L'itinerario già stabilito dal duca non fu perciò punto modificato, e
i d'Eleda partirono il giorno dopo per Borghignano. Non parve neppur
conveniente che Giorgio li seguisse subito subito; egli avrebbe dunque
aspettato un'altra settimana prima di raggiungerli.
Quei pochi giorni di tregua erano più che necessari a Maria. Trovare
la calma, la pace, ella non poteva sperarlo, ma almeno, così, un po'
di tempo lo avrebbe avuto per raccogliersi in sè stessa, e rinvenire
da quel colpo terribile, come chi, preso da capogiro, sente il bisogno
di fermarsi, di chiudere gli occhi e di riposare.
Nel lunghissimo viaggio, la nobile famiglia non fece molti discorsi.
Maria... si capisce; Lalla pensava al rumore che leverebbe la nuova di
quelle nozze, e al dispetto della Giulia; Prospero Anatolio meditava
il suo primo discorso in Senato, mentre l'agitata miss Dill,
coll'emicrania, si rodeva per non poter sapere che cosa avrebbero
fatto di lei dopo il matrimonio della sua scolarina. L'avrebbero
tenuta in casa ugualmente alle condizioni di prima? la lascerebbero in
libertà, con un assegno vitalizio? oppure la pianterebbero in mezzo
alla strada? Perchè, con quegli egoisti, c'era tutto da aspettarsi!...
Intanto sperava di trovare a Borghignano una lettera di don Vincenzo,
al quale aveva già scritto, per consigliarsi, appena scoppiata la
bomba.
Al loro arrivo trovarono la casa piena di parenti e di amici, e
cominciarono le congratulazioni.
Un telegramma di Prospero Anatolio spedito da Pegli al conte
Eriprando, aveva già divulgata la lieta novella, e dalla Curia
Vescovile al gran _Caffè di Borghignano_, tutti la ripetevano l'uno
all'altro, come l'avvenimento più importante della giornata.
Ogni parola, ogni complimento di quella gente vuota e pettegola era
una stretta dolorosa per il cuore di Maria. Tutti erano infuriati a
lodare la coppia bene assortita e ad enumerare con gli entusiasmi di
occasione le gran belle doti del promesso sposo.
--Se dura la _Sinistra_ al potere, in una prossima _ricomposizione_ lo
vediamo ministro, o per lo meno segretario generale--profetava
solennemente uno dei suoi grandi elettori.
--Non è più un giovinetto, ma è sempre il gran bell'uomo--esclamavano
le signore.
--Oh, quella santerella non è stata certa di cattivo gusto!
--Fortunata lei!
--E fortunato lui!--saltò su a dire un'altra amica che si teneva
stretta al braccio della duchessa.--Se il Della Valle avrà una sposina
simpatica, lasciatemelo dire, avrà pure anche la gran bella
mammina!...
--Fra un annetto--terminò ridendo con amabile malizia, il medico di
casa--avremo una nonna che potrà dare dei punti all'invidia ed alla
gelosia di molte nipoti.
--Oh, sì; sì certo!--E così, continuamente, accanitamente, senza
tregua, senza remissione, Maria era perseguitata, torturata,
angosciata. Alla lunga non ci potè più resistere, e Prospero Anatolio,
vedendola pallida con gli occhi incavati e le labbra arse dalla
febbre, le domandava ogni poco se si sentiva male; ma poi cambiava
subito discorso, contentato dalla prima risposta negativa, e
soddisfatto in tal modo di non essere costretto a impensierirsene.
Quanto più grande era il coraggio di Maria, quanto più grande era lo
sforzo col quale riusciva a dissimulare con tutti, anche con sua
figlia, anzi più di tutti con lei, lo spasimo interno che la
struggeva, tanto più forte era la scossa che il suo fisico ne doveva
risentire. Anche l'arrivo improvviso di Giorgio, che anticipò di
ventiquattr'ore il ritorno, fu cagione per la poveretta di angoscie
nuove e inaspettate. Erano tutti raccolti nel salotto: Lalla al
pianoforte, provava un _notturno_ delicatissimo di Chopin quando, d'un
tratto, la soneria del portone fece trasalire la poveretta... e un
momento dopo, entrava, appena annunziato, il conte Della Valle.
