ULTIMI ECHI DI VECCHI VALZER

Come in molte altre faccende anche nella carriera di marito tradito

il primo passo è quello che conta. Tra la rispettabilità coniugale

d'Otello e la pessima riputazione di Menelao non c'è che un passo,

un passo mancato. Se al primo momento in cui avviene la rivelazione

dell'infortunio coniugale cade su gli occhi quella benda dell'impulso

irresistibile su la quale i giurati di tutti i processi passionali

sono oramai invitati a meditare, il marito uccide. Se la benda non

cade, il marito invece riflette. E tutti sanno che la riflessione è

stato d'animo essenzialmente inattivo, poichè è provato e riprovato

che più agiscono quelli che meno riflettono. Così Pierino, non appena

gli «Ich liebe» pronunciati teneramente da sua moglie non gli ebbero

lasciato nessun dubbio su la natura del colloquio che si svolgeva

dietro quella porta fra Eva e il _major_ Hampfel, sentì che il suo

decoro di marito, che il suo onore di uomo, che il suo risentimento

di innamorato offeso gli imponevano di levar la mano vendicatrice su

la maniglia di quella porta, di farsi aprire quella stanza per amore

o per forza e di giungere, terzo incomodo in quell'idillio, con fieri

accenti e cipiglio di circostanza. Ma esiste, anche nell'infortunio

coniugale, uno stato d'animo intermedio che non e nè l'ira d'Otello nè

la rassegnazione di Menelao. Questo stato d'animo è lo sbalordimento.

