_Grado, 21 settembre._
L'aspetto dei boschi bruciati, delle montagne sforacchiate, dei
cocuzzoli arrossati dallo scoppio dei proiettili, delle campagne
coltivate a paletti rigidi e a vaste stese di ferro, arate di trincee
in cemento, non vi fa pensare al travolgimento di vite umane che
ognuna di quelle scene rappresenta. Ma la dimora, anche di poche ore,
in una città (per esempio di queste tra Cervignano e l'Isonzo) da
cui gli abitanti sono tutti fuggiti, e il cannone e la mitragliatrice
continuano a infierire contro le case e le strade, vi dà improvvisa
al cuore la stretta che altri più violenti aspetti della guerra
difficilmente riescono a darvi.
E man mano che procediamo verso l'oriente, per Villa Vicentina, e
passiamo il Ponte di Pieris, e ci stendiamo più a nord verso Turriaco
e Begliano, o più a sud verso San Canziano, la desolazione delle
case crollate, delle chiese dimezzate, dei muri forati, dei rottami
bruciacchiati, aumenta nella dolce piana su cui l'aria pare piover rose
ad ogni alba e violette a ogni vespero. Procedendo, ci accostiamo a
Gradisca.
* * *
Gradisca la nitida, Gradisca la verde e candida, Gradisca la
primaverile per eccellenza delle città, piena d'ombre di platani
e d'ippocastani, ridente di giardini ospitali raccolti, così poco
austriaca, così viva e gaia....
Gradisca è un cimitero; o qualche cosa di più triste: un cimitero da
cui siano fuggiti anche i morti.
La popolazione è tutta fuggita, ai primi giorni, ai primi spari.
Erano rimasti soltanto quattro vecchi paralitici. Dai letti dove il
male li teneva immoti dovettero per più giorni sentire il rombo delle
artiglierie, il miagolìo delle granate, il fischio della fucileria, il
croscio delle case infrante. Poi, credo, qualcuno pietosamente li portò
via.
Ora le case distrutte sono meno malinconiche delle case rimaste
integre, piene di segni della vita intima che le animò fino all'ultima
ora, ma vuote dei protagonisti di quella vita. Vie intatte, persiane
socchiuse, usci spalancati precipitosamente nella fuga, e un silenzio
mortale che percorre le vie, dilaga nelle piazze, fascia le case,
penetra per i fori enormi aperti dalle granate, sale le scale, invade
gelido e bianco le camere sfatte che non sanno più nè la veglia nè
il sonno. Mi sono sorpreso a camminare in punta di piedi lungo un
marciapiede, come se avessi temuto di svegliare la città fantasma.
Da un uscio semiaperto sono entrato in un caffè. C'era su un tavolino
tutto un servizio pronto: i quattro pezzi di zucchero sul piattino
mantenevano la disposizione architettonica che molte case della
città hanno perduta; dovevano essere fuggiti nello stesso punto
improvvisamente, sorpresi dal primo scroscio, l'avventore e il
cameriere chino verso lui nell'atto di domandare: — Quanti pezzi? —
Solo il cucchiaino era caduto a terra. E a terra era uno dei due o tre
tavolini posti fuori del caffè nella via. L'avventore vi ha inciampato,
il cameriere non s'è chinato a raccoglierlo.... Così la fantasia si
esercita puerilmente a integrare le piccole scene. Nella bottega d'un
sarto trovo un libretto con segnate le misure degli abiti da fare.
Presso una misurazione c'è questa nota: “_veronese con vestito grigio;
persona sospetta, da tener d'occhio_”. Ma, suprema malinconia, in una
modesta stanza da pranzo, a un pian terreno, c'è sulla tavola una tazza
di latte vuotata a mezzo e lì vicino un quaderno con un compito di
calligrafia non finito, e una penna buttata sulla tavola. Il piccino
aspettava che sonasse l'ora della scuola. E mi agghiaccia il pensiero
che forse un'altra più solenne ora è sonata per lui, così piccolo.
