglia di un giudice, comunicava
coll'appartamento migliore dell'altra casa, formando il lato meridionale
del cortile comune, ma viziandone l'architettura con un loggiato a
colonnine di ghisa e a vetri, tutto pieno di vasi come di piccola serra.
Loris nell'esaminare la casa ne criticava vivamente l'ordine interno,
accennando a modificazioni per disporvi un vero appartamento signorile:
il proprietario, tanto offeso dalla giustezza di quelle critiche quanto
lusingato dalla speranza di vendere caramente la casa ad un gran
signore, che ne pareva incapricciato, si offerse di trattare cogli
inquilini per ottenere subito, mediante un grosso compenso pecuniario,
lo sgombro di un qualche appartamento. Allora Loris aumentò le
difficoltà: la sua signora avrebbe voluto stabilirsi almeno entro un
appartamento, da lei stessa arredato; impossibile ottenere questo in una
simile casa. La signora, appassionata pel teatro e cagionevole di
salute, aveva anticipatamente imposto al marito quella piazza; era un
capriccio indiscutibile di dama; quanto al prezzo Loris affettava la più
grande indifferenza.
Il proprietario era sulle spine; disse a Loris di ritornare l'indomani e
di concedergli carta bianca per ottenere subito l'appartamento occupato
dalla vedova del giudice, sul lato sinistro del cortile, e che dava
sulla piazza con una finestra, mentre all'interno combaciava colla
piccola serra dell'altra casa. La vedova, rimasta piena di debiti,
acconsentirebbe facilmente dietro un regalo; agli altri quartieri era
impossibile pensare. Loris parve lasciarsi persuadere.
Prima di andarsene si fece mostrare dal padrone quell'unica finestra,
dalla quale avrebbe goduto la vista della piazza; era all'angolo
orientale. La finestra s'apriva sopra un balcone piccolo, di grevissimo
disegno, Loris notò che la doccia, scendente dal cornicione del tetto,
lambiva il balcone.
Un lampo gli si accese negli occhi.
— M'accorgo che è impossibile appagare la mia signora. La stagione
teatrale comincia fra un mese; se questa vedova acconsente, farò
disporre un arredo provvisorio da un tappezziere: per il momento
bisognerà accontentarsene. Oggi è lunedì, sabato tutto dovrebbe essere
terminato.
Combinarono che prima di mezzogiorno Loris andrebbe a prendere la
risposta.
Allora corse subito in cerca di Sergio Nicolaievich Lemm, al vicino
villaggio di Touchino sulla strada di Pietroburgo. Loris aveva
noleggiato una telega a due cavalli, che andavano come ii vento; non
mancava molto a sera quando giunse al villaggio. Fortunatamente
riconobbe Lemm, solo, che passeggiava colla testa bassa, a mezza versta
dalle prime isbe.
— Sergio Nicolaievich, gli disse rapidamente, sono sicuro che mi
riconoscete. Bisogna che veniate subito con me a Mosca; ve ne spiegherò
la ragione per strada.
Gli abiti del piccolo ebreo erano anche più laceri. Avrebbe voluto
chiedere spiegazioni, ma l'altro si contentò di accennargli che si
trattava di un'urgenza rivoluzionaria. Lemm corse al villaggio per
avvisare la zia della propria partenza, e ne ritornò con un piccolo
fagotto di panni, mentre Loris sulla strada faceva passeggiare i
cavalli.
La sera stessa Lemm non era più riconoscibile. Loris lo aveva mandato in
un grande magazzino di abiti, perchè vi si mutasse in un signore quasi
elegante, dopo averlo costretto a tondersi i capelli e a radersi la
barba. L'indomani Loris seppe dall'orefice che per cinquecento rubli la
vedova, già decisa ad abbandonare Mosca per ritirarsi a vivere in
campagna presso alcuni parenti del marito, era pronta a cedere
l'appartamento, magari colla maggior parte dei mobili: questi non erano
gran cosa di bello, ma aggiungendone qualche altro e con pochi restauri
potrebbero servire provvisoriamente; l'appartamento era munito di
tappeti. Loris andò. Un'ora dopo per mille e settecento rubli aveva
comprato quell'appartamento; la vedova non ne asportava che gli abiti e
la biancheria. L'appartamento, suprema follia del marito morto e per la
quale egli aveva contratto gli ultimi debiti, era più che decente: si
componeva di sei stanze e una cucina. Nello stesso giorno Lemm, per
incarico di Loris, prendeva in affitto l'appartamento vuoto dell'altra
casa in via ***, già occupato da un colonnello del 10.º reggimento
granatieri traslocato a Pietroburgo; l'appartamento, più vasto e
ammobigliato con gusto migliore, comprendeva anche una scuderia e una
rimessa in un secondo piccolo cortile della casa.
