_Timau, 15 settembre._
La guerra, in qualche luogo, è soprattutto silenzio.
Il silenzio di chi aspetta, si nasconde, osserva. Poi giunto il momento
dice una parola, l'unica efficace, e ritorna a tacere.
Il raro rombo della cannonata, che non falla, pare in qualche punto
non faccia se non incorniciare il silenzio immenso delle cime e
delle valli, sottolinearlo, farlo sentire più largo, più vasto, più
sovrumano.
* * *
Giorni sono m'ero trovato — e subito mi parve di dimenticare il come,
il mezzo, il tempo, quasi ci fossi arrivato per incantesimo — in una
radura ondulata e verdissima, in mezzo a panorami fuggenti d'abeti
neri e di larici chiari, che si dilatavano a perdita d'occhio su per le
coste molli fin verso le cime aspre sconfinanti entro i fumi errabondi
del cielo. La radura era il centro di un silenzio infinito, d'una
perfetta solitudine d'uomini e di cose umane. Verso il nord i monti
imbruniti s'allontanavano, s'incanalavano fuggendo entro un imbocco
in cui si precipitava la nebbia fumante su dai prati e dai boschi più
alti: e fuori dal mondo della nebbia rompeva il mondo delle cime acute
e frastagliate, come diviso in due cortine concentriche, una più vicina
e più bassa, una più lontana e maggiore.
L'una era il vecchio confine, la cui occupazione costò la fatica d'una
conquista; l'altra era il nuovo, ove ci stiamo aggrappando a pietra a
pietra. E quella fuga di nebbia che s'incanalava nel passo aperto tra
i monti, conduce verso la valle di Sexten, ove la lotta di difesa e di
offesa è aspra come forse in pochi altri punti del fronte.
[Illustrazione: Cartina.]
Siamo a Col Caradies, in faccia al Comelico, a dominio della Val
Padola, la terza, con Val di Boite e Val d'Ansiei, delle vie di
passaggio dall'Italia alla Drava.
Siamo in faccia all'epopea, i cui canti più alti si chiamano Sexten
Seikofel Oberbacher, Croda Rossa. Ma nulla all'intorno sembra parlare
di guerra. Ove le cime son libere dalla nebbia e dalle nubi, in qualche
stria più regolare l'occhio esercitato riconosce una trincea, qualche
strappo più chiaro nella roccia è il segno visibile lasciato dalle
nostre granate. Dagli ultimi lembi del verde che tenta di arrampicarsi
verso le rupi, vediamo uscire i cocuzzoli delle ultime tende d'un
accampamento.
Ma son segni minimi e muti. Potrebbero essere i ruderi d'una guerra
finita da anni. Sappiamo che attorno a noi le cime ci guardano dagli
osservatorii, che nei prati dove passiamo caddero ancor ieri i colpi
dei forti di cui quelle cime misteriose sono animate. Lo sappiamo,
senza sentirlo: qui ci avvolge, c'incombe, ci stringe paurosamente
quello che della guerra è il senso più strano, più angoscioso: il suo
silenzio, il suo mistero, il suo perenne atteggiamento d'invisibile
agguato. Silenzio e solitudine: non un uomo, non una casa, non un'arme,
non una voce. Il verde senza pace e la discesa calma delle nuvole che
ora vengono riassorbendo anche quei segni sperduti di guerra; la voce
della montagna, compendio di silenzi lontani; la voce del verde, fatta
di un avvolgimento morbido di tutti i sensi, di tutto l'essere, che
sembra a ogni poco smarrirsi nello sgomento di quella grigia infinità,
segnata a ogni poco da un colpo di cannone sperduto, rombi anch'essi
silenziosi, senza scoppio, senza principio, come code di comete già
spente: e la nebbia crescendo li assorbe, li dissolve nel grigio, che
ora pesa su noi, su tutto il mondo, divinità diffusa e maligna, piena
di mute minacce, di gelo, di paura.
Il vecchio e il nuovo confine sono scomparsi: non c'è più traccia di
Roteck, di Cima Vallone, di Cima Vanscuro, di Quaternà. Sola riesce a
fendere il grigio la punta del Monte Cavallino, ove la guerra è ogni
giorno più viva.
