A SALVATORE FARINA.

Abbiamo tante e tante volte ragionato insieme di _Spiritismo_, tu da

credente, con molte riserbe e cautele, attirato più dal misticismo

della dottrina spiritica che dal meraviglioso delle _communicazioni_

o delle _apparizioni_, io da curioso, da dilettante che ha tentato e

provato e non ha perduto la voglia di ritentare e riprovare; ne abbiamo

ragionato insieme tante volte, che ora ti dovrà parere naturalissimo

il vederti indirizzata in pubblico una lettera colla quale si vuol

sottoporre al giudizio delle persone competenti alcuni fatti e alcune

ipotesi meritevoli, mi pare, di considerazione e spiegazione.

Non è poi male che il pubblico sappia come si possa essere di

differentissime opinioni letterarie e combattere in due campi opposti,

senza che per tal caso venga meno e la vicendevole stima per le opere

dell'ingegno e il mutuo affetto per le persone. È un bel pezzo che noi

ci vogliamo bene; ed oggi son lieto di confermartelo in faccia a questo

magnifico sole che inonda, mentre scrivo, le mitologiche campagne di

Mineo.

Voltando un po' la testa veggo stesa laggiù la vasta pianura e, intorno

intorno, le colline che Diodoro disse _luoghi degni della maestà

degli Dei_; e veggo riluccicare come uno specchio il piccolo lago dei

Palici, figli di Giove e di Talia, dove fu un tempo la _placabilis ara_

cantata da Virgilio, da Ovidio, da Claudiano. La campagna comincia a

rivestirsi del verde-smeraldo dei seminati; i mandorli fioriti spandono

ad ogni leggiero soffio di vento una nevicata di petali dai rami nudi

di foglie; e, al tepore primaverile diffuso per l'aria fulgidissima,

i passeri celebrano sul tetto di casa mia i loro primi amori,

assordandomi coll'interminabile cinguettìo.

Quando la natura è così bella e così allegra, si prova un gran bisogno

di dar qualche sfogo agli affetti gentili, ai sentimenti elevati; e

questa volta io voglio soddisfarlo col rivolgermi a Te nell'imprendere

a ragionare di un problema psicologico letterario che mi frulla in

testa da più di un anno.

Nel giugno del 1882 scrissi sul _Fanfulla della domenica_ le seguenti

righe:

«La _Revue politique et littéraire_ ha un articolo del signor Léo

Quesnel intorno alcune pubblicazioni spiritiche inglesi dell'anno

presente.

Mentre in Francia si crede che lo spiritismo sia morto e sepolto, in

Inghilterra, in America ed anche in Germania vien fatta una quantità

così straordinaria di pubblicazioni, in volumi, in opuscoli e in opere

periodiche riguardanti lo spiritismo, da provare anco ai meno corrivi

che dev'esserci un estesissimo numero di compratori e di lettori, se

c'è non solamente chi le scrive, ma chi trova il suo tornaconto nel

farsene editore.

«Lo scritto del Quesnel è concepito dal punto di vista francese, cioè

scettico. C'è tre sorta di spiritisti, egli dice: i ciarlatani, gli

ammalati, gli sciocchi. Gli ammalati possono suddividersi in molte

classi che interessano ugualmente il medico e il pensatore. In questo

caso, dove termina la ragione e comincia la pazzia? Dove termina lo

spiritualismo e comincia lo spiritismo? C'è fra quei due stati della

intelligenza umana, c'è fra queste due dottrine un vero limite di

divisione?

«La signora Giorgiana Houghton, della quale il Quesnel esamina tre

opere — _Serate spiritiche_, prima e seconda serie, _Cronache della

fotografia spiritica_ — è un'ammalata. Gracile, sensibilissima,

di una fede esaltata, di una pietà estrema, essa era disposta, per

temperamento, alle allucinazioni dello spiritismo. Infatti, appena

iniziata, diventò un _medium_ dei più valenti. La sua specialità fu il

dipingere frutta e fiori sotto l'impulso delle anime dei morti. Quelle

frutta e quei fiori simboleggiavano queste. Un entusiasta la chiamò un

giorno: la _sacra simbolista_; e da allora in poi tutti gli adepti non

la chiamarono altrimenti.

«La signora Houghton non si arrestò qui. La _dualità di coscienza_,

prima, l'_elevazione materiale_ poi sono tra i fenomeni più rari

ch'essa abbia provati. La ingenuità del suo racconto è meravigliosa:

«Io non dimenticherò mai la dolorosa sensazione morale da me provata

un giorno, una sensazione molto simile a quella prodotta dalla vista

d'un dolore che non possiamo alleviare. Dopo seppi che in quella

stessa ora la regina aveva visitato il luogo dove nacque il principe

Alberto, e _che era stato il principe che avea sofferto in me_.» — «A

cotesta epoca io potevo fare lunghissime corse senza che i miei piedi

toccassero terra. Avevo l'aria di camminare come tutti gli altri,

ma restava sempre qualche distanza tra il terreno e la suola delle

mie scarpe. Qualche volta questo mi accadeva senza che io lo avessi

chiesto: qualche altra, lo chiedevo e mi veniva sempre accordato».

«Tutto questo può classarsi tra i fenomeni ordinari del sistema nervoso

ammalato.

«Le _Confessioni di un medium_ ci trasportano fra i ciarlatani

spiritici. L'autore di queste rivelazioni che non mette il suo nome

sul frontispizio del libro, dice di chiamarsi Parker. Spiritista

convinto ed entusiasta, un giorno vien cercato dal celebre _medium_

americano Thomson che nel 1879 percorreva l'Inghilterra. Il Thomson

voleva associarselo come _conferenziere_; egli avrebbe fatto le

_materializzazioni_, come dicono gli spiritisti nel loro linguaggio.

«L'americano ripeteva con grandissima abilità i giuochi di prestigio di

altri pretesi _mediums_, del Goodman, del Morton, dei famosi fratelli

Dawenport; e, da principio, il Parker fu ingannato da lui al pari

di quel pubblico ch'egli, senza saperlo, contribuiva ad ingannare,

aiutando il Thomson in certe piccole malizie _quando gli spiriti erano

lenti_.

«Quello che il Parker racconta della ciurmeria di questo _medium_ è

meravigliosamente buffo. Arrivò perfino a dare ad intendere che _cavava

la maschera_ dagli Spiriti; e si trovarono dei frenologhi, spiritisti

si capisce, che fecero, seriamente, osservazioni scientifiche sulle

protuberanze frontali degli spiriti _Akosa_ e _Lilly_.

«Tutto questo, esclama il Quesnel, accadeva l'anno scorso! E l'anno

scorso appunto, in Inghilterra, negli Stati Uniti, nel Belgio

si assisteva con raccoglimento alle sedute dove gli spiriti si

fotografavano e si modellavano da loro stessi; e si credeva prossimo

il tempo in cui lo spirito si _materializzerebbe_, e la materia non

avrebbe più resistenza, e la morte diventerebbe una stessa cosa con la

vita!

«Però il signor Quesnel ha dimenticato di accennare un fatto

importante, quello cioè che in Inghilterra e in Germania i

fenomeni spiritici han trovato scienziati serî, i quali non hanno

temuto di compromettere la loro fama, sottomettendo quei fenomeni

all'osservazione scientifica positiva, come qualunque altro importante

fenomeno naturale. Il Wallace, per esempio, ha già dichiarato: che,

fatta la parte della patologia e quella del ciarlatanismo, rimane

sempre nello spiritismo una grande quantità di fatti intorno ai quali

la scienza non può ancora pronunziare la sua ultima parola.»

Alcuni giorni dopo ricevetti e pubblicai nello stesso giornale una

bellissima lettera che richiamava specialmente l'attenzione degli

scienziati sopra un genere di fatti non meno notevoli e strani delle

tavole giranti e parlanti e delle apparizioni dei morti.

«Firenze, 10 luglio

«Quello che scriveva il _Fanfulla della Domenica_ nel suo numero 26 a

proposito delle pubblicazioni spiritiche inglesi, ci rimette in mente

le grasse risate di cui tutti noi siamo prodighi ai più strampalati

avvisi delle quarte pagine dei giornali. Ne facciamo argomento di

commentarî gustosi, e ci maravigliamo che possano esservi così numerosi

usufruttuarî della dabbenaggine umana: ma intanto le quarte pagine

hanno prosperato e prosperano; a tempo avanzato non sdegniamo di

leggerle, e nessuno di noi potrebbe giurare che una volta almeno in

vita sua la quarta pagina non gli abbia fatto comodo.

«È di moda ridere dello Spiritismo, come delle quarte pagine. Ridiamone

pure; il riso fa buon sangue. Arrivi o no la scienza positiva a

rintracciare la causa di fenomeni così oscuri, sta in fatto che una

spiegazione plausibile non ci fu data finora. Si esaltino dunque i

fanatici nella contemplazione del soprannaturale, e si divertano gli

scettici a fabbricare lepide farse sulle supposte manifestazioni.

Ma si raccolgano i fatti frattanto, fatti che dieno ragione a questi

o a quelli: si studii il problema; si metta a nudo la ciarlataneria

tutta quanta; e si vegga finalmente se una parte di vero c'è in questa

fantasmagoria di nuovo genere.

«Gli egregi redattori del _Fanfulla della Domenica_ conoscono la

persona che scrive queste linee: nessuno di loro può metterne in dubbio

la onorabilità e la serietà; e se cotesta persona ricusa di apporre

qui la sua firma, come è pronta a farlo in argomenti d'altra natura,

egli è perchè la condizione sociale sua gl'impone dei vincoli e dei

doveri, e perchè in buon punto essa si ricorda della celebre massima

del Manzoni a proposito degli autori: «il buon senso ci era, ma se ne

stava nascosto per paura del senso comune».

«Gl'illustri scienziati d'Inghilterra e di Germania a cui accennava il

_Fanfulla della Domenica_, hanno studiato il problema dello Spiritismo

nella parte che è forse la meno importante, in quella ad ogni modo che

più facilmente si presta alle birichinate dei ciurmatori; vogliamo dire

la parte dei fenomeni fisici: tavole che si sollevano e scricchiolano,

strumenti musicali che suonano, luci misteriose che appaiono a

rompere le tenebre d'una sala popolata di adepti. In molti casi la

ciarlataneria fu scoperta, in molti altri no. Gli spiritisti dicono che

le ciurmerie messe a nudo nulla provano contro la verità della nuova

religione, contro la sincerità delle manifestazioni spiritiche per

davvero. E gli scettici rispondono che il non scoprire la furfanteria

dei _mediums_ prova tutt'al più l'abilità sopraffina di chi esercita

il gioco, e la balordaggine dei supposti scienziati. E così in

tale vertenza, come in tutte le vertenze di questo mondo, chiusa la

discussione, ognuno rimane nell'opinione propria.

«Ma v'è una parte di cotesti fenomeni che la scienza non ha cercato

ancora di approfondire; una parte che non dovrebbe sfuggire all'occhio

indagatore di chi osserva spassionatamente: ed è quella che gli

spiritisti chiamano _fenomeni viventi_: campo aperto, come quell'altro,

alle frodi o grossolane e superficiali, o fini e sapientemente

architettate, ma campo pure di studio diligente, di esame accurato,

quando non manchi la prova che nessun inganno è possibile.

«Chi detta queste linee può affermare sul suo onore d'uomo onesto

che non fu vittima d'alcun inganno, nelle manifestazioni scriventi

di cui vuol dare qui un breve cenno. Chi scriveva in sua presenza,

sotto l'impulso d'una forza misteriosa, d'un processo patologico o

fisiologico, o di un'intelligenza estranea che non si sa per quali

cause s'innesta e si confonde all'intelligenza di lui, chi scriveva e

chi scrive (chè trattasi sempre d'una stessa persona) è un giovanetto

fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole agli esercizi

del corpo che alle agilità della mente; piuttosto desideroso di

divertimenti, di gite all'aria aperta, di guidare un cavallo, di

stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, che voglioso di

scrivere, anche a istigazione dei maestri, componimenti in italiano

o in francese, le sole lingue ch'ei sappia e non benissimo; e così

poco propenso, così poco entusiasta di Spiritismo, da meravigliarsi

ingenuamente delle meraviglie altrui, quando la mano sua inconsapevole

scrive frasi, periodi, discorsi che appaiono, a chi è del mestiere, di

squisita ed elegante fattura.

