Qualcuno ha detto che lo spensierato sovrano e i piacevoli ministri,
le amabili _biches_ e i galanti _fétards_ del Secondo Impero ballarono
senz'avvedersene tutt'i valzer delle operette di Offembach su un
vulcano prossimo all'eruzione: l'eruzione della _débacle_ e della
Comune. Così gli allegri _ménages_ italo-austriaci e italo-germanici
ballarono tutt'i valzer delle operette di Lehar e di Leo Fall sul
vulcano d'una settimana di guerra civile che preludeva in Italia,
come una prova generale a porte chiuse, all'altra guerra che una
settimana dopo doveva cominciare ai confini. Era colpa, in fondo,
di Pierino Balla e di quel suo irresistibile bisogno di aprire e
di pestare un pianoforte non appena un pianoforte e lui avevano
la disavventura di incontrarsi. Nel salotto dell'appartamento che
_monsieur et madame_ Kramer-Balla occupavano al Grand Hôtel e in cui
i cinque o sei _ménages_ si riunivano tutt'i pomeriggi, un pianoforte
c'era. Naturalmente Pierino l'aveva aperto e vi aveva suonato tutt'il
suo repertorio. E poichè è impossibile alle amabili dame che hanno
nelle vene sangue viennese udire un valzer senza ballarlo, le belle
signore avevano ballato. Come accade per le ciliege un valzer tira
l'altro e un valzer oggi, due domani, avevan finito per ballare tutto
il giorno da quando era appena finita la colazione a quando giungeva
l'ora di andarsi a vestire per il pranzo. Inchiodato al pianoforte,
Pierino suonava e suonava sentendosi formicolare le gambe poichè, nato
ballerino come si nasce poeti, aveva una gran voglia di ballare anche
lui, si dondolava sul seggiolino e, se non con le gambe e coi piedi,
seguiva il ritmo, ballava come poteva con le braccia, coi fianchi, con
la testa che andava in qua e in là come il pendolo d'un orologio, con
gli occhi stralunati che giravano in modo tale che se qualcuno avesse
guardato Pierino ne avrebbe avuto il mal di mare. Ma gli Dei sono
clementi con i bravi figliuoli che non chiedono loro che di ballare in
un tempo in cui gli uomini sono avvezzi a domandare ben altro agli Dei:
dallo specifico celeste e miracoloso per un mal di denti al pagamento
d'una cambiale giunta a scadenza. Così la benignità degli Dei fece
capitare tra le mani di Pierino una vecchia signora americana, neutrale
non solo politicamente, ma anche neutra, poichè nel seno adiposo e nel
labbro baffuto aveva una contraddizione così stridente per la quale era
assai difficile stabilire immediatamente, a prima vista, il suo sesso.
La signora americana amava anche lei il ballo ed i valzer e poichè non
poteva ballarli amava almeno di suonarli. Così prese al pianoforte il
posto di Pierino, e l'America, fedele al programma svolto durante la
guerra, fornì anche la musica ai belligeranti.
E' piacere raffinato unire e mescolare il sacro al profano; e infatti
l'amabile compagnia mescolava ogni giorno al profano dei valzer il
sacro della politica o — questione di punti di vista — il profano
della politica al sacro dei valzer. Tra un giro di _one step_ e una
figura di tango i nomi di Salandra e di Giolitti, di Bulow e di Burian
giravano fra le coppie ballerine. Le danze erano addirittura interrotte
quando un cameriere, verso le cinque, portava le prime edizioni dei
giornali. Pierino dava lettura delle notizie più importanti. La crisi
ministeriale riapriva il cuore dei _ménages_ a tutte le speranze. Era
ormai certo che Salandra cedeva il posto a Giolitti. L'Italia dunque
era salva. E poichè l'americana era talmente neutrale che continuava
a suonare anche quando i piedi dei _ménages_ non erano più occupati
a ballare ma si davano invece a discuter di politica, le coppie
ripartivano per un nuovo valzer. Per via, intanto, passava ancora una
volta una fitta colonna di popolo. Ancora saliva dai balconi aperti ai
dolci aliti della primavera romana la tenebrosa monodia scandita da
voci di bassi profondi: «Mor-te-a-Gio-lit-ti! Mor-te-a-Gio-lit-ti!»