Giova anche osservare che Pierino era salito alla camera di sua

moglie come un colpevole umiliato e pentito che aveva molto da farsi

perdonare. Ora non è facile cambiare d'improvviso il tono della

nostra coscienza trasformandosi inopinatamente ed istantaneamente da

giudicabile in giudice, da giustiziabile in carnefice. Trascorsero

così, in quello stato di stupimento, i primi cinque minuti durante

i quali Eva e il _major_ Hampfel continuarono a parlare, ma con

parole tedesche il cui significato era meno esplicito di quello

delle precedenti per il limitato vocabolario di Pierino. Dopo cinque

minuti Pierino si trovò di nuovo di fronte al caso di coscienza e

tornò a domandarsi se doveva o no farsi aprire e se doveva o non far

valere i proprii diritti di marito oltraggiato. Ma vi sono, nelle

situazioni, particolari che le mutano radicalmente. Pierino ebbe la

lucidità di vedere nei suoi particolari la situazione nella quale si

sarebbe trovato, agendo, impegnato. La stanza di sua moglie aveva ai

lati altre due stanze ch'erano occupate da due _ménages_ coi quali,

durante l'oramai lungo soggiorno in quell'_hôtel_, s'erano stabilite

cordiali relazioni. S'egli fosse entrato nella camera di Eva, se, di

fronte agli amanti, egli avesse tirato due colpi di revolver o avesse

almeno tirato fuori dal suo animo esacerbato i giusti argomenti della

sua collera coniugale, i _ménages_ contigui si sarebbero certamente

destati e sarebbero molto probabilmente accorsi. La colpa di Eva

passava e avrebbe continuato a passare inosservata: un lieve ricamo

di baci, di sospiri e di tenere parole sussurrate a fior di labbra non

strappava i vicini dalla quiete del sonno notturno. Ma l'intervento di

Pierino avrebbe immediatamente trasformato quel duettino idilliaco in

minore in un terzetto drammatico a piena orchestra. L'albergo intero

si sarebbe destato all'eco delle voci irose, del probabile pianto

disperato di Eva e delle prevedibili vie di fatto tra Pierino e il

_major_ Hampfel. Tanto più che dopo la guerra il _major_ Hampfel era

oramai mezzo sordo e non sarebbe stato possibile fargli capire che era

un porco se non facendolo sentire in pari tempo all'albergo intero. La

maggior coscienza che da qualche tempo egli aveva preso di sè aveva

destato inoltre in Pierino il senso del ridicolo. Gli parve, così,

intollerabile l'idea di dover passare sotto gli occhi di un albergo

intero, ufficialmente segnato e bollato come marito sfortunato. Ma

intanto altri cinque minuti erano trascorsi. Nella stanza di Eva non

si udivano più parole: s'udiva solo, adesso, un complicato giuoco

di baci e di sospiri sopratutto che mano mano diventavano sempre più

sospirosi e quindi più eloquenti per Pierino che li riconosceva. Pensò

ancora, Pierino, che dalla stanza vicina anche quei baci e quei sospiri

potevano essere uditi. Fortunatamente i baci e i sospiri non sono

facilmente riconoscibili ed i vicini, posto che Eva aveva un marito

nello stesso albergo, potevano credere che quelle effusioni della

giovane signora austriaca fossero, nel cuor della notte, riservate al

legittimo titolare delle sue tenere grazie.

Ma, poichè il _faut qu'une porte soit ouverte ou fermée_, è sempre

probabile che debba da un momento all'altro aprirsi una porta che per

il momento è ancora chiusa. Pierino si vide quindi nella difficile

situazione che si sarebbe prodotta se d'improvviso, per una di quelle

improvvise necessità che nel cuor della notte interrompono il placido

riposo degli uomini, una delle porte delle stanze attigue a quella di

Eva si fosse aperta. Se l'avessero trovato lì sarebbe stato evidente

che il duettino di sospiri e di baci intessuto nella camera di Eva non

apparteneva, almeno per metà, a lui marito. L'intervento di un tenore

di grazia sarebbe così stato più che evidente ed egli, lì, dietro

quella porta, sarebbe apparso grottesco come un tenore fischiato che

da dietro una quinta sente il rivale ricamare con successo la cabaletta

che la prima donna non vuol più cantare con lui.

Ma i nostri pensieri saggi non basterebbero sempre a governare le

nostre azioni se, ad un dato punto, non intervenissero a determinarci

gli atti degli altri. Così Pierino sarebbe stato tutta la notte

dietro quella porta a pensare che era il caso di andarsene senza per

altro andarsene niente affatto se, ad un dato punto, nella camera

a sinistra di quella di Eva, non avesse udito lo scatto secco di un

commutatore di luce elettrica immediatamente seguito da un leggero

scricchiolìo di letto e dal piccolo tonfo sordo di due piedi nudi

che s'appoggiavano sul _parquet_ di legno. L'evidenza che qualcuno

si alzava, e che si alzava molto probabilmente per aprire la porta e

per uscire nel corridoio, volse finalmente in fuga Pierino, il quale

in punta di piedi rivolò via pel corridoio, scese a precipizio le

scale con un gran batticuore e non ebbe pace finchè non si ritrovò

in camera sua, seduto sul letto, con le braccia penzoloni e l'anima

ancor più penzoloni che le braccia. Quando fu solo, restituito a una

situazione almeno decente, Pierino cominciò finalmente a pesare sul

serio a quanto gli era accaduto. Guardava fisso davanti a sè la sua

valigia sopra un portabagagli e non gli batteva palpebra. Rimaneva così

a guardare, a guardare con gli occhi dilatati, coi suoi buoni occhi

di fanciullo meravigliato che gli si riempivano di lacrime. Rivedeva,

con quelli occhi, nel suo cuore, tutto il suo passato. Gli tornavano

in mente, con un aspetto nuovo, tutti gli avvenimenti grandi e piccini

della sua vita coniugale e specialmente i primi: l'incontro di Eva al

teatro, la visita nel palco, i saluti scambiati col _major_ Hampfel

nella barcaccia dirimpetto, i commenti in tedesco fra Eva e la sua

giovane amica polacca, la passeggiata al Prater, la cena, gli sguardi

di complicità scambiati fra Eva e l'amica, gli abbondanti sorrisi

con cui a Vienna la notizia del suo fidanzamento era stata accolta,

gli affettuosi saluti di Eva e del _major_ Hampfel allo sportello

del treno in partenza per l'Italia dalla Sudbanhoff, la destinazione

del _major_ Hampfel all'Ambasciata di Roma pochi mesi dopo il loro

matrimonio e pochi giorni prima della guerra. Era evidente oramai per

lui che l'amore tra Eva e il _major_ Hampfel non era nato negli ardori

della guerra ma molto più probabilmente nei dolci languori della pace.