Loris si faceva chiamare Boris Nicolaievich Perel; Lemm, conosciuto a
Mosca da troppi studenti, conservava il proprio nome, spiegando la nuova
fortuna col pretesto che la zia gli avesse anticipato in due mila rubli
quasi tutta la propria eredità. Egli intendeva farsi dentista,
spendendola in quell'impianto, per ottenere più presto una clientela fra
i signori.
Lemm potè installarsi il giorno stesso, Loris non ottenne il proprio
appartamento che alla fine della settimana. Olga Petrowna arrivò nel
pomeriggio dello stesso giorno; alla stazione non v'era che Loris.
— Vi piaccio? gli chiese guardandosi il vestito e tremando in cuore di
questo giuoco di parole.
— Questo fiore è troppo vistoso; nessuna signora lo avrebbe messo sopra
un cappellino da viaggio.
Quindi le ordinò di scendere all'albergo del Cigno, ove l'indomani
verrebbe a prenderla.
Ma risoluto il problema degli appartamenti, ne rimaneva un altro non
meno difficile: di quali domestici servirsi? Lemm, abitando un
appartamento ammobigliato, avrebbe potuto usare quelli medesimi della
padrona; ma come fidarsi di loro? A prenderne altri, nichilisti, la
paura di così terribile attentato, del quale solo l'intenzione
basterebbe a meritare la morte, poteva vincere l'energia del loro
carattere. Lemm stesso non vi era entrato che augurandosi rabbiosamente
di morirvi; quindi divenuto improvvisamente guardingo, mentre Loris
fedele alla propria massima sosteneva che in un caso simile il colmo
della prudenza stava appunto nell'oblìo di ogni precauzione, insisteva
per la propria maggior pratica delle abitudini poliziesche sulla
necessità di avere almeno due domestici sicuri. A lui occorreva un uomo,
a Loris una donna, per non lasciare Olga servirsi da sola, perchè questo
sarebbe tosto notato da tutti gli inquilini.
Laonde suggerì a Loris di far passare Olga solamente per la dama di
compagnia della moglie lontana.
— Perchè? chiese Olga.
— Non avete l'aria abbastanza signorile.
Loris ebbe un'altra idea: servirsi della figlia o della moglie del
dwornik per distogliere i loro sospetti e rendersele amiche con poche
larghezze, e sopratutto poterle licenziare di notte. Era sempre lo
stesso sistema, cercare la sicurezza nel centro del pericolo. Dal canto
proprio Lemm dovrebbe procurarsi un qualunque scimunito; ma siccome
Loris intendeva munirsi di una droiska con due eccellenti trottatori pel
caso di una fuga, lo si occuperebbe così col servizio dei cavalli,
imponendogli di dormire nella scuderia. Quindi convennero di aprire un
passaggio fra i due appartamenti: fuori avrebbero finto di non
conoscersi.
Tuttavia Lemm non sapeva ancora nulla di preciso sull'attentato. Il
piccolo ebreo, dopo il rifiuto di entrare nello tchin e l'abbandono
dell'università, ove non aveva potuto compiere gli studi di medicina per
mancanza di denaro, era caduto nella più atroce miseria. La vecchia zia,
che fingeva di mercanteggiare nelle tele tessute dai contadini nei
lunghi inverni, e faceva invece la piccola usuraia, lo aveva accolto
malamente; anzichè dargli il danaro necessario ad iscriversi per gli
ultimi due anni di clinica, gli aveva rinfacciato il posto ottenutogli
per mezzo di un alto funzionario, del quale Lemm si era fatto un nemico
irreconciliabile col gettargli sul viso il diploma di scrivano in
polizia. Ma realmente quel funzionario lo aveva ricevuto come un
mendicante. La vecchia, incapace di comprendere simile orgoglio nella
condizione del proprio nipote, ripeteva:
— Lo hai voluto? pensaci tu ora.
Lemm aveva avuto con lei una di queste spiegazioni, quando incontrò
Loris.
Al contatto di lui le sue idee rivoluzionarie rifiammeggiarono; poi lo
sbalordimento del lusso impostogli, il mistero di quell'attentato, la
semplicità grandiosa delle maniere di Loris, lo esaltarono. Quando
questi gli disse di spacciarsi dentista, perchè la ciarlataneria della
professione intonasse meglio colla nuova ricchezza, Lemm esclamò:
— Ma pensate dunque a tutto?