Poichè non è assolutamente da escludersi che anche un _ménage_
italo-austriaco in crisi acuta di politica possa ancora capir qualche
cosa, le coppie avevano, nell'udire quella monodia, qualche leggero
dubbio nello spirito pacificato. Il ritorno di Giolitti al potere non
sembrava preannunziato in forma molto cortese da quei bassi profondi
peripatetici. Ma se è vero che la speranza è l'ultima dea, c'era
ancora da sperare che quelle voci non fossero la libera manifestazione
dell'anima popolare ma bensì la freccia del Parto, l'ultimo tentativo
del ministro costretto ad andarsene per svalutare il rivale che stava
per ritornare.
Quand'erano «finalmente soli», non come nell'operetta di Lehar
su le cime bianche dell'Alpe nel roseo riflesso della più tenera
aurora ma nel gabinetto da bagno a cambiar vestito al riflesso delle
lampadine elettriche che davano alle belle spalle nude di Eva un color
d'ambra che innamorava, marito e moglie riparlavano di politica.
Chè Pierino sbadatamente non aveva pensato che, quando un italiano
sposa un'austriaca, non sposa una donna ma sposa una nazione intera.
Quando s'ergeva con severo cipiglio dinanzi a lui, quando incrociando
napoleonicamente le braccia sul bel petto ambrato Eva gli domandava
che cosa insomma si stava preparando in Italia, Pierino perdeva
letteralmente la parola: non aveva più dinanzi a sè, a interrogarlo,
sua moglie, ma aveva Francesco Giuseppe e tutto il Consiglio della
Corona, Metternich e Berchtold, d'Aerenthal e Burian, tutti gli
Arciduchi d'Austria e tutti i Magnati d'Ungheria, l'intera dinastia
degli Absburgo e cinquanta milioni e più d'austro-ungarici di generi
diversi. Caratteri più del suo ardimentosi si sarebbero sentiti
intimidire. E Pierino, pavido, col pantalone già infilato, con la
camicia inamidata ancora fuori del pantalone, con le mani incerte
sul nastrino di seta della cravatta da _smoking_ che non riusciva ad
annodare, guardava sua moglie, guardava la Duplice Monarchia senza
saper che rispondere. E sentiva che, se come sua moglie era l'Austria
intera egli avesse dovuto rappresentare l'Italia, questa non ci avrebbe
fatto che una meschina figura: quella d'un ragazzetto spaurito cui
il meno che possa capitare è una buona dose di sculacciate. E mentre
davanti aveva il fiero cipiglio di sua moglie — una testa dell'Aquila
bicipite — dietro di sè sentiva il freddo e sprezzante sguardo della
cameriera — seconda testa dell'Aquila bicipite — che era, come sua
moglie, sdegnata dal modo di comportarsi di questi «mandolinisti»
di Italiani. Aveva, la cameriera, una qualità dovuta non al suo
temperamento, che era invece quanto mai loquace ma alla sua posizione
di cameriera la quale esige anzitutto l'arte di non dir mai nulla e
d'ascoltar sempre tutto. Ma lo sguardo diceva tutto quello che non
dicevano le piccole labbra chiuse, tagliate a fil di coltello. Tra quei
due sguardi, tra le parole roventi di sua moglie e lo sguardo freddo
della cameriera di sua moglie, Pierino trovava per la prima volta in
vita sua che, in certe ore e circostanze, la vita non è o non pare
veramente più un valzer, ma piuttosto una marcia funebre, la marcia
funebre della sua pace e della sua felicità domestica. Non aveva su la
guerra e su la carneficina europea nessuna idea molto precisa, poichè
le idee non sono l'appannaggio delle persone felici e Pierino Balla era
nato invece sotto la più felice stella o, come suol dirsi volgarmente,
era nato con la camicia: camicia su la quale più tardi aveva potuto
mettere anche la giacca e il soprabito di un matrimonio che era
economicamente una quaterna al lotto. Tanto che quando, ogni settimana,
saldava con un biglietto da mille, lasciando i rotti per le mancie,
il conto dell'albergo e gli avveniva di ricordare gli anni stentati e
oscuri dell'adolescenza e della prima giovinezza, Pierino Balla tendeva
a credere di non essere nato solamente con la camicia ma addirittura
con un guardaroba al completo. Per la guerra egli era dunque diviso tra
due concezioni puramente elementari, le sole compatibili con le sue
meningi fin dalla nascita fuori di ogni esercizio: la guerra era un
orrore, ma la guerra era anche una necessità; e se era pensoso veder
tante belle giovinezze spezzate e falciate su i campi di battaglia
era evidente che non capriccio di uomini ma supreme leggi di storia
rendevano necessario quell'olocausto, cui egli si rassegnava tanto più
facilmente in quanto aveva assai poche probabilità — riformato com'era
e per di più di terza categoria — d'essere chiamato a parteciparvi. Chè
di fronte alla guerra gli uomini si dividono in due gruppi: quelli che
dovendola fare l'accettano senza discuterla e quelli che non dovendola
fare la discutono a lungo e poi l'accettano come se ad accettarla,
nelle loro condizioni, avessero ragione di fare la minima difficoltà.
