— Volete parlare della marchesa?
— E di chi, allora?... Della signora Zabetta?...
— Bene — domandò il Trancia: — che cos'è capitato alla marchesa?
Mostardo balzò sulla poltrona.
— Una nespola!... Ma niente!... È andata a passar le acque per
rinfrescarsi!...
— Vi sbagliate — disse Giovannone.
— Come, mi sbaglio?...
— La marchesa non è alle acque.
— E dov'è, allora?
— È in campagna.
— Non è vero!
Il Trancia e Giovannone dissero ad una voce:
— Glie l'abbiamo mandata noi!
Allora il Cavaliere appoggiò le mani ai bracciuoli della poltrona;
spalancò due occhi come due palle da cannone; si sporse e fece:
— Voooooi?...
— State a sentire — disse il Trancia.
Mostardo stette a sentire. Le sopracciglia inarcate; un baffo in giù
e l'altro in su; i capelli arruffati; strappate le vesti; insanguinata
la camicia; piena di cerotti la testa; una mano nascosta dalle bende;
livido e tumefatto. Ma era contento perchè sapeva di aver rotto
qualche braccio e qualche gamba, sapeva di aver cambiato i connotati
a qualcuno: di aver soppresso il naso a Tizio; di aver riformata una
mascella a Caio ed altre coserelle del genere. Era stato sempre lui,
anche solo, contro dodici _versipelle_!... L'uomo che si deve guardare
da lontano!... Questo aveva fatto osservare anche all'onorevole, il
quale, d'altra parte, non aveva trovato che parole di elogio e di
compiacenza per ciò che riguardava l'opera e il comportamento del Gran
Mostardo... Solo Bucalosso... Ah, quel Bucalosso, con la sua testa da
cioccolatino!... Ma perchè non era nato bue? Come tale avrebbe trovato
un posto convenientissimo nella società; ma come uomo?...
— Be'... racconta e fa presto!
Allora il Trancia disse, mentre Giovannone veniva man mano sorridendo
di compiacenza:
— Tutti sanno che voi siete stato a far visita alla marchesa; che la
francese è venuta qui...
— E che cosa c'entra la francese?
— Dicono sia la vostra amante.
— Non è vero!
— Lo dicono.
— La francese è una donna onesta!
— Be', la gente dice questo. Allora i _rossi_, dopo il fatto Borgnini,
l'avevano pensata bella!
— Che cosa avevano pensato?
— Vi volevano far rubare la marchesa.
— A me?
— Sì, a voi.
— E per che farne?
— Per un ricatto, e sono venuti ad offrirci un buono da mille.
— E voi l'avete preso?
— State a sentire! Dunque noi andavamo in un'osteria, e in questa
osteria ci venivano tre uomini che stavano sempre insieme a un tavolo;
e ci guardavano, ci guardavano! Una volta dico a Giovannone: — Quelli
là vogliono sentire il sapore delle nostre mani!... Dì che non la
smettano e vedrai!... — E una notte che ci venivan dietro, mi fermo,
deciso a tutto e domando: — Be'... avete niente da spartire con noi?...
— Allora uno si fa avanti e dice: — C'è un bono da mille per te e per
il tuo compagno. — Insomma, per farvela corta, ci dissero quello che
ormai sapete. Noi, sulle prime, facciamo gli sdegnati, poi accettiamo.
Allora i compari cominciano a dire: — Voi dovete fare così e così...
— Un momento! — rispondo io. — Volete che la marchesa sia rubata?...
— Sì!... — Va bene. E noi la ruberemo, ma vogliamo pensarci da soli.
— Sì, dicon loro, ma chi ci assicura che non intaschiate i soldi e non
ne facciate niente?... — Giusta! — rispondo. — Vuol dire che, quando la
ruberemo, sarete con noi. Va bene?... — Rimanemmo d'accordo. Bisognava
rubarla...
— E allora?
— Allora io domando di parlare alla marchesa e le spiffero tutto.
