Per comprendere tutto l'interesse di questa conversazione è

BIBLIOTECA UNIVERSALE

LA PACE DOMESTICA

L'ELISIR DI LUNGA VITA — LA BORSA

RACCONTI SCELTI

DI

ONORATO BALZAC

MILANO

EDOARDO SONZOGNO, EDITORE

14 — Via Pasquirolo — 14

_1893._

Milano. — Tip. dello Stab. di E. Sonzogno.

PREFAZIONE

Abbiamo già dato la biografia di Balzac, allorquando si pubblicarono

i volumi contenenti _Mercadet l'affarista, Il lutto, Fisiologia del

matrimonio, Gl'impiegati_. Quale prefazione a questo volume che si

sta pubblicando, il quale contiene _La pace domestica, L'elisir di

lunga vita, La borsa_, reputiamo opportuno citare il giudizio che

dello stesso Balzac hanno pronunziato quei due grandi luminari della

letteratura francese, che furono Vittor Hugo e Lamartine.

Victor Hugo ha scritto: «Il nome di Balzac lascierà una traccia

luminosa alla nostra epoca ed a quella che vi seguirà. Egli era dei

primi fra i grandi, dei più alti fra i migliori. Tutti i suoi libri

ne formano un solo, un libro vivo, luminoso, profondo, ove si vede

il viavai, il camminare, il moversi, con un non so che di sgomento

e di terribile, misto alla realtà dell'intero nostro incivilimento

contemporaneo; un libro maraviglioso che il poeta intitolò _commedia_

e che avrebbe potuto intitolare _storia_; che prende tutte le

forme e tutti gli stili; che supera Tacito e tocca Svetonio; che

attraversa Beaumarchais e giunge fino a Rabelais; un libro che è

tutto osservazione ed imaginazione; che prodiga il vero, l'intimo, il

borghese, il triviale, il materiale e che, in certi momenti, attraverso

tutte le realtà della vita repentinamente e largamente strappate,

lascia tutto ad un tratto scorgere l'ideale più tetro e tragico. A sua

insaputa, il voglia o no, consenziente o no, l'autore di quest'opera

immensa e strana è della forte stirpe degli scrittori rivoluzionarii.

Egli va dritto alla meta. Afferra pel corpo la società moderna; strappa

a tutti un brandello, agli uni l'illusione, agli altri la speranza,

a questo un grido, a quello una maschera; fruga il vizio, disseca la

passione, scruta, scandaglia l'uomo, l'anima, il cuore, le viscere, il

cervello, l'abisso che ciascuno ha in sè.»

E Lamartine scrisse di lui:

«I tre caratteri predominanti del talento di Balzac sono: la verità, il

patetico e la moralità. Bisogna aggiungervi l'invenzione drammatica,

che lo rende in prosa eguale e spesso superiore a Molière. So che a

questa parola si leverà un grido di scandalo e di sacrilegio da tutta

la Francia; ma, senza punto detrarre all'autore del _Misantropo_ di

ciò che la perfezione del suo verso aggiunge all'originalità del suo

talento e proclamandolo, come tutti, incomparabile e inimitabile,

il mio entusiasmo per il gran commediografo del secolo di Luigi XIV

non mi renderà mai ingiusto ed ingrato verso un altro, inferiore in

locuzione; eguale, se non superiore, in convinzione; pure incomparabile

in fecondità: Balzac! Quante volte leggendolo e svolgendo con lui i

prodigiosi ed inesauribili meandri della sua inventiva, ho esclamato

fra me e me: «La Francia ha due Molière; il Molière in versi e il

Molière in prosa!» Balzac è anzitutto il gran geografo delle passioni.

Non so che istinto rivelatore ed osservatore gli ha insegnato che i

luoghi e gli uomini sono vincolati da legami segreti; che il tal sito

è un'idea, la tal muraglia è un carattere, e che per ben riuscire in

un ritratto fa d'uopo dipingere una camera. Quest'analogia e fedeltà

stanno ai suoi romanzi come il paesaggio alle grandi scene del dramma.

Gl'imbecilli si lagnano della minuziosità apparente di descrizione;

gl'intelligenti l'ammirano. In lui tutto incomincia con un simile

ambiente de' suoi personaggi, prefazione dell'uomo. Anzi è appunto in

ciò ch'egli spiegò il maggior estro. Ecco, per esempio, il principio di

_Eugenia Grandet_, ecco l'avaro, assai diversamente concepito da quello

di Plauto, di Terenzio e di Molière. La commedia di carattere va fino

al riso nelle caricature di questi grandi commediografi. In Balzac va

fino al pianto. Gli uni si burlavano ridevolmente dell'avaro nel motto

famoso: Che fare in quella galera? L'altro fa detestare il vizio e

odiare il vizioso.»

LA PACE DOMESTICA

L'avventura riprodotta in questa scena accadde verso la fine del mese

di novembre 1809, nel punto in cui il fuggitivo impero di Napoleone

era all'apogeo del suo splendore. Le fanfare della vittoria di Wagram

rimbombavano ancora nel cuore della monarchia austriaca. La pace era

segnata tra la Francia e la coalizione. I re ed i principi vennero

allora, come astri, a compire le loro evoluzioni intorno a Napoleone,

che si procurò la soddisfazione di trascinarsi dietro l'Europa,

magnifico saggio della potenza che spiegò più tardi a Dresda.

Mai, al dire dei contemporanei, Parigi aveva vedute feste più belle

di quelle che precedettero e seguirono il matrimonio di questo sovrano

con un'arciduchessa d'Austria, mai nei giorni più splendidi dell'antica

monarchia, tante teste coronate accorsero sulle rive della Senna, e mai

l'aristocrazia francese fu ricca e brillante come allora. I diamanti

sparsi a profusione sulle acconciature, i ricami d'oro e d'argento

delle uniformi, fecero tale contrasto coll'indigenza repubblicana, che

sembrava vedere le ricchezze del globo affluire nei saloni di Parigi.

