strada, giovinetta.
OLDA — Chi parla?
IL DUCA — Un albero.
OLDA — Ora comincio ad aver paura veramente. Ora vorrei potermi
districare da questo labirinto.
IL DUCA — Io saprei il filo dei sentieri.
OLDA _(abbracciando gli alberi nel buio)_ — Albero, albero caro:
insegnami tu la via! Dirò ai boscaioli del Duca di non tagliarti mai.
IL DUCA — Non sono un albero. Sono un uomo chiuso in un albero.
OLDA — Oh benedetto! Come? Un uomo chiuso in un albero? Dove?!
_(Silenzio)._ Sono povera come una croce di legno del camposanto
vecchio. Ma se tu mi insegni la via, mi butterò nel fuoco per te, tutta
la mia vita.
IL DUCA — Vieni qui, presso la quercia. Guàrdavi bene dentro. Mi vedi?
Mi riconosci?
OLDA _(raccapricciando)_. — Il Duca!? Dentro lì?
IL DUCA _(come da una tagliola)_ — Sì. Il Duca. Il vecchio Duca, il
vecchio pazzo Duca, al quale la Duchessa giovine non vuole un'oncia
di bene. Ho pensato, per uccidere la mia malinconia, di tentare un
esercizio che m'era caro in giovinezza. Entrare negli alberi cavi e
lasciarmi scivolare nel tronco per raccogliere nidi di gufi. Non sono
più il cerbiatto di quei tempi. Ora sono un bue. Caddi pesantemente
nella trappola in ragione diretta del mio quintale. Son qui dentro,
stretto stretto. Vedi tu se puoi liberarmi, angelo mio!
OLDA. — Oh Altezza! Ben certo! Così, se permetterete, faremo la strada
insieme. _(Tenta di liberare il Duca senza riuscirvi)._
IL DUCA — Su, forza! Per Dio, alla tua età avrei strappato anche la
quercia dal suolo.
OLDA _(sforzandosi)_. — Non posso. Vedete bene che sono una donna!
IL DUCA _(con terrore mortale)_. — Ma giovine e forte. _(Incalzando)._
Tu sai che non ho figli! Ti adotto. Ti faccio mia erede universale!
Potrai sposare anche tu un Duca!
OLDA _(ancora tentando)_. — Non posso! Ebbene, Altezza, insegnatemela
questa strada! Andrò al Castello, chiamerò la Duchessa, i servi, i
boscaioli, tutte le braccia del Ducato!
IL DUCA. — La strada? La strada? Sei bella. E poi se ti rapiscono? La
Duchessa ha un amante. E poi se non ti rimandano quei due qui? E poi se
tu non mi ritrovi? Non ho più fiato in corpo. Ho urlato troppo. Non mi
sentireste da nessuna parte. No. No. No.
OLDA. — Aspettiamo l'alba, allora.
IL DUCA. — Allora, aspettiamo la morte.
PAOLO BUZZI
L'INVULNERABILE
_Atrio d'un albergo. Bureau con portiere addormentato. Entrata del lift
e canna d'ascensione della cabina visibile per un tratto. Due viveurs
seduti su poltrone di vimini._
IEA. — Ti dico, deliziosa.
IO. — E misteriosa.
IEA. — Impenetrabile.
IO. — Inafferrabile.
IEA. — Numero 39, in fondo al mio stesso corridoio.
IO. — Esattamente sopra il 29, la mia camera.
IEA. — Io la sento passare.
IO. — Io la sento andare a letto.
IEA. — Brrr!
IO. — Ah sì! Brrr!
IEA _(piano)_. — Ma tu che cosa sei? Un rat d'hôtel o un avventuriero
d'amore?
IO. — Io? E tu che cosa sei?
IEA. Mah! Se potessi rubarla, lei e i suoi gioielli insieme!
IO. Infatti ha dei gioielli superbi. Scommetto che se li porta anche
quando dorme.
IEA. Bisognerebbe osare...
IO. Io ho osato. Sulle scale, l'altro ieri. Ieri nella sala di musica.
Oggi l'ho mangiata cogli occhi, al _déjeuner_. Ma invano. Ora tocca a
te. Vedremo se sarai più fortunato. Questione di scegliere l'attimo e
il punto. Ma bravo chi ci arriva!
