I Battisti erano comparsi tutti quanti: uomini, donne e fanciulli.

Pierone, il capoccio, tentò di baciar la mano al Cavalier Mostardo che

non si volle prestare al nefando segno della servitù antica.

— Voi, Pierone, siete un galantuomo, ma avete il torto di rimanere

attaccato alla _porcinaglia_! Siete una vittima di Ticchi Marmissi e

del perfido clero. Vi pare che nel nostro secolo, dopo l'ottantanove e

con gli imbrogli universali che si preparano per domani, un uomo deva

ancora baciar la mano a un suo simile? Toglietevi quel giogo, Pirôn, e

venite con noi, nel nome dei proclamati diritti dell'uomo e nel segno

della santa libertà!

Pierone rise e chiamò le sue donne che dessero bere a Mostardo. Si fece

innanzi una ragazzona giovereccia che recava un enorme boccale verde

e un bicchiere stillante. Il Cavaliere si dissetò poi volse gli occhi

intorno a cercare Rigaglia.

— Dov'è Rigaglia?

— È in casa — fece Pierone.

— E che fa?... Si sente male?... È ferito?

— No, parla a mio fratello.

— Ma che vuole?

— Sbrigano un affare. Rigaglia deve avere dei danari da noi e adesso si

accomoderà la cosa col grano.

— Ecco, perchè è venuto, quel _versipelle_! — gridò Mostardo — E chi lo

muoveva dal suo buco se non cantavano i palanconi?... Dì che mi venga

intorno un'altra volta!... Diglielo, sì, che ritroverà quello che va

cercando!...

Poi dette ordine gli portassero il cavallo. Quando arrivò e quando

fu seduto sul barroccino, ecco sbucar di gran corsa, dalla casa dei

Battisti, il modesto Rigaglia.

— Padrone?... Padrone?...

Il Cavalier Mostardo trattenne Carlotta. Si volse a sbirciare Rigaglia

e gli domandò bruscamente:

— Cosa vuoi?

— Vengo anch'io.

— Dove?

— A casa.

— E chi va a casa?

— Dove andate allora?

— All'inferno! Vuoi venirci?

— Cosa vuol dir questo?

— Vuol dire che se mi prendi un'altra volta dal lato politico,

per combinare i tuoi affari, ti capita tale lezione che te la devi

ricordare per un pezzo!

— Ma che cosa ho fatto?

— Ne parleremo domani!

E frustò la cavalla, la quale si allontanò di un balzo galoppando via

per la strada polverosa.

Erano le due dopo mezzanotte e Carlotta, chissà perchè, aveva

abbandonata la strada maestra e si allontanava trotterellando per certe

straduccie comunali che pareva conducessero a ritrovi pieni di discreto

silenzio, sotto le stelle.

Non si sentiva più niente, ma solo i grilli, i grilli e i grilli.

Nelle notti estive, questi cantori dei campi conducon via la mente a

certe fantasticherie che sciolgono il cinto di Venere a coglierne le

grazie, il riso, i vezzi, le lusinghe, i piaceri. Un uomo si sente

preso da una calma improvvisa, poi un desiderio gli si insinua nel

cuore, un desiderio primevo che lo riconduce a ciò che fu fin dal primo

principio. E nasce la donna, come nacque nella notte di Adamo: osso

delle sue ossa, carne della sua carne.

«_Or amendue, Adamo, e la sua moglie, erano ignudi, e non se ne

vergognavano_».

Anche il Cavalier Mostardo sentiva che non se ne sarebbe vergognato

perchè ritornava ai tempi del Paradiso Terrestre.

In verità di Paradisi Terrestri se ne possono trovare molto spesso, a

sapersi contentare; e il serpente è una persona cordiale.

Ora se un uomo rifà il gesto di Adamo e si pensa ignudo con una donna

ignuda, in un paradiso di purificazione pieno di poma succose; se

disdegna le foglie sul chiaro orizzonte del mondo, e si incammina per

le tepide strade che conducono al frutto nascosto; se questo immagina,

nel cuore di una notte estiva, sonnoleggiando i grilli la loro

nenia distesa, è certo che, prima o poi, ritornato nella contingente

disgrazia de' suoi giorni correnti, deve pensare a una mèta, deve

vedere una soglia.

Incontro a lui, senza tormento di operazioni costali, deve balzare una

donna che è poi sempre la prima, e nello stesso paradiso.

Il Cavalier Mostardo saliva in ardore così, piano piano, mentre

la buona Carlotta lo conduceva via (chissà poi perchè?...) per le

stradicciuole più remote, più amorose, più lontane dalla tormentata

bufera.

E immaginando e immaginando finì per sentirsi acceso e innamorato.

— Bene, bene, bene!... Ho fatto anche troppo!... Adesso voglio riposare

anch'io.

E frustò Carlotta la quale incominciava ad andar troppo adagio.

Ma se il desiderio pungeva il Cavaliere non arrivava più alle soglie

del cuore della sua buscalfana la quale, sopraggiunta all'età della

moderazione, nulla sognava ormai che non fosse placido e riposato.

— Le due e mezza!...

Si udiva il chiù da una selvetta. Contava gli anni di qualche romantico

cuore.

— Forse è tardi!... Dormirà?

Parlava al suo turbamento.

— Mi ha scritto: A qualsiasi ora!... Ma... la discrezione?

E il chiù dàgli col suo verso monotono, sempre più lontano, sempre più

sospirato.

Senza nessun pensamento incominciò a contare i sospiri del chiù:

— Uno... due... tre... quattro... cinque... sei... sette... otto...

nove...

Un gattaccio nero attraversò la strada. Carlotta, che se lo trovò fra

le zampe, ebbe uno scarto improvviso e, quasi quasi, ruzzolava nel

fosso col barroccino e tutto.

Mostardo riprese le redini:

— _C'sa fètt, Carlota?_... (Cosa fai, Carlotta?...).