Un'ebbrezza generale aveva come colpito questo impero d'un giorno.

Tutti i militari, senza eccettuare il loro capo, godevano da ricchi

improvvisati i tesori conquistati da un milione d'uomini colle spalline

di lana, le cui esigenze erano soddisfatte con alcune aune di nastro

rosso. A quell'epoca la maggior parte delle donne affettava quella

facilità di costumi e quel rilassamento della morale che segnalò il

regno di Luigi XV. Sia per imitare i modi della monarchia caduta, sia

che certi membri della famiglia imperiale ne avessero dato l'esempio,

come lo pretendevano i _Frondeur_ del sobborgo San Germano, è certo che

uomini e donne, tutti si lanciarono nei piaceri con una intrepidità che

pareva presagire la fine del mondo. Ma v'era allora un'altra ragione

di questa licenza. La passione delle donne pei militari divenne una

specie di frenesia e combinava troppo bene colle viste dell'imperatore

perchè vi mettesse un freno. Le frequenti riprese di guerra, che

fecero somigliare ad armistizii tutti i trattati conclusi da Napoleone,

esponevano le passioni a scioglimenti così rapidi quanto le decisioni

del capo supremo di questi kolbach, di questi dolman e di questi

pennacchi, che piacquero tanto al bel sesso. I cuori furono allora

nomadi come i reggimenti. Da un primo ad un quinto bollettino della

grande armata, una donna poteva essere successivamente amante, sposa,

madre e vedova. Era la prospettiva d'una prossima vedovanza, quella di

una dotazione, o la speranza di portare un nome consegnato alla storia,

che rendeva così seducenti i militari? Le donne furono trascinate

verso di essi dalla certezza che il segreto delle loro passioni sarebbe

sepolto sui campi di battaglia, e la causa di questo dolce fanatismo

si deve cercare nella nobile attrattiva che ha su di esse il coraggio?

Forse queste ragioni, che il futuro storico dei costumi imperiali si

divertirà senza dubbio a pesare, entravano tutte per qualche cosa nella

loro facilità ad abbandonarsi agli amori. Checchè ne sia confessiamolo

gli allori coprirono allora molti falli, le donne cercarono con ardore

quegli arditi avventurieri, che loro parevano vere sorgenti d'onori, di

ricchezze e di piaceri, ed agli occhi delle giovinette, una spallina,

quel geroglifico futuro, significava onore e libertà. Un tratto di

quell'epoca unica nel nostri annali e che la caratterizza, fu una

passione sfrenata per tutto ciò che brillava; mai non vi furono tanti

fuochi artificiali, mai il diamante raggiunse sì alto valore.

Gli uomini, avidi come le donne di quei ciottoli bianchi, se ne

impadronivano al pari di esse. Forse la necessità di dare al bottino

la forma più facile al trasporto, mise nell'armata i giojelli in voga.

Un uomo non era tanto ridicolo come lo sarebbe oggi, quando lo sparato

della sua camicia o le sue dita presentavano agli sguardi dei grossi

diamanti. Murat, uomo affatto orientale, diede l'esempio di un lusso

assurdo presso i militari moderni.

Il conte di Gondreville, uno dei Luculli di quel Senato conservatore

che nulla conservò, non aveva protratta la sua festa in onore della

pace che per far meglio la corte a Napoleone, sforzandosi di eclissare

gli adulatori dai quali era stato prevenuto. Gli ambasciatori di

tutte le potenze amiche della Francia col beneficio dell'inventario,

i personaggi più importanti dell'impero, perfino alcuni principi,

erano in quel momento riuniti nei saloni dell'opulento senatore.

La danza languiva; ognuno attendeva l'imperatore, la cui presenza

era stata promessa dal conte. Napoleone avrebbe mantenuta la parola

senza la scena che scoppiò la sera stessa fra Giuseppina e lui,

scena che preludiò al divorzio di quegli augusti sposi. La notizia

di quell'avventura, allora tenuta segretissima, ma che fu raccolta

dalla storia, non pervenne alle orecchie dei cortigiani, e non influì

altrimenti che per l'assenza di Napoleone sulla gajezza della festa

del conte di Gondreville. Le più belle donne di Parigi, affrettatesi a

recarsi da lui, sulla fede di una diceria, vi facevano in quel momento

una gara di lusso, civetteria, abbigliamenti e bellezza. Orgogliosa

delle sue ricchezze, la banca vi sfidava gli splendidi generali ed i

grandi uffiziali dell'impero, recentemente rimpinziti di croci, titoli

e decorazioni.

Questi grandi balli erano sempre occasioni colte dalle famiglie ricche

per produrvi le loro ereditiere agli occhi dei pretoriani di Napoleone,

nella folle speranza di cambiare le magnifiche loro doti contro un

incerto favore. Le donne che si credevano abbastanza forti della

sola loro beltà venivano a provarne la potenza. Là, come altrove, il

divertimento non era che una maschera. I volti sereni e ridenti, le

fronti calme nascondevano calcoli odiosi; le dichiarazioni d'amicizia

erano menzogne, e più di un personaggio diffidava meno de' suoi nemici

che degli amici. Queste osservazioni erano necessarie per spiegare

i fatti del piccolo imbroglio, soggetto di questa scena, per quanto

mitigata, dei costumi che regnavano allora nei saloni di Parigi.

— Volgete un po' gli occhi verso quella colonna spezzata che porta un

candelabro, non vedete una giovine donna, pettinata alla Chinese? Là,

nell'angolo a sinistra. Essa ha delle campanule azzurre nel mazzo di

capelli castani che cadono a fiotti sulla sua testa. Non vedete? è così

pallida che la si crederebbe sofferente, è graziosa e molto piccina;

in questo momento volge la testa verso di noi; i suoi occhi azzurri,

tagliati a mandorla ed incantevolmente soavi, pajono fatti apposta

per piangere. Ma, guardate! ella si abbassa per guardare madama de

Vaudremont attraverso questo dedalo di teste sempre in moto, le cui

alte pettinature le intercettano la visuale.

