I soldati gli avevano detto:

— Sei arrivato per goderti le ore tranquille. Di giorno quelli là non

fiatano. Poi, quando è il tramonto, cominciano a sparare. Ci danno

la buona notte così. E' stato così ieri sera, l'altra sera, prima

ancora...

— E sarà così anche stasera? aveva domandato Pierino senza

preoccupazione e senza spavalderia.

— E sarà così anche stasera, gli avevano risposto i compagni.

Poco dopo l'altro amico, l'ufficiale, l'aveva chiamato in disparte:

— Sei stato costretto a tornare in Italia?

— No, ero riformato e la mia classe non l'hanno riveduta.

— E allora?

— Sono volontario.

— Volontario? Bravo!...

E, dopo una pausa, con un lieve imbarazzo:

— E tua moglie?

— Mia moglie non poteva farmi dimenticare più a lungo il mio dovere.

— Ed ha consentito a lasciarti partire?

— Sono fuggito.

L'ufficiale lo guardò in viso, lo vide fiero e commosso.

— Sei un bravo figliuolo, disse. Gli altri non lo credevano. Io l'ho

sempre pensato.

— Ero cieco: ora ci vedo, disse Pierino, semplicemente.

L'ufficiale gli strinse la mano. Poi s'accovacciò per terra e invitò

anche lui ad accovacciarsi:

— Bada. Ci vuol prudenza. Anche quando non ci si batte corron nell'aria

pallottole perdute che non si sa donde vengano, non si sa dove

vadano e ti còlgono inutilmente. Coraggio, ricòrdatelo, non vuol dire

imprudenza. Sacrificarsi, sì, ma quando sacrificarsi è necessario. Sono

qui dal principio della guerra. Quanti ne ho visti morire! Ma quelli

che veramente ho pianti sono quelli che il caso, assurdamente, ha

uccisi, quelli che sono morti senza fare un passo, senza saperlo, senza

aspettarselo, quelli che un po' di prudenza avrebbe risparmiati. Darla

la vita, sì, ma a caro prezzo. Se no, i conti non tornano. E i conti

devono tornare.

Ancora gli prese la mano e gliela strinse più forte dell'altra volta:

— Oggi ci sono. Stasera forse non ci sarò più. Sono mesi, oramai,

che viviamo ora per ora, minuto per minuto. Ma mi ha fatto piacere di

rivederti, di avere il tempo di rivederti qui, con noi. Era impossibile

che tu non fossi venuto. Il sonno della coscienza non è morte, è sonno

da cui si ritorna. E ci si sveglia con un'anima nuova. Imboscato,

marito di un'austriaca, ti credo adesso capace di fare prodigi.

— Sono un soldato come tutti gli altri, mormorò umilmente Pierino.

L'ufficiale aggiunse:

— La lotta, è dura, lenta, terribile. Ma vinceremo. Ne sono sicuro. Ne

siamo tutti sicuri. Tanto sangue non può essere versato invano. Tanto

dolore non può essere inutile.

La voce del comandante della compagnia chiamò l'ufficiale dall'angolo

opposto della trincea. Questi si levò e si levò Pierino.

— Arrivederci, Pierino, disse l'ufficiale allontanandosi e salutandolo

con la mano.

E sorrise vedendo Pierino su l'attenti, immobile, impassibile, con

la mano alla visiera del berretto e gli occhi buoni che lo fissavano

riconoscenti per averlo accolto così, come un buon figliuolo, come un

bravo soldato.

Chiamarono, i compagni, Pierino. Erano distesi per terra in gruppo,

con le teste appoggiate su le gambe d'un compagno, su la terra della

trincea, su lo zaino o su la coperta da campo. C'era fra loro l'altro

amico di Pierino.

— Vieni qui, gli dissero. S'aspetta in pace l'ora del tè.

— E dei biscotti, aggiunse un altro, mostrando il fucile.

— Tè austriaco, strillò un terzo, e biscottini italiani!

E, sollevandosi sul braccio, guardando fuori dal muretto che li

riparava, mettendo la mano alla bocca come per aiutare la voce a

giungere sino all'opposta trincea, gridò con quanto fiato aveva in

gola:

— Attenti alle indigestioni, _Kamarades_!

