Eravamo felici. Abitavamo una casicciola molto lontana dal chiasso e
dalla baraonda cittadina; le nostre finestre non guardavano in casa
d'incomodi vicini; il sole ci veniva a trovare ogni giorno all'alba e
ci lasciava dopo mezzodì, e la luce dava colori di festa ai nostri
mobili nuovi.
Il vecchio zio di Nina non aveva voluto assolutamente, come egli
diceva, porre i suoi acciacchi in comune per fare una casa sola, e se
n'era andato a stare con una sorella la quale viveva in villa.
La compagnia dei nostri sogni, dei propositi nostri, bastava a tutto;
qualunque altro sarebbe stato un importuno. Le nostre stanze color di
rosa erano popolate di care fantasime dello stesso colore. L'avvenire
ci appariva nei sogni, e ne facevano di così leggiadri! Bisogna dire
che Nina aveva una rara squisitezza di maniere, un sorriso dolcissimo,
uno sguardo sereno come un raggio di luna, una voce armoniosa come una
parola di conforto, e una tal maniera vezzosa di appressarmisi, di
pormi le mani sugli omeri e dirmi «ti voglio bene» senza dirmi nulla,
che io avrei passato le ore intere a divorarmela cogli occhi.
Aveva un solo difetto: nell'andare da una stanza all'altra si tirava
dietro gli usci con violenza. Molte volte, strappato alle mie
fantasticherie dallo sbattere d'una porta, avrei ceduto ad un
movimento dispettoso se subito dopo non mi fosse apparso il suo viso
rosato.
Ciò nondimeno il cuore continuava a trotterellare allegro e non mi
sarebbe riuscito di fargli prendere un'andatura più ragionevole.
Bisogna anche dire che io era per Nina un marito poco men che
perfetto. Non la lasciavo sola mai, o più raramente e più brevemente
che poteva, non la contraddiceva in nulla, prevenivo i suoi desideri,
non le dicevo che parole buone, facevo cento fanciullaggini per
tenerla di buon umore. Avevo però anch'io un diffettaccio: mi
distraeva orribilmente; a certi momenti, per tener dietro ad una
sciocca fantasia, non mi accorgevo che ella, sorridendo, mi domandava
un sorriso, o rispondevo con un cenno serio del capo ad una proposta
burlesca.
Certo la sorte non accoppia due colpe così nere per dare l'immagine
della pace coniugale.
Venne il giorno in cui io mi mostrai più distratto del solito, ed ella
sbattè gli usci più forte. Mi sfuggì un _oh_! ed ella l'intese, ed io
me ne pentii. Inutilmente. Un'altra volta Nina mi lasciò pensoso,
camminando sulle punte dei piedi, e chiuse l'uscio con mille
precauzioni per non far rumore... Il frastuono delle fucine d'averno
non mi avrebbe fatto dare un balzo più ratto dalla seggiola. La
raggiunsi, l'abbracciai, e ridemmo insieme di gran cuore.
Ma il ghiaccio era rotto; ci avevamo detto in viso il pensiero nostro:
non eravamo perfetti!
Per quanti sforzi facesse, Nina non riusciva a correggersi; solo
quando aveva peccato, pigliava una certa aria tra il dolente e lo
scherzoso che la faceva più bella.
Quanto a me avevo un gran scrollare il capo, o spalancar tanto d'occhi
quando ero colto col cervello in processione--non ci guadagnavo nulla,
assolutamente.
La luna di miele durava da molte lune, senza che la più lieve ombra
avesse mai oscurato i nostri volti innamorati.
Fu un giorno, un brutto giorno di quel dispettoso mese di luglio, in
cui il sole è così beffardo e il caldo così crudele... Ella giura
d'essere stata la prima a dirmi: «vorrei un po' sapere a che pensi
sempre col capo nelle nuvole, vorrei proprio saperlo...;» ma non le
credete; la prima offesa uscì proprio dalle mie labbra in forma d'un
piccolo sacramento che non mi riesci d'afferrare coi denti se non
quand'era venuto fuori più di mezzo. Comunque sia, un di noi rispose
con una lieve impertinenza, e l'altro con una meno lieve, e poi con
un'ironia, e con un'altra ironia, e infine Nina colle lagrime agli
occhi ed io col cuore gonfio.
Un'altra volta lo stesso esordio ci portò alla stessa conclusione, ed
un'altra più in là,
--Questa vita non è più sopportabile, disse lei.
--Davvero! dissi io per farle dispetto.
--Davvero! Ah! davvero! Eh! lo sapeva io che sei già stanco di me: è
quasi un anno che sei alla catena.
