Suggellò le buste; scrisse l'indirizzo. Quando ebbe fatto questo, pensò
un poco. Non si fidava di Rigaglia. S'egli lasciava le lettere sulla
scrivania, Rigaglia non le avrebbe portate mai a destinazione. Doveva
impostarle.
Pregò il Commissario di lasciargliele impostare.
Egli stesso si incaricò della cosa.
Allora si alzò e disse:
— Andiamo!
Due guardie gli si avvicinarono e gli presero i polsi.
— Cosa volete fare?...
— È l'ordine che abbiamo.
— A me, le manette?...
— Siete accusato di assassinio...
— A me, le manette?...
Anche l'ultimo oltraggio! Per un attimo pensò di valersi della sua
forza prodigiosa; ma poi considerò la cosa e vide che sarebbe stato
peggio.
Si lasciò ammanettare. Si lasciò condur via.
Fu per la strada; fu nella Piazza, fra le guardie. In breve ebbe dietro
un gran codazzo di gente.
— Il Cavalier Mostardo!... Il Cavalier Mostardo!...
La voce passava come un mormorìo di bocca in bocca fra la costernazione
generale.
Pareva che la Romagna stessa andasse in prigione, ammanettata. La
stessa Romagna, e il suo cuore che piangeva senza far rumore.
Fu un corteo; una dimostrazione spontanea e muta.
Tutti sapevano che Mostardo era innocente. Tutto il popolo.
E quando fu per entrare in questura; quando fu per scomparire nel
grande androne buio, dalla folla stipata si levò una voce forte che
gridò:
— Compagni, giù il cappello!..
Allora tutti si tolsero il cappello e non si udì un mormorìo.
E il Cavalier Mostardo passò, alto e pallido, fra la folla muta che lo
acclamava così, senza un grido, suo Re e Padrone. Il giorno stesso in
cui entrava in galera.
Per espressa volontà del Cavalier Mostardo, le recite del _Werther_
al Teatro Comunale non furono interrotte. Spadarella pianse, ma quando
tornò dall'aver visitato lo zio Giovanni in prigione era ben risoluta
di continuare fino alla fine nell'impegno preso. Naturalmente si ebbe
una dimostrazione di popolo ancor più entusiastica della prima.
E una sera, poi che il tenore ebbe cantato la romanza:
_Come passato il nembo_,
_si queta il mar fremente:_
_il cuor non soffre più_....
non si seppe perchè, ma, come per muta intesa, il pubblico, tutto
il pubblico senza distinzione, scattò in piedi in una acclamazione
frenetica al Cavalier Mostardo. Fu un delirio. Per venti minuti la
dimostrazione si rinnovò sempre più violenta.
Era l'anima rossa della Romagna che scoppiava nella sua necessità di
giustizia. Un fiero monito e una torva minaccia a chi doveva decidere.
— Evviva il Cavalier Mostardo!...
— Evvivaaaa!..
Dal Golfo Mistico si levaron gli inni rivoluzionari. Asdrubale
Tempestoni improvvisò un discorso. Poi qualcuno gridò:
— Lo vogliam fuori!...
E tale grido fu ripetuto a furore.
Il prefetto era in teatro. Tutto il pubblico gridava, rivolto al palco
del prefetto:
— Lo vogliam fuori!..
E quando fu vista l'autorità governativa scuotere il capo
affermativamente, il delirio non ebbe più limite. E dovette presentarsi
Spadarella a far cessare l'entusiastica bufera.
Spadarella esercitava ormai, sulla massa, un fascino irresistibile.
Era adorata. L'anima collettiva si muoveva attorno a lei come nella
luce di un altare. Ella poteva domare la gran bestia solo col suo soave
sorriso di bambina: solo con un gesto della sua piccola mano bianca.
Intorno a lei si faceva il silenzio. Tutti aspettavano dalla sua voce
il godimento che transumana.
Stavano ora, essendo disceso un miracoloso silenzio, tutti protesi
verso il palcoscenico. Fra gli altri, in una barcaccia di prim'ordine,
era l'ingegnere Fias, il quale, appoggiate le braccia al parapetto
della barcaccia, si sporgeva verso il palcoscenico come a intendere e a
veder meglio.