Se non è morta ci è mancato poco! Le aveva preso un convulso che le
ballavano perfino le sopracciglia! Un bel fatto!... — Non abbia paura —
le dico — noi siamo qua per la sua salute!... — Io avevo già adocchiato
la Spingarda.
— Quale Spingarda?...
— La cameriera. Ha, press'a poco, l'età della marchesa e, anche lei,
è un bel spaventa passeri! Dico alla marchesa il mio piano... Così e
così!... Chiamiamo la Spingarda. Arriva con una faccia da allocco che
pareva piovuta dal cielo. — Tu devi venire con noi e devi fare quello
che ti diremo!... — O non si mette a piangere?... Sicuro! Si mette a
piangere che pareva una fontana! — Ma va là, che nessuno ti tocca!...
Chi vuoi che ti tocchi?... Non ti guardi nello specchio?... Non siam
mica bestie!... — Ma dovete sapere che la Spingarda è una _Figlia di
Maria_ e le _Figlie di Maria_ hanno giurato di ritornare in Paradiso
con tutte le loro cose, senza averle adoperate mai. La marchesa
incomincia a parlarle. Dice: — Questi sono galantuomini. Quando te lo
dico io!...
Il Cavalier Mostardo scoppiò a ridere e rise anche il Trancia.
— Basta: riuscimmo a convincerla. Adesso, per capir bene, dovete
sapere che la marchesa tutte le sere, all'_Ora di notte_, esce di casa
e non so dove vada. La gente dice che va a fare all'amore. Se ne son
viste anche delle peggio!... Io dico ai miei uomini: — Domani sera la
marchesa uscirà alla tale ora... passerà da questa strada dove non c'è
mai nessuno e neppure un fanale. Noi l'aspetteremo e la porteremo via.
— Accettato. E, la sera dopo, la Spingarda si veste coi panni della
padrona. Ha l'ordine di non parlale, ma solamente di piangere. Arriva,
la prendiamo... piange... Il colpo è fatto!
— Ma non l'hanno riconosciuta?
— No. Aveva, sulla faccia, una benda nera.
— E dove l'avete portata?
— In una villa, sopra Dovadola. Lassù non vanno a trovarla, no!
— Ma a chi l'avete lasciata?
— Ai contadini.
— E i _rossi_ sono convinti che sia la marchesa Alerami?
— Convintissimi!
— Bene!... E avranno avvertito il clero!
— Li sentirete, domani, i preti!
— Naturalmente me la sono rubata io, la bella fragola!...
— Sicuro, voi! Per un ricatto.
— Bell'ingegno!... E chi vuoi che lo creda?...
— Caro Mostardo, vi vogliono buttar giù, vi vogliono!... E tutti i
mezzi son buoni.
— Staremo a vedere. Per ora vi ringrazio. Avete agito da galantuomini.
Sarete contenti di me. Bisognerà che la marchesa rimanga ben nascosta,
fino a quando non le diremo di venir fuori.
— Oh, non si muoverà! — disse Giovannone. — Ha troppa paura.
— Ma bisogna avvertirla.
— L'abbiamo fatto — soggiunse il Trancia.
— Benone.
Poi si separarono e tutti erano contenti; ma il Cavalier Mostardo
vedeva il cielo del suo trionfo.
Quando fu solo scrisse:
_Cara Mignon del mio cuore_,
_Occhio per occhio e dente per dente! Questa notte tu mi hai
aperta la strada del Paradiso! Grazie! Grazie! Sono contento come
una Pasqua. Mi hai dato una bella soddisfazione, per Bios! E io
ti ho trovata la marchesa. Sì, te l'ho trovata con tutti i suoi
ammenicoli sana e salva. Sono bravo? Ma bisogna che rimanga dov'è.
Ti dirò poi a voce._
_A morte i TAMBURIERI!_
_Tu sei la mia COCCA! Allegri, Mignon! Non aver paura di niente.