Ma non badò al gatto nero. Non era superstizioso.

Poco più innanzi si trovò ad un bivio. Bisognava decidere. Fermò la

cavalla.

— Ci vado?

Il chiù continuava a cantare.

— _Azzidenti a j'usèll!_... (Accidenti agli uccelli!...). Non ci

vado?...

Quando gli si sarebbe ripresentata una simile occasione?

Forse mai più. La campagna, il silenzio, il colmo della notte...

nessuno poteva vederlo e quei guastamestieri degli amici suoi non lo

avrebbero importunato coi sottintesi, le baie e vai discorrendo.

Però l'ora non gli sembrava opportuna. Sì, si trattava di amore e

l'amore fa a meno di tante convenienze, però... Fosse stata una donna

del suo paese, almeno! Con una donna del suo paese avrebbe potuto agire

con maggior disinvoltura.

— Insomma, ci vado o non ci vado?

La Carlotta si addormentava, le froge sulla polvere.

Allora arrivò ad un divisamento supremo: avrebbe lasciata la decisione

alla sorte. Il chiù cantava ancora; avrebbe incominciato a contare; se,

dopo tredici singhiozzi, l'uccello notturno la smetteva, sarebbe andato

al convegno d'amore; se continuava, non ne avrebbe fatto niente.

Incominciò, ma, a vero dire, non era troppo tranquillo:

— ... sette... otto... nove... dieci...

Si volse verso gli alberoni dai quali proveniva la notturna malinconia:

— ... undici...

Per Bios!

— ... dodici...

Non finiva più, quel versipelle?

— ... tredici!...

Riprese le redini; stava per avviarsi; la sorte gli era stata

favorevole; ma in quel che si chinava per raccogliere la frusta,

l'assiolo ricominciò la sua solfa:

— ... quattordici... quindici... sedici...

Ciò riempì di dispetto il Cavaliere. Dunque qualcuno poteva opporsi

alla sua felicità? Ed egli doveva sottostare al capriccio di un

_canta-di-notte_ qualunque? Doveva lasciarsi guidare da un uccellaccio?

Ma neppure per sogno!

— Su, Carlotta!...

La buscalfana levò il muso e incespicò nell'avviarsi.

— Andiamo, dunque!... Valà, Carlotta!...

Carlotta aveva un sonaglio fermato al sellino. Questo sonaglio

incominciò il suo ritmico dondolìo.

_Dilìn-dlin_... _dilìn-dlin_... _dilìn-dlin_...

E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.

— Quanti chilometri ci saranno ancora?... Tre chilometri!... Su,

Carlotta, da brava!...

Un cane da pastore, balzato fuori da un'aia, si precipitò addosso

all'equipaggio, la bocca spalancata.

Questo cane aveva gli occhi rossi. Mostardo vide due punti fosforici

nel buio. Prese tranquillamente la pistola dalla tasca della cacciatora

e sparò addosso alla belva domestica, tre, quattro volte. Si udì un

guaito acutissimo e il can da pastore ruzzolò in un fosso.

_Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin..._

E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.

— Carlotta, ci siamo...

Ecco che si apriva discretamente una porta senza far rumore.

— Oh!... siete voi.

— Sono io!

— Perchè tanto tardi?... Entrate.

— Mignon siamo in battaglia.

— Lo so, caro amico...

La porta si richiudeva piano piano, dolce dolce.

Come vestiva di poco quell'assassina! E quanto ben fatta! Il collo

nudo... le braccia nude... la gola nuda... il resto, quasi quasi...

— Per Bios, cara Mignon, io, questa sera ho un certo convulso attorno!

— Cosa avete!...

— Non vi vorrei guardare, ecco!

— E perchè?...

Si mordeva una mano.

— E mi domandate perchè, boccone di paradiso?...

Mignon rideva... egli le passava un braccio sopra la vestaglia che

c'era per modo di dire. E sentiva certi rilievi... e certe affossature!

Poi gli sopravveniva un grandissimo caldo.

— Questa notte si scoppia!

— Anzi si sta bene.

— Sì... si sta molto bene... moltissimo bene... benissimo!...

E si volgeva a guardarla, e la faccia di lei non si discostava e

scoppiava il primo bacio come una girandola rossa. Il sapore di

glicerina non c'era più.

— Per Bios, Mignon!... Ho il cuore che mi balla i tresconi!...

— State attento al lume!

— Datelo a me.

E prendeva il lume; poi non ne poteva proprio più e prendeva anche lei,

sull'altro braccio, come una bambina. E via di corsa, su per le scale.

Una stanza... due stanze... quattro stanze...

— Ci siamo... ci siamo, Gianni!...

Rideva soffocando il suo riso contro il collo di lui. E i suoi capelli

scompigliati gli facevano il solletico.

— Quanto sei bella!

C'era un gran trono dorato per starvi distesi a dormire: il trono delle

cose discrete ed estreme.

— Eccoti, regina!

Ma ormai non si lasciavano più, non potevano più separarsi.

Il lume si spegneva, ma della luce ce n'era anche troppa.

— Amore mio!...

Era lei che lo diceva, morendo:

— Amore... amore mio!...

Lui non diceva più niente; navigava in un delirio.

E tutto era come doveva essere, senza una cosa in più, senza una cosa

in meno. Il gran tremito delle creature che si uniscono con perfetta

stima.

Dopo tre o quattro ore egli sospirava:

— Mignon...

Ella sospirava:

— Gianni...

Ed erano come la vitalba e il biancospino... stretti stretti.

Poi...

_Dilìn-dlin... dilìn-dlin... dilìn-dlin..._

— Su, Carlotta!... Da brava!...

E cantavano i grilli, sempre i grilli, solamente i grilli.

Quando arrivò al Conventino erano le tre dopo mezzanotte. Il Cavalier

Mostardo guardò l'orologio e discese dal barroccino brontolando. Legò

Carlotta ad un albero, vicino all'ingresso della villa e si avviò a

piedi lungo il viale principesco.