Risero, cantarono. Uno attaccò il valzer della _Vedova Allegra_. Gli

altri fecero coro. Poi fu la volta del _Conte di Lussemburgo_. Poi

quella del _Sogno d'un Valzer_, il valzer di Franzi:

_Laggiù nel silente giardino..._

Tutto ritornò, a quel richiamo, nell'animo di Pierino, tutta l'ultima

sera, tutta l'ultima notte della sua vita passata, abolita, della sua

vita da dimenticare e da riscattare.

_Canta e poi trilla,_

_valzer d'amor..._

Il tenorino grigio-verde stonò. Lo coprì un coro d'invettive, una salva

di fischi. Rispondeva ridendo:

— Fischiate pure. Fischi che non fan male. Non sono mica pallottole.

— Verranno anche quelle, tra poco, disse un altro ridendo e intonò il

valzer di Lehar:

_Sei tu, felicità..._

Uno interruppe:

— Bella musica, però... Se non avessero che i valzer si potrebbe anche

voler bene a quella gente...

Il vento portò dalla opposta trincea un canto: era musica italiana con

parole tedesche. Un tenorino austriaco cantava _Cavalleria_.

— Cortesia con cortesia, disse l'amico di Pierino. Rispondiamo col

valzer del _Conte_, ma cantato a dovere. Tu, Pierino, che hai una bella

voce...

— Non so. Non ricordo..., mormorò Pierino assorto.

— Non sai? Non ricordi? Erano i tuoi cavalli di battaglia... Non

cantavi che quelli...

— Ma ora non li canto più...

— Non ami più la musica?...

— Sì, ma un'altra...

— Quale?

— Una bella canzone, una bella canzone italiana...

— E faccela allora sentire...

— Fuori il fiato, recluta!

— Ordine degli anziani: sgòlati!

Pierino rispose pianamente, assorto, scansando le insistenze con un

gesto della mano:

— Più tardi.

Gli altri insistettero:

— Quando?

E ancora Pierino, a bassa voce, gli occhi intenti, il cuore lontano:

— Più tardi.

Ma tutti eran tenori lassù e tre o quattro voci insieme ripresero il

_Sei tu, felicità_... Pierino ascoltava, sempre immobile, disteso,

poggiato il gomito a terra, la testa appoggiata su la palma. Rivedeva

Vienna, il Prater, la passeggiata notturna con Eva, risentiva nella

voce di lei, sospirato, carezzato, il dolce valzer sentimentale.

D'un tratto, il valzer si spezzò. Gli ufficiali accorsero, diedero

ordini nervosi, secchi, precisi. Dall'altra parte non si cantava più.

Il cielo, il grande cielo alpino, si era tutto coperto di veli rosei.

Il sole era scomparso laggiù, dietro la montagna bianca di neve. E una

voce beffarda, accanto a Pierino, mentre i soldati si levavano, mentre

occupavano il loro posto in trincea, commentò:

— L'ora del tè!

Un ufficiale parlò:

— Ragazzi, oggi si comincia noi. Vivi o morti bisogna uscire da qui,

snidarli dalla loro tana...

La voce beffarda commentò ancora:

— Oggi prima i biscotti e dopo il tè....

Ordini, voci, movimenti, corsero, nervosi, sommessi, per la trincea. A

un ordine le baionette furono su le canne dei fucili. Poi un ufficiale,

l'amico di Pierino, gridò:

— Avanti, figliuoli. Savoia!

E, la rivoltella in pugno, fu primo su l'orlo della trincea, primo in

campo aperto. Gli altri, come un sol uomo, seguirono, si lanciarono

come un sol uomo contro la trincea nemica, sotto una grandine di

pallottole, mentre le mitragliatrici nemiche cominciavano a crepitare.

Mentre correva con gli altri, Pierino si volse ai compagni:

— Adesso canto, amici!

E, con la sua bella voce che carezzava un giorno le smorzature snervate

e snervanti delle operette viennesi, cominciò a cantare correndo verso

il nemico, correndo verso la morte e verso la vittoria:

_Fratelli d'Italia,_

_l'Italia s'è desta...._

E non potè cantare, povero Pierino, il terzo verso.

Roma, Dicembre 1915 — Marzo 1916.

Il "Damo viennese": Romanzo · 第 23 / 27 题