«Ed è qui che noi domandiamo: come può spiegare la scienza questo

fenomeno che lei chiama fisiologico, quando è addirittura remosso

il più piccolo sospetto di malafede? Che cosa succede nella mente

d'un ragazzo, di cui l'ingegno non ha dato mai prove che superino

l'ordinaria mediocrità, che cosa succede, dicevamo, quale processo

misterioso in quella mente si svolge, quali nuove e inaspettate

attitudini improvvisamente vi brillano, perchè egli possa, mentre

con la mano sinistra accosta e remuove dalle labbra una sigaretta,

mentre discorre di cose quasi puerili con chi gli è vicino, mentre

sbadiglia di noia per la gran seccatura di dover tenere quel lapis in

mano e dover seguitare l'impulso che riceve nel braccio, perchè egli

possa, ripetiamo, scrivere terzine e quartine che paiono cesellate,

sonetti ricchi di tutta la grazia d'un trecentista quando è un poeta

trencentista il supposto spirito che si manifesta? Quale potenza

mirabile acquista a un tratto il suo stile di scolaretto svogliato,

perchè in un momento la sua prosa, che racconta, puta caso, un

sollevamento di plebe ai tempi della repubblica fiorentina, acquisti

un nerbo, una vigorìa, un colorito tali, che ricordano la lingua e lo

stile d'un Dino Compagni o d'un Villani? E si noti: le più eloquenti

e le più straordinarie manifestazioni sono la precisa risposta, in

elettissime forme di verso o di prosa, a domande verbali che noi

formulavamo; sono tali qualche volta che gli uomini più illustri

dell'antica e della moderna letteratura non sdegnerebbero di firmare.

«Ebbene, tutto questo che cosa significa? Come si spiega? Come dobbiamo

rendercene conto?

«Supponete di non aver mai perduto di vista un ragazzo, neppure un

giorno solo dacchè è nato: supponete d'essere stato coltivatore della

sua mente, educatore del suo animo: supponete che una convivenza di

tutti i giorni dia a voi la misura esatta di quella intelligenza e

di quel carattere; e a più forte ragione dovrete supporre che quel

ragazzo, non uscito mai dalla vostra custodia, deve essere nella

impossibilità materiale d'imparare di nascosto, senza l'aiuto di

persone e di libri, o una lingua morta, o un'arte che ha il suo

fondamento sopra un dato tecnicismo.

«Bene: se questo è, noi domandiamo alla scienza che spieghi questi

altri fenomeni: lunghe frasi elegantissime scritte in latino: motti

greci nell'antichissimo idioma omerico: elaborate frasi politiche in

lingua inglese; e sopra un foglio di musica, improvvisamente messo

da noi sulla tavola senza prevenirne alcuno, scritte col lapis varie

battute d'un preludio religioso, soavissimo d'ispirazione melodica.

«A tutti questi fenomeni abbiamo assistito noi, senza l'apparato di

riunioni spiritiche, senza preparazioni teatrali, meravigliati di

tanta semplicità ingenua nel così detto _medium_, e di risultati così

straordinari; insistendo sempre col giovanetto ignaro perchè per altri

dieci o venti minuti seguitasse l'impulso della sua mano. E quella mano

andava; e molte volte nomi illustri succedevano ad altri nomi famosi,

e le idee e lo stile variavano secondo l'indole dei personaggi: da

una lingua si passava ad un'altra: da una frase di Ferruccio si andava

a un saporito epigramma di Béranger in versi francesi, applicabile a

taluna delle persone presenti; e da un'arguzia garbata si trasvolava

a qualche mistica descrizione degli splendori che illuminano di

riflessi siderei la seconda vita. Ridiamone pure: ma la scienza che

fa? Perchè non studia? Lasci pure in disparte le tavole che girano,

rida anche dell'alfabeto battuto dal piede d'un piccolo trespolo, metta

in canzonatura i colpi nelle pareti e nel soffitto e la violazione

delle leggi dell'equilibrio; ma studii con calma e con imparzialità il

sincero fenomeno di questo improvviso arricchirsi d'una intelligenza,

a certi dati momenti, di facoltà straordinarie, che si sa positivamente

essere a lei abitualmente estranee.»

Da questa lettera e da uno scritto del Prof. Cesare Lombroso, che per

debito d'imparzialità pubblicai nel numero 43 del citato giornale, fui

rimesso sulla pesta di esperimenti ed osservazioni di cui ero rimasto

colpito parecchi anni addietro.

*

* *

È innegabile: alcuni fatti paiono oltrepassare di gran lunga i

limiti dell'umana natura. Le fantasie molto vivaci vedono, con essi,

spalancarsi dinanzi gl'infiniti spazî del meraviglioso, e vi si perdono

e godono di perdervisi. Le menti fredde e osservatrici, massime

se libere da preconcetti, indagano, studiano, tentano di darsi una

ragionevole spiegazione.

In questo caso, i non scienziati hanno un vantaggio: non sono dominati

dall'interesse di difendere ad ogni costo teoriche in voga, non

son vinti dalla paura di vedersi crollare sotto gli occhi edifizi

scientifici penosamente costruiti; ed è ben noto come i pregiudizi

degli scienziati siano sempre stati più tenaci e più pericolosi dei

pregiudizi popolari.

Quando si pensa che, appena un secolo fa, a chi parlava di _pietre

cadute dal cielo_, il Lavoisier rispondeva in nome dell'Accademia

francese delle Scienze: _nel cielo non vi sono pietre, e perciò non

ne possono cadere_, e poi leggonsi i recentissimi studi intorno agli

aereoliti e agli asteroidi; quando si pensa che, appena un secolo

fa, i fenomeni del magnetismo, ipnotismo o sonnambulismo provocato

che vogliasi dire, trovarono nella stessa Accademia e in uomini

come il Franklin, il Bailly, il Darcet, una sistematica avversione

a riconoscerne la realtà, e poi leggonsi i lavori pubblicati da

cinque anni a questa parte, in Germania, in Francia, in Italia[1],

che studiano quei fenomeni coi più severi metodi moderni, si prova

un'invincibile diffidenza contro certi sdegnosi responsi di quella che

meritamente vien chiamata la _scienza ufficiale_.

I fenomeni spiritici trovansi tuttavia, per la gran maggioranza degli

scienziati, nello stadio primitivo delle famose _pietre cadute dal

cielo_.

Certamente, con tanti e più immediati problemi di chimica, di

fisica, di fisiologia, di storia naturale, di psicologia positiva,

che resistono ad ogni insistente indagine e infirmano le deduzioni,

imbrogliano le classificazioni e rendono travagliatissimo il lavoro

della scienza contemporanea, quest'inatteso problema, diciamo così, del

_mondo invisibile_ che già picchia forte all'uscio dei laboratorii,

gridando: son qui anch'io! riesce, bisogna convenirne, un pochino

seccante.

Meno male però se gli scienziati si contentassero soltanto di lasciarlo

dietro l'uscio, come un importuno! Invece, essi aprono la finestra,

gli buttano in viso la loro stizzosa e quasi fanciullesca negazione

e richiudono, sbatacchiando, l'imposta; come se questo bastasse a

levarselo per sempre d'intorno.

Oh, i fatti sono cocciuti!

Ti ricordi le savie parole dell'Husson a proposito del magnetismo

animale? _Je vous dis_, egli protestava, nel 1837, dinanzi ai

suoi colleghi dell'Accademia di Medicina, _je vous dis que vous

ne pouvez pas plus vous constituer juges du magnetisme que de

toute autre question scientifique, parce que vos jugements sont

eux-mêmes justiciables du progrès des sciences, et que votre jugement

d'aujourd'hui peut être réformé demain_.

Non son passati neppur cinquant'anni, e il progresso della scienza gli

ha dato ragione.

Ecco ora il Wallace, il Crookes, il D'Assier che, coi loro scritti

intorno ai fenomeni spiritici, protestano come l'Husson, mettono in

mora i loro colleghi di scienza, dando pei primi l'esempio di applicare

a quei fenomeni le difficili inquisizioni, le dure prove e riprove del

metodo positivo. I loro colleghi, veramente, non mostrano ancora di

darsene per intesi; ma aspettiamo, per dir molto, un cinquant'anni; chi

vivrà vedrà.

Durante questo periodo di bizza o di esitazione degli uomini della

scienza, è ben lecito a noi altri osservatori dilettanti l'intervenire

nella discussione senza meritar la taccia di presuntuosi.

Lo so: la nostra curiosità è un po' bracona. Noi prestiamo facilmente

attenzione quando gli scienziati non si degnano di voltar la testa;

noi ci appassioniamo dietro alcuni fatti, osservando con piena buona

fede, e non sempre senza le opportune cautele, quando gli scienziati,

per una ragione o per un'altra, preferiscono di chiudere gli occhi

e di tapparsi gli orecchi. Ma spesso il caso, che è cattivo perchè

irragionevole, ci favorisce largamente, facendoci inciampare in

fenomeni degni di non passare inosservati; e allora la nostra mezza

ignoranza ci permette delle arditezze che lo scienziato evita con cura.

Le nostre ipotesi, ordinariamente, hanno poco o punto valore; però non

è raro che dal lavorio disordinato della mente d'un dilettante baleni

un'intuizione divinatrice da far qualche comodo al vero scienziato

quand'egli avrà la pazienza di vagliare quella bizzarra farragine di

osservazioni, quando non parrà sconveniente alla sua serietà il prestar

benigno orecchio a impressioni alquanto vaghe ma vivaci, a ragionamenti

forse sbagliati ma non campati del tutto in aria, perchè oggi anche i

dilettanti sentono, volere o non volere, l'influsso del metodo positivo

e si sforzano, alla loro maniera e secondo le scarse forze, di metterlo

in pratica.

Sei anni fa, in campagna, mi divertivo a far raccolta di bruchi. Quelle

meravigliose trasformazioni in crisalidi e in farfalle, tante volte

lette nei libri, tentavano la mia curiosità e cercavo di appagarla

osservandole direttamente. Capisci bene che non facevo scelta; non

era il caso. I bruchi del cavolo, quelli dell'ortica, quelli più rari

di altre piante servivano indifferentemente al mio niente scientifico

scopo; e le magnifiche _Vanesse_ dalle ali di un nero porporino, orlate

di giallo d'oro, gli splendidi _Papilii Macaoni_ gialli e neri, dalle

ali cosparse di polvere azzurrognola e prolungate come due piccole

code, le gentili _Cedronelle_ sentimentalmente pallidine che agitavano

sotto i miei occhi le ali ancora molli dell'umore vitale della

loro crisalide, mi producevano sorpresa e diletto quanto le volgari

_Cavolaie_ che tutti, nella nostra fanciullezza, abbiamo spietatamente

rincorse per le siepi degli orti e pei campi.

Ebbene; sai che cosa mi accadde?

Mi accadde di osservare che, tra dieci, dodici bruchi del cavolo

messi insieme sotto una campana di cristallo, uno o due, prima di

rinchiudersi nella loro crisalide, figliavano, dal centro inferiore

del corpo, poco più d'una dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli

che subito intessevano, in gruppo, dei bozzoletti gialli, come quelli

del baco da seta, di forma ovale allungata, non più grossi dell'ottava

parte di un chicco di grano. Mi attendevo una covata di minuscole

farfalline; e, invece, dopo un quindici giorni di ansiosa aspettazione,

vidi sbucar fuori dei moscerini neri, dal corpo allungato, dalle ali

sottilissime, dalle zampine più svelte di quelle di una mosca, che

non avevano nessun rapporto coi bruchi da cui erano stati figliati,

nè colle bianche farfalle uscite poi dalle crisalidi formate da quei

bruchi immediatamente dopo il parto.

I libri di entomologia che avevo con me non facevano nessun cenno di un

così strano particolare: ed esso non mi pareva meno meraviglioso delle

trasformazioni dei bruchi in crisalidi e in farfalle. Anzi! Sorpreso di

quel silenzio, replicai l'esperienza tre volte di seguito. Il resultato

fu sempre lo stesso; tra dieci, dodici bruchi, uno o due figliarono la

solita dozzina di piccolissimi bruchi verdognoli che si costruivano lì

per lì i loro microscopici bozzoletti.

Soltanto due anni fa, in Roma, il prof. Michele Lessona, a cui

communicavo il fatto, mi fece capire che probabilmente l'osservazione

era nuova, tanto che ne volle la descrizione e i disegni per farne una

_nota_ scientifica.

Si tratta di una specialità del bruco del cavolo? Di un vero parto? O

di uova depositate da altri insetti tra l'epidermide di quel bruco che

quindi serve da incubatrice?

La curiosità del dilettante attende, con rispetto, com'è suo dovere,

l'osservazione completa del naturalista.

Ti ho raccontato questo fatto per confessarti che io mi sono occupato,

a riprese, di Magnetismo e di Spiritismo allo stesso modo che ho

sperimentato in campagna con quei bruchi e quelle farfalle.