Avrebbe amato di poter credere che quell'amore non fosse cominciato

prima di quella notte e che le sue intemperanze di italiano avessero

gettato uno nelle braccia dell'altra i due austriaci, più che per un

sentimento d'amore, per un senso di solidarietà nazionale offeso dalle

parole di Pierino. Ma creder questo non gli era possibile ora che aveva

aperto gli occhi. Chi ha tenuto gli occhi lungamente chiusi, quando li

riapre vede con straordinaria intensità: nel riposo prolungato la vista

sembra felicemente acuirsi. Quello che a Pierino era sempre sembrato un

po' inesplicabile, la facilità cioè con la quale un povero italianino

senz'arte nè parte aveva potuto al primo sospiro ottenere il cuore, la

mano e la dote della figlia dell'illustre maestro Kramer, ora appariva

a Pierino spiegabilissimo. Aveva sempre spiegato l'eccezionalità

dell'evento con un fascino eccezionale che i suoi giovani anni avevano

esercitato su l'animo di Eva e con le simpatie eccezionali che la sua

perfetta conoscenza di tutto il repertorio operettistico viennese gli

aveva assicurate presso il famoso compositore d'operette. Ora vedeva,

invece, che la buona stella della signorina Kramer aveva condotto lui

a Vienna proprio nel momento opportuno, quando cioè si trattava di

riparare a Roma con un matrimonio purchessia quello che a Vienna s'era

guastato. Certi particolari di singolare importanza gli ritornavano

in mente. E ricordava d'avere interrogato alcuni medici i quali gli

avevano assicurato, rassicurandolo, che, per quanto eccezionale, il

caso può darsi che un nuovo stato di cose si produca senza che per

nessun segno si mostri mutato lo stato di cose precedente.

L'incompetenza di coloro che non sono mai morti assicura che, prima

di morire, il morente rivede in un attimo tutta la sua vita. La

competenza dei mariti e degli amanti ingannati afferma che la crisi

della rivelazione permette di vedere in pochi secondi tutto ciò che

per mesi e per anni non era stato veduto mai. Tutto quello che era

la fodera della sua vita di marito apparentemente amato e felice si

scopriva adesso a Pierino. Gli si rivelava adesso anche tutto ciò che

d'un po' ostile e d'un po' sprezzante aveva sempre confusamente sentito

nei rapporti dei vecchi amici con lui, dal tempo del suo matrimonio in

poi. Poichè difficilmente troviamo in noi stessi, ma più spontaneamente

cerchiamo sùbito negli altri, la causa dei mutamenti di questi altri

verso di noi, Pierino aveva imputato il mutamento di tono dei suoi

amici all'invidia — leggera e benevola invidia, ma invidia — che la

sua nuova posizione doveva destare in tutti loro rimasti mediocri nel

loro mediocre destino. Capiva che, quando era in un negozio con loro

e ordinava di mandargli i pacchi dei suoi acquisti al Grand Hôtel;