Voleva fare il minor rumore possibile. Non si sapeva mai!

La villa si vedeva appena, in fondo in fondo, nascosta da una gran

macchia di alberi. Cercò di ammorzare il passo sulle ghiaie. Come fu

giunto a un ampio piazzale, ristette. Gli sembrò di veder scivolare

un'ombra per una bianca scalinata di marmo.

Aguzzò gli occhi ma non vide cosa che si movesse. Allora si accostò

piano piano. Il cuore gli batteva forte. Da quale parte sarebbe

entrato, se doveva entrare? Non certo da quella scala monumentale che

gli dava soggezione. Era la prima volta che si accostava al Conventino,

alla famosa villa dei marchesi Alerami, e tutto quel fasto, quella

solennità, quell'imperio di cose disposte come a comandare, non

gli suggerivano una grande disinvoltura. Era colto dalla timidezza

antica, dalla timidezza de' suoi quindici anni erratici. Tutto

quanto il Cavalier Mostardo, con il suo orgoglio di uomo nuovo e di

avvenire, non era più niente. Provava soggezione. Erano le cose che lo

soggiogavano. I marchesi Alerami non gli avrebbero fatto nè caldo nè

freddo; il Conventino lo raumiliava sotto una fiumana di ricordi e di

miseria antica. Alzò gli occhi alle finestre cercando attraverso alle

imposte, almeno uno spiraglio di luce. Tutto era buio, severamente

buio. Possibile che la sua Mignon dormisse là dentro, in quella casa

di maghi?... Come poteva entrar l'amore fra tanta severità arcigna?...

L'amore che vien via ridendo e butta all'aria il mondo intiero?...

Poteva farsi annunziare la dolce creatura di follìa? E passare innanzi

al muso dei servi stereotipati? E fermarsi nella sala di aspetto?...

Ma non c'era neppure una finestra illuminata e la villa era grande come

un paese.

— Vai pure a pescarla, in questo monumento!... Dove dormirà?...

Pensosamente, pianissimamente girò intorno alla villa. E scrutò

finestra per finestra.

— Forse tu dormi e non ti vuoi destare!

E, se l'avesse chiamata?

— Mignon?... Piccola Mignon?... Mignonettina?...

Sì!... Ma se poi c'era qualcun'altro in quel mausoleo?

Se qualcun'altro sentiva e lei no?... Un servitore, per esempio?...

— Accidenti ai servitori! Sempre fra i piedi! Non servono ad altro che

a trovarsi proprio là dove non si dovrebbero trovare mai!

Voltò un altro angolo. Il cuore gli dette un balzo. C'era, al secondo

piano, una finestra illuminata. Forse Mignon vegliava ancora.

— Cara!...

Ma come avvertirla?

Arrampicarsi fin lassù non era possibile; chiamarla non voleva... e

allora?

Ricorse al mezzo più semplice e più antico. Si chinò a raccogliere dei

piccoli ciottoli poi, presa bene la mira, incominciò a lanciarli ad uno

ad uno contro le imposte. Rimbalzavano sul legno; ricadevano. Parevano

nocche che bussassero discretamente alla finestra.

Attese... vide il lume spostarsi... poi la finestra si aprì e un'ombra

apparve al davanzale.

— Siete voi, Mostardo?

— Sono io.

— Aspettate.

Come star fermo ad aspettare?

— Mio Dio, ho il cuore che si gonfia!...

Gli si gonfiava il cuore, sotto lo spasimo.

Incominciò a camminare avanti e indietro, avanti e indietro in uno

spazio di cinque metri. Poi contò i passi:

— ... sei... sette... otto... nove... dieci...

Gli mancava il respiro; aveva, per tutte le membra, certi stiramenti,

certe ansie! Ogni tanto si soffermava a sbirciare una piccola porta.

— Forse verrà per di là! Ma perchè non arriva?... Vorrà vestirsi. Ce

n'era proprio bisogno?

Ah, amore, amore!

Udì stridere una serratura (gli pareva di venir meno!); intravvide uno

spiraglio di luce; la porta si aprì.

— Mostardo?

— Eccomi!

Di un balzo le fu vicino. Ella lo fece entrare. Era seria seria e

vestiva correttissimamente.

Be', che scherzi erano quelli?

Gli fece strada; svoltò a destra senza salir le scale.

Balbettò:

— Vi domando scusa di essere arrivato tanto tardi!

— Vi aspettavo perchè devo parlarvi di una cosa molto grave.

— ... molto grave...?

— Sì.

— E che cos'è successo?

Ninon Fauvétte, fior di Parigi, non rispose a tutta prima; continuò

a camminare. Come fu giunta in un salotto dalle pareti rosse, posò il

lume sulla tavola e, rivolta a Mostardo che la guardava allibito, gli

domandò:

— Non sapete quello che è successo?

— Ma che cosa, in nome di Dio?

— Madama la marchesa è scomparsa!

Il povero Cavaliere fece un salto indietro e si lasciò uscire un:

Porco Dacco!... che fece tremare i vetri. Poi rimase così con la più

meravigliosa e meravigliata faccia che mai si fosse veduta. Nè, preso

nel turbine e trasportato dall'equatore al polo nel cuor di un secondo,

poteva in un qualsiasi modo riequilibrarsi, perchè tutto gli sarebbe

stato agevole a pensare toltone l'enormità che gli si avventava contro

rovinosamente.

Balbettò:

— La marchesa?... Scomparsa?...

— Da un giorno e mezzo, caro cavaliere — riprese Ninon Fauvétte, — e,

fino ad ora, ogni ricerca è stata vana.

— Vana?

— Precisamente! Tutto è stato tentato senza frutto. Ora non restate che

voi.

— Io?...

— Sì, voi!