— Ah! ci sono, caro mio. Tu non avevi che a indicarmela come la più

bianca di tutte le donne che sono qui, e l'avrei riconosciuta; essa

ha la più bella carnagione ch'io abbia mai ammirata. Da qui ti sfido

a distinguere sul suo collo le perle che separano ognuno degli zaffiri

della sua collana. Ma essa deve avere della virtù o della civetteria,

giacchè è molto se i merletti del suo corsetto permettono di sospettare

la bellezza dei contorni Che spalle, che bianchezza di giglio!

— Chi è? chiese, quello che aveva parlato per il primo.

— Non lo so.

— Aristocratico! volete dunque, Montcornet, tenervele tutte per voi?

— Ti sta bene il burlarmi! rispose Montcornet sorridendo. Credi avere

il diritto di insultare un povero generale come me, perchè, rivale

fortunato di Soulanges, tu non fai una sola piroetta che non allarmi

madama di Vaudremont? Oppure è perchè io non sono arrivato che da un

mese nella terra promessa? Siete ben insolenti voi altri amministratori

che restate inchiodati sulle vostre sedie mentre noi siamo in mezzo

alle bombe. Via, signor referendario, lasciateci spigolare nel campo il

cui possesso precario non vi resta che al momento in cui noi altri lo

abbandoniamo. Che diamine! bisogna che tutti vivano! Amico mio, se tu

conoscessi i tedeschi, mi faresti, io credo, qualche servizio presso la

parigina che ti è cara.

— Generale, poichè voi avete onorata della vostra attenzione questa

donna che vedo qui per la prima volta, abbiate la carità di dirmi se

l'avete vista a ballare.

— Eh, mio caro Marziale, da dove vieni? Se ti mandano in ambasciata,

auguro male dei tuoi successi. Non vedi tre ranghi delle più intrepide

civette di Parigi fra essa e lo sciame dei ballerini che ronza sotto il

lampadario, e non hai avuto bisogno del tuo occhialetto per scoprirla

all'angolo di quella colonna, ove pare sepolta nell'oscurità, ad

onta delle candele che brillano sopra la sua testa? Fra essa e noi

scintillano tanti occhi e tanti diamanti, ondeggiano tante piume, tanti

merletti, fiori e treccie, che sarebbe un vero miracolo se qualche

ballerino potesse scorgerla in mezzo a questi astri. Come, Marziale,

non hai tu indovinata la moglie di qualche sottoprefetto della Lippe o

della Dyle, che viene a tentare di rendere prefetto il suo marito?

— Oh! lo sarà, disse con vivacità il referendario.

— Ne dubito, replicò il colonnello del corazzieri ridendo, sembra così

nuova all'intrigo come tu alla diplomazia. Scommetto, Marziale, che tu

non sai perchè si trova là.

Il referendario guardò il colonnello dei corazzieri della guardia con

un'aria che dava a divedere altrettanta indifferenza quanta curiosità.

— Ebbene, disse Montcornet continuando, ella sarà senza dubbio arrivata

alle nove precise, forse la prima, e probabilmente avrà imbarazzato

molto la contessa di Gondreville la quale non sa cucire due idee.

Respinta dalla padrona di casa, cacciata di sedia in sedia da qualche

nuova arrivata, fino nelle tenebre di questo cantuccio, ella vi si

sarà lasciata chiudere, vittima della gelosia di queste dame che non

avranno chiesto di meglio che seppellire così quella figura pericolosa.

Essa non avrà avuto amici per incoraggiarla a difendere la piazza

che ha dovuto occupare di tratto in prima linea; ognuna di queste

perfide danzatrici avrà intimato agli uomini della sua congrega di non

impegnare la nostra povera amica, sotto pena di terribili castighi.

Ecco, mio caro, come questi esseri così teneri e candidi in apparenza

avranno stretta la loro coalizione contro l'incognita; e ciò senza

che alcune di quelle donne si sia detto altro che: — Conoscete voi,

mia cara, quella piccola dama azzurra? To', Marziale, se tu vuoi

in un quarto d'ora essere soprafatto di occhiate lusinghiere e di

interrogazioni provocanti più che forse non ne riceverai in tutta la

tua vita, tenta di forzare la triplice barriera che difende la regina

della Dyle, della Lippe, o della Charente. Vedrai se la più stupida

di queste donne non saprà trovare al momento un'astuzia capace di

trattenere l'uomo più determinato a mettere in luce la nostra gemente

incognita. Non ti pare che abbia un po' l'aria di un'elegia?

— Vi pare, Montcornet? sarebbe dunque una donna maritata?

— Perchè non sarebbe vedova?

— Sarebbe più attiva, disse ridendo il referendario.

— Forse è una vedova il cui marito giuoca alla _bouillotte_, replicò il

bel corazziere.

— Infatti dopo la pace, vi sono tante di queste vedove! rispose

Marziale. Ma, mio caro Montcornet, noi siamo due ingenui. Quella testa

manifesta ancora troppa innocenza, respira ancora troppa gioventù e

freschezza sulla fronte e intorno alle tempie, perchè sia una donna.

Che toni di carne vigorosi! nulla di logoro nei rilievi del naso. Le

labbra, il mento, tutto in questa figura è fresco come un bottone di

rosa bianca, benchè la fisionomia ne sia come velata dalle nubi della

tristezza. Cosa può far piangere questa giovinetta?

— Le donne piangono tanto per poco, disse il colonnello.

— Non so, riprese Marziale, ma ella non piange per essere là senza

ballare; il suo cordoglio non data da oggi; si vede che per questa sera

si è fatta bella con premeditazione. Essa ama già, lo scommetterei.

— Bah! forse è la figlia di qualche principuccio di Germania; nessuno

le parla, disse Montcornet.

— Ah! come è disgraziata una povera ragazza! replicò Marziale. Si può

avere più grazia e più finezza della nostra incognita? Ebbene, non

una delle megere che le stanno intorno, e che si dicono sensibili, le

rivolgerà la parola. Se parlasse, vedremmo se i suoi denti sono belli.