M'imbatto in altri due ricordi, molto diversi, della vita che fu
qui: il teatro e il penitenziario. Il teatro è stato sventrato da una
granata. Sulla porta è una lapide ammonitrice: “_Gradiscam condidere
veneti_”. Dentro, tutta la platea è intatta, con le poltroncine vuote,
il sipario alzato, i palchetti in attesa. Qui recitò Eleonora Duse:
al Municipio di Gradisca se ne trova ancora il documento, in questo
manifesto:
_“Teatro di Gradisca — Giovedì 27 marzo 1873 — Serata a beneficio della
prima amorosa — Eleonora Duse — Idillio composto in 4 atti col titolo
— Celeste — del gentil poeta Leopoldo Marenco”._
Nel penitenziario visito la orribile segreta ove languì Federico
Confalonieri: tre metri quadrati; non più alta d'un uomo non alto,
per finestra un quadratino ritagliato nell'uscio ferrato. I pavimenti
delle celle, delle stanze, dei corridoi, delle scale, per tutto il
penitenziario, sono una confusione enorme di carte, d'indumenti,
d'oggetti d'ogni genere, gettati, calpestati, trascinati dal vento
improvviso della fuga, perchè anche i reclusi nel momento della nostra
occupazione furono lasciati fuggire.
Una via è chiusa da una mezza barricata. Attraverso una piazza ingombra
di macerie e m'accorgo dal disegno del pavimento ch'era stata l'interno
d'una casa.
Mentre i tiri delle artiglierie nostre e delle nemiche s'incrociano
sul nostro capo, usciamo di tra le case, cerchiamo l'aria e la luce
che non hanno fuggito la città colpita, che non si spaventano dello
striscio delle granate e del fischio delle fucilate che ogni tanto le
attraversano. Per i giardini ancora verdi e per i viali ampi cominciano
a piovere le foglie gialle dei platani. Giriamo attorno le enormi buche
dei trecentocinque, ripiene d'acqua. Qualche errabonda palla di fucile
viene ad abbattersi sul marciapiede, qualche altra si schiaccia contro
un muro in forme oscene; qualcuna ancora, più malinconica di tutte,
sibila flebile tra il fogliame, rompe due o tre rami secchi. Viene a
finire miserabilmente lacrimosa a' miei piedi. Non ha saputo trovarsi
un posto nella vita attiva della guerra. Ogni tanto, in un prato o in
un'aiuola d'uno di quei giardini, l'occhio è attirato da poche pietre
disposte in bell'ordine con una certa ricerca architettonica. Sono
tombe d'ufficiali. Subito di là da un cancello che chiude un viale si
vedono le trincee che s'arrampicano su per il primo declivio del Carso.
E in questa desolazione può fiorire l'ironia. In un punto dei più
battuti sorgono pochi alberi spelacchiati di tra una distesa di
macerie, e misti a queste le reliquie, i rifiuti, gli avanzi di tutto
ciò che serve alla vita quotidiana dell'uomo, dal libro alla sedia e
dalla padella alla ruota; e tra quel miscuglio si sforza di sporgere
qualche cima di cespuglio mal fiorito, a stento, storcendo il fusto
esile per raggiungere di sbieco la luce. Ora, tutto questo è circondato
da un cancello, e a sommo del cancello sta scritto che “si affidano le
piante alla tutela del pubblico”. Quei cumuli di rottami hanno una vaga
forma di aiuole.
E in questa desolazione può scoppiare il grottesco. Di tutta una casa
non è rimasta che una striscia di muro, altissima, stretta, coi due
margini bizzarramente frastagliati. Fu parete di vita domestica, e ora
non è più nulla, isolata là in mezzo a un largo che fu strada, senza
ufficio, senza effetto, esposta alle palle che ogni tanto vengono
a colpirla e le cadono ai piedi come esauste: ma a quella striscia
nuda di muro, all'altezza di quello che fu il terzo piano, è rimasta
attaccata una lucida latrina all'inglese, e sta ancora lassù, fra terra
e cielo, intatta: le palle di fucile la rispettano religiosamente;
sembra che debbano rispettare quella sola.
Lascio Gradisca, battuta dal romore dei cannoni, dei fucili e delle
mitragliatrici, con un'impressione di silenzio che mi pare non debba
lasciarmi mai più.