Che imbroglio!... Santa Reparata, che imbroglio!... Ripensò alla

marchesa Alerama. Una donna sulla cinquantina, magra, rugosa,

bianchiccia, tremolante... chi poteva averla rapita?

— Scusate... — incominciò Mostardo che cercava riordinar le idee — a

che ora è scomparsa la marchesa?

— È uscita di casa l'altra mattina.

— E non è ritornata?

— No.

— E dove andava quando è uscita?

— A Bologna.

— A Bologna?... Ma allora i miei uomini non ne hanno colpa. Non potevo

mica farli correre in treno, io!

— Sì, ma ci è stata segnalata la sua partenza da Bologna la sera stessa.

— E non è arrivata?

— No.

— Be', si sarà addormentata in treno. Questo può capitare anche a una

marchesa!

— Abbiamo telegrafato a tutte le stazioni inutilmente.

— Ma... scusate... la marchesa non può mica essere conosciuta da tutta

la popolazione del Regno!

— Sì, ma il conte Prezzi assicura di averla veduta discendere a

Savignano.

— A Savignano?... E perchè a Savignano e non a casa sua?

— Questo è il mistero!

— Andiamo Mignon!... — Il Cavaliere sorrideva e incominciava ad avere

il respiro più libero. — Perchè poi lo chiamate mistero?...

— Caro cavaliere, la cosa è più seria di quanto non pensiate!

— Ma io penso, Mignon, io penso che una signora che discende a un'altra

stazione... un poco più lontano... ecco... avrà avuto un motivo per

allontanarsi...

— E quale motivo?

— Oh Dio!... Una penombra...

— Non capisco.

— Ma sì... una distrazione! Siamo d'estate... A Savignano ci sono tante

ville!... La marchesa guardava dal finestrino... Il controllore non le

ha chiesto il biglietto... e, uno dimentica dove deve discendere. Un

poco più in là può far più fresco!

— Mi sembra abbiate voglia di scherzare, questa notte! Io non ne ho

punta!...

Il Cavalier Mostardo a tale risposta piuttosto arcigna si fece molto

serio. Si levò, aprì le braccia come per dire: — Ebbene e che ci posso

fare io?.. — Poi cercò il cappello.

— Dove andate?

— A casa. Ho fatto piuttosto tardi. Sono le tre e un quarto.

— E... mi lasciate così?

— Come dovrei lasciarvi?... Ero arrivato come una girandola...

— Non mi date nessuna speranza?

— Ma, cara Mignon, volete che vi dica il mio pensiero?

— Sì.

— Mi pare che, da un fuso, voi vogliate far nascere una rovere!

— Perchè?

— Ma perchè la marchesa, questa sera, discenderà al suo palazzo, fresca

fresca!

— Magari fosse vero!

— Ma non crederete mica ve l'abbiano rapita?... A quell'età!...

Andiamo!...

— Eppure... una vendetta politica...

— Ma no!... Cosa volete se ne facciano, i _tamburieri_, di quel

campione!...

— Un ricatto.

— Impossibile. Avrebbero preso lui e non lei. Una donna strilla troppo.

Poi, una donna di quella razza!...

— E voi non farete nulla?

— Vedremo. Domanderò...

— E le vostre promesse?...

— Già!... Ma... e le vostre?...

— Mostardo!... In questi frangenti!...

— E io non sono sempre fra i frangenti?... Eppure mi vedete qui che

pare abbia vent'anni!

Ninon Fauvétte sorrise, il dolce fior di Parigi.

— Siete sempre un poco matto...

— Io sarò un poco matto, ma voi avete una bella ritenutezza!

— Che vuol dire?

— Scusate, Mignon, dopo la vostra lettera?...

— Ebbene?

— Come: ebbene?... Io sono un uomo, mi sembra...

— Chi ne dubita?

— E allora?... Voi siete qui sola... io arrivo, dopo una tempesta,

arrivo perchè non abbiate paura e voi... voi non mi date neppure il

mezzo per consolarvi!...

Ninon Fauvétte scoppiò a ridere.

— Andiamo, Gianni, sedete qui...

E gli fece posto sul divano.

— Volete una tazza di the?

— Grazie. A quest'ora non bevo.

Una pausa.

— Mignon?...

— Cosa volete?

— Non avete sonno?

— Piuttosto...

— Anch'io! E... questa notte non volete dormire?

— Io?... Sì!...

— Anch'io!... Mignon?... Fate conto che io sia una povera vecchia

signora... Sì?... Io sono una povera vecchia signora... Voi avete tanta

paura del buio, della solitudine!... Arriva la vostra amica e voi dite:

— Ho un letto tanto mai grande!... Un letto di Napoleone. Possiamo

benissimo dormirci in due!...

— Scusate... per chi mi prendete?

— Vi prendo solamente per me!... Parola d'onore!...

Ninon Fauvétte gli si abbandonò fra le braccia.

Poi il lume toccò a Mostardo. Salirono due rami di scale. Dopo,

entrarono nella strada di Adamo ed Eva.

Quando cantarono i galli il Cavalier Mostardo fu in piedi. Era

raggiante. Anche Ninon Fauvétte era raggiante. Questo capita ai buoni

camminatori, lungo la strada di Adamo ed Eva. L'ultimo bacio non era

mai l'ultimo. O era lei che lo richiamava; o era lui che ritornava.

Ninon Fauvétte era bella e le cose ben godute piacciono assai.

— Per Bios, ho davvero vent'anni!...

— Sei un amore!...

Mostardo avrebbe preso il letto di Napoleone, per portarselo via,

tant'era grande il suo cuore!

— Se io sono un amore, tu sei la bandiera delle meraviglie!... Tu

sei il campanile e la _rondinina!... Ts'i tânta béla ch'at magnarèbb

viva!..._ (Sei tanto bella che ti mangerei viva!...).