* * *
Monte Cavallino, segnando il confine del versante settentrionale
di Val Padola, divide nettamente il Cadore orientale dal Cadore
settentrionale. Da Monte Cavallino il confine scende con una leggiera
inclinazione fino al Volaia, e in tutto quel tratto la guerra è, da
tutt'e due le parti, non altro che un'attesa difensiva. Tuttavia pochi
giorni sono potemmo occupare il massiccio di Monte Chiadenis e di
Monte Avanza tra Val di Sesis (affluente del Piave) e Rio di Fleons
(affluente del Degano), nella zona del Paralba, ove il confine tra il
Cadore e la Carnia raggiunge la frontiera austriaca.
[Illustrazione: Cartina.]
Ma al Volaia comincia uno dei settori di maggiore interesse; ed è il
tratto compreso tra le testate di Val Degano e di Val But. Volaia, Pal
Piccolo, Freikofel, Pal Grande: nomi già gloriosi nella breve storia
della nostra guerra. Di là da quella linea s'apre, verso l'austriaca
Zeglia, Val Valentina, il cui passo fu conquistato il 13 giugno con
una difficile operazione “poichè il nemico — diceva il comunicato
relativo — dovette essere snidato di trincea in trincea e inseguito di
balza in balza”. E lasciò nelle nostre mani armi, munizioni, bombe e
prigionieri. Il giorno avanti, press'a poco nelle stesse condizioni,
era stato preso il passo di Volaia; mentre fin dalla prima notte di
guerra i nostri s'erano solidamente assicurati dei passi di Giramondo
e di Vall'Inferno e della testata di Val Degano con un assalto alla
baionetta, occupazioni che permisero il fiancheggiamento da occidente
del passo di Monte Croce Carnico.
La lotta durò più giorni e fu conclusa il 30 di maggio. In quel giorno
un battaglione e mezzo di austriaci con mitragliatrici attaccò i nostri
alpini presso il passo; gli attacchi furono cinque, consecutivi, tutti
respinti dai nostri, i quali allora presero a volta loro l'offensiva,
sotto la pioggia violenta e tra la nebbia fitta, e con leggerissime
perdite, e facendo duecento prigionieri, ricacciarono definitivamente
il nemico. Con la quale occupazione fu chiusa all'Austria una delle più
pericolose vie d'invasione verso la regione veneta. Da questo passo
il nemico avrebbe potuto scendere, sia per Rio Collina e il canale
di San Pietro (But), sia per il Degano, fino al Tagliamento sopra
Tolmezzo, prendendo così di fianco le nostre difese che avrebbero
dovuto scaglionarsi lungo il Tagliamento stesso invece d'essere
impiegate sull'Isonzo. Alla perdita di quel passo gli austriaci non
riuscirono mai a rassegnarsi; tentarono più volte di riprenderlo, e
sempre inutilmente: il 30 maggio; il 3 e il 4 di giugno, in cui persero
una batteria; il 14 tentando di irrompere contro la dorsale del Monte
Avostanis, che domina il passo da est, con una violenta azione di
artiglieria prima, poi con un attacco diretto che noi respingemmo alla
baionetta volgendo in fuga i nemici. Dopo quindici giorni, il primo di
luglio, il vano tentativo fu rinnovato di notte, con l'aiuto di razzi
e riflettori e col lancio di gaz asfissianti.
* * *
[Illustrazione: Cartina.]
Il passo di Monte Croce Carnico è attorniato e guardato, a ovest dal
Pizzo Collina nostro, e dallo Zellenkofel del quale ora è nostra una
cima; a sud dal Tierz, nostro; a est dal Pal Grande dal Freikofel e
dal Pal Piccolo. La situazione di queste tre cime rispetto al passo,
spiega il frequente ricorrere dei loro nomi nella cronistoria della
nostra guerra. Sulle tre cime passa il nostro confine, ma qualche ora
avanti la guerra gli austriaci s'erano di esse cime impossessati.
Noi riconquistammo il Freikofel ai primi di giugno con una lotta
di circa dieci giorni, nei quali oltre il possesso della situazione
guadagnammo centinaia di prigionieri: altre centinaia di austriaci
vi rimasero morti. Allora il nemico si volse contro Pal Piccolo e
Pal Grande (che fiancheggiano il Freikofel ai due lati) circa al 15
di giugno; il 18 e il 20 rinnovarono l'attacco contro il Freikofel
direttamente, per volgerlo, il 22, contro la Cresta Verde, tra il
Pizzo Collina e lo Zellenkofel; ritentarono i due giorni seguenti
contro Pal Grande e Pal Piccolo: sempre respinti con gravi perdite.