Io sono un galantuomo e so tener l'acqua in bocca! Fra noi non c'è
stato niente. Se qualcuno parla, lo ammazzo._
_Ah, quel letto di Napoleone! Quel letto di Napoleone!..._
Rimase così, con la penna a mezz'aria, e guardava il soffitto. Cercava
un'idea discreta per dir tutto e per non passare al di là. Però
Napoleone lo disorientava un poco. Come avrebbe finito? Si prese la
fronte fra le mani: ponzò, riflettè, rincorse l'idea. Ecco:
_... L'avevano fatto per le vittorie..._
Chi?... Ma il letto, evidentemente! E dopo? Forse bisognava parlar
di battaglia. Ma non sarebbe stato troppo? E allora? Scartata
la battaglia, che cosa rimaneva per arrivare alla vittoria?... E
cancellare non voleva! Incominciò ad aver molto caldo. Rilesse:
— Ah, quel letto di Napoleone! Quel letto di Napoleone! L'avevano fatto
per le vittorie... Già!... L'a-ve-va-no fat-to per le vit-to-rie...
Gli venne in mente, guardando intorno, la bandiera. Bene. Ecco l'idea:
_... e noi ci siamo passati con la bandiera rossa del nostro amore!
Evviva la Repubblica!_
_Il tuo_: GIANNI.
Chiuse la busta; scrisse l'indirizzo; ma da chi avrebbe mandato la
lettera, per non compromettere Mignon? Non restava che impostarla. Già!
Ma a lui premeva di far saper subito alla sua bella come stavano le
cose.
Allora Rigaglia?... Benissimo!... E per spedirlo al Conventino?
La sua faccia si rabbuiò.
— Ah, povera Carlotta!...
Quello anche era un dramma della sua vita. Non per il valore, ma per
la bestia. Proprio per lei, povera Carlotta, che era tanto affezionata!
Tale e quale alla Carlotta del _Werther_.
Be', avrebbe preso un asino a nolo e avrebbe mandato Rigaglia.
Suonò. Ecco il domestico nemico.
_Tok-tok... tok-tok... tok-tok..._
Rigaglia entrò. Stette a sentire tutto quanto gli disse il suo padrone.
Aveva capito benissimo. Ora stava per andarsene quando si sentì
richiamare.
— Rigaglia?
— Eh?...
— Vieni qui.
Tornò indietro.
— Cosa volete?
— Mettiti a sedere su quella seggiola.
Rigaglia guardò la seggiola, guardò Mostardo. Non capiva niente.
Domandò:
— Perchè?
— Ti ho detto di metterti a sedere su quella seggiola!
La faccia del colosso era molto nera.
Rigaglia ubbidì senza distaccare gli occhi dalla faccia del padrone.
E lo vide levarsi... e lo vide andargli vicino... e non ne fu molto
rincorato.
— Togliti le scarpe!
Che cosa?... E perchè doveva togliersi le scarpe?... Il povero Rigaglia
guardò i suoi scarponi, guardò il Cavalier Mostardo e domandò ancora:
— Perchè?
— Ti ho detto di toglierti le scarpe!
Bisognava ubbidire. Si chinò a fatica; incominciò a sciogliere i lacci.
— Fa presto!
— Sono dure...
Oh Dio che non volevano venire! Finalmente riuscì a toglierne una e
ristette pien di fatica.
— Anche l'altra! Presto, chè non ho tempo da perdere.
Domandò ancora; ma con un filo di voce quasi sentimentale:
— Perchè?
Ma si era già inchinato ad ubbidire. Riuscì a sradicare dagli enormi
piedi anche la seconda e la posò accuratamente vicino alla prima. E
adesso?... Purtroppo non tardò a capire.
Il Cavalier Mostardo si chinò, raccolse le scarpe di Rigaglia e prese
risolutamente la via della finestra.
— Cosa fate?
Ma le adorate scarpe eran già volate nella concimaia.
