VIII.

Ci aspettava in giardino il più vago spettacolo che possa offrire

l’umanità agli occhi d’un osservatore maturo: il rossore sparso sopra

una faccetta gentile, e fra due baffi neri, il sorriso della tentazione

contenta.

Nessun bisogno di spiegazioni per intenderci.

— Babbo Brighi, diss’io tentando con lui l’impossibile, cioè un

amplesso, babbo Brighi, i nostri voti si compiono...

Non dissi altro, perchè vidi in faccia a me Toniotto, pallido come un

cencio, e mi parve che avesse una gran voglia di piangere.

Allora me gli accostai, ma appena gli fui accanto, mi volle far credere

che gli fosse entrato il fumo negli occhi e buttò via la sigaretta.

Bisognava rispettare quel pudore, e gli consigliai gravemente l’acqua

fresca.

— Non ci è di meglio, dissi; tenga aperti gli occhi nell’acqua, e li

risciacqui senza timore.

Il poveraccio accettò il mio consiglio, ed andò a piangere liberamente

nella catinella.

Un quarto d’ora dopo passeggiavamo nel viale, Concettina appesa al

braccio poderoso del suo futuro suocero, io accanto ad Orazio, che mi

apriva ingenuamente il suo cuore.

— Le ho sempre voluto bene — diceva (a Concettina, s’intende) —

appena l’ho vista, l’ho amata; essa era bambina, e mi veniva innanzi a

recitarmi le poesie, girando di qua e di là gli occhi furbi, sollevando

un braccio dopo l’altro, e facendo l’inchino strisciato all’ultimo,

ed io sentiva già che quella creaturina mi apparteneva e che doveva

crescere per farmi felice.

Queste cose mi disse, ed altre che, dette a me, avevano poco sugo.

Per quel bisogno di espansione che segna la forma acuta dell’umana

felicità, si dichiarò grato ad Ambrogio Nespoli, il quale minacciando

di rubargli Concettina, lo aveva indotto ad uscire dalla sua stupidità

amorosa.

Mentre così parlava, giunse fino a noi un suono di contrabasso maligno;

era Toniotto, che rinunziava solennemente all’amore, al matrimonio ed

alla figliolanza.

Quella sera, dopo cena, radunati nella gran sala di casa Brighi, Orazio

afferrò bravamente il suo contrabasso, e suonò come non aveva suonato

mai. Curvava la testa e accostava quasi la bocca alle corde, come per

suggerire quello che esso dovevano dire a Concettina.

E il contrabasso parlò lungamente colla sua voce più gentile, sfidando

il paragone dei violoncelli e dei violini; parlò d’un tempo non lontano

in cui Orazio e Concettina stringerebbero il patto di attraversare

la vita insieme; disse la trepidanza e la festa segreta dei loro

cuori, disse l’addio di Concettina a babbo e mamma, disse anche d’un

viaggio all’estero, ma breve e sbadato, e in ultimo parlò della prole

nascitura, e contò fino a nove senza sgomentare la fragile Concettina.

Così disse il contrabasso, ma la maggior parte di quello che disse

allora, non si capì interamente che più tardi.

Fra le corde d'un contrabasso · 第 11 / 13 题