Egli sembrava un po' titubante per quella leggera infrazione al
prescritto; e--mi perdonate?--domandò inchinandosi e salutando, mentre
sentiva dentro di sè che Lalla era lì, presente. Eppure non aveva
avuto il coraggio di voltarsi, di guardarla! La fanciulla arrossì...
senza muoversi, miss Dill rimase dura, impettita, e il solo Prospero
Anatolio festeggiò il nuovo arrivato saltandogli al collo, e
abbracciandolo con enfatica tenerezza.
Poco dopo il Della Valle (che era riuscito per miracolo a schivare una
discussione sul _macinato_), seduto accanto alla sua Lalla, tanto per
avere un pretesto di restarle vicino, le voltava le pagine della
musica. Ma quelle pagine, adesso, avevano una strana difficoltà nel
piegarsi; le interruzioni si succedevano più lunghe e più frequenti,
finchè la musica tacque, o per dir meglio cambiò di tono, e si mutò in
un chiacchierìo sommesso intimo, affettuosissimo, non meno armonioso e
molto più soave per quei due che si volevano bene. Venne il thè... e
Lalla dovette alzarsi a servirlo lei. Giorgio voleva aiutarla, ma le
offriva il cucchiaino quando occorrevano le mollette, e le mollette
invece del cucchiaino.
Lalla, dopo servito anche il babbo, portò il thè al fidanzato--era un
pensiero amabile, col quale voleva dire che per lei, egli era già
della famiglia--e Maria notò che nel prendere la tazza, Giorgio
strinse delicatamente la punta dei bei ditini affusolati della
fanciulla, così che la tazza rimase sospesa fra quelle due mani; notò
uno sguardo, lungo, tenerissimo, ricambiato; e quando Lalla dovette
pure allontanarsi, Maria vide lui fatto più pallido per la cara
voluttà di quel muto colloquio.
Dopo il thè non c'erano più altre scuse per Giorgio; bisognava andar
via. Però egli fece e rifece i saluti lentamente, senza mai risolversi
a infilar l'uscio; cercando tutti i pretesti per riattaccar discorso
con l'uno o con l'altro, pur di fermarsi un po' ancora. Fu lui; questa
volta a tirar in ballo il _macinato_, e per mezz'ora lì, ritto in
piedi, attento, senza interrompere, ascoltò il discorso politico di
Prospero Anatolio, con una pazienza di cui Lalla gli mostrava cogli
occhi quanto gliene fosse riconoscente. Nemmeno Prospero fu ingrato, e
lo invitò a pranzo per l'indomani; ma i due fidanzati avevano una
quantità di disegni e Giorgio aveva già trovato un pretesto per
_dover_ venire a casa d'Eleda anche nella mattinata. Adesso, per
altro, bisognava andar via: anche Prospero era esaurito. Volle provare
con miss Dill, e le buttò un motto sopra l'Irlanda, ma l'istitutrice,
che fingeva aver più sonno del vero per fargli dispetto, lo guardò
dietro il _pince-nez_, co' suoi occhi pelati, in modo tale da
disingannarlo, caso mai egli avesse potuto sperare di trovarsi
un'alleata. Bisognava andarsene; bisognava andar via.