Allora Mostardo si voltò, con la sua faccia burbera, e disse a Rigaglia:
— Così imparerai ad ubbidirmi!... Quante volte te lo dovevo dire che,
in casa mia, non voglio vedere gli scarponi coi chiodi?... Adesso basta
e va dove ti ho detto.
E il povero Rigaglia fu costretto ad andarsene in pedùli, senza neppure
poter rifiatare.
— E mangiare?
Rigaglia era partito. Eran quasi le due del pomeriggio.
— Andrò da Spadarella.
Gli ritornò una sconfinata allegria. Si guardò nello specchio. Le
ammaccature e le bozze e i lividori e i gonfioni non gli deturpavano la
faccia. Anzi gli sembrava di essere più piacente.
Chissà che cosa avrebbe detto la sua bambina! Ma ci era abituata. E
Spina Rosa?
— _Jòso, la mi Madona!..._ (Gesù, Madonna mia!).
— Non fate la sciocca. Sono cose che capitano a chi non sta sempre
intorno ai fornelli e per le chiese!
Ma, quel giorno, il centro del suo mondo era Mignon. Ne era ebbro. Se
la sentiva ritornare come un profumo che dà le vertigini. E, come gli
toccava sempre, quando era al colmo della contentezza, dovette cantare.
Incominciò, mentre si aggiustava la cravatta innanzi allo specchio:
_Non conooosc'... iiiil... beel suooooool..._
La sua voce si liquefaceva, per la gran dolcezza, sull'ultima _o_.
_... che di porpooooor'è... il cieeeeeeeel?..._
Quando cantava, non badava più nè alla grammatica, nè al senso, nè a
niente. Era l'aria!... Era il motivo musicale che l'occupava, la gran
tenerezza della voce.
Aveva scelto un'aria della _Mignon_. Sfido! Tutto il mondo era Mignon.
Ora girava per la stanza non rammentando che cosa dovesse fare;
ma continuava sempre più intenerendosi; (e aveva una bella voce,
l'assassino!..).
_... dov'il miiiirt'eeee.... l'alooooooor..._
Ci metteva una sola _elle_, ma il sentimento era lo stesso. _Alloro_ o
_aloro_ che cosa importava?... Era quel gran cane del cuore che andava
incontro al Paradiso!
... _fann' un beel... cespiceeeeeel..._
Il _cespicello_ del mirto e dell'alloro (Mostardo pronunziava
_aloro_), era una sua invenzione. Non rammentando il verso originale ne
sostituiva uno purchessia. Ora arrivava il gonfiore armonico!
_La — giùuuuuuuu..._
_... uuuuuuuuuuu..._
E si fermò per regalare tutta l'aria che aveva nei polmoni a quell'_u_.
_Vor-rei ri-tor-naaaaa... aare..._
Riprese fiato.
_A — maaaaaaar'-eee-moriiii-iii-iiir..._
Per Bios, che roba!
_Lag — giùuuuuuuuuu... Vor-rei_
_ri-tor-naaa... aaaareeeee..._
Alzò gli occhi al cielo turchino.
_A — maaaaaaaaaaaaaaaaaaar_...
Ma che cos'era, dunque, che saliva, con la sua voce, più su della cima
del campanile?
_eeeeeeeeee_...
Ecco lo spasimo, l'amore, l'elevazione, il sublime, nello spegnimento,
nella nota esigua, trasparente, quasi impercettibile come il filo del
ragno, salvi i diversi orifici. Ecco...
... _eeeeeeeeeeeeeeeee_
— punto e virgola —
... _moooo — riiiiiiiiiiiiiiiiiir!_...
E avvenne ch'egli si trovasse, proprio agli angoli degli occhi, due
vergognosi lacrimoni i quali ruzzolaron via presto presto per non farsi
scorgere.