Leggendo i libri del Tommasi, del Guidi, dello Charpignon e di parecchi

altri, mi domandavo:

— Ma che cosa può esserci di vero in questi straordinarii fenomeni

magnetici? Proviamo un pò.

E provavo.

Leggendo i volumi dell'Allan-Kardec, del Wiessèke, del Cahagnet, del

Deleuze e del Caroli che crede all'azione del diavolo, mi domandavo

parimente:

— Ma che cosa può esserci di vero in questi meravigliosi fenomeni

spiritici? Proviamo un po'.

E provavo.

Te lo ripeto: nel provare noi altri dilettanti godiamo del beneficio

della nostra condizione; non compromettiamo nulla, neppure il nostro

amor proprio. Metti, puta caso, uno di noi faccia a faccia con un

fatto (nota, dico: fatto) che smentisse la _legge della gravitazione

universale_. Siccome siamo perfino incapaci di valutare le conseguenze

del gran rovinìo che accadrebbe nei calcoli e nelle deduzioni della

scienza se venisse a mancarle sotto i piedi questo solido e sicuro

terreno, così noi non avremmo nessuna difficoltà di accettare il fatto,

ben constatato, s'intende, e lasceremmo gli scienziati a sbrogliarsela

tra loro e la Natura. Senti intanto che cosa dice uno di essi, anzi

due.

«Questi fenomeni (quelli del Home) sono così straordinarii e così

completamente opposti ad ogni più ferma credenza scientifica — tra le

altre, all'universale e invariabile azione della forza di gravità —

che anche al presente, ripensando i particolari di tutto quello che

ho visto coi miei occhi, sorge un antagonismo nel mio spirito tra la

mia ragione, la quale me ne afferma la impossibilità scientifica, e la

testimonianza dei miei due sensi della vista e del tatto (testimonianza

corroborata dai sensi di tutte le persone lì presenti insieme con

me) i quali affermano di non mentire attestando contro le mie idee

preconcette.»

Al Crookes, di cui sono le parole citate, un amico, un gran scienziato

egli dice, scriveva: «Qualunque sia la mia fede nella vostra potenza

di osservazione e nella vostra perfetta sincerità, io provo un gran

bisogno di vedere da me, e mi è penoso il pensare che esigerei molte

prove. Dico: _penoso_, perchè capisco che non c'è altro mezzo di

convincere un uomo all'infuori del fatto ripetutamente osservato:

soltanto allora l'impressione diventa un'abitudine dello spirito,

una vecchia conoscenza, insomma una cosa saputa da gran tempo, da

non poterne dubitare. Questo è uno dei lati più curiosi dello spirito

umano, e negli uomini di scienza mi par più sviluppato che negli altri.

Perciò non si deve facilmente tacciar di mala fede un uomo che resista

all'evidenza. Per abbattere il vecchio muro delle credenze occorrono

dei colpi replicati.»[2]

V'è anche un'altra ragione per cui noi dilettanti tentiamo certe prove

senza nessuna esitazione. Non siamo spinti solamente dalla smania

della verità; l'immaginazione entra per qualche cosa, per molto, nelle

nostre disordinate escursioni a traverso l'ignoto. Infatti spesso

cominciamo dal tentare l'assurdo. Io, per esempio, prima di provarmi

col magnetismo, non avevo cercato di mettere in pratica i segreti

dell'alta magia?

Non ridere. Contavo appena sedici anni. Dopo di aver letto che

il Goethe si perdette per mesi e mesi, con la mistica signorina

Klettemberg, dietro la ricerca della _terra vergine_, sprofondandosi

nello studio delle opere del Paracelso, dell'_Aurea Catena Homeri_,

dell'_Opus mago-cabalisticum_ del Walling, non ho più vergogna di

confessarlo. E i miei esperimenti furono assai meno felici di quelli

del gran poeta tedesco; non giunsi ad ottener nulla da mettere in

riscontro col suo arseniato di potassa o col suo _liquor silicum_.

Nel 1855 un amico di collegio venne a communicarmi, con segretezza, la

copia d'un manoscritto che diceva ritrovato da un ramaio nel buttar giù

la facciata della sua piccola casa. Chi avea murato quel manoscritto

nel fianco di una finestra? Da quanto tempo si trovava lì? Nessuno ne

sapeva nulla. Il mio amico però pretendeva di sapere con certezza che

il ramaio, provandosi a deciferare quei ghirigori sbiaditi dall'umido,

era stato atterrito dall'apparizione di _legioni di spiriti_ che

gli gridavano, _comanda_! Vinta la prima impressione, egli avea poi

largamente approfittato del sovrumano potere capitatogli in mano. Aveva

violato delle ragazze, rapito delle belle mogli, commesso non so quante

altre ribalderie, ed era sempre sfuggito, per virtù dei _suoi spiriti_,

alle attive ricerche della polizia e a quelle, più temibili, della

vendetta degli offesi.

La copia del mio amico non conteneva la parte dov'erano le terribili

evocazioni; nè tutti e due avremmo allora avuto il coraggio di

avventurarci a tale lettura. Però volevamo apprendere senza fatica

tutte le lingue morte e viventi? Volevamo indurre alle nostre voglie

tre delle più belle ragazze del mondo? Bastava eseguire per l'appunto

le formole dal manoscritto indicate.

Per le lingue occorrevano troppe cose, e nessuno di noi due era in caso

di procurarsele. Dovemmo quindi rimettere i nostri tentativi a tempi

migliori, quando ci sarebbe stato facile il comprare le indispensabili

placche di _oro purissimo_ da incidervi sopra i segni cabalistici e i

motti arcani capaci di produrre quell'effetto.

Fu per questo che io rivolsi la mia attenzione alle belle ragazze. E

per tre giorni e tre notti consecutive recitai, con fede, la lunga

preghiera: _Adonai, Pater omnipotens sempiterne Deus_.... (questo

principio mi è rimasto fitto nella memoria); e in quei tre giorni

evitai di far entrare altre persone nella mia stanza da studio che

spazzai da me stesso, con una granata nuova. Nella sera del terzo

giorno, preparata, tutto trepidante, la piccola tavola prescritta

(con tre salviette, tre vassoi, tre bicchieri non usati e tre panini

freschi) aperta l'imposta del terrazzino, senza neppur chiudere le

cortine che servivano a separare la mia cameretta da letto dalla

attigua stanza da studio, mi cacciai frettolosamente sotto le coperte

e stetti ad aspettare.

Il fruscìo delle vesti delle tre belle tardava a farsi sentire per la

stanza silenziosa, in quell'alta notte di inverno. Un leggiero soffio

di vento agitava le cortine di mussola raccolte ai due lati e veniva a

gelarmi la faccia; ma io continuavo ad aspettare, cogli occhi aperti,

colle orecchie tese, col respiro un po' accelerato.

Quando all'orologio della chiesa vicina scoccarono i paurosi tocchi

della mezzanotte e le argentine ondulazioni di quelle campane vibrarono

più sonore per la stanza, non impedite, come le altre volte, dai

cristalli chiusi e dagli scuri, fu (te l'assicuro) un momento solenne.

Poi passò un quarto d'ora, passò una mezz'ora, passò un'ora... Nulla!

La stanchezza ed il sonno finalmente mi vinsero; e, questo, così

profondo che l'attività inconscia della mente ne rimase sopraffatta

da non potermi apprestare nemmeno la magra consolazione di godere,

sognando, la magica realtà che avevo invocato.

La trista realtà te la figuri facilmente. Avendo dormito tutta una

lunga e fredda nottata invernale col terrazzino spalancato, la mattina

dopo mi trovavo addosso un'infreddatura indiavolata e tossivo peggio

di un cane col cimurro. Fortunatamente la disperazione di dovermi

soffiare, cento volte il giorno, quel povero naso intasato mi fece

perdere, e per sempre, ogni velleità di gran mago.

Non credere che nei miei tentativi, meno fantastici, meno impossibili,

del magnetismo e dello spiritismo, l'immaginazione fosse intieramente

messa da parte; no. Correvo dietro l'ignoto più pel gusto di corrergli

dietro, che per un chiaro e definito intendimento scientifico

qualunque.

Le prove e le riprove questa volta venivano fatte un po' più

riflessivamente, ma l'immaginazione vi cercava, innanzi tutto, il

suo pascolo: la sorpresa del nuovo, del meraviglioso naturale. E se

la cresciuta intelligenza osservava, comparava e, in qualche modo,

debolmente, induceva, alla fine, imbarazzata, lasciava lì i resultati

ottenuti, i materiali raccolti e non riusciva a farne alcun uso.

Ci son voluti di begli anni prima che mi balzasse in mente l'idea

di una coordinazione di quei fatti con altri fatti di diversa

natura, prima che dal loro insieme sgusciasse fuori, come una grande

interrogazione, il problema psicologico-letterario di cui voglio

parlarti.

Ora, il miglior modo di esporre un problema mi sembra quello di mettere

sotto gli occhi altrui tutto il suo naturale processo di formazione.

I nostri ragionamenti più astratti poggiano, non foss'altro che colla

punta d'un piede, sulla granitica roccia dell'esperienza dei sensi. E

non saltan di lancio in vetta, a respirarvi l'aria sottilissima e non

confacente a tutti i polmoni, dei concetti generali; bensì montano

lentamente, gradatamente, guadagnando con sforzo la rapida salita,

seguendo tutte le sinuosità dei sentieri, fermandosi di quando in

quando, cercando il passaggio più facile, tentando le scorciatoie,

qualche volta tornando indietro quando la strada, presa per isbaglio,

non ha sbocco e li arresterebbe a mezza costa, sull'orlo vertiginoso

di un precipizio senza fondo. I fatti riprodotti col loro ordine

di successione pongono il lettore nella circostanza di poter rifare

un lavoro di osservazione e di astrazione molto simile a quello già

eseguito da chi li espone; gli mettono in mano il bandolo per strigare,

in una maniera o in un'altra, quella stessa matassa; e, se i resultati

si riscontrano in un'identica conchiusione, tanto meglio per tutti

e due e per la verità; se, al contrario, spuntano verso direzioni

opposte, tanto peggio per lo scrittore o pel lettore, ma sempre tanto

meglio per la verità.

In ogni caso, bisogna che il lettore sia assolutamente garantito

intorno alla realtà dei fatti che gli vengono sottoposti. Io, come il

capo delle assise, giuro _sul mio onore e sulla mia coscienza_, che in

tutto quello che son per raccontare non ho aggiunto nessuna frangia,

neanco una virgola di mio. E giuro tanto più facilmente, quanto più son

sicuro di non essere stato vittima di nessuna allucinazione, di nessuna

soperchieria. Nel maggior numero dei casi, tra me e il fatto osservato

non ci entrava intermediario di sorta. Ero io stesso che sperimentavo

sopra una persona affatto ignara di quello che mi proponevo e volevo

ottenere. La ripetizione, a sazietà, di un dato fenomeno mi rende certo

di non aver osservato male, di non esser caduto in preda di illusioni

ottiche, o di allucinazioni di esaltato. Sarebbe stata bella che io

mi fossi bambinescamente compiaciuto d'ingannare me stesso, mentre

tentando un esperimento, cercavo di persuadermi della sua possibilità,

secondo avevo letto sui libri.

I documenti che non provengono dalla mia personale esperienza, posso

garantirli egualmente come esenti di frode; alcuni perchè, nati sotto

i miei occhi, fanno parte integrante delle mie ricerche e dei miei

tentativi; altri perchè provenienti da persona ben conosciuta e della

cui lealtà e buona fede non è possibile dubitare.

E qui ti confesso, caro Farina, che mi par di far un bell'atto di

coraggio mettendomi a raccontar fatti e a presentar documenti contro

i quali so, anticipatamente, di dover trovare armata la diffidenza,

la preoccupazione e, lasciamelo dire, la prosuntuosa ignoranza di

gran parte del pubblico. Ma se fra mille che mi canzoneranno, se fra

altri mille che non vorranno prestarmi fede, incontrassi una persona

ragionevole e competente la quale, anzi che permettersi di sorridere

e di dubitare, prendesse in mano il manipolo dei fatti da me raccolto

e lo gettasse, insieme colle mie induzioni e colle mie ipotesi, nel

crogiuolo dell'analisi positiva, io mi terrei ricompensato, e con

usura, del mio ardire imprudente.

Nè credere che il mio amor proprio di osservatore abbia a sentirsi un

pochino mortificato nel caso, possibilissimo, che le mie induzioni e le

mie ipotesi risultino, dopo un serio esame, insussistenti ed assurde;

t'inganneresti di molto. Le ipotesi, le induzioni io le do per quel

che valgono, per prodotti di un curioso, di un osservatore dilettante,

è come dire di un mezzo ignorante. Pei fatti, pei fatti soltanto, son

pronto a stender la mano sul fuoco e a lasciarvela bruciare.