IEA. Peccato si sia in due! Credi, tu sei di troppo. Se fossi io
solo... a quest'ora...
IO. Schutt! Eccola. _(La signora elegantissima entra dalla strada e
va diritta all'ascensore)._ Per Dio, che razza d'albergo! Il portiere
dorme e il groom del lift non si lascia vedere.
IEA, _balzando all'ascensore_. Ciao! Ci vedremo pel thè. Vado a
riposarmi. _(Fa entrare la signora nella cabina dell'ascensore)._
LA SIGNORA. Ben gentile, grazie.
IO, _seguendo con gli occhi fissi la manovra dell'altro_. Perdio! Non
ci avevo pensato. Quel mostro me la fa.
_(Iea monta pure nell'ascensore e fa salire la cabina. Lo si vede
che abbraccia fulmineamente la signora nel distacco dal suolo. La
signora, d'un moto non meno fulmineo, estrae una piccola rivoltella e
spara contro l'assalitore che si abbatte sul divano. Il tutto in una
rapidissima e pure distinta visione)._
IO, _allibendo ma serbando una certa calma filosofica_. Era di troppo
lui, a quanto pare. _(Grida)._ Signora, non voleva derubarvi, voleva
solamente amarvi!
PAOLO BUZZI
IL PESCE D'APRILE
ATTO 1º
_La porta d'una chiesa di città. Una piazza. Case. Un palazzo
prospiciente la chiesa. Andirivieni di gente. Suona il mezzogiorno
dalla torre campanaria della chiesa._
UNA DAMA IN NERO, _staccandosi dalla folla e andando verso un Prelato
che esce dalla chiesa_. Monsignore!
MONSIGNORE, _guardando bene in volto la Signora_. Signora!
DAMA, _turbata_. Vi è un grande peccatore che sta per morire. Egli è
estremamente inquieto per l'anima sua e desidera vivamente vedervi. Non
vi dispiace di seguirmi, Monsignore?
MONSIGNORE. Può credere, signora. Ero appunto sulle mosse per un'altra
visita del genere. _(Attraversano la strada e, dopo pochi passi,
giungono al Palazzo)._
DAMA. Ecco, Monsignore. Si tratta del Marchese che abita in questo
palazzo. _(Atto di sorpresa del Prelato)._
PORTIERE, _avanzando dall'atrio_. Buon giorno, Monsignore. Che cosa
desidera?
MONSIGNORE, _alquanto perplesso_. Il Marchese sta male?! Salgo a
vederlo.
PORTIERE, _cadendo dalle nuvole_. Il Padrone?! Ma se sta a meraviglia!
Eccolo che viene, in persona. _(Segna nell'interno dell'atrio)._
MONSIGNORE. Come? Ma se questa signora.... _(Si volta verso la Dama.
Essa è scomparsa)._
MARCHESE, _sopraggiungendo, al portiere_. Che c'è, Giovanni? Oh chi
vedo! Monsignore?!
MONSIGNORE. Se permette, Marchese, la metto io al corrente dello
scherzo di pessimo genere che ci è capitato ad entrambi. Si figuri che
una signora, alta, bionda, pallida, con gli occhi azzurri, è venuta a
dirmi testè che... Lei... stava male e che... desiderava... vedermi...
Anzi mi ha accompagnato ella stessa fin qui. Poi è sparita.
MARCHESE, _scherzoso_. Ha guardato oggi l'almanacco, Monsignore? Primo
d'aprile. _(Con disinvoltura)._ Beh, come pesce non c'è male! _(Sopra
pensiero, involontariamente)._ Alta, bionda, pallida, con gli occhi
azzurri? Non conosco nessuna donna che risponda a questi connotati.
_(Pausa)._ Ma entrate un momento, Monsignore, se non vi spiace!
_(Entrano nel palazzo)._
_Sipario_
Atto 2º
_Gabinetto di studio del Marchese. Molti libri, e dipinti e stampe di
donne nude. Ampie poltrone coperte di pelle oscura._
MARCHESE, _facendo sedere il Prelato e pure sedendo_. _Voce un po'
turbata._ È molto strano, però, che vi abbiano chiamato qui in modo
così misterioso. Penso se la cosa fosse accaduta in un altro giorno del
mese...