Il salottino era attiguo ad una specie di _galleria_ lunghissima, che
da una grande invetriata metteva capo allo scalone. D'estate, aperto
l'uscio, si respirava dalla galleria un'arietta fresca,
deliziosissima. Giorgio se ne andava lentamente... Lo si vedeva
ancora, nel buio, e si sentivano i suoi passi battere scricchiolando
sul pavimento, quando Lalla, accortasi ch'egli si era dimenticata non
so che noticina per certe sue commissioncelle, gli corse dietro
chiamandolo e rimproverandolo scherzosamente. L'altro si fermò sul
pianerottolo dello scalone, poi tornò indietro. Allora Prospero
Anatolio, che dal salotto li vedeva bene, fe' cenno a Maria che si
avvicinasse anche lei per guardarli. I fidanzati si credevano soli; si
erano presa la mano, si parlavano vicinissimi, finchè Giorgio
lentamente baciò i capelli della fanciulla. Prospero ridendo tossì e
Giorgio scomparve.
--E pensare--esclamò il duca rivolto alla moglie,--e pensare che tu,
un giorno, avevi voluto farmi geloso di lui!... Di nostro figlio!...
Lalla poteva chiamarsi felice. Non aveva più nulla a desiderare, era
amata da chi voleva essere amata; la sua vanità era soddisfatta, come
lo era il suo cuore, che credeva allora di amare e di amare sul serio.
Ma, un bel giorno, mentre meno lei se lo aspettava, l'azzurro sereno
di quella dolcissima pace fu intorbidito da un caso impreveduto.
La notizia delle nozze illustri era ormai giunta fino a Venezia, e
capitata proprio all'orecchio di Frascolini quando il famoso cugino
aveva appena alzato il tacco in cerca d'altri lidi, lasciando ai
creditori la cassa vuota e la bottega chiusa. Sandro non voleva dar
quella nuova alla sua Lalla, altrettanto divina quanto crudele; e
ormai apertamente in rotta col babbo, non sapeva più a qual santo
votarsi per far fortuna. Colla sua voce avrebbe potuto tentare il
teatro, e quell'idea lo seduceva assai, ma una volta _tenore_
bisognava rassegnarsi a perdere Lalla per sempre, e il nostro
giovanotto era più che mai innamorato, quantunque si sforzasse per
credere di non esserlo più. Anzi, senza saperlo, difendeva Lalla in
cuor suo; e quando egli riusciva a trovare una buona scusa per la
signorina si sentiva meno infelice. Col pensiero era sempre là:
imprecava contro Lalla, giurava di vendicarsi, di odiarla come odiava
tutto il mondo; ma, mentre era vero, pur troppo, che lui cominciava ad
odiare e il mondo e i galantuomini, amava Lalla sempre di più, e con
frenesìa sempre maggiore. Soltanto quando sentì la notizia del
matrimonio, soltanto allora, diventò cattivo davvero. Tutte le
passioni gli si scatenarono nell'anima. L'odio, la gelosia, l'amore,
quanto egli aveva sperato e sofferto, poi l'abbandono, quel disprezzo
noncurante e spietato, l'acre voluttà goduta, e sempre irritata dai
vivi ricordi, tutto ciò lo avrebbero trascinato, spinto a qualunque
eccesso.
Partì subito da Venezia, e senza un pensiero pel grave scandalo che ne
poteva nascere, non appena smontò a Borghignano, si avviò difilato al
palazzo d'Eleda.
La Nena fu la prima che lo vide. Stirava su nella guardaroba; e la sua
emozione fu così forte da scottarsi le dita col ferro caldo.
--Maria Vergine!--esclamò, il signor Alessandro!--e non seppe dir
altro. Ma l'emozione, il turbamento della povera ragazza non furono
nemmeno avvertiti dal giovinetto che, a sbalordirla ancor di più, le
domandò senza preamboli;--La signorina, dov'è?
--La duchessina?... è giù, in sala, colla signora duchessa e il signor
conte Della Valle. Non si può vederla per ora.
A queste parole Sandro urlò una bestemmia, battendo il pugno sulla
tavola: il colpo rimase attutito dallo stiratoio di lana; ma i ferri
sobbalzarono così fortemente come il cuore della Nena. Il Frascolini
le si avvicinò, le prese un braccio stringendoglielo in modo da
lasciarle il livido, e--andate subito da lei,--le intimò fissandola di
traverso--andate subito da lei, non importa fosse anche col Padre
Eterno, e ditele che io... io, Alessandro, quello di Santo Fiore, sono
qui che l'aspetto, perchè voglio dirle quattro parole e che, per Dio,
non mi muovo di qui se prima non gliele ho dette.