— A molte cose certo: per esempio, non avete denaro. Eccovi due mila
rubli, nella vostra nuova posizione dovete possederne; non li prodigate
però. Domani tornerete da vostra zia per dirle che li avete vinti al
giuoco, ma che vi pare più conveniente di confessare in pubblico di
averli ricevuti da lei, poichè intendete stabilirvi a Mosca come
dentista. Ritornate nella mattina; è necessario entro domani aprire la
comunicazione fra i due appartamenti.
Quella notte la passò solo nel nuovo quartiere.
Si sentiva entrato in campagna contro tutto l'impero russo. Un immenso
orgoglio gli gonfiava il cuore nella solitudine di quella casa, ove
nessuno ancora lo conosceva e nessuno lo conoscerebbe nemmeno dopo
l'attentato. Oramai il dado era tratto: se anche Lemm ed Olga dovessero
abbandonarlo, agirebbe da solo; ma li aveva scelti troppo bene per
temere d'esser tradito. Erano due spiriti fanatici. Lemm, polacco ed
ebreo, covava nella coscienza tutti i rancori di una razza senza patria
e senza libertà; il suo odio, avvelenato dalla educazione, era arrivato
da tempo al parossismo settario colla partecipazione indiretta alla
lotta dei vecchi nichilisti contro lo czar. I suoi eroi erano i
rivoluzionari morti sul patibolo, i suoi veri compatriotti si trovavano
in Siberia fra i deportati politici, in quell'immenso esercito di
prigionieri accantonato nei villaggi ad enormi distanze, sepolti vivi
nelle miniere, dispersi pei deserti nevosi, ma che riunendosi per un
magico appello sarebbero bastati a rovesciare l'impero. Olga era
un'anima assetata di amore, una popolana tratta da una eguale superbia
plebea all'università, e che i dolori di una vita anormale avevano
cacciato nell'orbita tragica della rivoluzione. La sua ragione, già
squilibrata dalle tempeste della esistenza domestica, era stata travolta
alle più terribili negazioni della critica demolitrice delle scuole
ribelli, mentre i sentimenti le erano rimasti puri nel fondo del cuore.
Credeva di odiare i ricchi, e invece non amava che i poveri; invocava
l'esterminio dei potenti, che facevano soffrire, e appena li vedesse
schiacciati sotto una rivolta dei deboli, chiederebbe forse la loro
grazia. Loris si sapeva troppo adorato da lei per dubitare di poterla
sempre dominare.
Finalmente si sentiva preso nell'opera propria. La stanchezza della
lunga preparazione era scomparsa: solamente ora gli pareva di
comprendere la nullaggine degli studi, nei quali aveva passato tanti
anni che ne provava ancora la nausea nell'anima. A che studiare? La vita
è opera; prima e dopo l'opera, il pensiero non è che sogno. Un uomo
poteva contrapporsi anche solo ad un impero, deviandone la storia: ma nè
Mosca, nè il resto della Russia sapevano ancora ciò che egli preparava
loro.
Questa esplosione della fantasia gl'impedì per lunghe ore di
addormentarsi. A un certo punto dovette scendere di letto per mettersi
alla finestra, che dava sulla piazza, guardando la massa bruna del
teatro, più vasta in quella tenebra della notte. La fissava come in
duello, al momento di abbassare la pistola contro l'avversario. Ma
l'immensa massa del teatro dormiva tranquilla nel buio, mentre invece
dell'onnipotente indifferenza del giudice, che condanna, egli provava
l'incertezza febbrile dell'assassino, che si stanca nell'agguato.
— Sarei anch'io un attore, che quel teatro esalterebbe come tutti gli
altri? si disse d'un tratto con quella fredda ironia, che talvolta lo
rendeva così terribile.
Si erano finalmente acquartierati.
Olga era stata ricevuta come la dama di compagnia della signora, che non
tarderebbe molto ad arrivare. La moglie e la figlia del portinaio, due
figure insignificanti, avevano accettato con entusiasmo l'offerta di
entrare al loro servizio con uno stipendio provvisorio di dieci rubli al
mese, finchè la signora giungesse colle proprie cameriere: ma Olga aveva
lasciato intendere che la signora, malaticcia e soggetta ad improvvise e
violenti simpatie, era a discrezione della prima persona, che le
piacesse. La figlia del portinaio, ragazza di diciott'anni, Matrona
Carpowna, non doveva venire che a rassettare l'appartamento e a
pettinare Olga; quanto al pranzo, lo avrebbe fornito il trattore più
vicino. Olga, di abitudini molto semplici, non aveva quasi d'uopo di
cameriera. Per amicarsi la ragazza, dietro consiglio di Loris, cominciò
dal farsi accompagnare in un magazzeno da sarta, e le regalò un vestito.