MONSIGNORE. Di burloni, d'ogni sesso, ve ne sono in tutti i giorni
dell'anno, Marchese....
MARCHESE, _sempre più turbato_. Ma no, vi dico: vedete? Io sto
benissimo. Pure... vi confesso... da qualche tempo sono inquieto sullo
stato dell'anima mia. E, vi dico la verità, Monsignore, che avevo già
pensato io stesso di mandarvi a chiamare un momento o l'altro. Ora, già
che ci siete, in questa casa, lasciamo da parte l'incidente bizzarro
che vi ha fatto capitare qui a mia insaputa: e, se volete, parliamo
pure della mia coscienza...
MONSIGNORE. Sentite, Marchese. Io ero uscito di chiesa per recarmi
a visitare un altro ammalato, ma veramente grave, quello. Non potrei
disporre di molto tempo ora. Vi dò, quindi, appuntamento in chiesa,
per stasera alle diciannove, terzo confessionale di sinistra per chi
entra. Sarà molto meglio. La chiesa, di sera, aiuta la coscienza a
liberarsi... _(Si alza per accommiatarsi)._ I miei rispetti ed a ben
vederla, caro signor Marchese!
_(Il Marchese, soddisfatto, lo accompagna con grande effusione alla
porta dello studio)._
MARCHESE. Grazie, Monsignore. A questa sera. Senza fallo.
_Sipario_
ATTO 3º
_La camera da letto del Marchese. Un'alcova coperta. Ritratti grandi e
piccoli, ad olio, per tutte le pareti. Uno, più grande, ha un mazzo di
fiori davanti._
MONSIGNORE, _entrando commosso e concitato col cameriere_. Ma è
impossibile! Doveva venire da me alle diciannove! L'ho atteso. Poi mi
sono deciso a tornar qui. _Morto!_
CAMERIERE. Fulmineamente. Stava appunto per uscire... _(Conduce
Monsignore verso la tenda dell'alcova)._
MONSIGNORE, _guarda nell'interno dell'alcova, col volto compunto_.
Fiat voluntas tua. _(Alza gli occhi e ferma lo sguardo sopra un grande
ritratto appeso alla parete)._ Ma... ma... Io sono ancora un po' nuovo
della parrocchia e dei parrocchiani... dite un po'.... quel ritratto...
chi è quella donna? _(Gli occhi gli si fanno quasi allucinati)._
CAMERIERE. Quel ritratto... è quello... della signora Marchesa, la
sposa del mio povero Padrone, morta venticinque anni fa...
MONSIGNORE, _sbigottito_. Morta?! Venticinque anni fa?! Ma voi
impazzite! Se è quella stessa che mi ha parlato oggi, a mezzogiorno,
sulla porta della chiesa! _(Guarda ancora il ritratto)._ Sì, lei; è
lei, vi dico! Quella che mi ha accompagnato fino al Palazzo e poi è
scomparsa.
CAMERIERE, _con grande gravità_. Spero che Monsignore non vorrà
dubitare della parola d'un vecchio che è da quasi cinquant'anni al
servizio di questa Nobile Casa e che è incaricato di cambiare quei
fiori tre volte al giorno.
_Sipario_
PAOLO BUZZI
LA COMETA
_Camera da letto modesta. Libri. Fotografie. Scrittoio con lampada.
Una finestra spalancata. Giorgio, il poeta, è coricato, la faccia arsa
dalla febbre. Porta a sinistra._
MEDICO, _andandosene_. Grave assai. Febbre altissima. La notte sarà
afosa e potrà influire sul rialzo della temperatura. Veda di farlo
assistere anche da qualche altra persona, queste ore.
MADRE. Dio mio! Farò il possibile. Ma egli non vuole da presso che la
sua mamma.
MEDICO. Un'amica, diamine! Non aveva una amica?
MADRE. Non aveva che la Poesia... e la sua vecchia mamma...
_(Il medico esce)._
GIORGIO, _alla madre tornata presso di lui_. Mamma, mamma, ti adoro!
Siedi qui, accanto a me. Non muoverti più. Come mi sembra di star
bene!...
MADRE. Caro, sta tranquillo; non parlare.
GIORGIO. Se morissi... sarei felice.
MADRE. Tu _devi_ guarire.