Ripetette mentalmente, e l'onda del suono lo teneva tuttavia:
_Amar e morir!_
Ma sicuro, morire! Quand'un uomo ha dormito in un letto di Napoleone,
può ben morire! E Mignon gli si addolciva come una creatura intravista
attraverso gli inganni, le lusinghe, le seduzioni, le illusioni
dell'arte e del teatro; e il povero Mostardo ne sarebbe morto. Aveva
raccolto tanto miele che sarebbe morto senza profferire parola. C'era
un mare e ci si buttava dentro. Ci buttava il cuore e l'animaccia
entusiasta.
_Canta sirena..._
_la luna è piena..._
_Elèna... Elèna..._
Egli era un gran frequentatore di teatri; ma gli piaceva l'opera.
L'opera, il canto. Allora gli si aprivan le porte del paradiso. Ne'
suoi bei venti anni, con diciotto o venti soldi in tasca, d'inverno, e
la neve riempiva le strade, e il freddo si faceva sempre più cane, con
dieciotto o venti soldi in tasca, quando c'era l'opera a Ravenna, o a
Imola, o a Cesena, o a Lugo, se ne andava a piedi, coperto solo dalla
sua giovinezza, e percorreva trenta e quaranta chilometri per trovarsi
alla porta del teatro al cominciare dello spettacolo. Saliva allora,
dissanguandosi per pagare il biglietto d'ingresso, in un angolo del
loggione, e, una volta lassù, appoggiato al parapetto, gli occhi larghi
e la faccia estatica, dimenticava la fatica, la stanchezza, il freddo
e la fame. Se c'era uno spettatore che si facesse portar via tutto
quanto dall'arte dei suoni e dalla finzione scenica, questo spettatore
era lui. Se c'era un cuore che dimenticasse tutto il resto del mondo
per abbandonarsi alla suggestione e all'entusiasmo, questo cuore era il
suo. E si sbracciava, e strepitava e berciava come un ossesso.
— Bene!... Brava!... Bis... biiis... biiiiis!
Aveva una voce che avrebbe riempito venti teatri. Lo prendevano per un
_capo-claque_ e non era che un povero diavolo innamorato. Con tutta la
sua miseria si trovava più ricco di un Creso, in quelle sere. Allora,
per una prima donna o per un tenore, avrebbe fatto tranquillamente le
coltellate. Non già che le prime donne o i tenori lo commovessero come
tali; no, non si trattava di questo. Per lui, i celebri canterini,
avevano la virtù di continuare a vivere sotto la veste di una _Aida_,
di un _Trovatore_, di una _Traviata_; e non avrebbe saputo concepirli
diversamente. Li amava sotto la specie degli eroi da ribalta, perchè
dalla ribalta la sua esuberante giovinezza traeva il principale, se non
il solo alimento agli entusiasmi.
A spettacolo compiuto, rieccolo in via. Il freddo era più cane, la
neve era più alta. Certe nottate in cui morivan di freddo anche le
stelle. Aveva un cencio di _capparella_, ma non se ne serviva. Portava
con sè il fuoco dell'arte. E, non appena fuori dalla città, in aperta
campagna, sotto la furia dei gelidi venti, eccolo a cantare a tutti
polmoni. Si _portava via_, a volta a volta, quasi tutta un'opera. Aveva
un orecchio maestro.
_E cammina che te cammina; e canta che te canta_, le nottate eran
ben lunghe, ma l'alba arrivava. Arrivava l'alba e, l'allora Casadei
Giovanni detto _e' Sparsiôn_, era ancora per strada. Ma la Città del
Capricorno non era lontana. Vi arrivava a giorno fatto, senza più un
soldo in saccoccia, con sessanta o ottanta chilometri sul groppone,
con una fame diabolica e doveva andare a bottega. Andava a bottega, ma
pestava le droghe cantando e sognando di essere Radames.
Così aveva incominciato la carriera questo grande cuore, questo ultimo
idealista, questo genuino romantico, il quale aveva trovato poi tanto
spazio alle sue generose strampalerie, alla sua bontà che era schietta
ed ignuda; ignuda e indifesa, di fronte al sordido egoismo e alla
miseria bruta dei sopravvenienti.