o quando usciva con loro dal caffè, dagli antichi caffè dai quali

erano usciti tante sere insieme stretti, a braccetto, per ripararsi

in due sotto un solo ombrello, e li salutava adesso per salire in una

_limousine_ da venticinquemila lire; o quando passeggiava con loro e

metteva ogni giorno la fresca eleganza di un vestito nuovo accanto

alla mediocre decenza del loro vestito di tutt'i giorni, capiva di

far cose che non potevano conciliargli molte simpatie. Sentiva una

sorda ostilità — e ne soffriva. Si sentiva attorno un'irragionevole

diffidenza — e ne soffriva. Sentiva che, sebbene a malincuore, i

suoi amici lo mettevano al disopra di loro — e ne soffriva, perchè,

bravo figliuolo com'era, voleva esser considerato sempre lo stesso ed

era, infatti, per loro, sempre lo stesso. Ora capiva invece che gli

amici, col loro riserbo, con la loro freddezza, con quelle strette

di mano impacciate e frettolose, con quella amicizia cauta che non

cerca ma solo si limita a non evitare, non lo mettevano più su di

loro, ma più giù, molto più giù di loro, in una zona intermedia tra

lo sporcaccione e l'imbecille e che, come tutte le zone di frontiera,

aveva in sè un po' dell'uno e un po' dell'altro. Evidentemente i suoi

amici sapevano quello che lui non sapeva. Ed evidentemente essi non

ammettevano che lui potesse non sapere quello che sapevano loro: il

suo bel destino di marito comodo, di marito salvapparenze, di marito

_ad usum_ dell'_herr major_ Hampfel. Di lui, di sua moglie e del bel

maggiore, ora lo sentiva, si doveva esser parlato dappertutto durante

un intero inverno, nei teatri, nei salotti, negli alberghi eleganti,

nei _tea-rooms_ delle cinque. Rammentava che, dovunque entravano, li

seguiva sempre un fruscìo leggero di conversazioni sommesse. Aveva

sempre pensato che quelle conversazioni fossero oltremodo benevole

per loro, che avessero per oggetto l'avvenenza valchiriana di Eva e la

sua eleganza secessionista. Ora quelle conversazioni gli erano chiare,

senza averle mai sentite, come se le sentisse ancora: «Chi sono? — Sono

i Kramer-Balla.... — Graziosa lei... Fiera e forte come Brunilde...

— E quel marito? Un povero diavolo che rattoppa le reputazioni in

pericolo... — _Ménage à trois?_ — Ma sì, fin da prima del matrimonio...

Tra Eva con tanto di peccato su la coscienza e il _major_ Hampfel con

tanto di moglie su le spalle, ci voleva il signor Pierino con tanto

di faccia da imbecille... Tutti d'accordo e tutti felici... — È la

Triplice Alleanza coniugale: due che fanno i loro affari e un terzo,

l'italiano, che fa da scemo....»

La Triplice Alleanza! Sì, questo lo ricordava, Pierino: una sera,

all'albergo, si erano fatti dei giuochi e dopo si facevano le

penitenze. Era in berlina lui. E gli riferivano, due amici di

buona memoria, le impertinenze dette loro da amiche e da amici...

Ricordava... Uno gli disse: «Sei in berlina perchè sei la Triplice

Alleanza!» Non ci aveva badato: credeva si trattasse d'uno scherzo

politico. Ora si ricordava. E un altro ancora gli aveva detto: «Sei in

berlina perchè l'aquila bicipite ha due teste e tu invece ne hai tre!»

Non aveva capito neppure questa. Aveva veduto gli altri ridere e aveva

sorriso anche lui, per aver l'aria intelligente. Ricordava, ricordava

ancora... Un terzo aveva detto: «Sei in berlina perchè ti piace troppo

il _Conte di Lussemburgo_.» In fatto d'opinioni musicali ognuno la

pensa a modo suo. Ma ora capiva: il conte di Lussemburgo è un signore

che sposa per conto di un altro. E ricordava, ricordava ancora...

Molte sere, al _bar_, gli amici della nuova società lo accoglievano

motteggiando e cantando un valzerino famoso:

_Maritin,_

_tesorin...._

Non se ne adontava. Burlavano le sue manie: scherzo innocente fra amici

e che gli faceva piacere. E ancora, ancora ricordava, ricordava che

tutti domandavano a lui quando il _major_ Hampfel avrebbe raggiunto la

sua destinazione di Roma. E smaniavano, e aspettavano, e chiedevano,

come se dall'arrivo del _major_ Hampfel a palazzo Chigi dovesse

cominciare per Roma l'èra felice.

