_Valle del Piave, 13 settembre._
Corsie d'avellana, di pini giovani, di viti bionde; sale chirurgiche di
prati verdi e di pendii rugiadosi; letti morbidi di paglia sul margine
d'un ruscello o al piede d'un castagno: e intorno intorno, invece di
malinconiche pareti bianche, coste montane che s'aprono in valli, lo
scorcio di un fiume largo che dilaga nella lontananza, profili ambigui
tra di nubi e di monti, che si sperdono nell'infinito del cielo.
Fortunati cavalli!
Eppure il cavallo malato fa una gran pena. Oso dire che fa più pena
dell'uomo, quando, s'intende, la malattia e dell'uno e dell'altro non
è grave. Certe sale — non tutte — degli ospedali dei feriti leggieri
riescono perfino a dare un senso d'allegrezza: quella che sgorga e si
espande dalla gioventù invincibile di quegli arditissimi, accesi ancora
del fuoco della battaglia recente, vibranti di ritornarvi.
Invece l'incoscienza e la sommissione del cavallo malato è sempre
lagrimevole. Risalendo altre retrovie, ne ho visto tempo fa ritornare
una colonna, che scendeva dai gioghi intorno al Tonale. Altri ne vedo
arrivar qua, nel loro luogo di cura, che la Croce Azzurra ha riparato
in una delle conche più verdi di queste Alpi risanatrici. I più sono
malati di sfinimento. Hanno gareggiato coi muli nel ripire i sentieri
infernali appena scavati tra le rocce, per trascinar su rifornimenti,
salmerie d'ogni genere, e soprattutto i gravi pezzi d'artiglieria che
vanno disegnando un'inquieta corona di fuoco lungo il confine sempre
più avanzato della patria. Compiuta la fatica eccezionale, ritornano
esausti, con gli occhi scialbi, i musi chini e tentennanti, le zampe
tremule, le povere ossa emergenti come pali aguzzi di sotto la pelle
assottigliata: sfiancati, succhiati, maceri.
Arrivano qua, o in altri stabilimenti come questi (e presto la Croce
Azzurra ne raddoppierà il numero), e nelle sale operatorie di verzura
o nei cameroni ospitalieri di prato riacquistano salute e forza.
Poi anch'essi, come gli uomini risanati, ripartono per il fronte, a
ricercare ostinatamente un'altra volta la morte.
Il capitano delegato li riceve dalle infermerie, assegna loro un
numero, che da una medaglia che viene loro appesa al collo risponde a
uno stallo; ciascuno ha il suo posto nel suo reparto a seconda del male
e della gravità di esso. Subito comincia la cura: prato, aria sottile,
ipernutrizione; è incredibile quanto di biada, d'erba, di crusca e di
farina divori e digerisca in un giorno uno di questi cavalli, memori
delle fatiche esaurienti delle prime linee. Vivono tutto il giorno
all'aria aperta, in praterie vastissime recinte da palizzate rade, che
non nascondono l'orizzonte, che non hanno nulla della scuderia o della
prigione. Scorrazzano liberi, lenti e muti i primi giorni, poi sempre
più sbrigliati, a testa più alta, giù per i declivi; riposano all'ombra
dei pini, bevono nei ruscelli. Qualche volta li vedo raggiungere il
recinto e trattenersi là, col muso sporto in fuori, a guardare il
profilo lontano dei monti come se ricordassero le giornate di fatica
e di spavento passate lassù. Forse non ricordano nulla; godono della
forza ricrescente nelle loro vene. Di giorno in giorno i loro occhi
si fanno più vivi, le costole scompaiono pian piano sotto i muscoli
rinnovati. I prati dei convalescenti son tutti pieni di nitriti.
Non è tutto prato il luogo di cura. Ecco i baraccamenti di legno
sormontati dalla bandierina bianca civettuola con la croce azzurra,
e sventola. Di fuori non li riconosci perchè il denso fogliame dei
nocciuoli che li fiancheggia, li nasconde quasi del tutto. Dietro, i
due lati più lunghi son continuati da una parte e dall'altra da due
spalliere di viti, una pergola ombrosa sotto la quale l'occhio cerca
istintivamente le tavole e le panche e sulle tavole gli orci del
vinello recente e i bicchieri.
Invece il luogo è tutto giallo di paglia e verde di fieno. Dominano
dappertutto; l'aria è tutta piena d'uno spagliucolio che pare guidarvi
là dentro, ove le file dei cavalli meno malati stanno a dormire la
notte e far colazione all'alba, prima di riprendere il vagabondaggio
libero che li risani del tutto.
Gli altri reparti sono in muratura: quello dei malati di gola, pieno di
nitriti tossicolosi e dell'odore dei suffumigi quotidiani; quello degli
operati, che sdraiati nella paglia aspettano la medicazione periodica;
e via via tutte le forme e tutti i gradi del male; e isolato qualche
cavallo che subì qualche operazione speciale e richiede un trattamento
a sè. C'era una cavalla venuta qua da una infermeria che già l'aveva
data come perduta. Le fecero un'operazione complicatissima, implicante
l'apertura lungo tutto il canale della gola. Ora sta bene, e attende,
col muso e il collo fasciato e lo sguardo tranquillo e benigno, di
poter scorrazzare cogli altri. L'operazione era durata quasi due ore ed
era stata preceduta dalle regolari iniezioni anestetizzanti.