— Oh, oh, tu bolli come il latte alla minima elevazione di temperatura!

gridò il colonnello, un po' piccato di trovare così presto un rivale

nel suo amico.

— Come, disse il referendario, senza accorgersi dell'interrogazione del

generale, e dirigendo l'occhialino su tutte le persone che stavano loro

d'intorno, come! nessuno qui potrà nominarci questo fiore esotico?

— Eh, sarà qualche damigella di compagnia, gli disse Montcornet.

— Buono! una damigella di compagnia che porta zaffiri degni d'una

regina ed un abito di _malines_! Contatela ad altri, generale. Anche

voi non sareste molto forte in diplomazia se nei vostri apprezzamenti

passaste in un momento dalla principessa tedesca alla damigella di

compagnia.

Il generale Montcornet fermò per il braccio un ometto grasso, i cui

capelli mezzo grigi e gli occhi intelligenti si vedevano nei vani di

tutte le porte e che si mischiava senza complimenti ai diversi gruppi,

nei quali era accolto con rispetto.

— Gondreville, caro amico, gli disse Montcornet, chi è quella graziosa

donnina seduta laggiù sotto quell'immenso candelabro?

— Il candelabro? Ravrio, mio caro, me ne ha dato il disegno Isabey.

— Oh! ho già riconosciuto il tuo gusto ed il tuo fasto nel mobilio, ma

la donna?

— Ah! non la conosco. Sarà senza dubbio un'amica di mia moglie.

— O la tua amante, vecchio briccone.

— No, parola d'onore! La contessa di Gondreville è la sola donna capace

di invitare persone che nessuno conosce.

Ad onta di questa osservazione piena d'acrimonia, il grosso ometto

conservò sulle sue labbra il sorriso di soddisfazione interna che vi

aveva fatto nascere la supposizione del colonnello dei corazzieri.

Costui raggiunse in un gruppo vicino il referendario occupato,

ma inutilmente, a cercare notizie sulla sconosciuta. Lo prese pel

braccio e gli disse all'orecchio: — Mio caro Marziale, sta in guardia!

Madama di Vaudremont ti osserva da alcuni minuti con un'attenzione

deplorabile; è donna da indovinare, al movimento solo delle tue

labbra, ciò che tu mi dicesti; i nostri gesti sono già stati troppo

significativi, ella ne ha benissimo scoperta e seguita la direzione, ed

io la credo in questo momento più occupata di noi stessi della piccola

dama azzurra.

— Vecchia astuzia di guerra, mio caro Montcornet. Del resto che

m'importa? Io sono come l'imperatore; quando faccio delle conquiste le

mantengo.

— Marziale! la tua fatuità ha bisogno di una lezione. Come! borghese,

tu hai l'onore di essere il marito designato di madama de Vaudremont,

una vedova di ventidue anni, che ha la miseria di quattromila napoleoni

di rendita, di una donna che ti mette in dito dei diamanti belli come

questo, aggiunse prendendo la mano sinistra del referendario che

gliela abbandonò con compiacenza, ed hai ancora la pretesa di fare

il Lovelace, come se fossi colonnello e costretto a mantenere nelle

guarnigioni la riputazione militare! Ohibò! Ma rifletti dunque a tutto

ciò che puoi perdere.

— Almeno non perderò la mia libertà, replicò Marziale con un riso

forzato.

Gettò uno sguardo appassionato a madama de Vaudremont la quale non gli

rispose che con un sorriso pieno d'inquietudine, giacchè aveva visto il

colonnello esaminare l'anello del referendario.

— Ascolta, Marziale, ripresa il colonnello, se tu volteggi intorno alla

mia giovane sconosciuta, io intraprenderò la conquista di madama de

Vaudremont.

— Permesso, caro corazziere, ma voi non otterrete nulla, disse il

giovine referendario mettendo la nitida unghia del suo pollice sotto

uno del denti superiori, e cavandone un piccolo strepito motteggiatore.

— Pensa che io sono celibe, riprese il colonnello, che la mia spada è

tutta la mia fortuna, e che sfidarmi così è mettere Tantalo a sedere

davanti ad un banchetto che divorerà.

— Prrr!

Questo insolente cumolo di consonanti fu la risposta alla provocazione

del generale. La moda di quel tempo obbligava un uomo a portare al

ballo i calzoni di casimiro bianco e le calze di seta. Questo grazioso

costume metteva in rilievo la perfezione delle forme di Montcornet,

allora in età di trentacinque anni, e che attirava gli sguardi per

l'alta statura obbligatoria nei corazzieri della guardia imperiale,

la cui bell'uniforme dava maggior risalto alla sua imponenza, ancora

giovane ad onta della pinguedine che doveva all'equitazione. I suoi

baffi neri completavano l'espressione franca di una faccia veramente

militare la cui fronte era larga e scoperta, il naso aquilino, la

bocca vermiglia. I modi di Montcornet, improntati di una certa nobiltà

dovuta all'abitudine del comando, potevano piacere ad una donna che

avesse avuto il buon senso di non fare di suo marito uno schiavo. Il

colonnello sorrise guardando il referendario, uno dei suoi migliori

amici di collegio, la cui piccola statura svelta l'obbligò, per

rispondere alla sua canzonatura, ad abbassare un po' l'amichevole sua

occhiatina.

Il barone Marziale De la Roche-Hugon era un giovane provenzale

che Napoleone proteggeva e sembrava designare per qualche pomposa

ambasciata. Egli aveva sedotto l'imperatore con una compiacenza

italiana, col genio dell'intrigo, con quell'eloquenza da salone e

quella scienza dei modi che surrogano tanto facilmente le qualità

eminenti di un uomo solido. Benchè vivace e giovane, la sua figura

possedeva già lo splendore immobile della latta, una delle qualità

indispensabili ai diplomatici e che permette loro di nascondere

le proprie emozioni, di mascherare i sentimenti, se pure questa

impassibilità non annunzia in essi l'assenza di ogni emozione e la

morte dei sentimenti.