Passato e avvenire sono così strettamente saldati dal breve anello

dell'attimo presente che quando si comincia a riandare il passato si

va avanti sempre a guardare un po' nell'avvenire. Così da ieri Pierino

era inavvertitamente passato a domani e ora prevedeva la fine della

notte, il sorgere del nuovo mattino, la necessità d'incontrare, all'ora

solita, attorno alla tavola della solita colazione, sua moglie e il

_major_ Hampfel. Senza che nessun pensiero preciso si formasse nel suo

cervello, Pierino s'era levato, aveva preso sul portabagagli la sua

valigia di cuoio, l'aveva aperta su un tavolino e ora incominciava a

metterci dentro un po' di roba. Eran vestiti eleganti dal taglio dei

grandi sarti, biancheria dei grandi camiciai, cravatte di Charvet,

oggetti da _toilette_ in argento o in oro, scarpe da cento lire al

paio, profumi da quaranta lire la bottiglia. Eva lo aveva voluto così,

raffinatamente, irreprensibilmente elegante. E per l'eleganza di suo

marito, infatti, non aveva mai badato a spese. Ricordava. Andava,

Pierino, nei magazzini, sceglieva, comprava, faceva mandare all'_hôtel_

al nome del signor Balla e all'_hôtel_ la signora Kramer-Balla,

puntualmente, pagava. Povero Pierino! Era tutto mortificato adesso

nell'osservare, come non gli era prima mai capitato, che tutta quella

roba, tutta quella bella roba del suo equipaggiamento d'uomo elegante,

era tutta roba di sua moglie, pagata da sua moglie... E, con la mano

leggermente tremante, cominciava a ritogliere dalla valigia quello che

ci aveva già messo.

Quando fu vuota cercò intorno qualche cosa da portar via, qualche cosa

che fosse veramente sua. E, per quanto cercasse, non trovò che due

vecchie camicie delle sue antiche eleganze di scapolo e il ritratto

della sua mamma che laggiù, a Sorrento, s'era accomodata ben bene coi

denari che il suo figliuolo le mandava di tanto in tanto, con quei

denari ch'erano ancora, e sempre, uno _chèque_ di Eva, niente altro

mai che uno _chèque_ di Eva. Lasciò da parte la valigia, acquistata

anche quella da Eva, a Vienna, pochi giorni prima della partenza per

il viaggio di nozze. Per impacchettare quelle due vecchie camicie e il

ritratto della mamma bastava solo un giornale, un giornale italiano.

Poi, quando il minuscolo bagaglio fu pronto, Pierino si guardò addosso:

era ancora in _smoking_, la caramella pendente giù su lo sparato

immacolato, il fiore all'occhiello. Doveva aver però un vecchio abito

suo, che teneva, così, per capriccio sentimentale, senza indossarlo

tanto era oramai fuori di moda; ma lo teneva perchè con quel vestito

aveva viaggiato verso Vienna, verso Eva e verso la felicità. Era suo,

proprio suo, quel vestito. Aveva ancora, dietro il collo, il nome del

piccolo sarto modesto che allora perdeva ore ed ore per accontentarlo

e che poi Pierino aveva abbandonato pei Prandoni e pei Morziello.

Sentì, a indossare di nuovo quel vestito, una gioia curiosa, quasi

paragonabile a quella che deve provare un galeotto il quale svesta

finalmente il suo camice per indossare di nuovo un vestito d'uomo

libero. Poi, quando fu pronto, pensò al portafogli. Non poteva portare

via il denaro di Eva che aveva con sè. Contò: erano circa duemila

lire... Contò e ricontò il denaro. Fece un breve riassunto delle ultime

spese, mise denaro e riassunto in una busta, vi scrisse sopra con

mano tremante il nome, e, fra parentesi: «da parte del signor Balla.»

Poi mise bene in vista la lettera sul suo tavolinetto da notte. Nel

portafogli cercò di nuovo. Aveva, in un cantuccio, in una vecchia

busta, un biglietto da cento, suo, tutto suo, l'ultimo biglietto suo,

ch'egli aveva gelosamente conservato, così, per trovare, rovesciando

ciò che dice il poeta, il maggior piacere nel ricordarsi della miseria

nel tempo felice. Quando fu su la porta, striminzito nel suo vestitino

troppo attillato, con sott'il braccio l'involtino delle due camicie

da notte e del ritratto della mamma, si volse indietro a guardare

la camera che lasciava, la vita da cui fuggiva... E c'era lì, sul

tavolino, in una piccola cornice ovale, un ritrattino di Eva.