Ad assicurare meglio la nostra situazione noi occupammo, il 25, la
cima dello Zellenkofel, mentre essi ritentavano quella del Freikofel.
Il 26 il nemico tentò di riprendere lo Zellenkofel. Il 27 con
artiglieria da montagna, faticosamente trasportata su di un'alta
vetta, distruggemmo un accampamento che i nemici avevano stabilito sul
rovescio di Pal Piccolo; il 28 essi cannoneggiarono Cima Zellenkofel;
il primo di luglio tentarono attacchi notturni contro Pal Piccolo;
sempre inutilmente: a ogni attacco che respingevamo, la nostra
situazione nelle posizioni occupate si faceva più forte. Con quasi
punte perdite da parte nostra, continuammo a logorare il nemico, che
a ognuno dei vani e rabbiosi tentativi lasciava nelle nostre mani
uomini e munizioni. E ogni volta allargavamo fruttuosamente la nostra
occupazione; così il 1º di luglio un nostro reparto alpino conquistò
un trinceramento nemico nel versante settentrionale del Pal Grande,
trinceramento che molestava continuamente il nostro possesso del
Freikofel. Anche questa trincea fu oggetto di attacco, le notti del 3 e
del 4, da parte del nemico che voleva riprenderla. Altre trincee verso
Val d'Anger occupammo l'11 e il 12 di luglio. I tentativi contro le tre
cime divennero abituali. Nei giorni nei quali non eravamo impegnati
a respingerle, continuavamo a disperdere, con tiri di artiglieria,
i lavoratori incaricati di munire d'opere d'approccio le pendici
austriache verso il Freikofel.
La menzione di simili attacchi inutili potrebbe continuare: nè è detto
che essi siano per cessare.
Volendo riassumere la storia della guerra in questo settore, potremmo
dividerla in due periodi. Nel primo, dal 24 di maggio fin verso la metà
di giugno, tenemmo un'azione difensiva contro i tentativi disperati
d'attacco che il nemico operava, sempre con forze preponderanti, e
preceduti da intense preparazioni d'artiglieria che talvolta durarono
fino a tre giorni su tutto il ciglio, a raffiche di otto, di dodici
colpi contemporanei. Periodo nel quale si rivelò nei nostri una
delle doti più preziose e più rare del soldato nella guerra moderna,
cioè la resistenza all'artiglieria. Portavano indietro i morti e
riprendevano la posizione, impassibili. Nel secondo periodo, da mezzo
il giugno in poi, stabilitici incrollabilmente, ci permettemmo azioni
offensive, piccole incursioni. Ora che il passo di Monte Croce e la
testata del But — cioè il più pericoloso collegamento stradale tra
Val di Zeglia e Val Tagliamento — è solidamente nelle nostre mani, le
nostre truppe vanno lentamente e irresistibilmente allargando le loro
posizioni verso tutta la valle dell'Anger, sede principale delle offese
dell'artiglieria austriaca verso questa regione.
La valle dell'Anger è un vero campo trincerato, sistemato
maravigliosamente, prodigiosamente armato da batterie multiple, d'ogni
natura: mortai, obici, cannoni, mobili e fissi, da montagna e da
campagna, di tutti i calibri, di tutte le portate.
Quante voci ha la valle austriaca dell'Anger, quando scatena la sua
sinfonia!
* * *
Perchè non sempre e non in ogni luogo la guerra è soprattutto silenzio.
Ma anche allora non appare come disordinato frastuono d'inferno: ma
è una riquadrata, ben organata sinfonia, in cui distingui le voci e
gli strumenti, segui i temi melodici e lo svilupparsi delle armonie.
È una magnifica musica, piena di varietà, di solidità, di ordine e di
esaltazione.
Un lontano rullo di echi sonori che per venti gole arriva fino alla
vallata, ci invita ad avvicinarci. Montiamo per un poco, poi non basta
montare, bisogna arrampicarsi. La strada s'è fatta mulattiera, e questa
sentiero. E di mano in mano l'eco lontana è divenuta un preciso suono
di rombi, isocrono, nitido. Le valli lo ripetono con armonie semplici.
L'alba si fa giorno, la strada si fa ardua: e col crescer della luce
e col ripire del cammino anche quel suono diviene più intenso e più
rapido. Ora un rullo segue l'altro, ininterrottamente: sono tre rulli,
tre note diverse prolungate dagli echi dei monti, e s'innestano su tre
scoppi, uno più grave, due più acuti; e vengono di là dalle cime, da
una lontananza ancor vaga dove la ripidità della costa sul nostro capo
si perde tra l'infoscare degli abeti. Al di sopra un breve tratto di
cielo candido e bianco senza una nube, rischiarato da un sole ancora
invisibile. Siamo già tutti avvolti e come fasciati dai rombi.