GIORGIO. Felice, oh sì! Avrei realizzato il mio sogno: _quello di non
assistere alla morte tua_.
MADRE. Cattivo, egoista che sei! Angelo! _(Colle lagrime agli occhi)._
GIORGIO, _agitandosi improvvisamente sul letto_. La cometa! La cometa!
MADRE, _calmandolo_. Quale cometa, caro?
GIORGIO. Sì: non mi hai tu letto oggi il giornale che prometteva il
passaggio della cometa per stasera?
MADRE. Non oggi. Te lo lessi, forse, una volta, saranno vent'anni,
quando eri bambino, e la cometa, infatti, passò.
GIORGIO, _sempre più agitandosi_. La cometa! La cometa!
MADRE, _con supplicazione_. Calmati, tesoro!
GIORGIO, _guardando verso la finestra_. Sì, passa... la voglio vedere!
_(Balza dal letto. La madre lo avvolge d'un accappatoio e lo trattiene
con ogni sforzo)._
MADRE. Vergine! Aiuto! _(Al figlio)_ Non c'è una stella, stasera...
Nulla... vedi?
GIORGIO, _ribellandosi_. Oh, per Cristo! Voglio vederla, la cometa!
_(Si divincola. La madre gli balza addosso)._
MADRE. No! _(Colluttazione)._
GIORGIO. Sì! _(Colluttazione. Balza verso la finestra)._
MADRE, _disperatamente avvinta_. No!
GIORGIO. Sì!
_D'un pugno formidabile, egli abbatte la madre. Nessuna catastrofe
di suicidio nel vuoto. Il Poeta appoggia i gomiti al davanzale e sta
come trasognato alla finestra, quasi contemplasse l'Astro immaginario
passare con la sua coda d'oro. In una luce astrale, la salma della
madre, immobile, dietro di lui, sembra l'ombra stessa del suo corpo
estasiato._
_Sipario_
CORRADO GOVONI
LA CACCIA ALL'USIGNUOLO
FIENO, _marito_
FASCINA, _moglie_
BRINA, _figlia_
RAGGIO, _amante_
Suoni di campane.
Canti d'ubbriachi.
Fruscii di vento.
Giuochi di luci.
Profusione di chiaro di luna.
Gorgheggi d'usignuolo.
Vagabondaggio di lucciole.
Voci del borgo.
Aliti.
Sospiri.
Orologio che riempie le pause di silenzio col suo andare-venire di
sentinella che ogni tanto getta il suo chi-va-là d'ore.
Un gatto in cucina.
Un'upupa nella campagna.
Un cane, ecc.
Gli abiti e i gesti devono essere adatti e intonati alla bruttezza
e alla poesia che rappresentano le qualità rivestite dai quattro
personaggi. Così dovrà essere per gli aspetti delle cose e per le voci
esteriori che si devono udire distintissime, seguenti e partecipanti
allo svolgimento dell'azione.
ATTO 1º
_Una cucina. Rami alle pareti. A destra la cappa d'un enorme camino
come un mantice annerito dal fumo. A sinistra una porta. Davanti, nel
centro, una finestra, nero specchio di stelle. Nel mezzo, una tavola
apparecchiata modestamente, rischiarata da una lampada di maiolica coi
paralume verde che mette tagli crudi violacei sulle facce di _Fieno_
e _Fascina_ seduti ai due capi della tavola. _Brina_ è appoggiata
languidamente alla finestra e guarda fuori dai vetri chiusi. _Dopo_
cena. Pause di silenzio. Poi si sente lontana l'avemaria. _Fascina_
e _Fieno_ s'alzano da tavola, chinano le sedie, ci piegano su il
ginocchio e si segnano. _Brina_ apre i vetri: l'avemaria entra a
ondate, poi breve pausa, indi allegro scampanio._
FIENO, _a Fascina, mentre sono inginocchiati sotto la benedizione
dell'Angelus_. Sta' attenta, il gatto fa sporco nella cenere del
focolare...
FASCINA, _drizza la sedia, afferra un tovagliuolo e fa scappare il
gatto_. Boia! Maiale! Aspetta...
BRINA, _è sempre muta, assorta nel suono delle campane. Quando finisce
l'avemaria, Fieno e Fascina siedono._
FIENO. Si vede che il campanaio ha già cenato che non finisce mai di
suonare, stasera...