Si può considerare il cuore dei diplomatici come un problema

insolubile, giacchè i tre più illustri ambasciatori dell'epoca si sono

segnalati per la persistenza nell'odio e per le affezioni romanzesche.

Tuttavia Marziale apparteneva a quella classe d'uomini capaci di

calcolare il loro avvenire in mezzo ai più ardenti piaceri; egli aveva

già giudicato il mondo ed occultata la sua ambizione sotto la fatuità

dall'uomo fortunato in amore, mascherando il suo talento sotto la

livrea della mediocrità, dopo aver osservato la rapidità con cui si

avanzavano le persone che davano un po' d'ombra al padrone.

I due amici furono costretti a lasciarsi dandosi una cordiale stretta

di mano. Il ritornello che preveniva le dame di formare le quadriglie

di una nuova contradanza, cacciò gli uomini dal vasto spazio in cui

stavano discorrendo in mezzo alla sala. Questa rapida conversazione,

tenuta nell'intervallo che separa sempre le contradanze, ebbe luogo

davanti al camino del gran salone del palazzo Gondreville. Le domande e

risposte di questa chiacchierata, abbastanza comune in un ballo, erano

state come susurrate da ciascuno dei due interlocutori all'orecchio del

vicino. Tuttavia le girandole e i candelabri del camino spandevano sui

due amici una luce così abbondante, che le loro figure troppo vivamente

illuminate non poterono nascondere, malgrado la loro discrezione

diplomatica, l'impercettibile espressione dei loro sentimenti, nè

all'astuta contessa, nè alla candida sconosciuta. Questo spionaggio del

pensiero è forse per gli oziosi uno dei piaceri che trovano nel mondo,

mentre tante ingenue vittime vi si annojano senza osare di convenirne.

Per comprendere tutto l'interesse di questa conversazione è necessario

raccontare un avvenimento che per invisibili legami andava a

congiungersi coi personaggi di questo piccolo dramma, allora sparsi nel

salone. Alle undici di sera circa, nel momento in cui le danzatrici

riprendevano i loro posti, la società del palazzo Gondreville aveva

veduto apparire la più bella donna di Parigi, la regina della moda,

la sola che mancasse a quella splendida riunione. Essa si faceva una

legge di non mai arrivare che nel momento in cui le sale offrivano

quel movimento animato che non permette alle donne di conservare

a lungo la freschezza del volto nè quello della toeletta. Questo

momento rapido è come la primavera del ballo. Un'ora dopo, quando

il piacere è passato, quando sopraggiunge la stanchezza, tutto vi è

logoro. Madama de Vaudremont non commetteva mai il fallo di restare

ad una festa per mostrarvi dei fiori languenti, dei ricci cadenti,

delle guarnizioni sciupate, con una figura simile a tutte quelle che,

incalzate dal sonno, non sempre lo ingannano. Essa si guardava bene di

lasciar vedere, come le sue rivali, la sua bellezza sonnolente; sapeva

sostenere abilmente la sua riputazione di civetteria, ritirandosi

sempre da un ballo altrettanto brillante come quando vi era entrata.

Le donne si dicevano all'orecchio con un sentimento d'invidia che

preparava e metteva tante toelette quanti balli vi erano in una sera.

Questa volta madama de Vaudremont non doveva essere padrona di lasciare

a suo capriccio il salone dove arrivava allora trionfalmente. Fermatasi

un istante sulla porta, gettò degli sguardi osservatori, benchè rapidi,

sulle donne, i cui abbigliamenti furono tosto studiati affine di

convincersi che il suo li eclisserebbe tutti.