E aveva certi rinnovati impeti! Ma bisognava partire. Conchiuse:

— Tutto il mondo non è che un _trocaico_! Solo per te si dovrebbe

morire!...

Ella lo abbracciò stretto stretto poi si fece promettere mille cose

ch'egli naturalmente promise.

Sulla porta si fermò ancora a guardarla. La luce dell'amore era su quel

volto vermiglio. Ninon Fauvètte era veramente bella nel suo armonico

abbandono.

E doveva lasciarla!...

Noi non abbiamo ancora definito il temperamento di un romagnolo

puro sangue, nè lo definiremo, chè il nostro eroe si incaricherà di

dimostrarlo per conto suo, coi fatti.

Come adunque fu giunto sulla porta ed ebbe veduto, rivolgendosi,

quale soavità era costretto a lasciare (e restar non poteva, senza

compromettere il buon andamento di centomila cose e una!) fu tanto

e tale il dispetto che, non potendo prendersela proprio con nessuno,

si lasciò andare tale un violento pugno sulla testa, da traballarne.

Poi non volle ascoltare la voce e il tenero invito di lei; non volle

sapere più niente e, infilate le scale, si buttò giù a precipizio,

chè gli avrebbe fatto piacere se si fosse rotto qualcosa. Ritrovatosi

all'aperto, si accorse di aver dimenticato il cappello, ma non se ne

curò. Infilò il viale di corsa. Era indispettito e felice. Però ad un

tratto, impietrì.

Si guardò intorno, si soffregò gli occhi.

— E la Carlotta?...

Non c'era più! Non c'era più traccia nè di Carlotta, nè di barroccino.

— Per Bios, me l'hanno fatta!...

E ritornare non poteva. E non poteva chiedere ai contadini del

Conventino se, per caso, non si fossero sbagliati.

Come fare?... Un turbine di dubbii e di sospetti gli annebbiò di un

subito la mente. Dal Conventino alla Città del Capricorno c'erano quasi

venti chilometri di strada. Egli non poteva percorrere la distanza a

piedi e voleva essere a casa prima di giorno.

— Figli di cani!...

Pensò di andare da un contadino, amico suo, che non stava troppo

lontano. Si sarebbe fatto ricondurre in città. Ma come spiegare le sua

presenza in quei luoghi, così, senza cappello e senza cavalla?

Be', avrebbe inventato qualche storia.

— Sì, ma il _tamburiere_ che mi ha rubata la Carlotta, può ringraziare

il suo Signore se arriva alla fine dell'anno!

E, questa volta, il Cavalier Mostardo non diceva per ischerzo.

Allorchè Rigaglia corse ad aprire la porta e si trovò di fronte il

Cavalier Mostardo, così senza cavalla e biroccino, tanto fu lo stupore

che lo vinse che ne rimase intontito; poi, quando volle aprire bocca,

se la trovò tappata. Mostardo aveva previsto le domande del suo fido

nemico e siccome aveva deciso di non dir niente, era ricorso alle

misure estreme.

— Guai a te se parli e se mi domandi una cosa sola!... Hai capito?...

Guai a te!

E siccome il viso di lui era tutt'altro che chiaro, Rigaglia, anche

quando si trovò con la bocca libera, non fece parola. Però scosse il

testone e ritornò mogio mogio nel cortile come se avesse, sulle spalle,

il peso di tutte le disgrazie del mondo.

Mostardo salì in camera sua e fece un po' di toletta; ma non seppe

indugiare come al solito.

Non una gli riusciva bene fino in fondo. Tanto amore, tanto abbandono,

una così piena conquista, poi il disastro di Carlotta. Egli avrebbe

sacrificato certissimamente Carlotta a Ninon Fauvétte, fior di Parigi;

non era per il valore della bestia e del biroccino ch'egli si faceva

oscuro, ma per il tiro che gli avevano giuocato.

Chi non conosceva la Carlotta in tutta la Città del Capricorno e nel

suo territorio? Il ladro adunque non avrebbe potuto approfittarne se

non filando molto lontano; però era certo che non si trattava di un

ladro volgare. Fin dal primo istante si era detto:

— La Carlotta è coi _rossi_!

E la Carlotta doveva essere indubbiamente in mano ai _rossi_, come

ostaggio.

— Si tratta di un furto politico!

Be'! Ma ciò che gli seccava di più era la complicazione del Conventino.

Chi aveva portato via la sua buscalfana doveva essere entrato nel

Conventino: dunque qualcuno lo aveva pedinato e lo aveva visto entrare!

Questa era la spada di Damocle sulla testa della sua riputazione!

Perchè non si era mai detto che il Cavalier Mostardo avesse messo una

donna in piazza. Nessuno poteva asserire di aver avuto confidenze

indelicate da lui, circa le sue avventure amorose; egli si era

chiuso sempre nel riserbo più immacolato. Fosse pur stata l'ultima

_pubblicana_, dal momento che gli aveva concesso i suoi favori, gli

diveniva sacra. E questo sapeva la gente maligna della città e del

contado e per questo, forse, gli avevano giuocato il tiro birbone.

Figurarsi se tutti i _tamburieri_, tutti i _versipelle_ non volevano

approfittare della sua entrata nell'aristocrazia!... È ben vero che a

lui restava l'intima dolcezza di essersi coricato, per trionfo d'amore,

nel letto di Napoleone (ormai aveva fissato che il letto doveva

essere di Napoleone!), ma tale dolcezza, per essere compiuta, doveva

corroborarsi nella quietudine del segreto; invece....

— Ah, ma, per Bios, io romperò la faccia al primo che aprirà bocca!

Ed aveva risoluto di far questo senza neppur discutere, ricorrendo alla

sua vecchia massima romagnola: — _Prema dàli, pu prumètli!..._ — (Prima

dalle, poi promettile!).