FASCINA. Non ha altro da fare che tirar le corde tutto il giorno.
FIENO. E far figli: tante campane, tanti figli.
FASCINA. Ci pensa sua moglie.
_Intanto raddoppia il suono._
_Fieno._ Disgraziato! Ti cada sulla testa la campana del mezzogiorno!
_Fascina._ Addio corna!
_Fieno._ Ah, sì!...
_Fascina._ Non vedi che è in capelli tutto il giorno?...
_Fieno._ E già: dove lo metterebbe il cappello?
BRINA, _senza voltarsi_. State zitti! Non posso più sentire le
campane...
FIENO. Bella musica...
FASCINA. Proprio!
FIENO. È come quando tu lavi i piatti. Cic, ciac, pum... Alle volte
qualcheduno si rompe..... quelle là non crepano mai.
FASCINA. Perchè sono battezzate.
FIENO. Forse.
_Fascina s'alza e va via._
FIENO. Dove vai?
FASCINA. Là.
FIENO, _fa cenno d'aver capito_. Come, ancora? Sei malata?
FASCINA. Non so, ho proprio bisogno.... _(Va e torna)._
BRINA. Dio, come siete atroci!
FIENO. Cara mia, è una cosa naturale. Io ti confesso che alle volte ci
provo una gran soddisfazione. Mi sento più leggiero e allegro dopo.
BRINA. Dite delle cose schifose.
FIENO. Ma anche tu...
FASCINA, _tornando_. Come si potrebbe fare senza?
BRINA. Si dovrebbe fare come i fiori: anch'essi si nutrono e dopo
emanano dolcissimi profumi.
FIENO. Dici sempre delle sciocchezze.
FASCINA. Noi non siamo dei fiori.
_(Breve pausa)._
BRINA, _sedendosi sul davanzale e sporgendo fuori tutto il busto_. Una,
due, tre, quattro, 7, 10, 20, 25...
FASCINA. Senti: conta le stelle....
FIENO. Lascia stare: le hanno già contate.
BRINA, _con gioia, senza voltarsi_. Sì, ma quelle che conto io
sono mie. Provo la voluttà avara del mendicante che seduto sulla
soglia della chiesa fa scorrere con le dita nella tasca le monete
dell'elemosina.
FASCINA. Che cosa stanno poi a fare tante che non fanno neanche lume?
Almeno la luna...
FIENO. Sì, bella soddisfazione farsi abbaiar dietro a quel modo da
tutti i cani della terra. Influisce sulle donne gravide, sulle uova
gallate e sulla nascita delle cipolle...
FASCINA. Dicono che fa crescere anche il mare....
FIENO. Già, come il lievito nella madia.
BRINA, _contando ancora le stelle_. Trentatrè, 34, 38.......
FIENO. Fammi il piacere, chiudi la finestra. Sarebbe meglio che invece
di esserci le stelle non ci fossero le zanzare....
FASCINA. Hai ragione.
FIENO. Che caldo! Si soffoca.
FASCINA. L'inverno si gela, l'estate si arrostisce.
BRINA, _tra sè_. Come son belle le stagioni con le lor mode di prati in
fiore, di nuvole violastre, di neve soffice, di pioggia frusciante!
FIENO. Bella roba! Si dovrebbe poter regolare il tempo come si
desidera, con un rubinetto: oggi tanta pioggia per far nascere la
canapa, domani tanto sole per asciugare il frumento; domani cielo
coperto, umido... come si fa con l'acqua potabile dell'acquaio.
FASCINA. Davvero!
BRINA, _estasiata_. È bello correre coi capelli al vento nella pioggia,
sotto l'ombrello rovesciato d'un lampo! _(Breve pausa)._ L'usignuolo!
l'usignuolo!
FIENO. Maledetto! È alleato delle zanzare e della luna... Tutta la
notte è laggiù come un ubbriaco che canta e vomita appoggiato al
muro... Avvelenerò l'albero su cui canta, minerò il rosaio dove ha il
nido, gli darò la caccia...
BRINA, _sempre come trasognata_. Ah, che felicità esser la moglie
dell'usignuolo! Covare nella culla rotonda le piccole uova macchiate
sotto le stelle, nella sicurezza regale di quel canto....