Ora convien ricordare come l'ingegnere Fias beneficiasse di una
cospicua calvizie e come il suo cranio fosse, per la massima parte,
polito e lucente a simiglianza di un avorio. Su questo avorio che
rifletteva le fiammelle delle lampade, tanto era terso, si appuntò la
malnata attenzione di qualcuno che sedeva in loggione proprio sopra
all'ingegner Fias. E questo qualcuno, in una pausa musicale, forse
per distrarsi o per misurare la sua schietta bravura, lasciò cadere a
perpendicolo un grosso sputo il quale, naturalmente, trovò domicilio
nel centro della cospicua calvizie dell'ingegner Fias.
Il quale ingegnere, per essere di madre anglosassone, era per sua
natura, pacato, riflessivo e alquanto flemmatico.
Avendo avvertito adunque, il Fias, il caldo ospite precipitare e
giacersi sulla sua pelata, senza atti scomposti nè parole inutili,
si ritirò dal parapetto della barcaccia e agli amici suoi che gli
chiedevano:
— Che cos'è stato? — rispose tranquillamente, asciugandosi il cranio
col fazzoletto:
— Una lacrima della democrazia!
Alla libertà provvisoria seguì l'assoluzione del Cavalier Mostardo che
fu portato in trionfo dal popolo festante.
Certo un nuovo sole sarebbe nato per l'eroe nostro se Ninon Fauvétte
non fosse partita senza neppure lasciargli un addio.
Durante la prigionia di lui, la bella infedele aveva preso il volo alla
chetichella.
Era ritornata nell'ignoto dal quale era sorta un giorno, per gioia e
disperazione del nostro Mostardo.
Ormai la Città del Capricorno era un luogo squallido e desolato per il
povero eroe ed egli non ci si poteva più vedere.
Un giorno decise di seguir Spadarella. Ella aveva una scrittura per
Milano: sarebbe andato a Milano con lei e Spina Rosa.
Ora, prima di partire, volle mettere a posto alcune cose che non poteva
lasciare dietro di sè incompiute.
Una sera si dette a passeggiare per una strada dalla quale doveva
passare Paolo Corani. Quando Paolo Corani spuntò, non appena vide
Mostardo tentò fuggire. Non gli fu possibile. Il Cavaliere gli
fu sopra, lo prese per un braccio e lo attanagliò tanto forte da
stroncargli l'ossa.
— Mi fate male!... Lasciatemi stare!...
— Vorresti che ti facessi bene?
— Cosa volete da me?
— Tu non sei degno di stare al mondo!
Poi non disse altro, se lo mise sotto e lo lasciò con quattro costole
rotte. Lo lasciò che si rotolava gridando in mezzo alla strada.
Non gli fece pena. Aveva avuto ciò che si meritava e Spadarella era
vendicata.
Ancora, un'altra volta, si appostò vicino a una chiesa e aspettò.
Ecco don Palotta, sorridente e paffuto.
— Una parola, reverendo.
Il reverendo sbiancò.
— Sapete voi il male che mi avete fatto con le vostre vigliaccherie?...
Siete un cristiano, voi?...
— Ma... io...
— No! Voi non siete un cristiano!
E gli suonò prima uno schiaffo, poi due, poi cinque... Si fermò
avvilito.
L'altro non reagiva.
— Per Bios!... Non c'è neanche gusto!... È lo stesso che battere un
materasso!...
Lo lasciò là con la sua faccia da pomodoro, senza neppur dirgli
l'insolenza finale.
Così aveva pareggiato i suoi conti; ora gli pareva di non aver più
niente da mettere a posto. Poteva partire.
E a Bucalosso che gli diceva:
— _Cumpagno, viene la rivolusione!_
Rispose:
— A me non piacciono gli scampoli e la tua rivoluzione non sarà che uno
scampolo.
Bucalosso non capì: ma strinse un occhio per dimostrare la sua furberia
e soggiunse:
— _Lo digo anca me!_
L'onorevole gli tenne un lungo discorso per convincerlo che il prossimo
avvenire era gravido di avvenimenti di importanza decisiva.