La celebre civetta si offerse all'ammirazione dell'adunanza, condotta

da uno dei più bravi colonnelli dell'artiglieria della guardia, un

favorito dell'imperatore, il conte di Soulanges. L'unione momentanea

e fortuita di questi due personaggi ebbe senza dubbio qualche cosa di

misterioso. Udendo annunziare il signor di Soulanges e la contessa di

Vaudremont, alcune donne che facevano tappezzeria si alzarono, e alcuni

uomini passati nella sala vicina si affollarono alle porte delta sala

principale. Uno di quei burloni, che non mancano mai in queste numerose

riunioni, vedendo entrare la contessa ed il suo cavaliere disse: —

«Ora le donne avevano altrettanta curiosità di contemplare un uomo

fedele alla sua passione, come gli uomini di esaminare una bella donna

difficile a conservare.» Benchè il conte di Soulanges, giovane di circa

trentadue anni, fosse dotato di quel temperamento nervoso che produce

nell'uomo le grandi qualità, le sue forme gracili e la sua tinta

pallida prevenivan poco in suo favore; i suoi occhi neri annunziavano

molta vivacità, ma in società era taciturno, e nulla in lui rivelava

uno di quei talenti oratorii che dovevano brillare alla destra nelle

assemblee legislative della Ristorazione. La contessa di Vaudremont,

donna alta, leggiermente pingue, d'una pelle splendida per bianchezza,

che portava bene la sua testolina, e possedeva l'immenso vantaggio di

inspirare l'amore colla gentilezza dei modi, era di quelle creature

che mantengono tutte le promesse fatte dalla loro bellezza. Quella

coppia, divenuta per alcuni momenti oggetto dell'attenzione generale,

non lasciò lungo tempo il campo alla curiosità di esercitarsi sul suo

conto. Il colonnello e la contessa pareva comprendessero perfettamente

che il caso li aveva messi in una posizione imbarazzante. Vedendoli

avanzarsi, Marziale si slanciò nel gruppo di uomini che occupava il

posto al camino, per osservare attraverso le teste che gli facevano

una specie di barriera, madama de Vaudremont coll'attenzione gelosa che

dà il primo fuoco della passione: una voce segreta sembrava dirgli che

il successo di cui s'inorgogliva era forse precario; ma il sorriso di

fredda cortesia con cui la contessa ringraziò il signor De Soulanges

ed il gesto che fece per congedarlo sedendosi presso madama de

Gondreville, distesero tutti i muscoli che la gelosia aveva contratti

sul suo volto. Tuttavia, vedendo in piedi a due passi dal canapè

sul quale trovavasi madama de Vaudremont, Soulanges, che pareva non

comprendere lo sguardo con cui la giovine civetta gli aveva detto che

essi rappresentavano l'uno e l'altra una parte ridicola, il provenzale

dalla testa vulcanica tornò ad aggrottare le nere sopraciglia che

ombreggiavano i suoi occhi azzurri, carezzò, per darsi un po' di

contegno, i ricci dei suoi capelli bruni, e senza tradire l'emozione

che gli faceva palpitare il cuore, sorvegliò il modo in cui si

conducevano la contessa ed il signor de Soulanges, pure scherzando coi

vicini; fu allora che strinse la mano al colonnello, il quale veniva a

rinnovare con esso la conoscenza; ma l'ascoltò senza intenderlo, tanto

era preoccupato. Soulanges gettò occhiate tranquille sulla quadrupla

fila di donne che incorniciava l'immenso salone del senatore, ammirando

quella decorazione di diamanti, di rubini, di perle, di manipoli d'oro

e di teste adorne il cui splendore faceva quasi impallidire i lumi

delle candele, il cristallo dei candelabri e le dorature.

La calma noncurante del suo rivale fece perdere la bussola al

referendario. Incapace di moderare la segreta impazienza che lo

trasportava, Marziale si avanzò alla volta di madama de Vaudremont

per salutarla. Quando comparve il provenzale, Soulanges gli lanciò

uno sguardo torbido e stornò con atto impertinente la testa. Un grave

silenzio regnò nella sala in cui la curiosità era al colmo. Tutte le

teste tese presentavano i sentimenti più bizzarri; ognuno attendeva e

temeva uno di quegli scandali che le persone bene educate si guardano

sempre dal provocare. Tutto a un tratto la pallida figura del conte

divenne rossa come lo scarlatto delle sue pistagne, ed i suoi sguardi

si abbassarono d'un tratto a terra per non lasciare indovinare il

soggetto del suo turbamento. Vedendo la sconosciuta modestamente

situata al piede del candelabro, passò con aria triste dinanzi al

referendario e si rifugiò in una delle sale da giuoco. Marziale e

l'assemblea credettero che Soulanges gli cedesse pubblicamente il posto

per paura del ridicolo che si attacca sempre agli amanti detronizzati.

Il referendario rialzò fieramente la testa, guardò la sconosciuta, poi,

quando si assise con tutta disinvoltura presso madama de Vaudremont,

l'ascoltò con aria tanto distratta che non udì queste parole

pronunziate dalla civetta sotto il ventaglio: — Marziale, mi farete il

piacere di non portare questa sera l'anello che mi avete carpito. Ho

le mie ragioni, e ve le spiegherò fra breve, quando ci ritireremo. Mi

darete il braccio per andare dalla principessa di Wagram.

— Perchè avete accettato il braccio del colonnello? chiese il barone.

— Lo incontrai sotto il peristilio, ella rispose; ma lasciatemi, ci

guardano tutti.

Marziale raggiunse il colonnello dei corazzieri. La piccola dama

azzurra divenne allora il vincolo comune dell'inquietudine che agitava

ad un tempo e così diversamente il corazziere, Soulanges, Marziale

e la contessa di Vaudremont. Quando i due amici si erano separati

lanciandosi la sfida che chiuse la loro conversazione, il referendario

mosse verso madama de Vaudremont e seppe collocarla nel mezzo della più

brillante quadriglia. Mercè quella specie d'ebrezza in cui una donna

è sempre immersa dalla danza, ed il moto del ballo in cui gli uomini

si mostrano col ciarlatanismo della toeletta, la quale non dà loro

minori attrattive che alle donne, Marziale credette potersi abbandonare

impunemente all'incanto che lo trascinava verso l'incognita. Se riuscì

a sottrarre all'attività inquieta degli occhi della contessa i primi

sguardi che gettò sulla dama azzurra fu ben tosto sorpreso in flagrante

delitto, e, se fece scusare una prima preoccupazione, non giustificò

l'impertinente silenzio che oppose più tardi alla più seducente delle

interrogazioni che una donna possa rivolgere ad un uomo: Mi amate

questa sera? Più egli era distratto, più la contessa si mostrava

stringente ed importuna. Mentre Marziale ballava, il colonnello andò

di gruppo in gruppo cercando notizie sulla giovine sconosciuta. Dopo

avere stancata la compiacenza di tutte le persone, ed anche quella

degli indifferenti, si decideva ad approfittare d'un momento in cui la

contessa di Gondreville pareva libera, per chiedere ad essa medesima

il nome di quella dama misteriosa, quando scoperse un leggiero vuoto

fra la colonna spezzata che sosteneva il candelabro e i due divani

che vi mettevano capo. Il colonnello approfittò del momento in cui la

danza lasciava vacante una parte delle sedie che formavano parecchie

linee fortificate difese da mamme o donne in età, ed imprese ad

attraversare quella palizzata coperta di scialli e fazzoletti. Cominciò

a complimentare le vedove; poi, di donna in donna, di galanteria in

galanteria finì per raggiungere presso l'incognita il posto vuoto. A

rischio d'impigliarsi nei grifoni e nei draghi dell'immenso candelabro,

si mantenne là sotto il fuoco della cera, con gran dispetto di

Marziale. Troppo astuto per interpellare di primo tratto la piccola

dama azzurra che aveva alla destra, il colonnello cominciò col dire

ad una signora, grande, abbastanza brutta, che era seduta alla sua

sinistra: — È questo, signora, un magnifico ballo! Che lusso! che

movimento! Parola d'onore, le donne sono tutte belle! Se voi non

ballate, gli è senza dubbio che non ne avete voglia.