Lemm aveva preso un vecchio soldato, rimasto senza nè mestiere, nè
padrone per la triste abitudine dell'ubbriachezza. Lo aveva trovato una
mattina passeggiando nel Giardino del Romitaggio: il soldato gli aveva
chiesto un mozzicone di sigaro, facendo il saluto militare; l'altro finì
col condurselo a casa. Il vecchio, che avendo servito nella cavalleria
adorava i cavalli, quando seppe dal padrone il proposito di comprare una
pariglia di trottatori, stentò a contenersi: in quella prima
effervescenza promise di non ubbriacarsi quasi più.
— Ecco, _batuscha_, non si può smettere, ma quando si ha un cavallo, non
si ha più bisogno di andare alla bettola per cacciare i cattivi
pensieri: si resta nella stalla a parlare con lui. I cavalli sono molto
intelligenti.
— Bene, bene, Alessio Alexeieff: quando vorrai ubbriacarti, me lo
domanderai, disse Lemm sorridendo. Se non avrò bisogno di te per molte
ore, te lo permetterò.
Il vecchio s'accarezzò colla grossa mano sudicia la barba incolta,
guardando il padrone con simpatia mista di diffidenza.
Questi comprese.
— Ti darò io stesso una bottiglia di vodka, quando potrò permetterli di
ubbriacarti, ma ti chiuderò nella stalla. Sei contento?
— Ah! ah.
E per il momento non seppe esprimere meglio la propria approvazione.
L'aprire un passaggio fra i due appartamenti non fu difficile, giacchè
il loro muro divisorio costruito in mattoni era solo di due teste: bastò
con un pretesto farvi collocare dai servi un armadio in ambo i lati.
Naturalmente Loris e Lemm scelsero l'armadio più largo: poi scostati gli
armadi nella notte, con uno scalpello tagliarono diligentemente
l'intonaco e scopersero il muro. Le prime pietre presentarono qualche
difficoltà, dovendo essi servirsi di quelle sole armi per non destare
rumore; ma levate le prime, tutte le altre rimasero come slegate: la
calce stessa era di pessima qualità. Lemm e Loris lavoravano d'accordo;
quando il buco fu così grande che poterono vedersi in faccia, ebbero un
sorriso di gioia quasi infantile. Scalpellavano ritti sopra una sedia;
Olga aveva steso un lenzuolo sul tappeto, perchè la polvere dei
calcinacci non vi penetrasse destando sospetti nei domestici, e guardava
i due lavoratori. Bastarono poche ore a compiere un taglio abbastanza
largo che vi si potesse passare. Per nascondere i mattoni e i
calcinacci, Lemm aveva trovato una magnifica idea; nella cucina del
proprio appartamento v'era un pozzo, che non serviva ad altri. Lemm cavò
la corda dalla carrucola per evitare anche il pericolo del suo cigolìo,
e con un secchio, reggendolo a tutta forza di braccia, calarono
lentamente rottami e spazzature nel pozzo. La maggior fatica fu nello
scoppettare i tappeti per togliere ogni traccia: poi con una sottile
sega da orefice, quasi sorda, tagliarono tre assi dal fondo degli
armadi, e li ricollocarono di contro al vano. La breccia era aperta;
bastava tener inchiavati gli armadi perchè nessuno la scoprisse.
L'indomani Lemm, dopo aver fatto un segno ad Olga dalla propria
finestra, per assicurarsi che Matrona Carpowna non fosse
nell'appartamento, v'entrò trionfalmente. Era ilare. Allora Loris gli
espose il proprio disegno: il modo immaginato per far saltare il teatro
era di una semplicità assurda a forza di essere temeraria. Entrambi lo
ascoltavano immobili, senza fiatare; nessuna obbiezione era possibile: o
ricusare, o entrarvi quasi colla sicurezza di non riuscirvi. Ma in
questo caso n'andava di mezzo la vita.
— Non c'è che dire, rispose finalmente Lemm: tutto è calcolato, ma
avremo quasi il cento per cento contro. E voi, Olga?
Ella mormorò tremando:
— Tutta quella povera gente....
— Chi? le si volse Loris con impeto: la corte, l'aristocrazia? Non sono
dunque i nostri nemici?
Ma Lemm le venne in soccorso.
— Olga alludeva ai cantanti, a tutta la gente di teatro.
— Vorreste dare una battaglia senza morti accidentali? D'altronde i
cantanti sono anch'essi una ragione della miseria popolare: i teatri
imperiali costano quanto tutte le università. Tornerò fra due ore a
prendere la vostra risposta, così potrete ripartire questa sera stessa,
perchè bisogna avere tutte le prudenze, quando non si accettano tutte le
temerità.