La Nena uscì sbigottita. Non sapeva più se era desta o se sognava, se
Frascolini era sano o ammattito; ma qualche cosa di vago, di
indistinto, le stringeva il cuore e le facea intravedere d'essersi
illusa quando avea creduto che quel ragazzo pensasse a lei, e le
volesse bene davvero. Per altro aveva ancora la testa a segno, e
invece di scendere dalla signorina, come voleva Sandro, corse
affannata a riferir la cosa a miss Dill, la quale era appunto in
camera sua, almanaccando senza far nulla col solito _crochet_ fra le
mani.
Appena inteso di che si trattava, la miss si tolse le lenti e sgranò
gli occhi per veder in faccia la Nena.
--Venga, venga subito con me.
L'istitutrice si alzò senza fiatare. Altro che pensione, altro che
rendita vitalizia!... Se si scopriva quell'amoretto, era spacciata! E
corse da Sandrino per calmarlo.
--Non ascolto nulla, sono irremovibile. Voglia vederla, voglio vederla
sul momento; ha capito?...
--Non si può, subito, non si può. Siate ragionevole, via, non le fate
del male.
--Ci ha pensato lei, prima, se ne faceva a me, del male?
--Siate ragionevole, siate umano: se non volete per noi, siatelo
almeno per la signorina!--La miss, a questo punto, aveva presa una
mano del giovinotto e la stringeva fortemente, mentre gli occhi le si
facevano loschi per la tenerezza.
--Oh, in quanto a lei, signora, mi commove poco anche lei. Ricordo,
sa, ricordo bene tutte le sue cattiverie!... Io le inghiottivo per
amor di quell'altra!... Ma la cuccagna è finita!--Stia ferma!--Non mi
commove, le dico, non sono don Vincenzo!... Chiami subito la
signorina.
Il nome di don Vincenzo, buttato lì quasi a casaccio, fece molto effetto
sulla povera miss. Non fiatò più, abbandonò la mano del giovanotto e
rinunciò ad ogni altro tentativo di seduzione.--Conducetelo nella mia
camera,--ordinò alla Nena,--e aspettateci là.
--Ditele che ho fretta--insisteva il Frascolini--che non ho tempo da
perdere, che se non viene lei da me, anderò io da lei, perchè è finita
la cuccagna dei signori!... la legge è uguale per tutti!
.... Giù, nel salotto, non c'era sintomo alcuno, foriero dell'uragano
che si addensava minaccioso nel piano superiore; e quando miss Dill
entrò non vi si udivano che le voci sommesse dei due fidanzati seduti,
quasi nascosti, nel vano di una finestra. Discutevano scherzosamente
sulle gradazioni dei colori vivaci delle varie lane che Lalla
adoperava per un suo lavoro che stava allora tessendo, mentre Maria,
nell'angolo di una finestra, rincantucciata nella sua poltrona con uno
scialle buttato sulle spalle, perchè si sentiva intorno un po' di
febbretta, leggicchiava la _Revue des Deux Mondes_.
Là dentro spirava la calma e la pace: il sole vi penetrava appena,
timidamente, dagli spessi cortinaggi, e i sensi erano ricreati da
un'auretta molle, soavemente profumata, dai fiori freschi e
delicatissimi, disposti con dovizioso disordine un po' dappertutto.
Giorgio, appena entrata miss Dill, si alzò per stringerle la mano,
domandandole conto della sua salute.
--Come al solito, molto _poco bene_.--L'istitutrice approfittò di quel
momento nel quale il Della Valle si era allontanato da Lalla, e
chinandosi sul piccolo telaio della fanciulla, e fingendo di esaminare
il ricamo, le disse sottovoce:--È arrivato il Frascolini.