Questa insipida conversazione intavolata dal colonnello aveva per

iscopo di far parlare la sua vicina di destra, che, silenziosa e

preoccupata, non gli porgeva la menoma attenzione. L'ufficiale teneva

in riserva una quantità di frasi che dovevano finire con un: E voi

madama? sul quale contava molto. Ma ebbe una strana sorpresa vedendo

alcune lagrime negli occhi della sconosciuta, che pareva interamente

assorta in madama de Vaudremont.

— La signora è senza dubbio maritata? arrischiò alla fine il colonnello

Montcornet con voce titubante.

— Sì, signore, rispose l'incognita.

— E vostro marito è qui senza dubbio?

— Sì, signore.

— E allora perchè restate a questo posto? forse per civetteria?

L'afflitta sorrise tristamente.

— Accordatemi l'onore, madama, di essere vostro cavaliere per la

contradanza che segue, e certo non vi ricondurrò qui. Vedo presso il

camino un posto vuoto, venite. Quando tanta gente ha tutta la smania

di dominare, e la follia del giorno è la monarchia, non capisco perchè

voi rifiutereste di accettare il titolo di regina del ballo, che pare

spetti alla vostra bellezza.

— Signore, io non ballerò.

L'intonazione secca delle risposte di quella donna era così

scoraggiante, che il colonnello si vide costretto ad abbandonare la

piazza. Marziale, che indovinò l'ultima domanda del colonnello ed il

rifiuto che gli toccava, si mise a sorridere e si accarezzò il mento

facendo brillare l'anello che aveva in dito.

— Di che cosa ridete? gli disse la contessa de Vaudremont.

— Dell'insuccesso del povero colonnello, che ha fatto un passo da

collegiale....

— Vi avevo pregato di togliervi l'anello, disse la contessa

interrompendolo.

— Non l'avevo capito.

— Se non capite nulla questa sera, sapete però veder tutto, replicò

madama de Vaudremont alquanto piccata.

— Ecco un giovane che mostra un brillante molto bello, disse allora la

sconosciuta al colonnello.

— Magnifico, egli rispose; quel giovine è il barone Marziale de la

Roche-Hugon, uno de' miei migliori amici.

— Vi ringrazio d'avermi detto il suo nome, ella replicò; mi sembra

molto gentile.

— Sì, ma è un po' leggiero.

— Si direbbe che sia in buoni rapporti colla contessa di Vaudremont,

chiese la giovine signora interrogando cogli occhi il colonnello.

— Nei migliori!

La sconosciuta impallidì.

— Via, pensò il militare, essa ama quel diavolo di Marziale.

— Credevo che madama de Vaudremont fosse da tempo impegnata col signor

de Soulanges, soggiunse la giovin donna un po' rimessa dal cruccio

interno che aveva alterato lo splendore del suo viso.

— Da otto giorni la contessa lo burla, rispose il colonnello. Ma dovete

aver visto quel povero Soulanges quando entrò; tenta ancora di non

credere alla sua sfortuna.

— L'ho veduto, disse la dama azzurra. Poi aggiunse un: «signore, vi

ringrazio,» che equivaleva ad un congedo.

In quel momento la contradanza stava per finire, e il colonnello,

deluso, non ebbe che il tempo di ritrarsi dicendosi a modo di

consolazione: — È maritata.

— Ebbene! valoroso corazziere, esclamò il barone trascinando il

colonnello nel vano d'una finestra per respirarvi l'aria pura dei

giardini, a che punto siete?

— È maritata, mio caro

— E che cosa importa?

— Oh diavolo! io sono un uomo costumato, e non voglio più rivolgermi

che alle donne le quali posso sposare. D'altronde, Marziale, mi ha

formalmente dimostrata l'intenzione di non ballare.

— Colonnello, scommettiamo il vostro leardo contro cento napoleoni che

questa sera ballerà con me.

— Accetto, disse il colonnello prendendo la mano del vagheggino.

Intanto vado a vedere Soulanges; egli forse conosce questa dama, che mi

parve si interessasse di lui.

— Mio bravo, avete perduto, disse Marziale ridendo. I miei occhi si

sono incontrati coi suoi, e me ne intendo; Caro colonnello, non ve ne

avrete a male se ballerò con lei dopo il rifiuto che vi è toccato.

— No, no, riderà bene chi riderà ultimo. Del resto, Marziale, io sono

bel giuocatore e buon nemico; vi prevengo che essa ama i diamanti.

Ciò detto, i due amici si separarono. Il generale Montcornet si diresse

verso la sala da giuoco, ove vide il conte di Soulanges seduto ad un

tavolo di _bugliotta_. Benchè fra i due colonnelli non esistesse che

quell'amicizia banale che è determinata dai pericoli della guerra e

dai doveri del servizio, il colonnello dei corazzieri fu dolorosamente

colpito nel vedere il colonnello d'artiglieria, che conosceva per

uomo saggio, impegnato in una partita nella quale poteva rovinarsi.

I mucchi d'oro e di biglietti sparsi sul fatale tappeto attestavano

il furore del giuoco. Un circolo silenzioso d'uomini circondava i

giuocatori che erano al tavolo. Tutti si udivano pronunciare parole

come: _Passo, giuoco, tengo, mille luigi, tenuti_; ma guardando quei

cinque individui immobili pareva non parlassero che cogli occhi. Quando

il colonnello, spaventato dal pallore di Soulanges, s'avvicinò a lui,

il conte guadagnava. L'ambasciatore austriaco, un celebre banchiere,

si alzava completamente spogliato di somme considerevoli. Soulanges

divenne ancora più cupo e, raccogliendo una massa d'oro e di biglietti,

non contò nemmeno: un amaro dispetto increspo le sue labbra: pareva

minacciasse la fortuna invece di ringraziarla dei suoi favori.

— Coraggio, gli disse il colonnello, coraggio Soulanges! Poi, credendo

di fargli un vero servizio strappandolo al giuoco. — Venite, aggiunse,

ho una buona notizia a darvi, ma ad una condizione.

— Quale? chiese Soulanges.