Il Caffè del Gatto Bianco.
Un ritrovo di begli ingegni appartenenti alla più lanciata e cosciente
Democrazia, e ad altre fedi e catechismi.
Faceva caldo. Sui ciottoli della piazza erano distesi molti tavoli,
innanzi alla bella insegna del Caffè del Gatto Bianco. Un cameriere
nerovestito, una sudicissima salvietta sotto il braccio, gironzolava
fra i tavoli, un po' scacciando le mosche, un po' ascoltando e
compiacendosi delle belle parlate degli avventori.
C'erano molte mosche. Questo cameriere aveva molto da fare. Si chiamava
Girolamo; in romagnolo Zìrolum. Zìrolum esercitava una specie di
controllo su quanto dicevano gli avventori del Caffè del Gatto Bianco
e, se una cosa non gli andava a genio, non si peritava di entrare
in discussione e di dar torto marcio e di trattar male colui che
l'aveva manifestata. Zìrolum si dava molta importanza. Aveva veduto
Garibaldi. Era un uomo con una fitta chioma bianca e ricciuta. Non
si era addattato allo _smoking_ perchè i suoi principii non glie lo
consentivano; vestiva di nero, ma per principio, per una manifestazione
simbolica: portava il lutto della fallita congiura di Castrocaro:
— ... quando non si volle la Repubblica e si mantenne l'Italia in
questo stato cadaverico...
Zìrolum, per sua disgrazia, si chiamava anche Savoia. Girolamo
Savoia. Il cognome non è infrequente in Romagna. Di ciò si valevano
gli avversari suoi, per fargli dispetto. I quali avversari andavano
a prender una bibita al Caffè del Gatto Bianco e, quando compariva
Zìrolum, esclamavano:
— Ecco un Savoia!
Alla quale esclamazione, altamente incanendosi, il nostro Zìrolum,
rispondeva:
— Vorrei che tutti fossero Savoia come me e così _smonarchizzati_!
Quel giorno Zìrolum si fermava più di frequente ai tavoli ad ascoltare
le calorosissime discussioni e più di frequente interveniva a dar torto
ai suoi avventori.
All'ultimo dei quali, a un certo Cleto Bonavia, pescivendolo, aveva
detto, per troncar corto:
— Voi siete un somaro!
Il signor Cleto, candidato al Consiglio Comunale, gli aveva risposto
che il somaro era lui e si eran chetati su tale assioma.
Però faceva troppo caldo e c'eran troppe mosche.
Zìrolum si asciugava il sudore.
— Ah, miseria del proletariato!
Si asciugava il sudore perchè c'erano molte mosche e bisognava correre
da un tavolo all'altro a scacciarle e bisognava altresì ascoltare che
cosa dicevano i clienti e intervenire nelle conversazioni.
— Il mio è un mestiere cane!
_Si suda una camicia e se ne sudan cento;_
_poi vai a letto e non sei mai contento!_...
Zìrolum era poeta. Era nato con questo estro cane! Aveva anche scritto
un poema che aveva sempre a portata di mano: _La Mazzineide_.
— È il frutto delle mie prigioni. Io sono stato un perseguitato
politico più del nostro Maroncelli e del molto reputato Silvio Pellico.
Il Pellico scrisse le memorie delle sue carceri; io innalzai l'anima a
Mazzini e mi venne fuori questa _Mazzineide_. L'ho riscritta tre volte.
Per due volte la finii e i miei aguzzini me la portaron via e la misero
al forno. Alla terza volta la scrissi col sangue su qualche lembo della
mia camicia. Mi ricordo sempre che, arrivato al verso:
_Così Mazzin, da fiera mole assalso_...
— Ma si dice: assalito!...
— Non importa. Questa è una licenza poetica:
_Così Mazzin, da fiera mole assalso;_
_Visto che nulla aveva di sè prevalso_...
arrivato a questo verso, non avendo più niente da scrivere, dovetti
adoperare il rovescio delle mie scarpe, sulle quali, con una scrittura
minuscolissima, finii l'opera. Sono cinquemilaseicentoventidue versi,
senza i titoli.