--Dov'è?--chiese Lalla fattasi un po' pallida, ma senza scomporsi.
--È su, in camera mia; c'è la Nena di guardia.
--Vengo subito.
La miss prese un uncinetto dal cestino della signorina, e ritornò in
fretta dal filodrammatico per tenerlo d'occhio.
Lalla fece ancora qualche punto del suo ricamo, poi si alzò adagino e
si mosse per uscire.
--Dove vai?--le domandò Maria vivamente.
--Vado di là, a prendere un po' di lana azzurra.
--È inutile adesso; andrai più tardi.
--Oh! bella,--esclamò Lalla sorridendo,--si direbbe quasi che ti
secca, che hai paura, che non vuoi restar sola con Giorgio! Vado e
torno.--Ed uscì.
Fece le scale adagio adagio; esitando ad ogni passo con un grande
stringimento al cuore, non tanto per il timore, quanto per la
ripugnanza, l'avversione ch'ella sentiva adesso di Sandro, perchè la
incomodava, perchè l'angustiava proprio sul più bello della sua
tranquilla felicità. Però, a mano a mano ch'ella si avvicinava a
quell'incontro così scabroso, lo stringimento del cuore diventava
sgomento e allora l'avversione, la ripugnanza si mutavano in odio. Nel
corridoio incontrò ancora miss Dill e ve la lasciò di guardia. La
Nena, appena ritornata l'istitutrice, era corsa via.
--E così... che cosa volete?...--disse la duchessina ad Alessandro,
appena entrata in camera, aprendo lei il foco, subito, con alterezza
stizzosa.
--Che cosa voglio?--esclamò l'altro: e vedendola così fresca e
piacente nel vestitino succinto di mussolina bianca, sentì una scossa,
come un fiotto di sangue caldo al cervello.--Che cosa voglio? Te,
voglio, che lo hai giurato, che sei mia!
--Sua?... Da quando in qua, signor Frascolini?... Sandro si sentì
pungere sul vivo e:--Meno arie, signora duchessina--le rispose un po'
sogghignando.--Ho buona memoria io, e sono qui apposta per provarlo a
lei e a tutti.
Gli occhi, di solito così affettuosi, così soavemente timidi della
fanciulla, ebbero a questo punto come un bagliore sinistro:
diventarono foschi e torti, sotto le ciglia aggrottate; ma fu un
lampo, e tutta l'espressione del suo volto si rifece dolcissima quando
ella domandò al giovinotto:
--Mi vuol perdere dunque?... E perchè?... Che cosa le ho fatto di
male?
--Che cosa mi ha fatto!--esclamò Sandro incrociando le braccia e
parlando con voce bassa e tremante.--Che cosa mi ha fatto? mi ha
ingannato, deriso, respinto, mi ha tradito. Si è fatta giuoco di me e
del mio amore; mi ha messo in urto colla mia famiglia, in collera coi
miei amici, mi ha fatto prendere in odio da tutti. Ero felice e mi ha
avvelenata la vita; ero stimato e non sono più che un miserabile... e
mi domanda freddamente, sorridendo, _che cosa mi ha fatto di
male?!_... Ma, in nome di Dio, tanto male mi ha fatto, tanto male, che
avrei ragione di strozzarla colle mie mani!...
E le lacrime gli rigavano calde calde le guance; le lacrime che gli
uscivano proprio dal cuore, e per una parola, una parola sola di
quella creatura esile, bionda, vaghissima che gli stava, ritta
dinanzi, il povero innamorato avrebbe data la vita senza esitazione e
senza rimpianto.
--Tanto male le ho fatto?... Io che non so di aver avuto nessun altro
torto tranne quello forse di essere stata troppo debole... troppa
buona con lei?...