Un disgusto profondo di sè, di Eva, di Hampfel prese Pierino nel

vederlo. Corse infatti al tavolino, prese il ritrattino e sputò sul

vetro con un impeto cieco d'ira e di vergogna. Ebbe la tentazione di

gettarlo a terra, di schiacciarlo sott'i suoi piedi, ma non lo fece.

Anzi, cercò un asciugamani, rasciugò il vetro con cura, poi depose di

nuovo il medaglioncino su la tavola e si avviò di nuovo alla porta.

Ancora si volse a guardare. È vero: era la vergogna, l'inganno, la

frode, era l'orrore d'un tacito e osceno mercato. Ma era stata anche,

per un anno, per lui, la vita, il sogno... Sospirò, si passò le mani

su gli occhi lustri di lacrime. Poi fece per uscire. Ma una forza, il

ricordo, l'indomabile ricordo di Eva, lo ritrasse ancora indietro.

Corse al tavolino, prese il ritratto, lo mise nella tasca della sua

vecchia giacchetta, e, col fagottino sott'il braccio, col cuore fiero,

con l'anima umile e umiliata, col pianto che gli stringeva la gola sino

a soffocarlo, fuggì via verso le scale, scappò via come un ladro....

Come sono i timidi quelli che, una volta lanciati, si rivelano sovente

i più audaci, così sono i caratteri deboli quelli che, messi una volta

alla prova, si dimostrano i più forti. L'energia improvvisa è, come

l'ingegno improvvisatore, inconsapevole. L'uomo si trova ad essere

trasformato senza saperlo e, poichè non ha un'esatta visione della

trasformazione avvenuta, gli sembra, se gli avvenga di ricordare

il passato, assolutamente inconcepibile che gli sia stato un giorno

possibile di compiere azioni diverse da quelle che presentemente egli

compie. Così Pierino, rivalicata la frontiera e tornato in patria,

vedeva come un sogno, come un incubo, il ricordo di quel penultimo

viaggio che, la sera stessa della dichiarazione di guerra, l'aveva

portato a cercare quiete e scampo, in compagnia di sua moglie, in terra

elvetica libera e neutrale. Aveva passato le prime ore del viaggio di

ritorno in patria in quello stato d'abbattimento che segue lo sforzo

nervoso delle grandi crisi risolutive. Ma si compiaceva nel pensare

che l'improvvisa partenza e la mancanza di qualsiasi spiegazione tra

lui e sua moglie lo mettevano in una situazione singolarmente felice.

Infatti, poichè tutti ignoravano ch'egli avesse quella notte scoperto

il segreto del suo benessere coniugale e l'infortunio subito dal suo

amor proprio di marito, questo segreto poteva ancora esser creduto tale

per lui e quell'infortunio non lo esponeva, svelato, a quel ridicolo

che, per iniqua contraddizione tra cause ed effetti, accompagna sempre,

nelle crisi delle felicità domestiche e nelle contravvenzioni al patto

matrimoniale, non il coniuge colpevole ma il coniuge innocente. Due

o tre ore dopo la sua fuga, la notizia della sua scomparsa doveva

essere giunta ad Eva, a suo fratello e al _major_ Hampfel. Questa

scomparsa non era stata evidentemente spiegata se non ricollegandola

al violento incidente prodottosi la sera prima su la terrazza. Nessuno

poteva dunque ricercare nella sua mortificazione di marito ingannato le

ragioni d'una fuga in cui non si poteva discernere altra determinante

se non l'improvviso ricupero d'una sua coscienza d'italiano perduta

sino allora nell'egemonia austriaca che sua moglie esercitava.