La Città del Capricorno conosceva la _Mazzineide_, se pur non si
gloriava del poeta.
— _Nemo propheta_ (Zìrolum pronunziava propeta) _in patria!_
— Ma perchè dici _propeta_?
— Bella sboccia!... Perchè è latino!
— Ma in latino si dice profeta.
— Sicuro!... Credi che non sappia leggere? L'avrò letto venti volte.
C'è un bellissimo _pi_, con un'_acca_ che non vuol dir niente. I latini
avevano un'altra pronunzia.
Zìrolum aveva sempre ragione. Del resto, nel corso della sua vita
inconcludente e sbalestrata, aveva veduto Garibaldi e ciò gli conferiva
una bella autorità.
— Tu sei un pitecantropo! — gli diceva Libero Bigatti.
— Siamo stati tutti _pichetantropi_, caro mio, alla nostra stagione!
Credete davvero che non sappia che l'uomo discende dalla scimmia.
— E come lo sai?... Chi te l'ha detto?
— La scienza.
— Quale scienza?
— Se volete scherzare è un'altra cosa.
— No, volevo saperlo, perchè a me non è venuto a dirlo nessuno.
— Sicuro!... Verranno a dirlo a voi. Ma chi credete di essere?...
Bigatti rideva. Zìrolum si asciugava il sudore, allontanandosi e
brontolava.
— Vorrebbero conculcare anche il libero pensiero! Codini! Se servo il
pubblico ho avuto anche tempo per coltivare il mio ingegno. Io sono
autodidatta.
Intorno ridevano. Zìrolum non rispondeva più. Gridava verso l'interno
del Caffè:
— Un bianco per il signor Calendoli!
Poi, tergendosi la fronte:
— Ah, miseria del proletariato!...
C'era un grande baccano, intorno, e i tavoli erano affollati.
Il sole era disceso dietro il palazzo del Comune. Molti crocchi si
formavano qua e là per la piazza.
Ora il povero Zìrolum doveva tener d'occhio più particolarmente i due
tavoli degli _Agrari_ dai quali gli era arrivata per due volte la frase
tipica: «_Socialistaglia luzzattiana_...». — Ma come contenersi?...
Inveire non poteva perchè ormai gli _Agrari_ se la intendevano coi
_gialli_; inoltre egli era sempre stato, avversissimo al _blocco_;
ma gli _Agrari_ rappresentavano troppo sfacciatamente la borghesia,
vittima proletaria, non poteva davvero aver simpatia per coloro che lo
avevano preso, dopo la innocua spedizione di Monte Sassone, e, con una
scusa qualsiasi, lo avevano ammanettato e chiuso nel fondo di una buia
carcere per anni ed anni. Così cercava di ascoltare alla larga, senza
compromettersi.
Ora parlava, fra gli _Agrari_, l'avvocato Paolo Derni, un riccone
sfondato, con una faccia da cuor contento che faceva dispetto a
vederla. Una vera mostra di boni da mille!... Si leggeva la ricchezza
in quelle guancie rotonde, in quella tranquillità patriarcale che non
si commoveva mai. Si vedeva un uomo che sapeva sempre dove mettere i
piedi. Aveva la terra ferma, sotto. Non si era alzato mai, nel corso
della sua vita, con la buia pena di non saper come mettere d'accordo il
venerdì col sabato.
— E domani come si mangerà?
Aveva avuto sempre le stie piene di capponi; le cantine ricche di vini
e grano nelle soffitte e nelle fosse, e i più bravi cuochi, e le donne
più belle, e le centinaia di migliaia alle Banche.
— Porca miseria!...
Savoia Girolamo, e con lui la moltitudine, noi compresi, aveva amato
tremendamente e aveva digiunato più di San Francesco, senza farlo, come
il gran Santo, per uno scopo spirituale.