Ma se la lettura dei giornali lo aveva persuaso della necessità
storica della guerra per le altre nazioni, le parole di sua moglie
lo avevano ugualmente persuaso che solo l'Italia, o perchè superiore
o perchè inferiore alla Storia, poteva, fra tutte le altre nazioni
particolarmente benedetta da Dio, non partecipare al flagello. Svolse
questa piccola idea, quest'embrione d'idea, anche quel ventitrè maggio
in cui, uscito a far alcune spese per sua moglie ed entrato da Faraglia
per bere un _brandy and soda_, andò a capitare in una tavolata di
vecchi amici suoi che non aveva più riveduti da quando era andato a
Vienna per accettare l'invito a pranzo del maestro Lehar e ne aveva
fatto ritorno dopo avere accettato l'invito a nozze della figlia del
maestro Kramer. In quel gruppo d'amici si parlava naturalmente di
guerra e, invitato a sedere con loro per rivivere un'ora dell'antico
cameratismo, dovette parlarne anche Pierino. Ne parlò come egli parlava
di tutte le cose: lasciando, cioè, parlare gli altri. E tanto li lasciò
parlare, e tanto gli altri parlarono, che Pierino ne rimase mortificato
nel suo cantuccio con l'amor proprio triturato e le speranze pacifiche
ridotte in frantumi. Non riconosceva più i suoi amici, i suoi cari
amici di una volta, capiscarichi, buontemponi, girelloni, senza
pensieri, che, come lui, amavano i valzer lenti e le donnine rapide.
Li aveva frequentati per anni e poteva giurare di non averli sentiti
mai una volta parlar dell'Italia. Ora invece non avevan su le labbra
che l'Italia: gl'interessi dell'Italia, l'avvenire dell'Italia,
l'onore dell'Italia... Parevano tanti ragazzi infatuati al loro primo
amore che non sapevano far altro che parlare della donna amata. Erano
lì, come prima, a un tavolino di caffè, a bere bibite fresche, a
fumar sigarette, a guardar le donne che passavano. Vestivano ancora,
come allora, con ricercata eleganza, giacchette tagliate alla moda
più recente e cravatte scelte con gusto e con parsimonia di colori,
annodate con negligente sapienza. Parevano ancora tutti presi dai loro
capricci, dalle loro vanità. Questo, a guardarli. Ma, a sentirli,
non parlavano che di fucili e di cannoni, di battaglia e di morte
e sospiravano l'ora di partire per la guerra come un innamorato può
sospirar quella di partire con la donna del suo cuore. Chiese se tutti
andavano, se dovevano essere tutti soldati. Ebbe risposta affermativa,
meno che per due, riformati. E potè allora osservare, sapendolo, che
tra tutti quelli esaltati che smaniavano per andare alla guerra i due
più accaniti a mandarceli erano i due riformati, che non ci sarebbero
andati.