Stabilito così che sua moglie non avrebbe potuto dare nell'albergo

intero altra spiegazione alla partenza di suo marito che quella d'un

improvviso ritorno in patria per compiere il suo dovere di soldato,

Pierino si rallegrò. Usciva da una vita indegna, è vero, ma con

un'uscita decorosa. E, se è esatto che un bel morir tutt'una vita

onora, anche una dimissione dalle funzioni di marito data a tempo

e data bene può riscattar la vergogna d'un lungo servizio troppo

docilmente prestato. In fondo, la sorte gli era benigna se salvava,

sott'il prestigio dell'amore patriottico, la vergogna del suo povero

amore coniugale così miseramente finito. Meno male! Ci sorrideva,

ci scherzava sopra, Pierino. Ma si sentiva però il cuore piccolo

piccolo, stretto stretto in un pugno, un pugno piccino, d'una mano che

stringeva, stringeva e aveva le dita lunghe, affusolate, così sottili

che sembravano artigli: la mano di Eva. E se l'ora terribile gli

ritornava in mente, se riviveva il momento in cui aveva veduto entrare

il bel maggiore in pigiama nella stanza di sua moglie, si sentiva

salire il rossore al volto e gli sembrava che tutti i suoi compagni di

vagone dovessero leggere in quel rossore la sua vergogna passata e la

sua vergogna presente.

Li guardò, questi compagni di vagone. Eran saliti in quel carrozzone di

terza classe dopo Genova e discendevano verso Roma come lui, Pierino,

discendeva verso Napoli per andare ad abbracciare a Sorrento la sua

povera mamma che lo credeva felice. Li ascoltò parlare. Erano sbarcati

a Genova quella mattina. Parlavano della città con quell'ammirazione

indeterminata che è propria dei viaggiatori che non hanno avuto

il tempo di vedere nulla. Ora, tra tunnel e tunnel, guardavano i

meravigliosi cantucci tra monte e mare della Riviera di Levante.

Guardavano il mare azzurrissimo, il cielo splendidissimo della mattina

d'estate. Guardavano il colore italiano, con occhi meravigliati,

come cosa nuova. E dicevano fra loro, con grandi scoppii di voce, la

loro meraviglia. La dicevano male, con un italiano impacciato e duro,

screziato ogni tanto di parole spagnuole. Ora parlavano dell'Italia,

della guerra necessaria, della vittoria certa, della gioia e dell'onore

di cooperare a conseguirla. D'un tratto uno di loro si volse a Pierino:

— E' richiamato anche lei? domandò.

— No, rispose Pierino arrossendo, la mia classe non è ancora sotto le

armi ed io sono riformato. Ma vado a iscrivermi volontario anch'io,

nella mia città natale, a Napoli.

Tutti si volsero a guardarlo e Pierino vide in quegli sguardi qualche

cosa che somigliava a un sentimento di deferenza e d'ammirazione.

Arrossì, Pierino, anche di questo, che gli parve di aver rubato.

Gli altri intanto continuavano a parlare con lui, e, dopo avere

interrogato, adesso spiegavano.

— Veniamo tutti dalla Repubblica Argentina. Siamo figli d'italiani,

ma siamo tutti nati laggiù. Lo sente? Parliamo italiano con qualche

impaccio. Ma il cuore è tutto italiano. E appena l'Italia ha avuto

bisogno anche di noi, eccoci, siamo venuti.

Un altro disse:

— L'amavamo l'Italia, da lontano, quando la sentivamo prospera e

tranquilla. Più l'amiamo adesso, da vicino, che la sentiamo impegnata,

dinanzi al mondo, con tutt'il suo onore e tutta la sua gloria. I nostri

padri, laggiù, in Argentina, non la avevano mai dimenticata e non

vollero che noi l'ignorassimo. Ce la fecero conoscere, ce la fecero

amare, coi loro ricordi, nel loro rimpianto. E ora siamo felici di

servirla, pronti, se il nostro sacrificio occorre, a morire per lei.

Tutti abbassarono gli occhi come raccogliendosi in quel pensiero. Poi

un altro esclamò:

— Ma per quanto ci avessero detto che era bella non potevamo certo

imaginarla così. E' più bella, più bella del nostro sogno. E' bella

tanto che non mi so spiegare.

