Fino alle _baite_ non mi parlò più, e giuntovi, invece di seguire il
sentiero, si cacciò di corsa giù per una china erbosa, ma rapidissima,
ed io rimasi a protestare dall’alto. Si voltò.
— Mi scusi, gridò, ero distratto; non scenda di qui, faccia la strada
buona, io starò ad aspettarla.
Nel dir questo, si pose a sedere sopra un sasso, ed io lo lasciai alle
sue meditazioni, che non potevano fargli male, dopo essermi assicurato
che lì presso non scorreva alcuna acqua ciarliera, e che non tirava
vento.
Precauzioni inutili. Fatto il giro tortuoso di quel sentiero di
montagna, io venni alle spalle del mio giovine amico e lo trovai colle
dita così conficcate negli orecchi, tanto immobile ed attento al suono
della circolazione del sangue, che non mi udì se non quando gli fui
addosso gridando: «Orazio!»
Egli si voltò e mi sorrise senza turbamento, con quella bontà
arrendevole che accompagna le grandi cadute; press’a poco a quel modo
mi aveva sorriso quando si era slogato il piede.
— A momenti — mi disse poi — entreremo nel castagneto.
Si accontentò di questo, senza annunziarmi col suo linguaggio enfatico
nissuna delle voci che nel castagneto mi dovevano parlare. Entrando nel
bosco, dove il sole penetrava a stento, egli andò difilato al piede
di un grande albero, mi diede la fiaschetta che portava a tracolla,
tolse la doppia fasciatura ad una fetta d’ottimo stracchino, e mi offrì
una pagnotta. Non mi feci pregare; lo stracchino era squisito, ed io
lo dissi ad Orazio, il quale si degnò di darmi pienamente ragione,
protestando che non toccava a lui il dirlo, ma che la verità doveva
andare innanzi a tutto.
— Bravo signor Orazio! Così mi piace!
Lo stracchino trionfò e sparve, e la sua scomparsa fu salutata da un
paio di salamini casalinghi piuttosto magri, ma robusti e degni di
molta considerazione.
— Segue così anche a noi altri, osservai a bocca piena; a questo mondo
ci è un buon quarto d’ora per ciascuno, poi viene il quarto d’ora d’un
altro, e chi ha avuto ha avuto.
Orazio mi guardò e non comprese nulla. Veramente il mio discorso non
era chiaro: alludevo a Concettina.
Dopo quel breve pasto, ci avviammo un’altra volta; attraverso
l’alberatura fitta giungevano limpidamente dei suoni; si alzava sopra
tutte la voce sorda e misurata dell’accetta d’un boscaiolo, poi l’altra
più secca e stridente della roncola d’un potatore — ma Orazio non
mi disse in che tono erano, ed io non lo chiesi; anche un piccolo
rigagnolo ci passò fra le gambe balbettando inutilmente non so che
cosa. Eccoci all’estremità del castagneto.
Come mi aveva annunziato Orazio, eravamo già vicinissimi a casa, e
affacciandoci fra due piante, ci si mostrò all’improvviso tutto il
paesello di Pasturo, la chiesa, il camposanto, l’osteria...... la mia
casa!.....
— E la mia! — esclamò Orazio.
— Sì, è vero, eccola!
Vi guardavamo dentro come in un libro aperto, potevamo spingere
l’occhio fin nella cucina e nella dispensa.
— Attenti! — dissi. — Se passa qualcuno dinanzi alla finestra, lo
vedremo.
Ma Concettina non passò, ed io mi vedeva già arrivato a casa senza
aver trovato il verso di spiattellare ad Orazio tutto quello che mi ero
proposto. Egli stava lì, al mio fianco, più docile assai che io non mi
aspettassi; si era appoggiato ad un pioppo e non istaccava gli occhi
dalle finestre di casa sua.
Perchè non perdesse la pazienza, gli proponevo dei quesiti difficili:
contare quanti pulcini andavano dietro alla chioccia bianca nel cortile
rustico; numerare i pomidoro spartiti e salati che Concettina aveva
fatto mettere al sole sulla tettoia del pollaio...
Orazio, arrendevole e dotato di vista più acuta della mia, scioglieva
il problema prontamente, ed io veniva dietro a lui con molte cautele
per pigliarlo in fallo.