Se certi uomini di qualità superiore formano certi ambienti, certi
ambienti formano invece certi uomini di qualità più corrente. Pierino,
nell'ambiente di sua moglie, pensava e parlava per bocca di sua
moglie. Lontano da lei, restituito a una provvisoria libertà, Pierino
non osava certo parlare diversamente, ma tuttavia riusciva a sentire
in fondo a sè qualche cosa di più personale e di più suo. Sentiva
ancora che desiderare la guerra era una follia collettiva, ma sentiva
anche che nell'ardore di quei giovani c'era qualche cosa di bello, di
generoso, di giovane veramente, in una parola qualche cosa d'italiano.
D'italiano? Come gli era venuta in mente questa idea? Che forse gli
italiani avevano qualche cosa di diverso dai francesi, dagli inglesi,
dai belgi, dagli spagnuoli, dagli austriaci?.... Dagli austriaci,
sì: gli parve che veramente gli italiani avessero qualche cosa di
diverso dagli austriaci e si risentì addosso, commiserevoli, beffardi,
sprezzanti, gli sguardi delle due teste dell'Aquila bicipite, gli
sguardi di sua moglie e della cameriera di sua moglie.
Ma come Roma non si fece in un giorno non si disfà in un giorno Vienna.
Anni ed anni d'operette viennesi, mesi e mesi di moglie austriaca,
avevano fatto di Pierino una cosa che un po' di buon sangue italiano
non poteva ripulire e risanare in un'ora. Pierino aveva preso da sua
moglie, con rapida assimilazione, due dei caratteri più rappresentativi
della razza cui ella apparteneva: la testardaggine e l'assoluta
impermeabilità alle idee altrui e alle altrui ragioni. Così, messo
dagli amici con le spalle al muro affinchè dicesse anche lui come
la pensava, rimise fuori, uno ad uno, tutt'i bei ragionamenti tipo
viennese che da settimane e settimane sentiva ripetere dai suoi amici
del Grand Hôtel. Non credeva ancora alla guerra, non era possibile che
un intero paese si facesse trascinare alla guerra dalle intimidazioni
di una minoranza. L'Italia aveva ancora, per fortuna, la testa su le
spalle e Bulow era ancora a Villa Malta. E Cirmeni, pur essendo oramai
un po' pessimista, non consentiva ancora, nella _Stampa_, a dichiarare
definitivamente falliti i negoziati austro-ungarici. Che Giolitti fosse
partito, che Salandra fosse tornato al potere, che la Camera avesse
votato con patriottica unanimità la fiducia nel governo, Pierino sapeva
benissimo e non nascondeva che a sua moglie la gravità sintomatica di
questi avvenimenti. Ma c'era ancora speranza. Tutto ciò poteva ancora
essere un'abile manovra, una messa in scena, una prova generale della
guerra per forzar la mano dell'alleata a concedere qualche cosa di
più. Ma i giorni erano tristi per i profeti della «concordia» e a
parlare così, e a dire che l'Italia non era preparata alla guerra, e
che il Lombardo-Veneto sarebbe stato invaso in una settimana, e che
si voleva sfasciare in cinque mesi ciò che si era messo insieme in
più di cinquant'anni, c'era pericolo, specialmente quando si aveva
una moglie di Vienna o di Berlino, di sentirsi dire quello che si
sentì dire Pierino da un amico che perdeva la pazienza, e con la
pazienza anche le staffe, e con le staffe anche il fiato, nel volerlo
persuadere, sino al punto di perdere con molto fiato anche un po'
d'educazione per gridargli: «Già tu hai per moglie un'austriaca... Tu
ragioni alla croata!» Ci sono spiriti meticolosi, pedanteschi, non solo
nelle ingiurie che possono caso mai arrecare ma anche, e specialmente,
in quelle che ricevono. Nell'insieme di una grande invettiva che li
offende a sangue non avvertono che la piccola inesattezza da rilevare.
Così Pierino, là dove un altro avrebbe risposto con uno schiaffo,
rispose con una correzione geografica per avvertire che sua moglie non
era precisamente croata. E quando l'amico ebbe risposto esclamando:
«Non è croata... Sta bene.. Ma è austriaca. E i mariti italiani delle
austriache debbono, in ore come queste, star zitti», Pierino non trovò
altro da dire. Rilevato che l'amico aveva dato atto dell'inesattezza
in cui era incorso, Pierino esaminò la seconda parte della risposta:
e poichè riconobbe di essere il marito italiano di un'austriaca, e
poichè il consiglio dell'amico si rivolgeva appunto a codesti mariti,
e poichè, docile e deferente, ai consigli degli amici Pierino aveva
sempre saputo dare ascolto, non aprì più bocca nè su quell'argomento nè
su altri argomenti.