--No, la sua non era bontà, era capriccio, era cattiveria! Lei ha
voluto scherzare con me dimenticandosi che anch'io, quantunque povero,
avevo un cuore che sarebbe stato spezzato; un cuore... plebeo, ma che
perciò non avrebbe sofferto meno profondamente, e meno dolorosamente!
--Lei, signor Alessandro, si è un po' illuso, ecco, ma io non ne ho
colpa!
A queste parole il Frascolini perdette il lume degli occhi, non sentì
più ritegno e gettò in faccia alla signorina tutte le contumelie le
più atroci che gli corsero alle labbra. Era così forte, così furibonda
quella collera, che Lalla impallidì tremando, non per lo sdegno, nè
per la collera, ma più che altro per la paura.
--Maledetta, maledetta!... Ha il coraggio di venirmi a dire che sono
stato io a illudermi!...--Io mi sono illuso!--Fosti tu a sedurmi, ad
attirarmi, a circondarmi, a prendermi a poco a poco nelle tue reti,
con ogni astuzia, con ogni lusinga, con ogni inganno! Tu sei venuta a
cercarmi, tu mi hai voluto, tu, più corrotta nella tua fredda e
sapiente verginità delle donnaccie da trivio, mi facesti sentire tutti
gli spasimi, mi facesti godere tutti i piaceri della voluttà, e adesso
hai il coraggio di contare a me, (a me di venirlo a contare!) che mi
sono illuso!... Ma dimmi, non ricordi più quando ti strisciavi addosso
a me, come un serpente?... Non ti ricordi più in qual modo mi hai
baciato l'ultima sera a Santo Fiore?!... Hai proprio dimenticato
tutto?!... Ma guarda, guarda, lo vedi questo anello?--e così dicendo
le indicava un anello che Lalla aveva in dito,--ebbene, sono stato io
che te l'ha dato, e allora, nel prenderlo, mi avevi promesso
piangendo,--sì, piangevi falsa, bugiarda, piangevi!--mi avevi giurato
che non saresti stata d'altri, che saresti stata mia, mia solamente.
Sandro aveva ragione. L'anello che Lalla teneva in dito era il suo, la
turchina colle rose d'Olanda; lei però non ci pensava ormai più da che
parte le era venuto; lo portava sempre perchè le piaceva, perchè era
molto carino.
--Maledetta, maledetta!--continuava a urlare il Frascolini fra i
singhiozzi; e Lalla, sempre più spaventata, scongiurava quel matto a
non gridare, a non far nascere uno scandalo.
--Voglio gridare! Sì!... Voglio fare uno scandalo! Sei un'infame!
--Non gridi tanto, la prego, la supplico! parli più piano per amor del
cielo!
--Voglio farmi sentire; voglio vendicarmi, voglio farmi sentire da
tutti, e poi... e poi quell'altro lo ammazzerò! Il Medio Evo è finito!
Un cane di nobile non vale adesso più d'un altro cristiano!
--Pietà di me!... lei mi fa morire! pietà... un po' di pietà!...
--No, no e no! È stata una perfidia troppo grande. Mentre laggiù, a
Venezia, chiuso in uno stambugio senz'aria e senza luce, mi logoravo
la vita, tu, soddisfatto il tuo capriccio, mi schernivi, e facendo la
civetta, la sguaiata coi nobilucci leccati e profumati, preparavi il
tuo bel matrimonio!... Maledetta!--E il Frascolini gridava sempre più
forte, voleva uscire, voleva scendere da _quell'altro_,
schiaffeggiarlo, vendicarsi. Lalla era tanto spaventata dal pericolo
serio che correva, da non rilevare nemmeno tutti quegli insulti. Si
era lasciata andare in un dirotto pianto, e, buttatasi ginocchioni fra
Sandro e l'uscita, lo supplicava di chetarsi, di perdonarle,
stringendogli le ginocchia, baciandogli e coprendogli di lacrime le
mani rozze e callose. Ma lui non sentiva pietà, non voleva saperne di
misericordia.--Bisognava finirla con tutte le sue commedie, con tutte
le sue falsità; non avrebbe più potuto ingannare nessuno!... Tutti
dovevano sapere che cos'era di buono!... Tutti!