— Voi non potete mancare, Mostardo. Si farà la Repubblica.
— Sì; ritornerò quando l'avrete fatta.
E all'avvocato Suasia che gli domandava:
— Dunque non ci credi?
— Ci credo — rispose.
— E allora perchè vai via?
— Perchè voglio vedere il mondo.
— Proprio adesso che abbiamo bisogno di te?
— Ma non vi ho detto che ritornerò?
— Quando?
— Quando avrete fatto la Repubblica.
E non si smosse; fu tetragono ad ogni tentativo. Voleva portarsi
lontano il suo cuore esulcerato.
Insieme a Spina Rosa, a Girolamo e a Stefano sfoderarono tutte le
vecchie valigie che poteron trovare fra il solaio e la cantina.
E incominciarono a studiare ciò che avevano da prendere e ciò che
dovevano lasciare. Fu un'opera seria e lunga nella quale Rigaglia non
potè mai mettere parola.
Poi tutte le cose furono pronte. Non rimaneva che andarsene.
La casa restava in consegna a Rigaglia, ma ben chiusa in tutte le sue
parti. Girolamo e Stefano rimanevano a guardia del dolce giardino fra
le torri.
L'ultima notte dormirono tutti insieme in casa del Cavalier Mostardo:
anzi nessuno chiuse gli occhi. Dovevan partire la mattina presto.
Alle tre, prima dell'alba, Mostardo era già pronto. Andò a svegliare
Rigaglia.
— Alzati, brutto testone!
Il brutto testone si alzò grugnendo.
Quando fu pronto, il Cavaliere gli dette le ultime istruzioni.
— Ricordati ch'io saprò tutto quello che farai.
— Sì.
— Ricordati che in casa mia non voglio contadini.
— Sì.
— E non vender tanti lunari a chi ti crede; perchè, e pare impossibile,
è più ignorante di te.
— Sì.
— Ricordati che se predichi la rivoluzione dovrai essere sempre in
prima fila dove si faranno le schioppettate.
— Sì.
— Ma tu ti nasconderai perchè sei vigliacco.
— Sì.
— Hai il coraggio di confessarlo?
— Lo dite voi.
— Va bene. Allora hai capito?
— Sì.
— Impara da me e non far l'imbecille!
Ora stavano per mettersi in via.
Spina Rosa piangeva.
— _Ch' s'aviv da piànzar, cazzamata?_... (Che cosa avete da piangere,
scioccona?).
Spina Rosa non rispose.
Era ormai vecchia e le pareva di porsi a una cosa tremenda, solo per
dover salire in treno.
Spadarella era gaia e il Cavalier Mostardo burbero.
Girolamo e Stefano carichi di un monte di valigie, non facevan che
guardare Spadarella.
Rigaglia si guardava gli scarponi.
_Tok-tok... tok-tok..._
E seguiva la comitiva: la testa bassa e le mani annodate dietro le reni.
Quando furono sulla porta, il Cavalier Mostardo disse a Rigaglia:
— Valà, va a prendere una vettura.
Si fermarono ad aspettare sulla strada. Tramontavano le ultime stelle.
Qualcuno chiamava l'alba dal cortile.
Il Cavalier Mostardo ebbe un scatto nervoso e rientrò dicendo:
— Aspettatemi un momento. Torno subito.
Giunse Rigaglia con la vettura.
— Dov'è il padrone?
— Viene.
Non tardò molto. Quando comparve sulla soglia aveva la faccia
rasserenata.
— Adesso possiamo andar via.
Rigaglia non chiuse la porta se non quando li vide svoltare in fondo
alla strada.
Allora tirò un sospiro di liberazione e si diresse al cortile.
_Tok-tok... tok-tok..._
Si fermò all'improvviso. Che cosa vedevano mai gli occhi suoi?
Lungo disteso in mezzo al cortile, sobbalzante ancora negli ultimi
spasimi dell'agonia era il gallo Francesco, il suo bel gallo, l'amore
dell'alba e della luna piena.
Il Cavalier Mostardo, prima di andarsene, aveva regolato l'ultimo
conto: gli aveva tirato il collo.