*

* *

Se dovessi ricominciare i miei esperimenti di sonnambulismo provocato,

non sarei oggi così imprudente come nell'estate del 1864 in Firenze.

Ma allora non avevo nessuna idea del delicatissimo e terribile

strumento col quale mi baloccavo, intendo dire il sistema nervoso di

quella ragazza sui diciotto anni, non bella, d'un bruno pallido, di

costituzione linfatico nervosa che così gentilmente si prestava a tutti

i miei capricci di dilettante.

Bisogna però riconoscere che la tentazione era assai forte.

Entrata in sonnambulismo con qualche difficoltà, dopo nove sedute

consecutive, non mai durate meno di un'ora e mezzo, la Beppina

P.... avea mostrato quasi subito facoltà di sonnambula talmente

eccezionali, talmente docili e sottomesse alle più strane pretese di

uno sperimentatore senza scrupoli perchè ignaro dei danni ove poteva

inciampare, che il resistere agli allettamenti di quella rarissima

occasione sarebbe stato, da parte mia, uno sforzo proprio miracoloso.

A chi mi avesse detto in quel tempo che io, magnetizzando, provocavo

una crisi quasi identica alla _gran nevrosi_ dell'isterismo, come è

già stato recentemente verificato dalla scienza, avrei risposto, senza

dubbio, con una scrollata di spalle. Ora capisco che devesi alla solida

costituzione di quella ragazza se i miei esperimenti, cominciati un

po' per chiasso, un po' da senno, non ebbero — mi vengono i brividi nel

pensarci — un funestissimo resultato.

Figurati che, nientemeno! io mi divertivo colle _allucinazioni_ come

con dei giuochi di prestigio. Non sospettavo neppure che, a forza

di condurre quell'organismo all'estremo limite dell'allucinazione

provocata, lo mettevo a repentaglio di cadere, forse irrimediabilmente,

nella vera pazzia.

Tu sai che basta dire ad una sonnambula: ecco un serpente! ecco un

leone! eccoti trasformata in passerotto! eccoti diventata una vecchia!

perchè quella provi realmente il ribrezzo della vista del serpente, il

terrore della presenza del leone, perchè perda la coscienza della sua

personalità e si creda un uccellino, perchè si atteggi e pensi e parli

come una persona molto acciaccata dagli anni.

Il Richet[3], fra i tanti casi da lui stesso sperimentati, racconta

quello d'un suo amico al quale disse: eccoti diventato un pappagallo!

Il sonnambulo esitò un momento e poi domandò, seriamente: debbo anche

mangiare la canapuccia della _mia_ gabbia? (pag. 248).

Non meno curioso è il caso di quella donna che, credendosi già

trasformata in coniglio, come il Richet le avea detto, si buttò per

terra a quattro piedi, facendo atto di rosicchiare alla guisa dei

conigli, saltando sulle gambe di dietro. Aveva poi fatto un salto

brusco. Ritornata nello stato normale, lo spiegava così: mi pareva di

mangiare un cavolo saporito quanto un tartuffo; ma intesi rumore e,

credendo che venisse un cane, dalla paura, scappai via per andare a

nascondermi nella _mia_ tana (pag. 249).

Vista la padronanza quasi assoluta esercitata dalla volontà del

magnetizzatore sull'organismo della sonnambula, non mi sorprendeva che

le cose da me immaginate prendessero nella mente della Beppina forma,

colorito, solidità, e le apparissero proprio come reali. Quel corpo

non diventava, sotto la mia influenza, una specie di automa? Non lo

facevo correre, arrestare, piegare, atteggiare in tutti i versi, prima

con quei movimenti delle mani, di alto in basso, che i magnetizzatori

han chiamato _passaggi_, poi col semplice comando di una parola un po'

energicamente pronunciata e, finalmente, colla forza, più inesplicabile

ma non meno efficace, della volontà _solamente pensata_? Perciò le

esperienze di questo genere, dopo che le ebbi ripetutamente provate,

non mi parvero più tali da farne un gran caso.

Allora mi passò pel capo l'idea di vedere se l'allucinazione, così

facilmente ottenuta durante il sonnambulismo, poteva egualmente venir

riprodotta, o almeno prolungata, nello stato di veglia.

Il Richet (torno a citarlo perchè la testimonianza di un vero

scienziato è un preziosissimo aiuto per un dilettante) parla di una

certa V... nella quale provocava, appena destatala dal sonno magnetico,

allucinazioni o per lo meno illusioni che duravano circa dieci minuti.

Le diceva: ecco un cane! ed essa credeva di vedere il cane. «Intanto i

suoi occhi erano aperti, la sua intelligenza aveva ripreso le apparenze

normali, e nulla indicava che ella risentisse ancora gli effetti del

sonnambulismo. Su questo punto, egli aggiunge, come su tant'altri c'è

da fare molte esperienze, molti saggi, utili o infruttuosi non importa.

Ad ogni passo fatto in avanti, ci si rizzano dinanzi problemi assai più

complicati e di più difficile soluzione.» (pag. 203).

Pare che le mie esperienze siano state, senza volerlo, uno di questi

passi in avanti.

Un giorno dissi alla Beppina: dorma! ed essa restò, al solito, come

fulminata, nell'atteggiamento in cui si trovava. Immediatamente fissai

la mia attenzione sulla persona (suo fratello) che intendevo di farle

vedere trasformata in un mostro umano dal naso enorme, dalla gobba più

enorme; e perchè la mia immaginazione operasse più intensamente, feci

attorno il corpo del fratello quei _passaggi_ che avrei dovuto fare

sulla testa di lei.

Non le dissi: vedrà suo fratello trasformato in un mostro, ma la

svegliai (un soffio alla faccia bastava) colla fermissima volontà

ch'ella lo vedesse a quel modo.

Lo guardava, sorpresa, incerta se dovesse credere ai suoi occhi. —

Oh Dio, com'è brutto! esclamava, coprendosi il volto colle mani; ma

tornava a guardarlo. Quella _disgrazia_ di suo fratello la desolava

e, nello stesso tempo, la faceva ridere. — Che naso! Che gobba! — E

_afferrava_ colle due mani quel naso che le pareva dovesse urtarla

quando suo fratello le si accostava; e dava pugni su quella gobba o la

palpava, a distanza, seguendone la curva, come se avesse palpato una

gran gobba davvero.

Così io mi accorsi che l'allucinazione, oltrepassato il senso della

vista, per una specie di consentimento dei nervi, si era comunicata,

senza che io ne avessi avuto l'intenzione, anche al senso del tatto.

Intanto la Beppina cominciava a dubitare: era un'illusione? era una

realtà? E venutole il sospetto che potess'essere un'illusione prodotta

da me, rimase grandemente turbata e mi pregò di fargliela sparire

subito, perchè già sentiva uno _sbalordimento, una strana confusione

nella testa che le faceva paura_.

L'addormentai per svegliarla colla intenzione che non dovesse più

rammentarsi di nulla. E non si rammentò di nulla.

Ritentai la prova il giorno dopo, facendole vedere suo fratello

trasformato in bionda signora dall'abito di _faille_ nero, dalla

mantelletta di velluto e dal cappello di raso dello stesso colore,

guarnito di fiori azzurri. Richiesta, la Beppina me la descriveva

precisamente, come l'avevo immaginata; e, di soppiatto, domandava alla

sua mamma: chi è questa signora? che cosa vuole? Soltanto era un po'

sorpresa di vederla andare attorno, in casa altrui, con troppa libertà

per una sconosciuta; e, veramente, suo fratello non stava lì fermo,

seduto sulla poltrona, come esigeva il personaggio che gli facevo

rappresentare.

Questa volta l'allucinazione s'era estesa anche all'udito. La Beppina

non riconosceva il fratello neppure alla voce; e, interrogata, gli

rispondeva con ritenutezza contegnosa. Una commedia divertentissima.

Convintomi che l'allucinazione non le recava alcun disturbo, volli

cavarmi la curiosità di osservare, abbandonandola a sè stessa, quanto

tempo sarebbe durata. Continuò per più di un'ora e mezzo; indi, a

poco a poco, rallentossi, lasciando scorgere, a traverso la vaporosa

parvenza illusoria, la persona reale, come _dietro un velo di tulle_,

diceva la Beppina: poi, quasi a un tratto, cessò.

Ma allora la Beppina venne subito ripresa dal turbamento, dalla

_confusione_ della prima volta e dovetti riaddormentarla per levarle

via quella strana impressione che la _rendeva balorda_.

Da allora in poi mi lanciai nel mare magno delle allucinazioni con

un piacere fanciullesco; e furono esperimenti senza numero, uno

più bizzarro dell'altro. La mia volontà di magnetizzatore produceva

miracoli, a petto dei quali gl'incantesimi delle fate sarebbero parsi

ridicole inezie. Le stanze trasformavansi in magnifici giardini dagli

immensi viali ombrati, dalle aiuole screziate dei più bei fiori

che occhio umano avesse mai visto; marmoree fontane zampillavano,

iridate al sole, in mezzo alla fresca verzura dei prati; graziosi

animali d'ogni specie, scimmie, pappagalli, colibri, uccellini-mosca,

grosse farfalle azzurre saltellavano, volavano, cantavano attorno

alla Beppina, con suo gran diletto. Quegli uccellini brillanti come

un topazio la intenerivano singolarmente; e, se io le ordinavo di

acchiapparne qualcuno, tosto mi pregava di rendergli la libertà: —

Poverino! Era così bello!

Ricordo di uno scimmiotto ch'ella si divertiva (idealmente) a mandare

in camera di una pigionale vecchia e noiosa, perchè le mettesse ogni

cosa sossopra e la facesse arrabbiare. Ma una volta le parve che lo

scimmiotto, saltato addosso alla vecchia, la graffiasse e la mordesse:

e si mise ad urlare: no! no! tremando tutta, convulsa.

Temetti un accesso nervoso; e, sbadatamente, le dissi che non era vero,

che lo scimmiotto era un'allucinazione....

— Come non era vero?

Portò le mani alla fronte. Non sapeva persuadersi in che modo, desta,

ad occhi aperti, potesse vedere quel che non era.

— Guardi! le dissi, soffiandole forte sulla faccia; non c'è più nulla!

L'allucinazione era sparita; ma la Beppina si premeva tuttavia, colle

due mani, la fronte, pallida, fissando gli sguardi spaventati sopra di

me che le ripetevo, ridendo: è uno scherzo.

— Per carità, disse, non me lo faccia più! Mi sento _strizzare_ il

cervello; mi fa male....

Rimediai alla mia storditaggine col solito mezzo; però quella volta,

benchè, addormentata e svegliata, non si ricordasse più di nulla,

la Beppina rimase fino a sera colla testa un po' offuscata da _una

specie di accapacciatura_; e mi domandò se non l'avessi trattenuta in

sonnambulismo più a lungo del solito. Le risposi di sì, quantunque il

suo vero sonnambulismo fosse durato pochi secondi. Non contavo come

tale quell'allucinazione di un quarto d'ora, perchè i movimenti, gli

atti, i ragionamenti di lei allucinata non porgevano nessun indizio di

uno stato anormale.

L'allucinazione sparita col solo soffio mi fece sospettare che non era

forse indispensabile addormentar la sonnambula per farle subire gli

effetti della _suggestione allucinatoria_, come la chiama benissimo il

Richet. Non sarebbe bastata la volontà, resa più efficace da _passaggi_

fatti in maniera che quella non avesse potuto neanche accorgersi della

mia intenzione?

Concepire la possibilità d'un esperimento e tentarlo era tutt'uno per

me.

La gran caldura mi costringeva a passare in casa quasi l'intiera

giornata, e perciò mi svagavo col magnetismo, prendendo brevi appunti

d'ogni esperimento che tentavo.

Quel giorno stavamo per andare a tavola. Un ritratto di Garibaldi,

appeso alla parete, mi suggerì l'idea di far vedere alla Beppina il

suo babbo trasformato nel Generale dalla camicia rossa, dalla testa

leonina, dalla bella barba bionda. E il contrasto era perfetto. Il

signor P....... aveva certi baffoni appuntati e una barba folta, lunga,

d'un nero un po' brizzolato di bianco che gli dava un'aria truce,

mentre egli, all'opposto, era proprio un cuor d'oro.

La Beppina trovavasi affacciata alla finestra. Affacciatomi accanto a

lei, le feci, senza che se n'accorgesse, alcuni _passaggi_ alla spina

dorsale, e le dissi:

— Vada a vedere chi c'è di là. Sarà a pranzo da noi.

— Ma è Garibaldi!