— Credete dunque che esiti per la paura?
— Esitereste per riguardi alla corte?
— Ma il vostro disegno è impossibile.
— Appunto per questo riuscirà: non si prendono precauzioni contro
l'inverosimile. La vostra cooperazione vi sarà però molto minore di
quella di Olga.
Essa cercò con uno sguardo sottomesso quello di Loris.
— Nemmeno voi credete alla sua possibilità?
Essa scosse il capo melanconicamente.
— Quindi davanti alla certezza del pericolo vi ritirate.
La voce di Loris tremava. Olga indovinò il dolore di quell'immensa
vendetta, cui tutta la rivoluzione tendeva da cinquant'anni, e di una
ambizione anche più immensa. Il suo cuore battè: Loris le parve
sovrumano di passione.
— No, mormorò con un sorriso di rassegnazione, mostrandogli non solo di
averlo compreso, ma di sorpassarlo coll'accettare tutta quella
catastrofe forse inutile: sarà la morte di Sofia Perowskaia.
Lemm umiliato titubava ancora.
— È impossibile.... ripetè dibattendosi contro l'evidenza, che gli
soffocava la ragione.
Loris gli voltò le spalle per uscire.
— Aspettate, per Dio! perchè volete andarvene per tornare? La risposta
ve la do qui: Olga accetta, dunque accetto anch'io, ma saremo scoperti
prima, e diventeremo ridicoli. Ecco quello che temo.
Loris si raddrizzò superbamente.
— Nessuno in Russia può sentirsi così forte da ridere di quest'impresa,
anche se dovesse fallire, perchè nessuno avrebbe osato nemmeno di
concepirla. Sofia Perowskaia, si volse ad Olga, ricusò di salvarsi per
morire romanticamente sul patibolo con Jeliaboff, ma quando si è
scoperti bisogna suicidarsi piuttosto che lasciarsi arrestare: così il
nemico vince, ma non trionfa.
Il disegno di Loris era questo.
La neve caduta in quei primi d'ottobre non era stata che una
anticipazione dell'inverno, dopo la quale l'autunno aveva come rifiorito
con quella soavità russa, ilare ed insieme malinconica, di cui nessun
altro clima potrebbe dare un'idea. Loris aveva subito pensato ad
approfittarne, giacchè solo colla prima nuova neve il suo disegno era
possibile. Dopo le infelici esperienze di tutte le mine nichiliste,
Loris per far saltare il teatro aveva trovato un'altra idea di una
semplicità quasi pazza. Bisognava prendere un palchetto alla prima
rappresentazione dei due grandi concerti consecutivi, già annunziati per
la settimana ventura; restarvi non visti una notte ed un giorno, sino
alla seconda rappresentazione, uscendone poi senza essere osservati.
Ventiquattr'ore sarebbero più che sufficienti a disporre la mina: questa
doveva comporsi di trenta chilogrammi di melinite, divisi in trenta tubi
metallici, nascosti ad ogni probabile investigazione sotto l'imbottitura
di un divano: i tubi, non più grossi di tre centimetri, rimarrebbero
celati dietro la fascetta del sedile. Pochi fili di ferro, tesi a
piccolissimi ganci invitati nelle fascette, basterebbero a sostenerli.
Nessun inserviente incaricato della pulizia dei palchi avrebbe mai
l'idea, scoppettando un divano, di cacciarvi la testa sotto per cercarvi
una mina nella intelaiatura. Ma per incendiare i trenta chilogrammi di
melinite, bisognava trasmettervi la scintilla elettrica con un filo: qui
cominciava la follia. Non v'era altro modo che forare con un trapano
sottile il muro esterno del teatro nel vano di una finestra, ove lo
spessore fosse minimo, presso una delle doccie discendenti dal
cornicione; trapassare anche la doccia, congiungere il filo ai tubi,
facendolo passare invisibile sotto il tappeto del palchetto e della
corsia sino a quella finestra, e riempire la doccia dei
centotrentacinque metri, tanta era la distanza, di filo necessario per
giungere alla loro casa. Poi aspettare la notte della prima nevicata; ma
se la neve cadesse di giorno alzandosi troppo dal suolo l'impresa andava
a vuoto; con un colpo di martello acuminato, passando lungo il muro del
teatro, ove la doccia scendeva semiscoperta sino a terra, bucarla;
chinarsi rapidamente fingendo magari di scivolare, con un piccolo gancio
estrarre il filo, e stenderlo sulla neve sino alla doccia della loro
finestra. Un secondo filo scenderebbe da questa doccia forata
dall'interno all'altezza del balcone; bisognerebbe bucarla ancora dietro
terra, cavarne il filo e congiungerlo coll'altro. Questa era la parte
più delicata e terribile dell'operazione. Il filo conduttore, sottile,
malleabile e bianco come la neve, sarebbe presto ricoperto da questa
così che nessuno lo scoprirebbe più nell'inverno giacchè a Mosca la neve
non si spazza mai nelle strade, sulle quali forma un altissimo strato di
grossa sabbia candida, presto insudiciata di ogni colore.