* * *
Ritrovo la vita in una piccola città luminosa la cui potenza fu
enorme, ed è morta da molti secoli: una città che all'epoca romana
aveva mezzo milione di abitanti; che Attila fece incendiare, e
neroneggiò contemplandone l'incendio dal colle di Udine, o secondo
altri da quello di Medea. Il suolo n'è inesauribilmente fertile dei
ricordi d'una ricchissima vita oggi spenta; il suo nome ci risveglia
immagini di grandezze romane, venete, italiche: voli d'aquile sui
mari. Forse occorreva quest'immergersi nell'aura d'una italianità che
ha radice nei secoli più lontani, per sentire anche più suasivamente
la necessità della nostra guerra. I mosaici bizantini e le pitture
trecentesche di Aquileia, la sua basilica e il suo museo, i ritratti
di senatori romani e le pietre sepolcrali dei legionari, i miti pagani
scolpiti nei bassorilievi e i monili delle matrone: come è veramente
poco austriaco tutto questo! Dovè sentirlo la stessa Austria, che per
farselo veramente suo asportò occultamente gli oggetti più preziosi
del museo per internarli a Vienna: li asportò la notte del 28 aprile,
proprio nel momento in cui, a quanto risulta dai libri diplomatici,
sembravan meglio sul punto di riuscire i tentativi consacrati
nell'indimenticabile “parecchio”.
Austriaca Aquileia! La città che impassibile conobbe vittorie romane
e ostrogote e bizantine e saccheggi longobardi, e mantenne nella lunga
decadenza l'anima pura della sua grande giovinezza, non è indifferente
alla guerra odierna; dai pulpito del Duomo che seppe le tre epoche
più gloriose dell'arte nostra, il suo parroco predicò giorni sono ai
popolani e ai soldati, sapete su qual testo religioso? sulla lettera
scritta da Tito Speri nel carcere prima di morire. Per tanti altri
parroci di paesi conquistati, il cui nome sonerebbe infamia nei secoli,
voglio che si ricordi quello di don Innocenzo Costantini, parroco
d'Aquileia, anima modesta di prete campagnolo, mente culta di studioso
e di artista, cuore ardentissimo d'italianità.
* * *
Ma da Aquileia chiudiamo il nostro viaggio con una rapida corsa al
mare, all'Adriatico che sta per ritornare tutto nostro, in virtù della
grande impresa che inarca un braccio di fuoco di gloria e d'amore
sulla nostra terra, dai ghiacciai dell'Ortler che ora mi sembrano
tanto lontani, fino a quest'isola dolcissima: Grado. Grado, isola e
città ospitale, popolata di donne e di bambini, è anch'essa quanto vi
può essere di più italiano. Amarono per interesse l'Austria molti de'
suoi abitanti, che ora combattono sotto le bandiere gialle e nere. I
pochi di essi che ritorneranno troveranno nei nomi nuovi delle strade
— Via Vittorio Emanuele — Via Regina Elena — Riva dei Bersaglieri — il
segno di qualche cosa ch'essi non sapevano capire, e che non è nuovo, è
antichissimo, imperituro: l'anima italiana di Grado, della laguna, del
mare.
Scendiamo al mare dal molo e dalla lunga passeggiata lungo la riva.
Cielo color azzurro d'Italia, mare color verde d'Italia, pendii folti
lungo una costa là in faccia; e su quelli spiccano città maggiori e
minori. Sono Parenzo, e più qua Pirano, e ancora più qua Capodistria;
e poi in faccia, improvvisa, vicinissima, più grande, più rosea, più
candida Trieste; Trieste con il suo colle e con tutta la sua anima
rassegnata e anelante. È vicinissima. Vede sventolare il tricolore di
Grado. Il mare è placido e l'aria quieta. Con una barca raggiungeremmo
Trieste prima che il roseo muoia nel bruno della sera. Andiamo....
Ma più vicine fumano ancora le case di Monfalcone, diuturno bersaglio
del nemico; rosseggiano i suoi alti camini mozzati, e ci ricordano che
il còmpito è ancor arduo, e che il cammino di Trieste è più lungo di
quello che ci offre il calmo spazio verde e bruno di questo morbido
golfo.