--Alessandro, Alessandro mio, un po' di compassione, non le domando
altro che un po' di compassione!
--No... Nessuna compassione! Voglio scendere, voglio vedere il tuo
amante, voglio dirgli chi sei!
--Dio, Dio, ma se non... se non l'amo, se non posso amarlo, te lo
giuro!
--Menti. Sei bugiarda.
--No. È mio padre che vuole, non io, è mio padre! Quanto non avevano
potuto ottenere nè il pianto, nè le smanie della fanciulla,
l'ottennero invece queste semplici parole. Sandro si calmò subito,
come per incanto; e abbassando la voce, prendendole un braccio, e
stringendolo fortemente:--E allora, tu, perchè lo sposi?--le domandò
fissandola cogli occhi foschi.
Lalla respirò: capiva che aveva vinto finalmente, e che ormai aveva
poco da temere.
--Lo sposo perchè mio padre lo vuole; lo sposo dopo aver sofferto in
questi due mesi quanto di più orribile si può soffrire al mondo. Oh,
Alessandro, lei non può capire... non conosce mio padre, lei!... Non
mangiavo più, non uscivo più, non facevo altro che piangere; mio padre
rimaneva inflessibile, minacciandomi che se non mi piegavo alla sua
volontà mi avrebbe condotta nel Belgio e rinchiusa, per sempre, in un
monastero. Allora, istupidita dal dolore e dalle privazioni, ho ceduto
e--Alessandro non saprà mai quello che si agita nel mio cuore--ho
detto a me stessa,--ma almeno... qualche volta potrò ancora vederlo.
--Se mi hanno detto che lo ami, che tu facevi l'amore anche a Pegli
col conte Della Valle?
--La gente lo avrà creduto; ma, se sia vero o no quanto le ho detto,
ne domandi conto alla Nena e alla miss!
Sandrino anche in quelle parole sentiva correre la bugia, ma era una
bugia così cara per lui, che egli non ebbe più coraggio di opporsi e
di smascherarla. Invece, stanco, abbattuto, vi si abbandonò anima e
cuore, come a un conforto, come alla sua ultima speranza.
Successe un lungo silenzio fra i due giovani. Sandro fissava la
signorina ostinatamente, cogli occhi torvi, pallido, e col respiro
greve, affannoso.
Lalla, ritta in piedi, giuocherellando colla catenella dell'orologio
fra le dita tremanti, di tanto in tanto alzava la testolina, lo
guardava dolcemente con un leggero tremito delle labbra, con
un'espressione indefinibile, piena di affetto e d'indulgenti
rimproveri, e poi, subito, la riabbassava intimidita.
Sandro, vinto, tremando a sua volta, le si avvicinò.
--Dunque... me lo giuri?... Dopo potrò... potrò ancora vederti?
Ci fu un altro sguardo della fanciulla, tenero, lungo, timidissimo,
che terminò con un--sì--quasi impercettibile, che era tutto una
carezza.
--Ebbene... ricordati, ricordati che se m'inganni anche questa volta,
guai!... guai!...--Ma l'intonazione di questi due--guai--pronunciati
dal giovanotto non era la stessa, perchè la seconda volta Sandro,
presa Lalla d'improvviso fra le braccia, finì quel secondo--guai!--con
un bacio ch'egli le stampò sulla bocca e nel quale c'era dentro
l'amore, la collera, la gelosia, l'anima e le passioni tutte del
povero innamorato. Lalla purchè egli se ne andasse in pace, purchè non
la compromettesse col suo furore insensato, non si oppose che
debolissimamente; e allora si sentì addosso una furia di baci che
parevano morsi, sul collo, sui capelli, sugli occhi, sulle guance,
sulle vesti, dappertutto. Sandro, inebriato e irritato, non più
pallido, ma acceso in volto, con strette febbrili brancicò pazzamente
quel corpicciuolo tanto bramato, finchè, intimidito, vinto da uno
sguardo, da un muto rimprovero della fanciulla, ch'era una
eloquentissima supplica di rispettarla, fatta ancor più efficace dal
suo rassegnato abbandono, la strinse un'ultima volta al petto, così
forte da farle male, una ultima volta le soffocò la bocca colla sua,
lungamente, rabbiosamente, e poi superata la tentazione da cui era
dominato, gettò lungi da sè quella creatura fatale, uscì ratto dalla
camera e fatte le scale d'un salto corse via dal palazzo d'Eleda e,
ben presto, anche da Borghignano.