Ma le guardie vegliavano sempre nella piazza del teatro, anche di notte.
Loris aveva già studiati i loro giri e scelta la doccia: calcolava di
non poter avere più di dieci minuti per forarla e stendere il filo;
tutto al più si potrebbe con qualche strattagemma attirare le guardie un
po' più lungi, e raddoppiare il tempo utile. Egli, Olga e Lemm,
basterebbero ad introdurre nel teatro i trenta chilogrammi, i
centotrentacinque metri di filo, e il trapano necessario a forare il
muro. Olga si avvolgerebbe il filo intorno al corpo sotto le sottane, e
nasconderebbe il trapano smontato nel manicotto: essi, uscendo e
rientrando negli intermezzi, porterebbero sette o otto tubi per volta
nelle tasche interne sotto le pelliccie. Quindi Lemm se ne andrebbe: al
momento dell'uscita, quando si abbassano le fiammelle del gas, Loris ed
Olga sarebbero già nascosti nel contropalco o in una latrina, dove
meglio si potrebbe; e non uscirebbero dal teatro che alla
rappresentazione seguente. Un mutamento nel programma teatrale sarebbe
bastato a tenerli prigionieri chi sa quanto. Loris evitava di pensarci.
In questo caso, se la neve cadesse di notte, Lemm doveva tentare di
stendere da solo il filo.
Fra due giorni il principe avrebbe portato i trenta chilogrammi di
melinite, fra cinque il teatro si aprirebbe per due concerti colla
Sembrich e colla Nilson, i due soprani più celebri del mondo dopo
Adelina Patti, e che incomincerebbero così la solita grande stagione
teatrale. I concerti venivano dati a benefizio del grande Ospizio dei
trovatelli, fondato da Caterina II nel 1762. Il primo era fissato per il
prossimo mercoledì, dell'altro rimaneva ancora incerto il giorno.
— Dopo l'esperimento del dottor americano Tanner, Loris disse scherzando
a Lemm, i digiunatori sono pullulati da per tutto; un digiuno di
quindici giorni ci farà davvero capire quella fame, che uccide tanti nel
popolo.
Olga e Lemm non discutevano più. Loris lo incaricò di comprare i
centotrentacinque metri di filo in uno dei maggiori negozi di strumenti
fisici, presso la barriera Pokrovskaia; poi si pentì. Lemm, offeso che
gli si volesse così risparmiare un pericolo, insistè; ma Loris troncò
ogni discussione dichiarando di fidarsi più di sè stesso; direbbe al
negoziante di voler fare alcune esperienze sulla trasmissione della
forza col filo elettrico secondo le ultime scoperte del grande
elettricista italiano, Galileo Ferraris.
Infatti dopo due ore ritornò con un rotolo di filo bianco, fatto di tre
capi attorti, difesi da un tegumento isolatore; il filo, abbastanza
malleabile, era dello spessore di tre millimetri. Aveva comprato un
trapano solidissimo di fattura inglese; ma vi mancavano le subbie,
perchè quelle solite di fabbrica sarebbero state troppo corte. Ne aveva
quindi commesse quattro, della lunghezza di quaranta centimetri, ad un
armaiolo molto abile nelle tempre; tale informazione la doveva allo
stesso negoziante, dal quale aveva comprato il trapano.
Durante i preparativi Olga e Lemm, ridotti a subalterni senza
importanza, rimanevano inerti: la loro reciproca antipatia pareva
cessata, senza che le loro maniere ne fossero diventate più amabili.
Lemm, villano per natura e per educazione, disprezzava le donne; Olga,
in quel primo ritorno alla propria vera natura, si sentiva sempre più
impacciata da nuovi pudori fra quei due uomini, che sembravano non
accorgersi del suo sesso. Loris le badava appena; Lemm, permettendo
quasi sempre al proprio soldato d'ubbriacarsi alla bettola, passava la
maggior parte del tempo con lei, quasi senza parlare, finchè Matrona non
lo costringesse a scappare per l'armadio. Il suo umore sembrava
peggiorare tutti i giorni: era scontento di sè, di Olga, di tutti;
ammirava meno Loris, dacchè questi non gli appariva più nella calma
della prima superiorità, si affaticava quindi contro di lui in
sofisticherie sulla tecnica di quella mina. Qualche cosa la farebbe
senza dubbio scoprire prima: allora bisognerebbe suicidarsi.