Era tornata subito addietro, rossa dalla commozione e dalla gioia. E

siccome in quella famiglia tutti idolatravano il Generale, la Beppina

durante il desinare, parlò poco, non sapendo staccar gli occhi da

quel volto immaginario, lietissima che il ritratto posseduto gli

rassomigliasse così bene. Lo credo! Dovea rassomigliargli per forza;

giacchè, nel farle i _passaggi_, m'ero proprio fissato, col pensiero,

su quella brutta litografia, allumacata di minio e di giallo, posta in

cornice nel salotto.

Come tu vedi, gli esperimenti eran già diventati di una semplicità di

esecuzione meravigliosa. Dopo parecchi altri dello stesso genere, li

resi ancora più semplici, sopprimendo addirittura i _passaggi_.

Io non dubbitavo menomamente della realtà del _fluido magnetico_ di cui

mi parlavano i libri; anzi la scoperta, allora recente — del Pacini,

mi pare — di microscopici organi elettromotori nei polpastrelli delle

nostre dita mi spingeva a fantasticare che tra il così detto fluido e

l'elettricità dovesse correrci una ben intima relazione.

Ora so che il Richet, dopo le osservazioni del Burq e dello Charcot,

inclina molto verso questo parere. Con esse è stato dimostrato che

dal contatto di un metallo poco ossidabile con la pelle sviluppansi

debolissime correnti elettriche capaci di modificare rapidamente la

sensibilità di un intiero lato del nostro corpo[4].

Magnetizzatore e magnetizzata li consideravo come due macchine

telegrafiche messe in comunicazione dal filo conduttore. Se questo

apparentemente lì mancava, c'era la volontà che, producendo la

corrente, lo suppliva in qualche modo, come suppliva egualmente

l'azione, assai più importante, del telegrafista. Mi pareva che

— io inducendo la mia corrente (fluidico o elettrica che fosse)

nell'organismo della sonnambula, e questa riproducendo, col sonno,

colla catalessi, coll'anestesia, colle allucinazioni, i dispacci

trasmessile dalla mia volontà, facevamo tutti e due un'operazione quasi

identica a quella delle sopraddette macchine telegrafiche, sebbene con

mezzi alquanto diversi. Mi pareva che i _passaggi_, gli ordini indetti,

a voce, la volontà _soltanto pensata_, fossero gradazioni, più o meno

notevoli, d'una stessa forza o energia che debbasi dire, richieste

dalla progressiva educazione sonnambolica di quell'organismo; e il

sorprendente _crescendo_ di fenomeni osservato nella Beppina recava

una potente conferma a quella mia opinione. Qual meraviglia dunque che

ridotto automatico, insensibile agli eccitamenti dolorosi, insomma

caduto in piena balia della mia volontà dirigente, quell'organismo

ricevesse anche la _sensazione reale_ delle più strampalate immagini

formate appositamente dalla mia fantasìa e le ritenesse come sensazioni

di cose veramente esistenti?

Questa ipotesi, te lo confesso, non mi par cattiva neppur ora. La

scienza al presente, ne sa — nè più, nè meno — quanto noi due; e

le sue varie spiegazioni dei fenomeni del sonnambulismo provocato

non presentano certamente maggior solidità della mia. Quella

dell'Heidenhain[5], per citarne una sola, che considera i _passaggi_

magnetici come un debole eccitamento della sensibilità di contatto e

della sensibilità termica, non potrebbe dare nessuna plausibile ragione

delle esperienze che sto per dirti. Lo scienziato cauto e circospetto

da me più volte citato conchiude che «nelle condizioni attuali della

scienza, quel che si può fare di meglio sia l'ammettere molte cause

diverse, agenti simultaneamente e in concorrenza. L'_attenzione

aspettante_ viene, per esempio, aiutata dalle eccitazioni visuali

ed auditive che, ripetendosi monotonamente, fanno impressione sur un

sistema nervoso predisposto alla loro azione. L'influenza della volontà

avviene forse, per l'effetto dello stato elettrico della mano del

magnetizzatore, modificato dalla commozione che prova e dai movimenti

che fa.

Ma sono, egli conchiude, tutte ipotesi negative; e il confessarlo è già

qualche cosa.»[6].

Allorchè, smessi i _passaggi_, vidi l'allucinazione prodursi colla

stessa evidenza di prima e unicamente per via di pochi soffii sopra

un oggetto o d'una brevissima concentrazione della volontà _sempre

all'insaputa_ della Beppina, io non più credetti soltanto alla

realtà di quella x incognita che poteva essere il fluido magnetico,

l'elettricità o un altro agente ancora senza nome; ma credetti pure

alla possibilità di foggiarlo a piacere, di renderlo percettibile,

come qualunque oggetto materiale, agli occhi supremamente sensibili

della mia magnetizzata, e di ridurlo, per essa, resistente e pesante.

Infatti, se facevo il gesto di porgerle qualche cosa, ed essa vedeva

subito il fiore, il libro, le monete che avevo avuto la intenzione di

farle vedere; e credeva di annusare quel fiore, di metterselo sul seno

o tra i capelli; e credeva di recare quel libro nella mia stanza e di

posarlo sul mio tavolino; e credeva di contar quelle monete e porle

in serbo nella sua borsa. Premendo colla mia mano sulla sua contro un

tavolino o una parete, questa mano vi aderiva così fortemente che il

babbo e il fratello della Beppina tentavano indarno di staccarnela. —

Ahi! ahi! Mi fate male! Mi spezzate il braccio! ella gridava. Ed era

evidente che tutto il suo corpo non faceva nessuno sforzo per tener

quella mano contro il tavolino o la parete; era evidente che la sua

forza di ragazza non sarebbe punto bastata per resistere al suo babbo

e al fratello, tutti e due molto robusti. Facendo alcuni passaggi

sulla soglia di un uscio, potevo, lì per lì, formarvi un ostacolo per

lei insormontabile; ed ella, che ignorava quei _passaggi_ e la mia

intenzione nel farli, accorrendo in fretta dalla stanza dove per caso

si trovava, a un tratto, giunta dinanzi a quell'uscio, si arrestava,

sorpresa di non poter più fare un passo in avanti.

Quest'ultima esperienza, ripetuta un'infinità di volte, circondandola

di tutte le più scrupolose cautele, fu da me rifatta quasi un anno

dopo, nel maggio del 1865, quantunque non l'avessi ritentata da gran

tempo. Uno dei miei fratelli, venuto per le feste dantesche, afferrata

la Beppina solidamente pei polsi, voleva costringerla a varcare

quella soglia incantata. — Dio!... Mi strappa le braccia!... urlava

la Beppina. E mio fratello dovette smettere; e quasi non credeva a sè

stesso.

Oggi questa ipotesi della capacità del fluido magnetico — elettricità

o altro agente ancora senza nome — di esser foggiato a piacere,

reso percettibile, come qualunque oggetto materiale, agli occhi

sensibilissimi della magnetizzata, e ridotto, per essa, resistente e

pesante, mi pare non solo assurda ma inutile affatto. Non basta forse

la estrema sensibilità della sonnambula perchè questi fenomeni così

fuor del comune trovino la loro facile e ragionevole spiegazione e sian

rimessi dentro la cerchia di tutti gli altri fenomeni del sonnambulismo

provocato?

Oramai, per la eccessiva frequenza degli esperimenti, le relazioni tra

magnetizzata e magnetizzatore dovevano esser diventate di tale fulminea

rapidità che la Beppina poteva benissimo sentire istantaneamente

l'_impressione_ del mio pensiero, e provar quindi i soliti effetti

dell'allucinazione provocata, mentre io mi immaginavo, ingenuamente, di

foggiar a piacere e rendere solido e pesante quel _qualcosa_ della cui

natura non avevo, nè ho tutt'ora, nessunissima idea. Nè c'è al mondo

chi l'abbia!

Intanto, a furia di esperimenti ripetuti, variati, intrecciati insieme

con tanta inconsideratezza e tanta prodigalità, avevo siffattamente

sconvolto il sistema nervoso di quella brava ragazza, che una crisi

isterica, o un che di somigliante, doveva ben presto, in un modo o

nell'altro, colpirla. Non aspettai che questa venisse naturalmente, per

diretta conseguenza; ma le andai sbadatamente incontro, le feci ressa;

e quando i fenomeni della gran nevrosi isterica scoppiaron fuori con la

loro terribile violenza, non fui più buono a dominarli.

*

* *

Della vera gran _nevrosi isterica_?

Sarebbe, da parte mia, troppa presunzione lo affermarlo.

Con questi benedetti fenomeni magnetici e spiritici (già siamo sulla

soglia dello Spiritismo) si brancica tuttavia nell'oscurità, passando

di sorpresa in sorpresa. Quando par di essere omai sicuri di aver

afferrato relazioni intimissime tra i fenomeni, per esempio, della

gran nevrosi e quelli del sonnambulismo provocato, ed ecco apparire

differenze non meno certe, non meno notevoli, di grado, d'intensità,

di mezzi, di resultati, che ci fanno ricadere nel buio, togliendo quasi

ogni valore ai confronti, alle deduzioni, alle timide ipotesi foggiate.

Così quando par di essere egualmente sicuri che tra i fenomeni del

sonnambulismo e gli spiritici corrano relazioni di parentela non

meno strette delle altre già osservate fra il sonnambulismo e la

gran nevrosi, ed ecco nuovi fenomeni che ci sbalestrano lontani

mille miglia, e ci strappan fra le mani quell'esile filo da cui ci

aspettavamo di esser guidati per l'intrigatissimo laberinto.

Si tratta, probabilmente, di gradazioni, di sfumature, forse; ma chi

potrebbe dirci in questo momento dove il sonnambulismo finisca e la

gran nevrosi incominci? Dove il sonnambulismo finisca e incominci lo

Spiritismo?

La gran nevrosi isterica sembra prodotta da una lesione organica,

accidentale o ereditaria importa poco; o per lo meno da un

pervertimento di funzioni, spesso irrimediabile, del sistema nervoso.

L'alterazione temporanea, provocata in questo, lentamente, dall'azione

del sonnambulismo, è, nel maggior numero dei casi, proprio innocua,

non lascia traccia neppur nella memoria della persona magnetizzata,

ed ha un carattere fisiologico spiccatissimo. Le belle ricerche del

Baillif[7], intorno al sonnambulismo delle isteriche, son lì per

provarlo. Nelle isteriche il sonnambulismo diventa patologico affatto.

Dai fenomeni magnetici agli spiritici il passaggio vien così agevole

che si avverte appena.

L'allucinazione, ripetutamente provocata, si svolge, a poco a poco

— nei particolari — con una tal quale indipendenza. Qualcosa della

personalità della sonnambula sussiste, resistendo, e, avuta la

spinta verso una direzione qualunque, si mette a lavorare, più o meno

attivamente, secondo le circostanze, per proprio conto. Fino a qual

punto può giungere questa attività interiore che, rimanendo sempre

incosciente, dà quindi alla sonnambula l'illusione, naturalissima, di

un che fuori di lei?

Avevo già notato nella Beppina i sintomi della sua graduale

emancipazione dalla influenza del magnetizzatore. Di quei personaggi,

di quei giardini, di quei viali ombrati, di quelle marmoree fontane

zampillanti, di tutti quei graziosi e vispi animaletti di cui mi

divertivo a circondarla, io tracciavo, per dir così, soltanto le linee

generali, i contorni. La sua immaginazione sovra eccitata sviluppava,

coloriva, animava ogni cosa; come hai dovuto specialmente notare a

proposito di quello scimmiotto che le parve graffiasse e mordesse

la vecchia pigionale noiosa, senza che mi fosse mai passato nulla di

simile per la testa.

Anzi, una volta, questa emancipazione interiore mutossi in una parziale

ribellione del sistema nervoso. Quella sera le palpebre della Beppina

rimasero ermeticamente chiuse e a nulla valsero i ripetuti soffii e

i passaggi, nè i violenti spruzzi d'acqua fresca al viso e gli altri

mezzi da me adoperati per fargliele aprire.

— Non si confonda! ella mi disse, vedendomi un po' turbato dalla novità

del caso. Ci veggo egualmente.

E in prova, lesse, scrisse, benchè gli orli delle sue palpebri fossero

così cuciti fra loro che la pressione delle mie dita non riusciva

menomamente a scostarli; e preparò la tavola per la cena, ridendo

delle mie precauzioni quando volevo impedirle di mettere al posto le

bottiglie e i bicchieri, per paura che, urtando, non li mandasse in

frantumi.

Riaddormentatala, dopo cena, le chiesi con insistenza di suggerirmi un

rimedio per quell'inatteso inconveniente.