Ed ecco, d'un tratto, mentre il mulo s'è fermato qualche minuto a
riposare in una svolta dell'asprissima strada a scaglioni che ci
conduce, — ecco, d'un tratto, l'eco dei tre rombi è percorsa sopra la
mia testa da un sibilo acuto, trillato, rapidissimo, punteggiato da due
scoppi secchi: una granata; e subito dopo, quasi a risposta contro il
sibilo, traversa tutta la gola la nota meno alta d'uno shrapnell, con
altri due scoppi secchi.
Da allora lo scoppio dello shrapnell e quello della granata non si
distinguono più; si distinguono i due canti: il trivellìo aspro e
acuto di questa, il fluire meno acuto e quasi flautato di quello. Gli
schianti ininterrotti sono come note d'un accompagnamento sempre più
rapido: il boato dei cannoni più lontani fa come una larga armonia
continua su cui si appoggia il movimento accelerato degli scoppi e
dei sibili, che ora fendono tutta l'aria intorno, incrociando in venti
direzioni le loro linee diritte come lame.
E il mulo sale, faticosamente, un passo dietro l'altro, uno scaglione
dopo l'altro, e giungiamo a uno spazio ove la gola apre una veduta
abbastanza larga sull'altra costa. Ivi, proprio sulla cima, piomba lo
scoppio dei sibili e rompe dalla roccia il pennacchio nero e violento
della granata che penetra ed esplode; e a mezz'aria, nella luce diafana
del mattino già alto, sbocciano le nebulette degli shrapnell, azzurre
col lembo rosa, verginali, e si dilatano, e i raggi obliqui del sole
le dissolvono. Altre sono grige come di perla, altre candidissime;
mettono una nota strana d'ingenuità di contro a quei maligni sputi neri
che saltano dalle rocce, in mezzo al fervore crescente dei rombi, al
lacerìo sempre più intenso dei sibili, al moltiplicarsi violento degli
scoppi.
E noi montiamo; e lo specchio del cielo si fa più ampio e più fulgido
sopra il nostro capo.
Ma in quello specchio appare un punto nero lontano, e s'avvicina ed
ingrossa, e poi si fa chiaro, e prende forma, e mette l'ali, due ali
morbide e svelte di libellula. Un grido si leva da tutte le bocche:
— L'areoplano! —
È un monoplano nemico, alto sulle montagne e sulle valli, bellissimo:
color di rosa, venato lievemente d'azzurro.
Da tutte le rocce, da tutti i boschi, da tutte le cime attorno, che
parevano mute e deserte, si leva un fitto e continuo crepitìo di
fucileria. L'areoplano non se ne accorge, avanza ancora, pieno di
maestà e di grazia, fa una volata larga nel cielo, volge a destra e
scompare.
Non ha lanciato le bombe che aspettavamo. Forse ha fatto un segnale?
Noi procediamo: ma pochi minuti dopo, improvvisamente, la sinfonia, che
non ha cessato un momento, raddoppia d'intensità, si fa vicinissima,
moltiplica le sue voci.
Le granate non esplodono più nella costa di contro, ma in cima a questa
su cui stiamo procedendo sempre più adagio. La cresta scoppia di tratto
in tratto e lancia giù una gragnuola di sassi sulle nostre spalle,
le pietre più grosse vengono a balzare tra le zampe dei muli che si
spaventano, anche la strada davanti e dietro noi lancia sputi neri
di terra e di roccia. La strada risponde col gemito lungo e bislacco
dei muli imbizzarriti alle voci dell'aria e delle cime: e gemiti,
schianti, miagolii, boati, scoppi, sibili, rombi, bussi, ululati,
strappi, srotolar di nastri d'acciaio per l'aria, s'intricano in un
crescendo maraviglioso d'armonia, incalzanti inebrianti frustanti: una
gamma enorme di suoni che gli echi delle montagne riescono a fondere e
lanciare come una voce sola contro il cielo già tutto invaso dal sole.
Smontiamo e ci arrampichiamo, quanto più rapidamente è possibile, su
per un canalone di ghiaia, per ripararci nel solo luogo sicuro: una
trincea.