— E te, poverina (ora parlava a Ninon Fauvétte, fior di Parigi), puoi

dormire i tuoi sonni tranquilli! Se ti ho compromessa ti dovranno

rispettare come la Madonna del Fuoco!...

Ma nicchiava in sè, il buon gigante e, in verità, era turbatissimo.

Anche la faccenda della marchesa non gli sembrava tanto limpida.

Perchè, almeno, avrebbe dovuto telegrafare a casa! Ma lo scomparire

così, come una giovinetta di sedici anni che si fa rapire da un

passerotto innamorato; quel suo dileguarsi nella sera, quel discendere

ad una piccola stazione e squagliarsi nel silenzio, non era nè logico,

nè naturale.

— Amore?... Per Bios!... Ma una madre di famiglia che avrà quasi

settant'anni?... Fosse una verginella con la sua pudicizia da

custodire!... Andiamo!... A quell'età, se l'amore torna indietro, la fa

più pulita!...

Allora non rimaneva che pensare a un tiro politico.

— Se hanno saputo che io la difendevo è certo che se la sono presa!

Bisognava che, prima di mezzogiorno, egli parlasse con la _guardia del

corpo_. I signori Trancia e Giovannone dovevano rendergli conto esatto

del loro operato nelle ultime ventiquattro ore e dovevano eziandio

rispondere dell'inopinata assenza della marchesa.

Chiamò Rigaglia:

— Va fuori subito. Cerca Trancia e Giovannone e falli venir qui per

mezzogiorno in punto. Hai capito?

— Sì.

Rigaglia se ne andò. Il Cavaliere discese nel cortile... gettò una

occhiata verso la stalla e ancora gli prese una grande stretta al core.

Povera Carlotta!... Dopo tutto era una bestia tanto affezzionata e

vivevano insieme da dodici anni!

— Dove sarai, povera Carlotta?...

Ma anche quella volta, invece del sommesso nitrito del domestico

quadrupede, rispose il canto sfacciato di un'altra creatura:

— _Chicchiricchii... iiiii!..._

Al quale squillo, il Cavaliere si volse inviperito:

— _In't ròba mìga te, bròtt vigliàch!_ (Non ruban mica te, brutto

vigliacco!).

E uscì sbattendo la porta.

Entrò nel Caffè dei _rossi_ e sedette nel centro, battendo sul tavolo

il suo nerbo di bue.

— Cameriere?

— Comandi?

Ordinò un caffè e latte e si guardò intorno. Gli _amici_ che cercava

non c'erano. C'eran però, in un angolo, Libero Bigatti, direttore

dell'_Apocalisse_, e Ticchi Marmissi, direttore del _Sillabo_. Parlavan

fra di loro sommessamente e con molta animazione. Il Cavalier Mostardo

incominciò a squadrarli. Tanto, con qualcuno doveva prendersela. Voleva

sfogarsi e vendicar la Carlotta.

Quando il cameriere ritornò col caffè e latte, gli domandò, a voce

tanto forte che fece voltar mezza sala:

— Di' su, Tugnîn, se un cane celeste ti insudiciasse il fondo dei

calzoni, che cosa faresti tu?

Tugnîn, poveraccio, era analfabeta e non capì il doppio senso.

— Un cane celeste?

— Sì, perchè?... Non lo sai che ci sono anche i cani celesti?

— Io non l'ho saputo mai!

La gente, intorno, incominciava a ridere e a sogghignare.

— Allora te lo dico io. I cani celesti non vanno per le strade e per le

piazze, ma camminano fra le colonne dei giornali! Sono i valletti dei

_tamburieri_!

I giornali?... Le colonne?... I _tamburieri_?... O che farsa era

quella?... Il povero Tugnîn scendeva da Rocca San Casciano ed era molto

montanaro. Uno di quei camerieri che si fermano nei piccoli caffè delle

piccole città di provincia e non ne escono più. I paria della classe

nobilissima; si accontentano del soldino e dicono grazie. Dicono anche:

— Il resto, mancia!

E sono due ricchissimi soldi. Imbastiscono il loro mese disperatamente

e vestono con gli scarti dei clienti.

— Non avrebbe mica un vecchio _smoken_?... Un paio di scarpe che non

fossero più buone a niente?... Un _fracco_?... Delle camicie, magari

coi buchi?... Una qualche cravatta?... Un vestito _felius_?[4].

E qualche volta compaiono anche col _vestito felius_, orlato da un

nastro rossiccio; ma, molto più spesso, circolano fra i tavoli degli

avventori, in _smoken_.

Certi _smoking_ tutti patacche e frittelle, simboleggianti le

costellazioni, da far vergogna all'ultimo rigattiere. Ma il loro

pubblico li ama così. Li vuole così. Se facessero delle eleganze

peregrine, li sdegnerebbe. Uno _smoken_, per democratizzarsi, deve

essere molto sudicio; e allora va bene. Le cose nuove putono di

borghesia.

Tugnîn, adunque, rimase là con la sua faccia tonda, a guardare il

Cavalier Mostardo. Ora deve sapersi che questo Tugnîn, nonostante

il suo disperato mestiere, era uomo di molta quietudine e di nobile

malinconia. Un figlio del disincanto. E in tale disincanto si rifugiava

quando non riusciva a penetrare per entro le cose della vita più o meno

arruffate. Professava, in tali frangenti, il suo supremo disinteresse,

la sua lontana e tetragona indifferenza. Così quando il Cavalier

Mostardo che, dopo tutto, non si occupava nè poco nè punto di lui, ma

mirava a farsi avvertire dai due direttori, quando reiterò la domanda:

— Hai capito, adesso, che cos'è un cane celeste? — Tugnîn si strinse

nelle spalle, atteggiò il viso a una smorfia di umiltà estranea e

disse: — Non sono cose per me. Io sono un pessimista!