— Non è nulla, rispose. Ho dormito magneticamente un po' troppo; ecco.

Riaprirò gli occhi domani.

E così avvenne.

Nel caso che sto per raccontarti questi piccoli accenni di

emancipazione diventan rivolta addirittura.

Poco sapevo allora intorno allo spiritismo, e più per sentito dire che

per cognizioni attinte dai libri. Mi era stato assicurato che col mezzo

del sonno magnetico l'evocazione spiritica riusciva assai facilmente.

Altri ci si era provato, pareva, con buon successo; volevo provarmici

anche io.

La cosa m'interessava per un'altra ragione. Covavo da mesi, una

_Vita di Ugo Foscolo_, il mio idolo letterario giovanile, ed ero

arrabbiatissimo di certe lacune incontrate qua e là, che non trovavo

modo di riempire.

L'Orlandini e il Mayer, interrogati sulla _Calliroe_ posta recentemente

dal Chiarini in piena luce, mi avevano tutti e due risposto che forti

riguardi sociali vietavano ancora di alzare il velo di quest'episodio

foscoliano; e intanto quel po' che se ne intravedeva stuzzicava

straordinariamente la mia curiosità di biografo appassionato.

Dovevo proprio rimanere al buio?

Fu così che mi venne la cattiva idea d'indirizzarmi allo stesso

Foscolo, facendolo evocare dalla Beppina. Era naturale, via! che, dopo

tante meraviglie magnetiche, non dubbitassi più di nulla, di nulla!

La sera del 23 agosto, dunque, fattala entrare a posta in

sonnambulismo, le dissi:

— Potrebbe mettersi in communicazione collo spirito di un uomo morto in

Inghilterra nel 1827?

— Proviamo, rispose. Come si chiamava?

— Ugo Foscolo.

La Beppina, che si trovava distesa sopra un canapè, voltatasi dalla

parte del muro, si era messa a pregare sotto voce. Dopo alcuni minuti,

mandava un grido, spaventata, agitando le braccia:

— Lo spirito è apparso! Ma, visto che non gli dicevo nulla, è andato

subito via.... Che terrore!... Senta come sono diaccia!... Mi metta

addosso una coperta.

Per quella sera ci fermammo lì.

— Ora lo chiamo, disse ella stessa la sera dopo. Tanto, è meglio che mi

abitui.

E si voltò di nuovo verso il muro, ripetendo sottovoce: vieni! vieni!

L'apparizione non si fece troppo aspettare.

La Beppina tremava, però meno assai della prima volta.

— L'amico che è qui desidera conoscere alcune intime particolarità

della tua vita.... Me le dirai?

SPIRITO. Te le dirò. Ma questa sera tu non sei abbastanza forte da

sostenere la mia conversazione. Ci rivedremo domani.

Era la Beppina stessa che rispondeva, con una voce contraffatta,

grossa, di uomo burbero e violento.

— Te ne vuoi andare? gli domandò col tono ordinario.

SPIRITO. Sì.

E la sua voce era tornata grossa, virile: immagina tu con quale effetto!

Ricopiando questi dialoghi dai miei appunti di vent'anni fa, sento

nuovamente suonarmi nell'orecchio quella voce aspra e violenta, e

riveggo la faccia pallida e contratta della sonnambula che metteva

paura a guardarla. Con queste vere intermittenze della personalità di

lei, con questi cambiamenti di voce, la scena diventava potentemente

drammatica e l'illusione era completa!

— Che aspetto ha? le domandai.

— Buono, rispose. Rassomiglia al ritratto che lei ne ha... Ma guardi

com'è scarno!.. Mi fa orrore!

Eppure, per compiacenza verso di me, si rimetteva ogni sera, di buona

voglia, ad evocarlo.

La terza sera, lo Spirito si mostrò alquanto restìo.

La Beppina dovette affaticarsi un dieci minuti a pregare: vieni! vieni!

e, quando esso le apparve, era estremamente spossata.

— Mi dirai dunque le particolarità della tua vita?... Oh, bella!...

Non mi rispondi? O che sei di sasso?... Rispondi! Dio! Come mi fai

affaticare! Rispondi, rispondi!

SPIRITO. Ma perchè da tre sere mi tormenti?

— Io? Forse senza volerlo... Dammi la mano.... Un solo dito?... Pare un

dito di scheletro.

SPIRITO. Perchè mi tormenti?

— No, anzi voglio il tuo bene.

Si sentiva spossata:

— Questo spirito è tanto duro!... Se lei sapesse come ho dovuto

pregarlo!

E volle riposarsi un momentino; ma il suo riposo non fu tranquillo.

Vedeva dei brutti ceffi:

— Li mandi via! Li mandi via!

Con pochi _passaggi_ alla fronte, i brutti ceffi sparirono. Ma ecco, da

lì a poco, altre apparizioni.

— Oh! Oh! Guardi che bei fiori!... Oh quante belle ragazze! Queste sì

che voglio vederle! Eccone una qui vicina. Mi ha dato un gran mazzo di

fiori... Che bel nastro! Lo regalerò alla zia... E tu chi sei che vieni

a visitarmi? Come ti chiami?

Rispondeva ella stessa, contraffacendo la voce, imitando questa volta

una soavissima voce di donna.

SPIRITO. Mi chiamo Zaira. Sono stata commossa dal sentirti pregare così

profondamente per vedere quello spirito duro. Ho pianto.

— Oh, grazie! Ci ho immenso piacere.

ZAIRA. Quello spirito è scortese. Ma, sai? è il suo naturale; fu un

uomo forte. Non farne caso.

— Potresti tu dirmi la sua vita invece di lui?

ZAIRA. No.

— Come sei bella! Quanto mi conforta il vederti!

ZAIRA. Ci rivedremo ogni sera.

— Addio! Dammi un bacio..... È ita.... Sono stanca. Ho parlato tanto!

Riposa appena altri pochi minuti, ed ecco nuove apparizioni (dovrei

dire allucinazioni?) che vengono a sorprenderla e deliziarla.

— Un angiolo! Un angioletto!... Oh, che bellezza! Come va via! Oh,

vieni! vieni! Ecco; scende. Eccolo! Siediti qui, su questo guanciale...

Ma non vede lei che sole di bellezza? Capelli di oro, occhi cerulei...

La lasciai sbizzarrire.

La sera dopo, appena entrata in sonnambulismo, volle subito rivedere la

Zaira e l'angioletto nel quale avea riconosciuto, diceva, uno dei suoi

fratelli morti bambini; e s'intrattenne a lungo con essi, stizzendosi

fortemente allorchè tentavo di svegliarla. Avvenne che, al destarsi,

non potè più aprire gli occhi, come l'altra volta; ma ora non ci

vedeva.

— Vuol sapere perchè? mi disse. Perchè non ho dato un bacio alla Zaira

prima di licenziarla.... Oh, Cristo!... Questa è nuova!

Riaddormentata, baciò la Zaira; e, appena sveglia, aprì gli occhi.

Queste divagazioni, che occuparono la intiera seduta, avevano impedito

per quella sera la evocazione del Foscolo. La sera dopo s'incominciò da

lui.

SPIRITO. Perchè mi tormenti?

— Ma che tormentarti!.... Mi dirai finalmente la tua vita?

SPIRITO. No!

— No? Eppure tu me l'hai promesso!

SPIRITO. Non sosterresti il suono della mia voce. Non vedi come tremi?

— Non importa.

SPIRITO. Soffriresti molto!...

— Non importa.

SPIRITO. Bada! So che hai domandato alla Zaira le notizie della mia

vita....

— No....

SPIRITO. Sì!!!

— Non mi far paura! Non ti sdegnare; ti bacio!

SPIRITO. Se domani sera potrò sbugiardarti!... Ora ti lascio.

— Si allontana lentamente... Com'è sdegnato!

E la quinta sera fu peggio.

— Com'è fosco! disse la Beppina.

Pure tornò a rammentargli la promessa.

SPIRITO (_rabbiosamente_). No! No!

— Dunque vuoi andartene?

SPIRITO. O che mi mandi via?

— Non mi far paura! Sii bono! Sii bono! supplicava la Beppina con un

fil di voce.

Fu una scena straziante, indimenticabile! Mi sento accapponar la pelle

al solo ricordarla scrivendo. La voce della Beppina, quando ella

parlava in nome dello spirito, aveva uno accento feroce; e lei, la

povera ragazza, sfigurita dal terrore, quasi non era più riconoscibile.

I capelli, scioltisi nell'agitarsi di tutto il suo corpo, le cadevano

disordinati sulle spalle e sul petto, e, fra il nero dei capelli, il

suo viso pareva livido, con quelle occhiaie dove sprofondavansi gli

occhi chiusi, sotto le sopracciglia corrugate.

SPIRITO. Alzati! Alzati!

— Dio, come tremo!... Che voce!

SPIRITO. Inginocchiati, così, colle mani giunte! Piangi!

Inginocchiata nel mezzo della stanza, la Beppina singhiozzava, e

grosse lagrime le rigavano il volto. I suoi ed io, attorno a lei, ci

guardavamo, atterriti, nel bianco degli occhi, senza poter dire una

parola.

— Perchè mi fai questi strapazzi? domandava la piangente.

SPIRITO. Perchè sei stata una traditrice! Hai diffidato di me; hai

chiesto alla Zaira le notizie della mia vita... Ti tormenterò!

Pensai d'intervenire:

— Gli dica che sia buono, altrimenti lo mando via!

— Mi ha risposto che non sta più soggetto al magnetizzatore.

Infatti continuò a tormentarla.

SPIRITO. Alzati.... Inginocchiati a piè del letto, no sul tappeto!...

Piangi forte!

— Piango! Piango!

Volevo destarla ad ogni costo.

— Per carità! mi disse: farebbe peggio. Mi lascerà; non abbia timore.

SPIRITO. Verrai meco.

— Ma dove?

SPIRITO. Alla mia tomba; vieni!

— Oh, Dio!

Si avanzò, curva, a lenti passi, con un'indescrivibile espressione di

terrore, sino alla parete opposta; poi tornò indietro, senza voltarsi,

perchè così, diceva, le era stato ordinato.

— È sparito? le domandai.

— È lì che mi guarda.

SPIRITO. Avvicinati.... Unisci le mani!

— Perchè mi leghi?

SPIRITO. Per gastigarti. E ti farò ben altro sai? ben altro!.... Ora

inginocchiati.... piangi.... manda strida!

— Mi sentiranno i pigionali di sopra, Dio mio!

SPIRITO. Non ti sentirà alcuno.

A quei singhiozzi, a quelle strida che strappavano il cuore, mi decisi

a svegliarla per forza, con un gran soffio sul viso. Vedendosi in mezzo

alla stanza, coi capelli sciolti, circondata da tutti noi altri pallidi

e ansiosi, provò sorpresa e paura. Mi pregò di riaddormentarla e di

destarla dolcemente. Non si ricordò più dell'accaduto; e nessuno di noi

ne fece motto.

Ma era scritto che quella notte dovesse, per noi, passare agitatissima.

Si chiacchierava in salotto, e la Beppina, fermata in mezzo all'uscio,

rideva di certe barzellette raccontate da suo fratello.

A un tratto, le vidi fare un movimento d'inquietitudine, poi di

sorpresa... Si sentiva tirare pel vestito, di dietro, insistentemente:

— Oh, Dio! sento qualcuno alle mie spalle!... È uno spirito! Ah!

Lo strano era che parlando, al solito, con quella voce grossa e

minacciosa e ripetendo le stesse parole dette durante il sonnambulismo,

non sapeva più rendersi conto di quel che volessero significare:

— Di quale Zaira, di che vita le ragionava?

SPIRITO. Guarda qui di quale Zaira!

— Sì, ora la riconosco, ora mi rammento!

Questa volta la Beppina era ben desta, e l'apparizione le si

riproduceva dinanzi, come le tante e tante allucinazioni da me

ripetutamente provocate.

Dovette ballare, dovette bere del vino, lei che non ne beveva punto! e

il sapore di esso ora le sembrava di marsala, ora di rosolio, ora di

amarissimo veleno. Dovette distendersi bocconi per terra e picchiare

colla fronte sul pavimento; poi dovette ribere fino a tanto che la

sbornia presa non la lasciò più reggere in piedi.

SPIRITO. Butta a terra il bicchiere e vai a letto!

N'era tempo!

Ma noi la vegliammo, temendo una ripresa di quel fenomeno che ci avea

tenuti tutti in grande angustia; me più di tutti, che lo avevo così

imprudentemente provocato. E fu bene; perchè, dopo un quarto d'ora,

la Beppina cominciò a borbottare qualche cosa che non si capiva. Lo

Spirito (lasciamelo chiamare tuttavia così) era già di ritorno e le

ordinava di levarsi da letto per farle passare l'ubbriacatura. Il mezzo

era semplicissimo: la Beppina dovea correre, appoggiata al mio braccio,

su e giù per le stanze. Riuscì.