Dopo la tempesta, tornata la calma, l'uomo riordina nel cervello i
ricordi dell'ora difficile. Così nel suo nuovo quieto silenzio, Pierino
risentì l'asprezza ch'era nel tòno dell'amico e gli parve che, più
che sul tòno d'un consiglio, quelle parole fossero state dette sul
tòno d'un ordine. Aveva infatti Pierino, identificato il tòno con cui
l'amico aveva detto al cameriere: «Portatemi una bottiglia d'acqua»
col tòno in cui aveva detto a lui: «Tu, marito di un'austriaca, sta
zitto!» Come c'è l'_esprit_, c'è anche la sensibilità dell'_escalier_:
è propria di coloro che, poco suscettibili per dolcezza di natura o per
prudenza di ragionamento, non avvertono alla prima impressione ciò che
una parola od un atto possono avere d'offensivo; ma se pensano dopo
che altri possono aver udito quella parola o aver veduto quell'atto,
immaginano allora negli altri un giudizio sfavorevole, arrossiscono,
si turbano e forse forse, se non fosse proprio oramai troppo tardi,
si deciderebbero anche a reagire. Certo Pierino adesso era seccato:
seccato d'essere rimasto solo contro dieci energumeni, seccato
d'esser capitato avendo sete proprio da Faraglia quando c'è ogni venti
metri un bar o un caffè, seccato di sentirsi dire di aver per moglie
un'austriaca con la stessa amabilità con cui a un altro si direbbe:
«Hai la scabbia. Allontànati!», seccato sopratutto che le speranze di
neutralità svanissero ad ogni minuto di più e che la guerra sembrasse
sempre più inevitabile, e sempre più a tal segno che un signore,
proprio in quel punto, aprendo violentemente la porta del caffè, levò
in alto il cappello e gridò: «Signori, è la guerra! La mobilitazione
generale è proclamata!»
E' una vecchia pretesa del teatro romantico e del romanzo d'appendice
che le emozioni troppo forti possano uccidere un cuore insufficente a
contenerle. Se così fosse non ci dovrebbe essere, in una sera di prima
rappresentazione, un solo autore drammatico ancora vivo dopo il trionfo
o il fiasco della commedia d'un collega. Nè, se il caso si desse
altrove che nei quinti atti tanto per chiudere decorosamente il dramma,
la morte repentina per eccesso di angoscia avrebbe potuto non prodursi
ai danni di Pierino Balla quel giorno. Levatosi in piedi per andarsene
a raggiungere sua moglie all'albergo, Pierino era stato dall'annunzio
della guerra colpito in pieno petto, in modo da esser rigettato di
piombo, stecchito, sul divano: di piombo, sì, stecchito sì, ma vivo.
Tanto vivo che, nella sua angoscia, nel suo batticuore, vedeva la gente
levarsi, correr fuori dal caffè, cercare i manifesti di mobilitazione
affissi alle cantonate, prender d'assalto i giornalai che correvano
gridando a squarciagola: «La guerra dell'Italia con l'Austria», mentre
l'altra gente rimasta nel caffè si levava in piedi, agitava i cappelli
e i fazzoletti, gridava evviva all'Italia, al Re, all'Esercito e
l'orchestrina delle «dame viennesi» — son cose che càpitano alle «dame
viennesi» all'estero in tempo di guerra — doveva intonare la marcia
reale. In tutto il caffè solo Pierino era rimasto a sedere, a sedere
non già per protesta ma per smarrimento. E l'amico che prima gli aveva
ordinato di star zitto, ora gli consigliava di mettersi in piedi: «Bada
se ti vedono seduto ti pigliano per un austriaco e ti linciano quanto è
vero Iddio».