L'indomani stesso Loris ricevette una lettera del principe, che gli
annunziava il proprio arrivo per la sera seguente. Il principe giunse
sull'imbrunire alla barriera Miouskaia, in una droiska elegante, tirata
da tre eccellenti trottatori: guidava un grosso cocchiere in livrea da
campagna. Il principe, vestito da caccia, aveva due fucili chiusi negli
astucci, un cane seter ai piedi, nerofuocato, e una piccola valigia di
cuoio, robustissima, accanto sul cuscino. Il cocchiere gridò il nome del
padrone alla guardia daziaria, che salutò rispettosamente: un sergente
di polizia si avanzò nullameno, ma il principe, mostrando le armi e la
valigia, gli disse semplicemente:
— Cartuccie da caccia.
Il sergente salutò come la guardia: il principe gettò loro un biglietto
da cinque rubli.
Ma, scorgendo Loris poco dopo entro un fiacchero, ordinò al proprio
cocchiere di fermare, e scese rapidamente. Loris lo imitò.
— Sapevate dunque che sarei arrivato stasera, gli disse il principe ad
alta voce stringendogli affettuosamente la mano: vi ho portato tutto, la
doppietta Hamerless e le grosse cartuccie metalliche, che mi avete
ordinato.
Qualcuno si era arrestato a contemplare la scena; il principe,
osservando colla coda dell'occhio lo stesso sergente, seguitò il
discorso a più alta voce, poi ordinò al cocchiere di scendere all'Hôtel
de Europe, e salì nel fiacre di Loris. Si erano messi la doppietta in
mezzo, Loris teneva la valigia fra e gambe. Oramai annottava; il
principe scese, dicendo a Loris, che fra un'ora lo avrebbe raggiunto a
casa. Tutti ve lo aspettavano.
Il principe parve di una freddezza glaciale: quando Loris gli ebbe
esposto tutto il proprio disegno nei più minuti particolari, rispose
lentamente:
— Questo attentato è così improbabile che non può temere nulla se non
dal caso.
— Lo aiuteremo, ribattè Loris.
Allora il principe mostrò loro i falsi passaporti, che si era procurato,
comprandoli secondo il solito dalla polizia, perchè potessero servirsene
nella necessità di una fuga. Loris li dichiarò inutili.
— Comunque riesca la cosa, entreremo subito in campagna: un regicida non
può fuggire.
— Voi, disse il principe a Lemm, perchè non avete mutato nome? Forse per
non destare sospetti anticipati, essendo troppo conosciuto a Mosca, ma
questa ragione, eccellente ora, dopo sarà pessima. Voi sarete l'autore
dell'attentato.
— Lo muterò dopo, se ne avrò il tempo.
— E voi, principe, domandò Loris, verrete a Mosca?
— Io stesso uscirò dal teatro per venirvi ad avvisare del momento più
opportuno, a meno che, aggiunse con accento strano, non preferiate dar
fuoco alla mina quando io pure sarò dentro.
Loris sorrise.
— Restate a cena qui; siamo invitati da Lemm; vi mostreremo il passaggio
fra i due appartamenti.
Il principe accettò, ma siccome Olga non aveva ancora aperto bocca, le
si volse:
— Voi siete medichessa.
Olga, che sentì l'ironia quasi impercettibile di questa osservazione,
rispose piccata:
— Sofia Perowskaia era invece principessa.
Loris guardò Olga con simpatia, ma il principe, forse pentito di aver
ceduto alla propria antipatia per tale categoria di donne nichiliste,
parò tosto con un complimento:
— Se Sofia Perowskaia non fosse stata che principessa, non avrebbe
ispirato a donne come voi la rivalità dell'eroismo.
Quando passarono nell'appartamento di Lemm, il principe non mostrò
alcuna meraviglia della breccia mascherata dall'armadio; osservò solo
che il prolungamento della distanza dal teatro, per evitare che la casa
crollasse loro addosso, non gli pareva sufficiente. Era impossibile
poter calcolare i contraccolpi dello scoppio: molti palazzi vicini
screpolerebbero; qualcuno, malandato o mal costrutto, potrebbe
addirittura inabissare. E guardò Loris.
— Voi concepite la guerra così: badate a non perirvi nella prima
battaglia. È questa la stanza?
— No.