--Dieci mesi, risposi.
--Che ti sono parsi dieci anni; me ne sono accorta già da un pezzo; la
nostra felicità ha già troppo durato; ah! come sono disgraziata!
Finirai per odiarmi, se pure non mi odii fin d'ora; ma finirò anch'io
per odiarti.
Mi struggevo di voglia di pigliarmela fra le braccia e di portarla in
giro per _le stanze_, lei e tutta la sua collera insieme, sino a tanto
che dicesse: _basta_ ridendo; mi veniva voglia di buttarmele ai piedi
ginocchioni e dire le mie orazioni maritali, di allacciarle il collo e
rubarle tanti baci finchè lo sgomento me l'avesse rifatta docile--mi
venivano in mente tutti i propositi buoni che possono venire alla
miglior pasta di marito. La guardai sott'occhi, vide il mio sguardo e
mi volse le spalle, mossi un passo verso di lei, ed ella via in
un'altra camera... ed io dispettoso, via dalla parte opposta, e giù
per le scale, pieno di rimorsi già prima di porre in atto la terribile
vendetta,
Gironzai un pezzo, non mi potendo staccare dal vicinato e volgendomi
ogni tanto a guardare la casicciola dov'era la mia felicità.
Mi tornavano al pensiero Concetta e Sulpicio, i buoni amici d'una
volta, e dicevo a me stesso che io non aveva chi compiesse presso la
mia Nina i buoni uffizii di paciere, e che dopo tutto non avrei patito
di affidarli a chicchessia.
Pensavo: «È la prima volta, ma chi sa se non faremo più! Bisogna
ritornare a lei, toglierla quanto è possibile alla sua pena, e
confortarla, e dirle che non avremo più a bisticciarci mai... Ma se,
invece di ascoltarmi benignamente, fa la ritrosa?... Ah! che non darei
perchè alla prima parola buona rispondesse con un bacio saporito! E
non se ne parlasse più e si piangesse e si ridesse insieme!» Tutte
queste riflessioni, mi portarono due o tre volte sulla soglia di casa,
ed altrettante me ne ritrassero; finalmente mi riuscì di rompere il
fascino, infilai il portone d'un balzo, salii gli scalini a quattro a
quattro, ed in un attimo fui innanzi a lei che mi era venuta incontro
lagrimosa sul pianerottolo.
Nascondeva il viso fra le mani e non mi diceva nulla. Le cinsi il
corpo con un braccio e la trassi nel salotto; me la feci sedere sulle
ginocchia, le scostai con dolce violenza le mani dagli occhi, posi il
mio volto sotto al suo, e le chiesi perdono. Ma invece di perdonarmi
scoppiò in un altro singhiozzo, e mi buttò le braccia al collo, ed
appoggiò la testina sul mio omero.
Mi batteva il cuore forte; gli atti di Nina esprimevano una disgrazia.
Che era dunque avvenuto nella mia assenza? Di nuovo carezze di baci e
di parole, e cento interrogazioni paurose e finalmente un altro
singhiozzo più forte:
«È morta!
--Chi?
--Concetta, la povera Concetta!
Ammutolii. Se devo dire il vero, non me ne doleva moltissimo; la buona
donna trotterellava giù dalla settantina da un pezzo, e il Paradiso
aveva aspettato molto per avere una pergamena di più; ma rispettavo la
sensibilità di Nina. Quando ebbe cessato di lagrimare, tentennò il
capo e mi disse con un filo di voce melanconica:
«Eccoli separati di letto e di mensa!
--E chi ti ha dato questa notizia?...
--Un'amica che è venuta a trovarmi; la povera Concetta è mancata ieri
l'altro quasi improvvisamente.
--E Sulpicio?
--È disperato; non dice parola, sembra sbigottito.
--Bisognerà andare a trovarlo,
--Amico mio, vacci subito.
Vi andai.
Oimè! Il povero cuore del vecchio non aveva potuto resistere agli
affanni della solitudine, e nella notte, poche ore dopo che gli fu
portata via la sua compagna, s'era posto nel vedovo letto colla
sicurezza di non vedere un altro mattino.
Il cadaverico volto pareva sorridermi tristamente e dirmi che neppure
la morte li aveva voluti divisi.
Ritornando a casa col cuore mesto, ma d'una mestizia dolce che mi
faceva bene, non volli dire nulla alla mia compagna. La quale seppe la
cosa da altri alla mia presenza, e come fummo soli mi si strinse
paurosamente al petto...
«Carlo!
--Nina!
Levò gli occhi come per leggermi nel pensiero, e mormorò lentamente
queste parole:
«Anche noi, non è vero?»