La prospettiva spaurì Pierino a tal segno che non solo fu sùbito in
piedi, non solo si levò il cappello, ma si mise a batter le mani come
gli altri e a gridare evviva come gli altri. In fondo, a poco a poco ci
si riscaldava anche lui e più l'applauso durava più Pierino applaudiva
forte, più le grida salivano e più saliva anche il suo evviva. Pierino
Balla cittadino italiano era oramai anche lui fuori di sè, ma era
rimasto ancora dentro _monsieur_ Kramer-Balla, per dovere coniugale
cittadino austriaco, che si ripeteva fra un applauso e un evviva: «Se
mi vedesse mia moglie!».
Quando risalì verso l'albergo, Pierino aveva l'animo d'un uomo che
torni a casa con la paura di trovar tutto distrutto da un incendio o
da un terremoto. Ebbe invece la sorpresa di vedere che il _concierge_
lo accoglieva col solito sorriso, che il _liftier_ lo accompagnava su,
in ascensore, con la solita impassibilità meccanica, che la cameriera
di Eva, aprendogli la porta del salotto, lo guardava coi soliti occhi
sprezzanti e lo salutava col solito _Bonsoir_, _monsieur_, cerimonioso
e servile. Nel salotto tutto era come al solito: l'americana al piano,
le coppie in giro. Sua moglie ballava, e passandogli vicino, gli disse
buona sera con un sorriso di cui Pierino aveva mai veduto l'uguale
per cordialità e serenità. Tutto era così tranquillo ch'ei cominciò a
dubitare che lassù già si sapesse che la bomba era scoppiata. L'idea
di dover dare lui l'orribile notizia fu sul punto di fargli riprendere
il largo sino all'ora di pranzo o, almeno, sino all'ora dell'arrivo
dei giornali. Ma un'amica di sua moglie, passandogli accanto a sua
volta, gli mormorò, anche lei col suo più bel sorriso: «_Ça y est...
La guerre!..._» E un'altra ancora, passandogli anch'essa vicino nei
giri del valzer, aggiunse a sua volta: «_Guerre de macaronis... Pas
terrible!..._» La quarta signora si fermò proprio accanto a lui
sciogliendosi dall'abbraccio del suo cavaliere e, poichè parlava
italiano, gli disse in italiano: «Fra dieci giorni, siamo a Milano!» E
giù anche lei un sorriso beato.
Se avesse saputo qualche cosa di psicologia Pierino avrebbe dovuto non
ignorare che nel campo delle crisi morali le grandi calme fanno più
paura delle furiose tempeste. Quei sorrisi provvisorii delle belle
signore austriache erano d'una spavalderia momentanea che avrebbe
dato luogo al terribile scoppio della procella coniugale non appena
l'intimità delle singole case avrebbe permesso di passare senza
grottesco dalla commedia alla tragedia. Ma Pierino, che di psicologia
ignorava anche l'abicì, si fidava, incauto, di quella serenità.
L'arcobaleno della contentezza universale sorrideva in quel salotto, al
suono dei suoi cari valzer. Sì, anche con la guerra, la vita era bella,
la vita era buona, la vita insomma non era che un valzer: un valzer
che avrebbe potuto aver per titolo _Contenti tutti_. Contenti giù
gli italiani che facevano finalmente la guerra sicuri di andar dritti
filati a Vienna in un mese, contente su le signore austriache sicure di
vedere in una settimana i soldati di Conrad arrivare a Milano, contenti
tra le une e gli altri anche i mariti italiani delle signore austriache
che, dopo tante paure, si levavano finalmente a buon mercato da una
posizione coniugale e politica maledettamente difficile.
Le belle signore, eccitate com'erano, sembravano prese dalla tarantola
e non smettevano più di ballare. Ma, ad un dato momento, un gran
clamore salì dalla via: un enorme scalpiccìo, un vocìo formidabile,
il gigantesco coro di migliaia e migliaia di voci. Un corteo
interminabile, con innumerevoli bandiere delle nazioni alleate, torce
accese sfavillanti nel grigio crepuscolare e bengala di tutt'i colori,
passava acclamando la guerra, cantando l'inno di Mameli. Chiare,
baldanzose, le grandi parole dell'inno salivano dalla via italiana al
salotto italo-austriaco:
_Fratelli d'Italia,_
_l'Italia s'è desta..._
Al pianoforte l'Americana aveva interrotto il suo valzer e ora
accompagnava il canto del corteo che passava. Eva s'era fatta al
balcone con gli altri:
— Vedi, diceva al marito, vedi che gioia, che tripudio... Vanno
alla guerra come ad una festa da ballo. Ah, sì, adorabile la
_Carnaval-Nation_!