Ora ella non provava più nessun terrore; rideva, ci faceva coraggio

e, andando su e giù, continuava a ragionare con _Lui_ che non cessava

di minacciarla: — Oh! l'avrebbe afflitta parecchie sere di seguito,

trascinandola seco per burroni, per ghiacciaie, per foreste, fra

assassini che le avrebbero fatto provare atroci dolori di morte! E poi

la avrebbe spinta in mare, a nuoto, e ve la avrebbe lasciata affogare!

E poi ella doveva cantare, ballare e rappresentare una tragedia, una

commedia... Insomma, non la avrebbe lasciata più! Mai più! Era sua, sua

per sempre!

Il programma fu, punto per punto, inesorabilmente eseguito. Alle nove

precise, lo strazio della povera Beppina ricominciava ogni sera, per

due ore fitte. E di quella mimica con cui ella eseguì il suo smarrirsi

pei burroni, il suo arrampicarsi su per le ghiacciaie e il suo

dibattersi fra gli spasimi dell'agonia, quando le parve di esser ferita

a morte dagli assassini; di quella mimica non è possibile se ne formi

neppure una debole idea chi non ne fu spettatore.

Il prof. Ugo Amico che, insieme coll'ingegnere Andrea Arena di Messina,

la vide quella sera in cui rappresentò tutta l'azione di una tragedia

con efficacia di espressione non mai raggiunta dalla Rachel e dalla

Ristori, pianse, commosso, come forse non avea mai pianto a nessuna

rappresentazione teatrale.

Oramai l'ossessione (la crisi forse sarebbe meglio detta) non contava

più intermittenze. In ogni ora, in ogni momento della giornata, c'era

sempre qualche cosa di nuovo che ci teneva sospesi, in apprensione di

peggio.

Un giorno, a mezzo desinare, lo spettacolo divenne, subitamente,

meraviglioso davvero. La Beppina cadde in una specie di estasi che la

rapiva in alto e la facea tenere così equilibratamente sulla estrema

punta dei piedi, che per un momento dubbitai non stesse proprio

elevata a qualche distanza dal suolo. Il suo volto era trasfigurato. I

lineamenti, irregolari e poco aggradevoli, avevano assunto una bellezza

sorprendente: la carnagione, da bruno-pallida, si era mutata in un

incarnato di portentosa delicatezza.

Questa volta _Egli_ voleva darle il suo anello, voleva sposarla.

— Ma tu sei morto da tanto tempo! gli faceva osservare la Beppina.

— Oh, non voleva dir nulla. Si sarebbero sposati in ispirito.

— No, no! ella balbettava colle mani giunte. Non ne sono degna! Non ne

sono degna!

E, nel godimento di un'ineffabile felicità, prorompeva in esclamazioni

interrotte, da cui non potevasi ben rilevare che cosa lei sentisse e

vedesse durante quel mistico rapimento.

Era sua! Proprio sua! E perciò esigeva da lei anche atti che parevano

d'adorazione; e perciò le suggeriva parole di preghiera, in un

linguaggio inintelligibile e che mi duole grandemente di non aver

subito trascritte.

E voleva che restasse a lungo, da solo a solo, con lui. E la notte, in

sogno, la conduceva via con sè.

Dove? Una volta dentro un sotterraneo, a dormire sopra una cassa da

morto: un'altra volta in una camera nuziale magnificentissima, su

morbidissimo letto. Talchè, la mattina dopo, ella si levava spossata,

precisamente come quando era restata troppo a lungo in sonnambulismo.

Durante gli accessi più forti, ora nell'uno ora nell'altr'occhio

della Beppina, manifestavasi uno strabismo pronunciatissimo; potresti

osservarlo nelle fotografie che trovansi in mia mano, ordinate da _lui_

ed eseguite dal Semplicini.

Sono in quattro pose. In una di esse, i caratteri della nevrosi

isterica appaiono evidenti nello sguardo smarrito, nella fiera

espressione delle labbra, nell'atteggiamento della testa e delle

braccia. Nessun pittore ha mai dipinto un'Ofelia così terribilmente

vera da poter reggere il paragone di questa fotografia della Beppina.

Durante quelle lunghe giornate di estate era un continuo ragionare

sotto voce fra _Lui_ e lei; e se io tentavo di inframmettermi e sapere

di che cosa si trattasse, ero da lei pregato di scostarmi, per non

attirarle addosso eccessi più tristi.

Intanto io mi rinfrancavo, andavo riprendendo la padronanza di me

stesso, e a poco a poco, m'imponevo, di bel nuovo al ribelle organismo

della Beppina.

Sentiva ella la voce di _lui_ che la chiamava dall'altra stanza?

Le facevo dei _passaggi_ agli orecchi; e il fenomeno cessava.

Ricompariva questo sotto una forma diversa, di tiratine alle falde

posteriori del vestito, perchè quella ubbidisse alla chiamata?

Le facevo dei _passaggi_ dove la tiratina era sentita; e il fenomeno

cessava.

Allora fu un combattimento continuo, accanito, senza quartiere, tra

lo Spirito (o l'accesso) che cercava di sopraffarla, e me che la

difendevo, inventando nuovi modi di battagliare per mandarne a vuoto

le astuzie. La circondavo (almeno la mia intenzione era questa) d'una

cinta impenetrabile di fluido, dentro cui ella viveva, muovendosi come

sotto una campana di cristallo che secondasse gli ordini della sua

volontà e la seguisse, dappertutto. Ma se, così, sentivasi ben riparata

dalla malefica influenza di _lui_, non stava per questo tranquilla.

Anzi diventava triste, di giorno in giorno. Si appartava, con una

scusa e con un'altra, da noi; e una volta, dopo molto mio insistere,

confessommi che provava come una vertigine di suicidio, massime

quando trovavasi presso il pozzo, in cucina. Le pareva ch'_egli_ ve

l'attirasse, da lontano. La voleva seco, ad ogni costo!

Una sera, e fu l'ultima, riapparve minacciante, per pochi minuti.

La Beppina, nel sentirlo avvicinare, aggrappavasi, tremante, al mio

braccio, invocando aiuto e difesa. Io aveva già steso intorno lei la

mia solita cinta fluidica, ma _lui_, intanto le _fremeva attorno_,

benchè tenuto discosto. Stavamo lì trepidanti, lei, i suoi ed io: chi

l'avrebbe vinta?

A un tratto...

Senti, caro Farina; io ti racconto l'impressione schiettissima del

fatto, come fu allora provata; non l'analizzo, non la commento; e

mentirei se ti dicessi di esser proprio sicuro che in quel momento non

fossimo, anche noi, sovraeccitati in sommo grado e mezzi colpiti di

allucinazione...

A un tratto, dunque, ecco Aneppe, il piccolo cane nero, che comincia

ad uggiolare sordamente, quasi provasse la sensazione di qualcosa

d'insolito per aria.

— Ha inteso? Si _puole_! disse la Beppina atterrita.

Non avevo inteso nulla. Ma la mamma di lei, sì, giurava di aver inteso

chiaramente quella terribile parola....

Non potè, per fortuna!

La Beppina cadde, mezzo svenuta, sulla poltrona accosto.... E così la

crisi finì!

Cioè, finì colla sua forma acuta, ma colle forme di apparizioni di

ogni sorta — della sua nonna, dei suoi fratelli morti bambini, di

altri personaggi sconosciuti — continuò placidamente ancora un pezzo.

E, per mesi e mesi, la Beppina, entrata appena in letto, veniva subito

presa dal sonnambulismo con tutti i diversi sintomi di anestesia, di

catalessi, di spontanee allucinazioni che i miei _passaggi_ tenevano un

po' in freno e ammansivano gradualmente.

Alla fine, la crisi cessò del tutto, ma nel modo più strano e

inaspettato.

Quella notte, tornando a casa dopo il tocco, trovai il casamento

sossopra. La Beppina era, da quasi tre ore, in preda a terribili

convulsioni, e i pigionali del primo e del terzo piano, destati nel

meglio del sonno e accorsi vestiti a mezzo per la fretta, avevan

dovuto, insieme col babbo e il fratello di lei, stentare non poco per

trattenerla e impedirle di non farsi un qualche malanno. Urlava, si

agitava violentemente, avea la schiuma alla bocca, e dei suoi occhi

stravolti si vedeva il bianco soltanto: faceva proprio paura.

Alcuni _passaggi_ al plesso solare la calmarono a un tratto.

Che cosa avrà creduto di me quella buona gente che non poteva capirne

nulla, tutta stordita dell'accaduto?

Verso le dieci i signori P.... trovavansi in salotto con due amiche,

mamma e figliuola, venute a passar la serata da loro. Nel bel mezzo

della conversazione, ecco dei replicati e forti picchi al muro ov'era

appoggiato il canapè su cui sedevano le due signore.

Il signor P.... si leva da sedere un po' stizzito: quei picchi gli

parevano uno scherzo inopportuno della sua figliuola minore, una

testolina, ed egli andava di là per farle una lavata di capo....

Dietro il muro non c'era nessuno. La ragazza era nella sua camera, a

letto, e dormiva la grossa. Intanto, dopo qualche intervallo, i picchi

ripigliano, ora forti, ora leggieri, ora affrettati, ora lenti. Fermato

in mezzo all'uscio che dal salotto metteva nella stanza attigua, il

signor P.... poteva comodamente sorvegliare l'una e l'altra faccia del

muro, un muro medio, strettissimo.

— Sono i pigionali del terzo piano, pensò.

E, per avvertirli di smettere, picchiò sul muro anche lui, colle nocche

delle dita, tre volte, seccamente.

Risposero tre picchi identici, secchi, risoluti. Allora, per chiasso,

la figliuola dell'amica si mise a picchiare celeramente. Subito subito

le fu risposto con altri picchi accelerati. E si provarono tutti, uno

dopo l'altro, meno la Beppina; la signora P... messa in sospetto dal

vederla più nervosamente agitata del solito, non aveva voluto ch'ella

picchiasse.

Già lo scherzo durava da un'ora. Che cosa poteva significare? Non

pareva più possibile che i pigionali di sopra — marito e moglie,

persone serie, che vivevano molto appartate — volessero prolungarlo

tanto. Il signor P..... e suo figlio montarono su, per convincersi

coi loro occhi. Marito e moglie erano a letto da un pezzo; e quando

intesero di che si trattava, mezzi sbalorditi dal sonno, scesero giù.

Picchiarono anch'essi, e fu loro risposto:

— Tic-tac!

— Tic-tac!

— Toc-toc-toc!

— Toc-toc-toc!

— Saranno i pigionali del primo piano!

La Beppina, suo fratello e la loro giovane amica scesero giù, da quelli

del primo piano. Erano anch'essi a letto; ma, saputa la cosa, montarono

su tutti, curiosissimi.

— Toc-toc!

— Toc-toc!

— Tic-tic-tic!

— Tic-tic-tic!

Botta e risposta!

— Tornando su con quelli del primo piano, mi raccontava dopo la

Beppina, per le scale sentivo quella solita voce che mi susurrava

nell'orecchio: picchia anche te! picchia anche te! Intanto la mamma,

in salotto, mi faceva le occhiatacce, mi diceva di no... E quella voce

insisteva: picchia anche te! picchia anche te!... Picchiai!

Si era sentita afferrar per la mano da una mano invisibile, tiepida e

molle, e, gettando un urlo, era caduta in convulsioni.

Però, appena la Beppina ebbe picchiato, ogni rumore, come per incanto,

cessò. Quella ventina di persone che si eran divertite più ore,

picchiando e ripicchiando, stettero lì un'altra ora, a picchiare,

a ripicchiare inutilmente. Nessuna risposta! Per una buona mezz'ora

tentai e ritentai anche io, benchè arrivato troppo tardi. Silenzio

profondo!

E così ebbe fine quella crisi, magnetica, isterica o spiritica, della

Beppina che ci avea tenuti in tanta angoscia.

Finalmente! Respirammo.

*

* *

Oh, ne avevo avuto abbastanza! Non volevo più ricominciare. Ma,

dice il proverbio: chi ha bevuto berrà. E, sei anni dopo, tornavo

allo Spiritismo; con altro animo però, con altri intenti. Oramai

avevo la convinzione che quei fenomeni spiritici fossero stati dei

fenomeni di sonnambulismo più complicati e più elevati degli altri. I

_passaggi_ che li avevano prodotti, non eran serviti anche a domarli?

La legge _similia similibus_ avea trovato in quel caso un'applicazione

impreveduta.