— I pulcini sono nove; i pomidoro sono sessanta, diceva lui...
— Vediamo... quattro... sette... nove...
— E i pomidoro sessanta — insisteva.
— Sì, i pulcini sono nove... e i pomidoro... sette e sette,
quattordici... e sette...
— Dottore! — mi disse Orazio all’improvviso — guardi...
— Dove?
— Nel viale del giardino... quei due...
— Concettina...
— E un altro... Chi è quell’altro?
— Aspetti che lo veda bene...
Lo vedevo benone; era _lui_, non poteva esser altri.
— Ho capito, dissi con molta lentezza, staccando ad una ad una le
parole, è Ambrogio Nespoli; infatti, babbo Brighi era stato avvertito
che doveva venire da un giorno all’altro...... dev’essere un uomo
d’idee spicciative, un uomo che non perde tempo...
— Chi è quest’Ambrogio Nespoli? mi chiese Orazio con una curiosità
insolita.
— È un sensale; fa il mediatore di sete tutto l’anno, non so altro;
visto di qua pare un uomo un po’ piccolo, un po’ tozzo, ma lo scorcio
inganna...
— È piccolo, è tozzo — asserì Orazio. — E che cosa viene a fare in casa
nostra?
— Viene, risposi coll’aria di fargli una gran confidenza, viene a
vedere Concettina ed a sposarsela, se gli piace. È un buon partito, e
il babbo di Concettina sarà contento di accasare la sua ragazza.
La faccia d’Orazio si era scolorita, ma non mi bastava. Chi non ha
provato dai venti ai venticinque anni un po’ di gelosia inutile quando
una bella ragazza cessava d’appartenere alla comunità dei giovinotti,
legandosi con una promessa di matrimonio ad un giovinetto solo, o
magari ad un vecchio?
— E Concettina? mi chiese l’amico mio.
— Concettina è in età da marito, e non può rimanere zitella; un giorno
o l’altro bisogna pure che si risolva.
Non era questo che egli voleva sapere, ma solamente se Concettina.....
— Concettina non sa nulla, non ha mai visto il signor Ambrogio Nespoli,
ma lo sposerà prima, e l’amerà poi.
Istintivamente, egli accostò le mani alla bocca, e con quanto fiato
aveva in corpo, cominciò a gridare: «Concettinaaa! Concettinaaa!»
Concettina, arrivata all’estremità del viale, voltava in quel mentre.
— Concettina... a!...
La ragazza non udì nulla; ma il signore che le stava accanto alzò il
capo, cercando di qua e di là.
— Concettina... a! gridò un’ultima volta Orazio, e si chinò reggendosi
con una mano al pioppo per sventolare la pezzuola.
Un’altra pezzuola sventolò dal basso, ed ahi! era la pezzuola di
Ambrogio Nespoli! Cattivo segno!
Scendemmo — Orazio avanti, io dietro, senza dir parola. A un mezzo
chilometro da Pasturo, trovammo Toniotto che ci aspettava.
— Che fai qui? — gli domandò Orazio.
— Avevo bisogno di parlare al dottore, rispose quell’uomo infelice.
— Si sente male? — domandai.
— Sto benissimo.
Era pallido, e le sue labbra tremanti stentavano a reggere la sigaretta.
— Il sigaro ti ha fatto male, gli disse Orazio frettolosamente e passò
innanzi.
L’occhiata con cui Toniotto lo accompagnò mettendomisi al fianco, disse
chiaro: «fratello ingrato!»
Il resto lo disse con voce rotta, ma senza singhiozzi nè lagrime; era
un piccolo dramma, antico come il mondo: Toniotto amava, amava come un
fanciullo (lo diceva lui stesso, e gli si poteva credere), amava sua
cugina; ma sua cugina era innamorata d’Orazio, e Orazio non badava alla
cugina, e Ambrogio Nespoli era venuto da Milano per sposare la cugina,
e Toniotto voleva che Concettina fosse felice, che Orazio fosse felice,
che tutti fossero felici, fuorchè lui solo...
— Ebbene?
— Dottore, conchiuse, bisogna dire ad Orazio che faccia presto, che se
la sposi lui, che non la lasci portar via da quell’altro!
Caro fanciullo! pensai — ma non lo dissi; gli diedi invece una stretta
di mano che poteva significare, volendo: uomo generoso!