FASCINA. Vorrebbe essere un uccello!
FIENO. Farebbe meglio ad aiutarti a lavare i piatti, invece di perdersi
tutto il giorno a dire e fare sciocchezze...
FASCINA. Non è buona neanche di vuotare l'orinale da sotto il letto.
FIENO. Vedrai il tuo usignuolo... lo voglio mangiare in umido con
le penne e tutto. Non si può più dormire, la notte.... Come se non
bastasse lui, c'è anche la luna che entra da tutte le fessure....
FASCINA. Bisogna tapparle più bene con del cotone... sempre quella luce
sugli occhi.... Non ne abbiamo abbastanza del sole?
FIENO. Hai fatto il chilo?
FASCINA. Sì.
FIENO. Allora andiamo a letto.
FASCINA. Si consuma il petrolio per niente.
FIENO. Andiamo. _(Rivolto a Brina)_ Anche tu.
FASCINA. Anche tu.
BRINA. Io non ho fatto il chilo.
FIENO. Eppure hai mangiato quello che abbiamo mangiato noi....
BRINA. Io no: ho mangiato campane, stelle e lucciole.
FIENO. È ora di finirla con le tue scempiaggini. Non fai niente in
tutto il giorno.
FASCINA. Non sei una signora.
FIENO. Non sai neanche condir l'insalata e lucidare gli stivali.
FASCINA. Ti credi la padrona.
FIENO. Devi ubbidire.
FASCINA. Sono tua madre.
BRINA, _scuotendosi come da un sogno, scende dal davanzale, va verso la
madre e le grida_. Tu sei tu, io sono io!
FASCINA. Io sono tua madre.
BRINA. Tu sei una donna, io sono una donna. Tu sei vecchia, io sono
giovane; tu piangi, io canto; tu sei di ghiaccio, io di fiamma. Tu
non sei mia madre: tu sei un babau pien di rughe, la tua faccia è
come le tue scarpe; sei la marianna delle fiere a cui i monelli tirano
tre palle di stoppa per un soldo, per ridere vedendola andare a gambe
all'aria. Tu sei l'albero raggrinzito; io sono la verde foglia che si
fa portar via dal vento; tu lo stelo secco, io il fiore rosso che ride
al sole; tu la spina nociva, io la goccia di rugiada che sviene sul
filo d'erba.
FIENO. Io sono tuo padre.
BRINA. Tu non sei mio padre: sei lo spauracchio che i contadini fanno
coi calzoni frusti dei soldati congedati, imbottiti di paglia, e
mettono a cavalcioni d'un ramo con una pertica in mano, per tenere
lontano gli uccelli dal frutteto. Io vi scaccio, ho voglia di ridere,
vi scaccio. Via, Tarlacchi! Via, Marianna! Via!... _Scaglia contro di
loro i pani, i bicchieri, le stoviglie. Li insegue con uno scroscio di
risate fragorose e liete come battimani._
_Sipario_
ATTO 2º
_Un portico che respira su un giardino di fiori addormentati. Alberi in
fondo inzuppati di chiaro di luna._
_Prossimamente, semioscurità virgolata di lucciole. Si distinguono
tutte le voci della campagna e del borgo. Un cane abbaia in lontananza.
Un campanile scocca le ore. Un soffio di vento investe le cime dei
pioppi. Si sentono dei passi dietro il muro del giardino. Cantano
brevemente degli ubbriachi. Si sente chiudere una porta. Poi s'alza il
gargarismo d'un usignolo._
__Brina_ e _Raggio_ abbracciati su un sedile di marmo. Persone e cose
tutto avvolto in una atmosfera di sogno._
BRINA. Senti l'usignuolo... È un innaffiatoio di chiaro di luna.
RAGGIO. È l'acciarino di diamante che sprizza tutte queste scintille di
lucciole.
BRINA. Quante! Quante! È la corsa della fiaccola delle lucciole...
una cade sfinita, un'altra fa un balzo più avanti con la fiammella
moribonda.... Sembran tanti ciccaiuoli che vanno per le vie deserte
del borgo, illuminando col loro lanternino di latta verde le perle
schiacciate degli sputacchi.
_Si baciano lungamente. Si staccano per ribaciarsi._
BRINA. Bevimi tutta con un sorso lungo.