— Quella di rispondere a quanto vi chiederò.

Il conte di Soulanges si alzò bruscamente, mise con aria incurante

quanto aveva guadagnato in un fazzoletto che aveva tormentato

convulsivamente, ed il suo viso era così stravolto, che nessun

giuocatore pensò di trovare fuori di proposito che si ritirasse. Anzi

i volti degli altri parvero rasserenarsi quando quella testa sgarbata e

triste non fu più nel cerchio luminoso che descriveva al di sopra della

tavola una lampada da _bugliotta_.

— Questi diavoli di militari se la intendono come i ladri in fiera,

disse a voce alta un diplomatico della galleria prendendo il posto del

colonnello.

Una sola figura smorta e stanca si volse verso il sopraggiunto, e gli

disse lanciandogli uno sguardo vivacissimo: — Chi dice militare, non

dice civile, signor ministro.

— Mio caro, disse Montcornet a Soulanges attirandolo in un canto,

questa mattina l'imperatore ha fatto i vostri elogi e la vostra

promozione al maresciallato non è più dubbia.

— Il padrone non ama l'artiglieria.

— Sì, ma adora la nobiltà, e voi siete un ex! Il padrone, riprese

Montcornet, disse che quelli i quali si erano ammogliati a Parigi

durante la campagna non dovevano essere considerati come in disgrazia.

Ebbene?

Il conte di Soulanges pareva non capir nulla di questo discorso.

— Orsù, spero adesso, continuò il colonnello, che mi direte se

conoscete una graziosa donnina seduta ai piedi d'un candelabro...

A quelle parole gli occhi del conte si animarono. Prese con tutta

violenza la mano del colonnello: — Mio caro generale, gli disse con

accento sensibilmente alterato, se altri fuori di voi mi facesse questa

domanda, gli spaccherei il cranio con questa massa d'oro. Lasciatemi,

ve ne prego. Questa sera ho più voglia di bruciarmi le cervella che...

Odio tutto ciò che vedo. Quindi parto. Questa gioja, questa musica,

queste faccie stupide che ridono mi assassinano.

— Mio povero amico, riprese con voce dolce Montcornet, battendo

amichevolmente sulla mano di Soulanges; voi siete appassionato! Che

direste dunque se vi facessi sapere che Marziale pensa tanto poco a

madama de Vaudremont, da essere innamorato di quella damina?

— Se le parla, gridò Soulanges balbettando per la rabbia, lo spianerò

come il suo portafogli, quand'anche quel balordo fosse nel circolo

dell'imperatore.

E il conte cadde come annientato sulla poltrona verso la quale il

colonnello l'aveva condotto. Quest'ultimo si ritirò lentamente,

essendosi accorto che Soulanges era in preda ad una collera troppo

violenta perchè potessero calmarlo o gli scherzi o le cure di

un'amicizia superficiale. Quando il colonnello Montcornet rientrò nel

gran salone del ballo, madama de Vaudremont fu la prima persona che si

presentò agli occhi suoi, e notò sul suo volto, d'ordinario così calmo,

le traccie di un'agitazione mal celata. Vicino ad essa era vacante una

sedia; il colonnello andò a sedervisi.

— Scommetto che avete dei dispiaceri, egli disse.

— Un'inezia, generale. Vorrei essere via di qui; ho promesso di

assistere al ballo della granduchessa di Bug, e bisogna che prima vada

dalla principessa di Wagram. Il signor De la Roche-Hugon, che lo sa, si

diverte a civettare colle vedove.

— Non è proprio questo il soggetto della vostra inquietudine, e

scommetto cento luigi che questa sera resterete qui.

— Impertinente!

— Ho dunque detto la verità?

— Ebbene! che cosa penso? riprese la contessa dando un colpo di

ventaglio sulle dita del colonnello. Se lo indovinate, sono capace di

ricompensarvi.

— Non accetto la sfida; avrei troppe probabilità favorevoli.

— Presuntuoso!

— Voi temete di vedere Marziale ai piedi...

— Di chi? domandò la contessa ostentando sorpresa.

— Di quel candelabro, rispose il colonnello mostrando la bella

incognita, e guardando la contessa con un'attenzione che la impacciava.

— Avete indovinato, rispose la civetta celandosi il viso sotto il

ventaglio, col quale si mise a giuocare. La vecchia dama di Grandlieu,

che, come sapete, è maliziosa al pari di una scimia, riprese dopo

un momento di silenzio, mi ha detto poco fa che il signor De la

Roche-Hugon correva dei pericoli a corteggiare quella sconosciuta che

si trova qui come una guastafeste. Preferirei vedere la morte anzichè

questa figura crudelmente bella e pallida come una visione. È il mio

cattivo genio. Madama di Grandlieu, continuò dopo essersi lasciato

sfuggire un atto di dispetto, che non va al ballo se non per veder

tutto fingendo di dormire, mi ha terribilmente inquietata. Marziale mi

pagherà caro il tiro che mi giuoca. Tuttavia, generale, poichè è vostro

amico, impegnatelo a non darmi dei dispiaceri.

— Ho veduto un uomo che si propone nientemeno che di bruciargli le

cervella se si rivolge a quella damina. Quell'uomo, madama, mantiene

la parola. Ma io conosco Marziale; siffatti pericoli sono altrettanti

incoraggiamenti. Vi ha di più: noi abbiamo scommesso... e qui abbassò

la voce.

— Davvero? chiese la contessa.

— Sul mio onore.

— Grazie, generale, rispose madama de Vaudremont lanciandogli

un'occhiata piena di civetteria.

— Mi farete l'onore di ballare con me?

— Sì, ma la seconda contradanza. Durante questa voglio sapere dove può

finire questo intrigo, e sapere chi è quella piccola dama azzurra; ha

l'aria di una donna di spirito.

Il colonnello, vedendo che madama di Vaudremont voleva restar sola, si

allontanò, soddisfatto di avere cominciato così bene il suo assedio.

La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti · 第 1 / 8 段