Lo condussero in fondo all'appartamento, in un gabinetto, che dava sul
cortile della scuderia. Lì avrebbero collocato la pila, essendo la
camera più lontana dal teatro. Vi rimasero tutti e tre in silenzio: Olga
teneva una candela in mano. Lo stanzino doveva aver servito alla
toeletta di una signora, perchè vi restava ancora un vago odore di
muschio: nella volta erano dipinti degli amorini.
Improvvisamente si sentirono lontanissimi l'uno dall'altro in quel
gabinetto, dal quale per opera loro sarebbe partita la morte di migliaia
di persone. Olga guardava un fiore del tappeto, Lemm imbarazzato dalla
propria qualità di padrone di casa, ospitando un principe, si era
perduto nel sentimento di una solitudine sconfinata ed assurda; Loris e
il principe tacevano. Una sensazione insopportabile di risveglio dal
sogno tragico, nel quale vivevano da due settimane, li opprimeva. Perchè
quell'attentato contro tanta gente? Perchè uccidere in una sola volta
due o tre mila inconsapevoli? La vita reale non era così; era piccola,
composta d'inezie, cominciava e finiva inavvertitamente. Essi
pretendevano invece dominarne tutto il complesso vendicando ingiustizie
di mille anni, quando coloro, che le avevano sofferte, erano già morti.
Chi erano essi per arrogarsi tale diritto? In quell'appartamento
abitava, poco prima, una famiglia felice, ignara di tutto il resto come
l'altra gente. Perchè in quel gabinetto, destinato ai misteri eleganti
di una signora, volevano mettere una pila per rovesciare un teatro sul
capo degli spettatori inconsci? Lemm non lo comprendeva più: si
ricordava confusamente, come di un particolare grottesco, che in
quell'appartamento egli doveva essere, per quanti lo conoscevano, un
dentista.
L'impressione ne fu tale, che si mosse; gli altri lo seguirono. Nella
camera da pranzo sulla tavola v'erano molte bottiglie, il samovar, dei
biscotti e un periok: Lemm lo aveva fatto comperare da un pasticciere.
Non avevano altra cena. L'imbarazzo lo sorprese: tirò un cassetto della
credenziera cercando i tovaglioli e le posate; non avrebbe voluto
sfigurare in faccia al principe, del quale le maniere aristocratiche gli
imponevano.
Anche questa volta Loris lo soccorse, spiegando al principe il perchè di
quella cena; bisognava fingere di non mangiare in casa per allontanare i
domestici.
La cena diventava sempre più triste. Il principe tentò con un ultimo
sforzo di ritornare sui particolari dell'attentato: i nichilisti stessi
ne sarebbero meravigliati.
— Ci rinnegheranno, osservò Lemm.
— Il nostro colpo sulla corte e sull'aristocrazia apre la guerra civile,
proseguì Loris: se non oseranno accettarla subito per non sembrare
assassini, dovranno subirla poi per non diventare nemici della
rivoluzione. Avete letto stamane l'articolo di Katkof nella Gazzetta di
Mosca?
— No.
— Katkof dichiara che gli Ouriadniki o i Kouriadniki, i mangiatori di
galline, come i contadini hanno battezzato questa nuova gendarmeria,
peggiorano le condizioni della sicurezza pubblica nelle campagne; i
signori presi fra due fuochi, fra i banditi e i gendarmi, non vi possono
più abitare. Vedete che le mie previsioni cominciano ad avverarsi;
l'esodo della nobiltà dalle campagne aumenta tutti i giorni: una
recrudescenza lo compirà. Bisogna impedire a Katkof di ottenere
l'abolizione di questa gendarmeria campestre, che per rapacità di
saccheggio si associerà ai contadini nella lotta contro i signori.
Katkof sente già il pericolo, egli è l'unico uomo politico dell'impero.
— Lo stimate tanto? domandò il principe.
— Katkof ha improvvisato in Russia l'autorità del giornale, cui nessuno
avrebbe nemmeno saputo pensare. Colla Gazzetta di Mosca domina l'impero;
ha impedito con Pobédonostesf ad Alessandro III di concedere la
costituzione ideata da Alessandro II, comanda ai ministeri, destituisce
i ministri. Di tutti gli slavofili egli è il solo che sappia nettamente
cosa vuole, e che cosa non sappiano volere gli avversari.
Ma Olga, che quella lotta fra Loris e il principe non interessava
abbastanza, consultò l'orologio; Matrona non doveva tardar molto a
salire per chiedere gli ordini dell'indomani. Se avesse suonato indarno
all'uscio potrebbe concepire sospetti. Loris lo comunicò al principe;
era tempo d'andarsene.