Appena uscito Sandro, Lalla si rialzò, libera finalmente, e lo seguì
con gli occhi scintillanti, pallida, tremante di sdegno e di odio,
perchè adesso la paura era cessata. Si asciugò dispettosamente, col
palmo della mano, la bocca ancora umida dei baci di lui, che le
facevano schifo, e colla gola strozzata, colla voce sorda, ma con un
desiderio cocente di vederlo cader fulminato, gli gridò
dietro:--Villano, villano!...--Poi, siccome non c'era tempo da
perdere, senza spiegarsi punto colla miss che la guardava stralunata,
corse nella sua cameretta, si bagnò, si lavò gli occhi per bene con
dell'acqua freschissima per levarne il rossore, si aggiustò l'abitino
sgualcito, sciupato, si ravviò i capelli, rifece il fiocco della
cravatta, ringraziò in fretta il buon Dio per il pericolo sfuggito, e
presa la lana merinos, ch'era stata il pretesto della sua scappata,
discese e rientrò quietamente nel salotto. Sulla porta incontrò il
Della Valle che ne usciva allora, in cerca di lei.
--Un po' di pazienza, signor conte!--gli disse Lalla, sorridendo con
molta grazia.--Un po' di pazienza!...
--Via non mi sgridi... Un'altra volta l'aspetterò senza fiatare. Così
sarà contenta, _lei_?--e Giorgio segnò appunto quel _lei_, che era
stato uno scherzo della fanciulla.
--Come, non c'è la mamma?
--È uscita quasi subito... Si direbbe che ha paura a star sola con me!
--Che fortuna--pensava intanto Lalla in cuor suo--che alla mamma non
sia venuto in mente di correre a cercarmi!
Erano soli nel salotto, cosa che accadeva loro di rado. Lalla aveva
preso un fiore dalla cesta di mezzo al tavolo e in punta di piedi si
sforzava per aggiustarlo nell'occhiello dell'abito di Giorgio,
arrabbiandosi con attucci piacevoli, perchè non ci riusciva. Giorgio,
innamorato più che mai, aveva circondato con un braccio il bel vitino
della fanciulla e parlandole fra i capelli, le domandò la grazia di un
bacio.
Lalla non rispose, ma rialzò quel suo visetto così fine dove si
scorgeva adesso un amabile sorriso far capolino di sotto ad una comica
serietà, e facendosi un po' indietro colla persona, alzò le manine e
gliele porse tutte due unite sulle labbra, con un garbo che voleva
dire:--Ti fo grazia delle mie mani, baciale pure, ma ricordati bene
che chi comanda sono io!--Il Della Valle, uno dopo l'altro baciò
allora quei dieci ditini bianchi, dalle unghie rosee di madreperla, ma
poi, vedendola ancora sopra pensiero:--Scommetto--le disse--che
indovino a cosa tu pensi in questo momento.
--Davvero?--e Lalla sorrise di quella ingenua pretesa.
--Tu pensi a tutto il gran bene che io ti voglio.
--Oh, no!... niente affatto!
--Tu menti... e menti senza arrossire!
Lalla glielo lasciò credere volentieri: ma non mentiva.--Che
fortuna--pensava ancora la duchessina fra sè--che alla mamma non sia
venuto in mente di correre a cercarmi!