— Ne è proprio sicuro? mi disse una volta un prete, gran spiritista.

Oh, bella! Lei turava ben bene gli orecchi della sua sonnambula, e

poi si stupiva che quella più non ci sentisse! Ma i suoi _passaggi_

non facevano altro: le turavano gli orecchi, interrompevano ogni

communicazione fra lo spirito e lei.... E i picchi, come lei li spiega?

Veramente quei picchi mi lasciavano perplesso. Tanto più perplesso

quanto più recise erano già diventate le mie opinioni intorno al mondo

di là.

Mi ero buttato alla filosofia, mi pascevo di Hegel e... di positivismo.

La _Fenomenologia dello Spirito_ del gran pensatore di Stutgarda,

benchè mal masticata e mal digerita, mi lasciava intravvedere orizzonti

nuovi per me, luminosissimi.

Non afferravo (ci voleva ben altro che i miei denti!) tutta quella

meravigliosa astrazione, ma sentivo, da ogni pagina di essa, scaturire

un così profondo e divino poetico sentimento, da farmi paragonare

quegli astrusissimi paragrafi ai diversi canti di un vero poema, il

poema moderno del pensiero, della riflessione assoluta!

Se tu vuoi spiegarti questo strano connubio di idealismo, di

positivismo e di spiritismo, pensa, caro mio, che in filosofia ero la

medesima cosa che in storia naturale, in magnetismo, in spiritismo e

in ogni altro soggetto toccato dopo, cioè un curioso e nient'altro, un

dilettante e nient'altro.

Un mistico anche. Oh, le intime relazioni di allora tra la universa

Natura e me! Oh, il soave confondersi e quasi sparire della mia misera

personalità in quell'infinito fluire e divenire delle cose che mi si

rivelava all'intelletto! Oh, le giornate e le nottate trascorse sopra

un libro del De Meis (un vero Grande di Spagna — come gli disse due

anni fa Silvio Spaventa alla mia presenza, un Grande di Spagna che

vuol darsi il gusto d assistere, ancora in vita, ai suoi magnifici

funerali). Oh, le giornate e le nottate, che pur mi parevano _un

boccone_, come sogliamo dire noi altri isolani, quando quel libro —

DOPO LA LAUREA — giungeva proprio in tempo per trascinarmi più accosto

alla realtà e darmi un equo senso della vita!

E quando vi rileggevo: «nascere e crescere, decadere e perire, è il

destino di tutti gli uomini, di tutti gli animali, di tutte le piante,

— e diciamolo pure, di tutti i sistemi planetarii. Questo cosmos ha

i suoi giorni contati come gli abbiamo noi che ne siamo gli endozoi:

solamente ch'egli ha la vita più dura, ed è più lungo il suo tempo e

la sua durata naturale: per cui, come la balena e l'elefante vivono

più di un uomo, e un pino od una quercia vive più di un elefante, così

lui, il cosmos, e per cosmos intendi questo nostro sistema solare, vive

più della quercia e del pino, — ecco tutta la differenza; — ma quando

il suo giorno fia giunto, esso perirà come uno di noi uomini, come una

pianta, come un animale: e non il nostro soltanto, ma tutto questo

gruppo di sistemi solari, gli uni formati, forse, e già perfetti,

gli altri ancora incompiuti ed in via di formazione, che compongono

questo nostro sistema sidereo, se tant'è che formano un sistema; e

tutta questa natura che ne circonda, e questo universo di cui l'uomo è

il compimento e l'ultima perfezione perirà come un solo uomo; e forse

dal seno dell'infinito un altro universo è già sorto, e gli germoglia

allato un'altra natura, fors'anche più perfetta di questa, che la dovrà

surrogare......»; e quando vi rileggevo questo brano di un'apocalisse

scientifica, e poi i miei amici venivano a parlarmi di Spiriti, di

_mediums_ veggenti e scriventi, io mi domandavo:

— Ma, e questi spiriti non potrebbero, per avventura, essere le nuove

e più perfette creature di quella più perfetta natura? Non può darsi

che nascano, crescano, si moltiplichino e muoiano anch'essi, nello

spazio, invisibili ai nostri sensi, ma capaci, date certe condizioni,

di mettersi in rapporto con noi?

Giacchè, era impossibile, quell'affermata identità degli spiriti

colle persone morte non riusciva a convincermi. La dottrina della

_rincarnazione_ progressiva mi aveva, più propriamente, l'aria di una

concezione religiosa, che d'un concetto scientifico; e dei prodotti

dell'immaginazione religiosa non sapevo più che farmene.

Ero, in quell'anno, capitato fra un crocchio di spiritisti di buona

fede, veggenti alla Swedenborg, veggenti di bassa lega e _mediums_ più

o meno scriventi; una magnifica occasione per tornare ad osservare,

a studiare, a sperimentare, ora che non ero più soltanto un curioso,

ma un uomo che non si raccapezzava e, cercando una salda convinzione,

andava ripetendosi, in tutti i toni, l'antifona: _periculosum est

credere et non credere_ del favolista latino.

Ti sei mai tu provato a tenere un lapis fra le dita, poggiando

leggermente sopra un foglio di carta la mano, e aspettando che questa,

mossa da un'energia di cui non si ha coscienza, tracci prima qualche

ghirigoro, qualche lettera, poi delle parole, poi dei periodi, poi

delle pagine intiere; o ceda alla dettatura di un impulso interiore,

qualcosa fra il cosciente e l'incosciente, quasi uno sdoppiamento dello

spirito per cui metà di esso sembri agire con pienissima libertà e

l'altra far da semplice spettatrice?

Nel primo caso si diventa _mediums_ scriventi _meccanici_, nel secondo

_intuitivi_.

Io fui di questi. E scrissi, a lungo, ma sempre dubioso che, infine,

tale sdoppiamento dello spirito non fosse identico con quella

concitazione d'animo da cui nel caso di un torto evidente o di un danno

sofferto, veniamo spinti a rinfacciarci ad alta voce, come rivolti a

un'altra persona, atti che non avremmo dovuto fare, risoluzioni che

non avremmo dovuto prendere, debolezze di carattere che, pel nostro

meglio, non avremmo dovuto mai avere; ma sempre dubioso, anche quando,

più tardi, per l'assiduo esercizio, nell'intenso vibrare di tutte le

facoltà intellettuali, nel vivo spricciare delle idee dai profondi

ricettacoli del cervello, il fenomeno era già diventato molto più

agevole e meno cosciente.

Nulla di nuovo, di particolare, di spiccatamente originale nei miei

scritti; nulla che non avessi potuto facilmente pensare da me solo

e che giustificasse, in qualche modo, il supposto intervento di

un'intelligenza superiore. Nè alla credenza di questo poteva poi

indurmi la soave concitazione d'animo provata in quel momento, nè

il battere più concitato dei polsi, nè il più energico affluire del

sangue alla testa: nè, finalmente, l'osservare come, dopo aver scritto

a quella maniera, la pelle del centro del capo mi scottasse forte, e

una spossatezza insolita in altri più difficili e più prolungati lavori

intellettuali, seguisse alla evidente tensione nervosa che la natura

del fenomeno richiedeva.

Due volte soltanto, a intervalli, mi parve di aver raggiunto

l'incoscienza.

Un giorno che la mia dettatrice interiore si era rivelata sotto il

nome di Giovanna Rachi, avendo io insistito perchè mi désse qualche

particolare notizia di lei, n'ebbi in risposta:

Son giuoco di Dio,

Son luce, son ombra...

E non ne cavai altro; nè mi riuscì, benchè lo avessi tentato, di

continuar la strofa a modo mio.

Un altro giorno, assorto nella lettura di un libro di storia che

m'interessava moltissimo, dovetti, tutt'a un tratto, smetter di leggere

perchè una voce interiore mi diceva, insistente: _Contro il peccato

originale ecco un argomento perentorio_. In quel libro non c'era

proprio nulla che accennasse a tale questione; e il mio convincimento

intorno alla origine mitica di quel concetto era così fissato da un

pezzo, che non provavo nessun bisogno di rafforzarlo con nuove ragioni.

Scrissi, celeramente, senza nessuna cancellatura, una cinquantina

di righe; ma quand'ebbi terminato e il sangue mi diè un tuffo, e un

rimescolamento da capo a piedi, vertiginoso, mi sconvolse tutto, provai

tale e tanta paura, che non ebbi più voglia di ricominciare. Mi era

parso di morire!

Per ciò mi rassegnai ad osservare, a studiare i fenomeni altrui che

accadevano attorno a me; a provocare, se pur era possibile, esperienze

un po' concludenti e fatte con qualche metodo.

Uno di quei giovani, nel mettersi in comunicazione cogli spiriti,

cadeva spontaneamente in sonnambulismo; ma un piccolo rumore, ma il

semplice movimento prodotto nell'aria da una persona che attraversasse,

in punta di piedi, la stanza, era sufficiente a svegliarlo. E non

occorreva davvero un grandissimo sforzo di riflessione per constatare

la perfetta rassomiglianza di quelle sue spontanee allucinazioni con le

provocate delle sonnambule che io conoscevo per pratica.

Coi veggenti alla Swedenborg, viaggiatori istancabili pei mondi

siderali, singolarissimi interpreti dei testi biblici, non c'era

nessun verso di tentare un ragionevole esperimento. Come praticare un

riscontro di quei loro viaggi? Chè delle interpretazioni bibliche non

mi curavo.

Questa specie di razionalismo mistico lo avevo studiato altrove con

più frutto; appunto allora ne trovavo un esempio degli ultimi due libri

delle mirabili _Confessioni_ di S. Agostino, lì dove il gran convertito

comincia col domandarsi: «quando nelle sante scritture io studio per

leggerci l'intendimento dello scrittore ispirato, che mal vi è, o

luce delle schiette menti, se ci scopro un senso che tu mi dimostri

esser vero, sebbene non sia quello inteso dallo scrittore quando tal

differenza non toglie nulla a questo della sua verità?» (lib. XII, cap.

XVIII) e finisce col fantasticare che nei pesci del 28º versetto della

Genesi siano adombrati i _sagramenti_ e negli uccelli i _banditori

dell'evangelo_.

Veramente i miei swedemborgisti non arrivavano a tali eccessi. I

concetti della scienza moderna infiltrantisi in quel loro misticismo

dimostravano o una tal quale impotenza di schietta riflessione

filosofica o un lasciarsi andare più volentieri a seconda del

sentimento, verso le regioni dei miraggi dove l'intuizione regna

sovrana, che non verso le altezze brulle della nudissima nozione.

Ma il fatto che le prime prove della _medianità_ meccanica e intuitiva

prendessero tutte, più o meno spiccatamente, quella forma mistica di

ragionamento, mi metteva già in diffidenza, e mi faceva nascere il

sospetto che ciò dovesse avvenire per via di qualche legge psicologica

di cui ignoravamo il processo.

Quando ecco, inaspettatamente, ecco un ragazzo uscito appena dalle

scuole elementari, che, da _medium_ scrivente _meccanico_, passa, di

botto, a _intuitivo_ e mettesi a comporre, con sorpresa di noi tutti e,

più, di lui stesso, leggende e novelle! Lavora a sbalzi; s'interrompe

suo malgrado; per trovar l'addentellato non gli occorre di rileggere;

riprende con faciltà dal punto interrotto e va sicuro sino in fondo. E

in quei momenti _gli par di vedere, col pensiero, al suo lato destro

una forma nebbiosa trasparente, agitata da un vento rumoroso, assai

diverso dal vento ordinario, ma che non gl'incute paura_.

Evidentemente quei suoi scritti erano, dal lato della forma,

imperfettissimi; fin l'ortografia vi zoppicava. Però l'invenzione

aveva un carattere di ingenuità e di spontaneità notevolissimo. Lo

stile rozzo, disuguale, avvolgentesi di tanto in tanto in strani giri

di frase, non stonava troppo con le immagini arcaiche, colle bizzarre

fantasie che davano a quelle leggende e novelle l'aria di antichissime

tradizioni poetiche così guaste, nella loro corsa a traverso i secoli,

che della loro forma primitiva vi si scorgessero soltanto pochi

brandelli, cuciti insieme da mano inesperta.

In che maniera nella mente affatto inculta di quel ragazzo poteva

incosciamente organizzarsi quel mondo poetico così ricco? Giacchè

non era il caso di mettere innanzi la ipotesi di reminiscenze destate

dall'eccitazione cerebrale e accozzatesi alla meglio. E per sospettare

una malizia letteraria, bisognava supporgli cultura e padronanza di

forme artistiche assolutamente impossibili in lui.

Giudica da te se m'ingannavo.

Spiritismo? · 第 4 / 27 题