A un'operazione meno grave ho potuto assistere. Consisteva in una
medicazione profonda d'una ferita circolare in una zampa, proprio
sopra lo zoccolo, giro giro. La bestia era sdraiata nel prato,
sopra uno strato di paglia. Un soldato, seduto in terra presso il
suo capo, le reggeva il muso e la confortava carezzandole le froge
e cercando d'introdurle tra i denti qualche pezzo di zucchero. Essa
tendeva all'aria la zampa malata, legata con una fune che due ragazzi,
stando sdraiati in terra a pochi passi, tenevano tesa. Due soldati
trattenevano la bestia per il deretano. Ma non occorreva tenerla chè
essa pur gemendo sommessamente stava immobile, mentre il veterinario,
nel camiciotto bianco di operatore, steso tutto sul corpo di lei,
eseguiva la medicazione dolorosa.
Compivano il quadro un attendente che reggeva il catino e porgeva
le bende e i disinfettanti, e il capitano delegato (un gentiluomo
milanese che fin dal primo giorno della guerra ha dedicato tutte le
sue cure e la sua esperienza all'opera della Croce Azzurra), il quale,
in ginocchio in mezzo al gruppo, sorvegliava l'operazione e aiutava
l'opera modesta dell'attendente.
* * *
Una quarantina d'uomini s'è così isolata dal mondo tra queste
valli, e attende qui all'opera utilissima, in un lavoro continuo e
tutt'altro che leggiero. Basti pensare che i cavalli in cura sono
ora centocinquanta, ma lo stabilimento deve poter accoglierne fino a
duecentocinquanta; che ogni mattina si fanno circa trenta medicazioni;
e che la cura e la sorveglianza dei cavalli sfiniti non è meno continua
e meno minuziosa di quella dei cavalli feriti: e si avrà un'idea del
lavoro cui si sobbarcano quei volonterosi. Ogni stabilimento ha un
capitano delegato, un tenente, due ufficiali veterinarii, e poi tutto
il personale di governo, sergenti, caporali e attendenti. La spesa
media d'ognuno è di circa seimila lire al mese.
Com'è noto l'istituzione è di origine inglese e data dal tempo
della guerra boera. Dopo l'agosto del 1914 l'Inghilterra impiantò in
Francia quattro grandi stabilimenti della Croce Azzurra, che rimasero
perfettamente autonomi, senza rapporti di sorta con le autorità
governative.
In Italia l'istituzione, fondata a imitazione dell'inglese pochi mesi
sono, ebbe in questo senso un miglioramento in quanto il ministero
della guerra la riconobbe ufficialmente e ne militarizzò il personale
— con un notevole vantaggio per la disciplina e l'organizzazione
— mediante una convenzione che ha la durata di quattro mesi, ed è
naturalmente rinnovabile e sarà rinnovata per tutta la durata della
guerra.
Perchè l'istituzione, per quanto giovane, si mostrò subito matura e
pari al suo compito arduo e alla sua utilità. La quale è grandissima.
Chi, vedendo cavalli sfiniti o feriti ritornare dal fronte, ha provato
il senso infinito di pietà che desta la loro incoscienza sommessa,
può sentire la bellezza sentimentale dell'istituzione senza stare a
pesarne i vantaggi. Ma anche posto da parte ogni sentimento, basta
pensare all'immensa utilità del quadrupede in una guerra di montagna
— e quale montagna! — com'è la nostra, e considerare che il cavallo è
il genere di cui è men facile ottenere un'abbondante requisizione, per
rendersi conto del beneficio enorme che reca il poter rimandare su per
le montagne una grande percentuale di cavalli che sarebbero normalmente
condannati alla morte per sfinimento o per ferite.
* * *
Un cavallino giovane, quasi ancora puledro, ha fatto una corsa, dal
suo prato grande donde ripartirà tra un giorno o due, fino al recinto
che lo divide dal prato minore ove si fanno le medicazioni. Sporge il
muso di qua e guarda incuriosito l'operazione strana, quei sei o sette
uomini affaccendati sopra un cavallone massiccio steso sull'erba.
Poi scrolla il capo, guarda il cielo nuvoloso, manda un nitrito di
giovinezza e di gioia, e si rimette a galoppare pazzamente, senza
mèta, ubriaco d'aria. La sua incoscienza gioiosa è commovente quanto
la sofferenza dell'altro. Guardandolo, non posso tenermi dal pensare
a un'altra incoscienza: a quella di tutti i bambini, che vedono e
sentono la guerra che non capiscono e non sanno: la vedono e la sentono
in una quantità di cose strane: nella partenza dei loro babbi, nelle
solitudini accorate delle loro mamme, nel ritorno di persone care che
son poste in un letto e stentano a riconoscere i bimbi, nell'annuncio,
fatto da una madre tra i singhiozzi, che altre persone care non
torneranno mai più.
Un giorno i bambini capiranno quei misteri dolorosi, e sapranno che la
guerra si è combattuta per loro, che tutta la vita loro ne ha ricevuto
un inestimabile beneficio.
Ma con questo, eccoci molto lontani dai cavalli....