Allora Pierino domandò:

— Ma non l'avevano mai veduta? Nessuno di loro? Non erano mai stati,

prima di oggi, in Italia?

— Mai, fu la risposta di tutti.

Il silenzio si chiuse su quella risposta. Poichè il treno correva

adesso lungo il litorale tutti fissarono gli sguardi, estatici, fuori

degli sportelli. E Pierino pensava a quei suoi compagni di viaggio,

nati laggiù, oltremare, fra altre genti, con altri costumi, in terre

dove avevano i loro affetti, i loro interessi, le loro abitudini, il

passato, il loro avvenire, la culla ov'erano nati, il po' di terra che

doveva coprire il loro ultimo sonno. Ed erano venuti, al primo invito,

in Italia, a servire, a morire se occorreva per questo paese che non

conoscevano, dove non avevano un affetto, un ricordo, un desiderio, una

speranza sola. Che cosa dunque li trascinava, così, da un continente

all'altro, attraverso l'Oceano insidiato, verso la morte probabile,

con l'occhio sfavillante di vita felice, se non un ideale, se non una

forza segreta che lega i figli ai padri, i padri agli avi, i vivi alla

terra ove giacciono i loro morti? E come aveva potuto lui, per tanti

mesi, essere sordo alla voce di quell'ideale che chiamava a battersi

e a morire tutta la gioventù d'un paese cui egli pure apparteneva, cui

egli pure era adesso felice, orgoglioso di appartenere? In quale oblio

di sè stesso la volontà dispotica d'una donna straniera, d'una donna

nemica, aveva potuto ridurlo? E come cancellare adesso dal pensiero

di lei l'idea che un marito italiano può servire, abilmente sfruttato

nel suo amore pei valzer viennesi, a coprire la merce avariata della

galanteria austriaca, se non facendole vedere che, giunta l'ora, anche

questo marito d'austriaca ricorda d'essere italiano, corre là dove

tutti gli altri combattono, pronto a morire, se occorre, come tutti gli

altri italiani, come anche questi nuovi italiani d'oltre Oceano sanno

eroicamente morire?

L'aveva consegnata al postino della sua compagnia, mezz'ora dopo

arrivato in trincea, la sua cartolina per il luogotenente Federico

Kramer, in Svizzera. Ci aveva scritto sopra, a grossi caratteri,

_Viva_ l'_Italia_! e aveva riempito il colonnino delle indicazioni di

recapito: «_Soldato Pierino Balla, reggimento fanteria... compagnia...

divisione... Zona di Guerra_». Poi aveva preso dal suo portafogli un

ritrattino, il ritrattino di Eva. Ci aveva scritto dietro così: «_Più

adatto per stare sul cuore d'un soldato austriaco, del «major» Hampfel,

per esempio_». E aveva firmato: «_Pierino Balla, soldato italiano_».

Poi, chiusa la fotografia in una busta, consegnata anche questa al

postino, s'era sentito più leggero, più lieto, più pulito e, liquidato

così il suo passato, pronto a volgersi verso il suo avvenire, di là

dalla trincea.

Era in trincea, oramai, da due o tre ore. Mentre era in corso la

sua domanda d'ufficiale aveva voluto intanto servire come soldato

e, brigando assai più di quanto sua moglie aveva brigato per farlo

diventare concittadino di Guglielmo Tell, aveva chiesto e ottenuto di

essere mandato in prima linea, sùbito al fuoco, lassù, fra le nevi,

in quelle trincee ch'erano chiamate del Lenzuolo Bianco. Era giunto

lassù, poco dopo mezzogiorno, dopo una lunga marcia a piedi che durava

dall'alba. Aveva trovato, fra quei soldati, due amici: uno ufficiale,

l'altro soldato. E l'uno e l'altro, lassù, gli avevano stretto la

mano, forte, apertamente, cordialmente, come da quando era ammogliato

non gliel'avevano mai stretta a Roma, da Latour o da Faraglia. E s'era

sentito da quelle strette di mano rinnovare, riconsacrare, rifare quasi

da cima a fondo.

Il "Damo viennese": Romanzo · 第 22 / 27 题