L'improvviso pessimismo di Tugnîn provocò l'allegria generale e

ormai Ticchi Marmissi e Libero Bigatti credevano deviata la manifesta

provocazione; ma il Cavalier Mostardo non rise, voleva attaccare prima

di essere attaccato. Nel timore che la visita sua al Conventino potesse

formare l'oggetto di troppo grandi pettegolezzi e maldicenze, voleva

porre sull'avviso le brigate. Sopra tutto voleva intendersela coi due

che più temeva, perchè avevano in mano la stampa aggressiva, e cioè:

Ticchi Marmissi e Libero Bigatti.

Così il nostro Cavaliere non rise, ma quando il rumor della baia al

modesto Tugnîn, accennò a diminuire, levata la voce, e questa volta in

tono più deciso e robusto, disse:

— Il fatto sta che questi cani più o meno celesti, e questi

rappresentanti della _porcinaglia_ mi hanno gonfiato abbastanza!... E

potrei scoppiare!... E, se io scoppio, quei due signori che prendono il

caffè a quel tavolo, possono fare un bel volo sulla piazza!...

Ticchi Marmissi era un uomo simile a una larva. Un'ombra d'uomo

senza muscolatura. Un ammasso di cartilagini e gelatina. Una testa

da chierico, semicalva, sopra un corpicciuolo ammoscito e appenato di

dover portare a spasso quella testa ideologa. Smunto, scialbo, pieno

di tich nervosi, era un nobile, se non benigno, animale a sangue

bianco. Ogni tanto, quando parlava, pareva dovesse guizzar via a un

tratto, preso dalla furia fulminea di uno fra i suoi tich. Era una

creatura polare; poteva trovarsi altrettanto bene al nord quanto al

sud. Si attergava alle cose; le prendeva dal lato meno pericoloso e

appariscente; cercava di lasciar un po' dappertutto le sue cacatine,

come le sorelle mosche. Aveva due occhi tondi i quali, per essere vivi

solo al lume delle ideologie marmissiane, apparivano sempre smarriti, o

meravigliati, o natanti in un opaco stupore.

Cotesto giovane decrepito aveva il suo sesso nel suo cervello. Sani

impeti e travolgenti strepiti non erano affar suo. La sua immoderata

ambizione lo faceva untuosamente servile ed altezzoso a volta a volta.

Era sempre una specie di libellula senza le ali: una gran testa sopra

un tremolante tubo.

Ticchi Marmissi adunque, all'invettiva del Cavalier Mostardo, si

sentì basire e, raccolto dal divano il floscio cappello, stava per

svignarsela quando Libero Bigatti lo trattenne:

— Dove vai?

— Ho un affare molto urgente!

— Proprio adesso?

— Sì.

— Lo sbrigherai dopo. Dato l'attacco di quel bestione, non possiamo

farci questa figura da vigliacchi!

— Ma che vuoi fare con quello là?

— Questo è compito mio. Non ti muovere e stai a vedere.

Ticchi Marmissi stette a vedere, ma non conviene dire ch'egli fosse

soverchiamente divertito dalla cosa.

Ora Libero Bigatti, lo scapigliato, era un giovane sui ventinove anni.

Non robusto, nè tale da potersi azzardare a far fronte al Cavalier

Mostardo, ma ardito e sfrontato. Egli calcolava sulle virtù della sua

parola e della sua ironia. Aveva sempre preso il colosso nella pania,

battendo l'identica strada.

Lo affrontava, armato solamente della sua astuta parola e cercava

condurlo, così, per sentieri difficili lungo i quali lo spingeva verso

l'ostacolo che lo avrebbe abbattuto. Il giuoco, gli era riuscito sempre

a meraviglia.

Armato di tale convinzione, atteggiato il volto ad un sorriso ironico,

si levò a mezzo dal rosso divano e, appoggiati i gomiti al tavolo, e

sportosi un poco verso il Cavaliere, disse:

— Siamo noi che abbiamo l'onore di destare l'attenzione del nostro

Mostardo?...

— Proprio voi e il vostro compagno! — fece il Cavaliere.

— E, di grazia, per quale ragione?

— Volete che mi spieghi con maggior chiarezza?... — e il Cavalier

Mostardo si levò.

Ahi, che le cose minacciavano di proceder piuttosto buie!

— Restate comodo, Cavaliere!

— No, caro signorino! C'è qualche conto da regolare, fra me e voi!

— Quale conto? Volete alludere agli innocui fasti del Cane Celeste?

— Io non so di tanti cani!... Chi ha la lingua, la sappia adoperare,

e quando non sa adoperarla abbia il coraggio di assumere la

responsabilità delle sue vigliaccherie!... Perchè, vedi, non so chi

mi tenga, — ed era già a un passo dal tavolo di Bigatti e di Marmissi,

— non so chi mi tenga dal prendere te, l'Apocalisse e questo pretuolo

castrato, e dal schiantarvi le ossa a tutti quanti!... L'hai capita la

storia?...

Il pavido Marmissi la capì subito perchè, raccolta la sua modesta

penuria, scivolò via come l'ombra, buono buono, zitto zitto, piccino

piccino. Ma Libero Bigatti non poteva ormai più fare altrettanto.

Tentò un'ultima strada. Restando sempre seduto, per dimostrare di non

aver paura, disse:

— Spero non vorrete usare della vostra forza prepotente contro chi non

saprebbe opporvi una forza uguale.

— Vedi che hai paura?... Lo vedi?... — E, rivoltosi al pubblico che

non rifiatava: — Eccoli qua i Cavalieri dell'Apocalisse!... Abbaiano e

scappano!... Bella gente!...

— Ma, se non mi sbaglio, io non sono scappato ancora.

— Ma ti raccomandi!

— Non mi sembra!

— Allora esci di lì e vieni a spiegarti...

— Non ne vedo il bisogno. Qui si sta benissimo.

— Vuoi uscire, o no?

— Non ne sento l'urgenza.

— Va bene!