RAGGIO. Ah! perchè non possiamo fonderci insieme come le nostre ombre?
Guarda come sono felici!
BRINA. Io sono felice. Io sono te.
RAGGIO. Tu sei me.
BRINA. Io vorrei morire.
RAGGIO. No, no: mi uccideresti. Tu che sei entrata nella vita come la
lucciola ch'entra nel fiore, come la rosa bianca nello specchio senza
fargli male.
BRINA. Tu nel cuore come la goccia che fa traboccare il bicchiere, come
il cerino che desta la fiamma che dormiva nel vecchio legno, come la
chiave nuova che apre la porta verde sul giardino.
RAGGIO. Dimmi che non vuoi morire, che sei felice.
BRINA. Vorrei morire perchè sono felice.... Che altro si può essere,
dopo? Sono felice. Non so, ma esiste certo una misteriosa relazione tra
il brillante della tua cravatta e il canto dell'usignuolo, tra il suono
delle tue scarpe sulla ghiaia ed il vagabondare delle lucciole, perchè
io sono così felice quando tu giungi.
_Si baciano ancora._
BRINA. Fa piano, che i fiori sognano...
RAGGIO. Ogni fiore è un sacchetto di profumo, il giardino è un facchino
d'odori....
BRINA. Va via, fino laggiù: voglio riprovare l'emozione della tua
venuta.
_Quando Raggio è lontano. Brina si nasconde dietro gli alberi._
RAGGIO. Dove sei, Brina?
BRINA. Prendi una lucciola e vieni a cercarmi.
RAGGIO. Seguirò le péste d'argento del tuo riso e ti troverò.
_La raggiunge. Pigliano le lucciole, le tengono in mano, si baciano
tornando al sedile._
BRINA. Senti come canta l'usignuolo, come gira il suo aspo d'argento...
RAGGIO. Prova la chiave di diamante nella porta di vetro dell'umida
prigione dove dormono gli angeli ciechi incatenati...
BRINA. È un ladro divino che prova i suoi grimaldelli nelle serrature
dei silenzio e del mistero....
_Pausa._
RAGGIO. Cos'hai?
BRINA. Ho paura dell'usignuolo.
RAGGIO. È così piccolo... lo potresti soffocare con la stretta del
mignolo.
BRINA. Il suo canto è più forte del ruggito del leone.
_Stanno in ascolto._
BRINA. Senti, non canta più.
RAGGIO. Che cosa è stato?
BRINA. Gli è scoppiato il cuore.
_Pausa. Viene da un tetto vicino il grido sinistro dell'upupa._
BRINA. È un assassinato dietro il muro dell'orto.
RAGGIO. È qualche gatta che fa i piccoli...
BRINA. È l'upupa... È innamorata dell'usignuolo, e gli piange dietro.
RAGGIO. Una strega centenaria innamorata di un bambino.
_Pausa. Un cane abbaia a lungo, rabbiosamente. Brina ha un brivido
di paura, si raccoglie le gonne intorno alle gambe, si stringe
all'amante._
RAGGIO. Che cosa hai?
BRINA. Quel cane...
RAGGIO. Ma è laggiù lontano in una cascina.
BRINA. Come è lungo! Arriva fino qui; mi sento il suo muso aguzzo
minaccioso intorno ai ginocchi, ho paura. Difendimi, ho paura!
RAGGIO. _(facendo l'atto di scacciare il cane feroce)_. Via! Via!
_(Tira dei sassi)._ Ecco, vedi, è tornato al suo pagliaio, è diventato
corto, non abbaia più.
_Sta in ascolto. Fruscii misteriosi._
BRINA. Che cosa senti?
RAGGIO. Sono i teneri rami che si cercano come mani furtive nel buio;
sono le foglie fresche che tremano come bocche adultere che si baciano
piano piano per non farsi sorprendere, e le loro ombre unite si
riflettono nello specchio di chiaro di luna sui sentieri. Andiamo fino
laggiù...
BRINA. Ho paura. Laggiù ci sono le cose cattive che guardano con occhi
rospini, le ombre malvage che scivolano cieche intorno agli alberi
addormentati.
RAGGIO. Vieni, vieni! _(La trasporta, quasi)._ Fino al traguardo
dell'usignuolo.