E, rientrata nella sala, con una grossa risata, si gettò fra le braccia
di Pierino:
— Balliamo! Voglio ballare con te. Io austriaca e te italiano!
Pierino s'era voltato verso la vecchia signora americana per chiederle
di suonare un valzer...
— Ma no... Su questa musica: si balla benissimo, esclamò Eva ridendo
con più veemenza. Voi siete gente allegra, gente di buon umore e avete
anche gl'inni che sembran ballabili...
E via, nel ballo, col marito, cantando anche lei, tra scoppio di risa e
scoppio di risa, l'inno di Mameli. E gridava agli altri:
— Anche voi... Anche voi... Ballate... Si balla benissimo il loro
inno...
E girava, girava col marito, mentre da giù saliva, ardente, immenso, il
coro del popolo:
_Dov'è la Vittoria?_
_Le porga la chioma..._
Ed Eva, ballando:
_Chè schiava di Roma..._
_Iddio la creò!_
E attorno a loro, adesso, anche le altre coppie giravano: gli uomini
un po' pallidi, le donne molto accese. Ferma l'Americana, sempre più
neutrale. Ancora dalla via saliva il canto:
_Chè schiava di Roma...._
Ed Eva, con un'ultima giravolta:
_Iddio la creò!_
Poi, respingendo brutalmente il marito, con una pazza risata,
andandogli davanti coi pugni chiusi e con un grido:
— Dio? Quale Dio? Avete ancora un Dio voialtri?... Spergiuri!
Ma anche nella via il canto s'era spezzato. Adesso erano grida che
salivano a ondate:
— Morte a Francesco Giuseppe!... A Vienna! A Vienna! Abbasso l'Austria!
D'un tratto dal balcone della stanza vicina una voce chiara, metallica,
squillò:
— A Milano, andremo a Milano!... Abbasso l'Italia! Abbasso l'Italia!
Pierino, che una volta s'era trovato in uno scontro ferroviario dove
non c'erano stati che tre feriti e due contusi su duecento viaggiatori,
credeva di aver conosciuto uno degli spettacoli più terribili cui
sguardo d'uomo possa resistere toccando il culmine del raccapriccio.
Dovette convenire quella sera, vedendo quello che accadde, a quel
grido, che centomila scontri ferroviarii simultanei e simili a quello
in cui s'era trovato lui non avrebbero potuto dare che una pallida idea
dell'orribile spettacolo che ora si svolgeva sott'i loro occhi.
Orribili imagini, episodii della Comune, scene del Terrore, passavano,
color sangue, nel suo spirito. Da giù la folla minacciava:
— E' un'austriaca! E' una spia! A morte! A morte!
Da su la voce continuava, disperata, esaltata, delirante:
— Viva l'Austria! Abbasso l'Italia! A Milano! A Milano!
Volavano i primi sassi. Nessuno osava uscire sul balcone. Non per
eroica volontà, ma spintovi violentemente dalla moglie, uscì sul
balcone Pierino. Rientrò esterrefatto, con le mani nei capelli:
— E' Carlotta... E' la nostra cameriera!
Sùbito Eva, Pierino, le altre signore e i mariti sfondarono, più che
aprirla, la porta di comunicazione con la stanza da letto dei coniugi
Balla, fecero ressa al balcone e venti braccia si stendevano per
afferrare Carlotta e tirarla indietro, mentre Carlotta, aggrappata al
davanzale, continuava a gridare inferocita alla folla inferocita:
— Abbasso l'Italia! Viva l'Austria!
Pierino finalmente riuscì a sradicarla, a rigettarla dentro la stanza,
mentre la cameriera ancora gridava, con gli occhi fuori dell'orbita, il
volto di brace:
— Viva l'Au....
— Viva l'Austria un corno! — gridò Pierino che, toccando il fondo della
paura, riusciva a trovarsi finalmente un po' di coraggio. — Volete
farci massacrare quanti siamo?
Ed Eva, amabile:
— Il signore ha ragione... Questi sono briganti, ragazza mia!