— Ah, miseria del proletariato!
Bene! Ora parlava Paolo Derni, l'avvocato milionario, e rideva. Zìrolum
si era fermato con un orecchio teso, guardando verso un punto estremo
della piazza.
— Già, secondo _loro_ — diceva il pacifico borghese, — secondo _loro_,
noi dovremmo lasciar svolgere liberamente gli elementi del _Diritto
nuovo_! E il _Diritto nuovo_ è quello di occupare le terre del Comune e
dei privati, quando questo non sia consentito; quando cioè i legittimi
proprietarii vi si oppongano. Come andrà a finire?... Io non sono un
professore di Università, nè un filosofo umanitario, nè un deputato con
dieci legislature, nè un uomo politico con, didietro, _le sante memorie
della vecchia Destra_. Io sono un uomo che, quando va contro al Codice
Civile o al Codice Penale, e si lascia cogliere sul fatto, è chiamato
in Questura e fila dritto al Cellulare. Essendo tale, non mi assumerei
davvero la responsabilità di coprire la carica di _Vicerè delle
Romagne_! Fin che fossi _Vicerè_, sarei salvo; ma se la Camera facesse
cadere il Ministero, non cadrei anch'io?... Potrei forse contare
sull'aiuto di Giolitti? — Con quell'uomo non si è mai sicuri!... La
prospettiva di essere processato come capo o complice dei socialisti
romagnoli, invasori di terre, non mi sorriderebbe. Accetterei solo ad
un patto...
— Quale?
— Che l'idea del _Diritto nuovo_ fosse accettata da tutti,
pacificamente!
— Bravo!...
Si levò un tumulto di urla, di risate, di invettive.
Ora Zìrolum ascoltava con due orecchie.
— A questo ci hanno condotto le famose conquiste della Democrazia
borghese! — esclamò Angelo Angelotti.
E Floriano Borghi:
— Ciò che fa più schifo è il giuoco del Governo. Associa i socialisti
parlamentari alla maggioranza ed ha la faccia tosta di far affermare
che questo è avvenuto per puro caso, senza alcun patto con l'_Estrema_,
per pura simpatia!...
— Bubbole! — gridò il marchese della Pipetta. — Il Governo perchè si
prende le tasse se deve trattarci così?
— Già, voi vorreste una legione di carabinieri solamente per il vostro
palazzo! — gli rispose il conte La Perla.
— Ben detto! — esclamò Zìrolum che ascoltava con tre orecchie.
La discussione crepitava strepitando. Erano una quindicina, in due
tavoli del Caffè del Gatto Bianco.
Oltre i summenzionati, c'erano: Loreto Baroni, possidente; Giulio
Fienai, possidente; il barone Lorenzo Vichelli, antico cavaliere di
cappa e spada; Temistocle Lattonari, regio notaio; Cesare Baccicalupi,
dottore in scienze agrarie, notevolissimo; Oreste Malnessi, giovane
senza convinzioni, ridanciano e donnaiuolo; Peppino Locchi, perito
agrimensore, saldo nella massoneria; Gioacchino Albati, avvocato, ben
pensante, pieno di iniziativa e forbitissimo dialettico, ed altri di
minore rilievo.
Ora, per non poter noi seguire, nella consueta forma narrativa,
l'intricatissima discussione, lascieremo ai nostri _Agrari_, con la
responsabilità delle loro convinzioni, la libera parola.
LORETO BARONI. — (_Agitando un giornale_):
— Avete letto l'_Avanti!_?
CESARE BACCICALUPI. — Chi ha cura del proprio fegato non legge certi
fogliettacci velenosi!
LORETO BARONI, GIULIO FIENAI, PEPPINO LOCCHI, GIOACCHINO ALBATI. — Non
dire sciocchezze!... — Vuoi coprirti gli occhi per non vedere? — Questi
sono i vostri sistemi!... E vi trovate il nemico in casa!...