Mostardo aveva finito di parlare. Ora erano le opere che

incominciavano. Scostato il pesante tavolo si avvicinò a Libero

Bigatti, il quale, vistosi ormai perduto, si era rannicchiato in fondo

al divano.

— Vieni fuori!

— No!

Allora se lo prese fra le braccia e, come l'altro si divincolava

disperatamente e tentava morderlo, afferratolo per la schiena e per il

fondo dei calzoni, se lo levò sulla testa e si diresse all'uscita.

Nessuno intervenne. Non era prudente. Fu il caso che salvò l'anarcoide,

perchè, proprio in quel punto sopravveniva una comitiva di giovinastri

_rossi_, i quali quella volta non cantavano l'Internazionale, ma una

canzoncina di occasione che dovevano aver composto poco prima. E questa

canzoncina diceva:

_È la Carlotta, un animal cortese_

_che sempre aspetta e sempre aspetterà,_

_quando il padrone va dalla francese._

_Ma qualche volta se ne stancherà..._

_E trallalèra e trallallà..._

Bene!... Oh, santo cacio sui mitici maccheroni!... Il Cavalier Mostarde

vide, udì. La sua centrale vendetta gli veniva incontro.

Posò Bigatti sul selciato della strada e gli gridò:

— Va via!

Bigatti non si fece ripetere l'avviso. Se ne andò ma senza affrettarsi

come l'uomo che, disceso da una ascensione involontaria, è ancora un

po' tonto.

Mostardo si precipitò nel Caffè, prese il nerbo di bue; uscì. In due

balzi fu addosso ai giovinastri, i quali, non attendendo il subito

impeto, rimasero dapprima sconcertati e si sbandarono. E le bastonate

incominciarono a volare come una fitta gragnuola. Mostardo lasciava

andare botte alla cieca, avventandosi nel folto. Sulle prime, ammaccò

qualche testa e qualche spalla; ma poi, la cosa, non gli continuò tanto

facile perchè gli assaliti, vistisi in buon numero, si riorganizzarono

e, afferrate le seggiole del Caffè, si serrarono compatti e assalirono

a loro volta, menando già alla disperata.

Vetrine, tavoli, seggiole, fanali andarono in frantumi, e, per un

attimo, il Cavalier Mostardo dubitò della sua fortuna. La lotta era

impari. Dodici erano i _rossi_ ed egli era solo. Ora doveva difendersi

e non poteva aggredire. Infuriato sempre più dal dubbio di essere

sopraffatto, teneva testa agli assalitori con tale e tanta violenza

da renderli pensosi sul conto loro perchè ben sapevano che se per un

attimo solo il Cavalier Mostardo riusciva a riprendere la supremazia,

essi erano bell'e spacciati. E così cercavano di tempestare e di

stringere sempre più da vicino il fiero avversario, allorchè il

Cavaliere udì, dietro le spalle, una voce amica:

— Mmmmo... Mmmostardo, sta fffo-fo... sta fffforte che vve... che

vvvvengo io!...

Era Coriolano, il _Donzello della Democrazia_.

E Coriolano entrò in lizza, con la sua obesità, lanciandosi da destra

a sinistra come una palla di gomma elastica. Coriolano non combatteva

in silenzio, ma, atteggiata la faccia ai più fieri spasimi, come i

guerrieri selvaggi, urlava e combatteva a un tempo gli uomini e il

cielo, tant'era la girandola di bestemmie che lanciava all'aria. Ed

ottime e risolutive erano le sue intenzioni, povero Coriolano, senonchè

una seggiolata maligna, che gli piovve sulla testa calva, lo mise fuori

combattimento. Colando sangue si ritirò nel Caffè dove, immersa la

testa in un catino, continuò a bestemmiare per darsi coraggio.

Nel frattempo però erano corsi al rumore molti amici di Mostardo e si

eran gettati nell'infuriato torneamento. Fra i sopraggiunti erano i due

inseparabili, e cioè il Moro Fabrizi e il Gobbo Pulizia.

Il Gobbo Pulizia non poteva molto, ma qualcosa volle fare: avventò

contro i _rossi_ il suo lercio compagno, poi, appostatosi dietro

una colonna, incominciò a scagliare addosso agli avversari ciò che

gli capitava sottomano. Così volarono bicchieri, bottiglie, tazze,

frammenti di seggiole e vai dicendo. Faceva quel che poteva, tenuto

conto del suo incomodo dorsale.

Ma il molosso sopraggiunse e colui che doveva dar termine alla zuffa.

Veniva via, Bucalosso, per la vastissima piazza deserta e piena di

sole. Aveva la doppietta sulla spalla.

Procedeva dondolon dondoloni e pareva non avvertisse il rumore della

gran battaglia che faceva accorrere gli scarsi passanti. Non affrettava

il passo, non alzava la faccia, invermigliata dal caldo. Ogni tanto

levava una mano ad asciugarsi il sudore che gli colava dalla fronte.

Arrivò così, pien di tranquilla serietà, al Caffè dei _rossi_, e solo

quando fu per mettere il piede sotto il portico parve avvertisse lo

strepito della battaglia.

Allora si fece solecchio di una mano, per meglio vedere, e, senza

perdere l'abituale calma, domandò:

— _Ch's'èll tota sta cunfusiôn?_... (Che cos'è tutta questa

confusione?).

Informato dello stato delle cose, e visto il Cavalier Mostardo che

perdeva terreno, sempre senza scomporsi, si allontanò di un trenta

passi dal campo della lotta, poi, puntata la doppietta e prese di

mira le gambe dei rissanti, lasciò andare due solenni schioppettate a

pallettoni.

Ne seguì un coro di urla e di strilli; si vide gente spiccar salti

prodigiosi poi, in men che non si dica, avvenne una fuga generale.

In quel punto sopravveniva di gran corsa l'onorevole, il quale, veduto

Bucalosso che soffiava tranquillamente nelle canne della sua doppietta,

gli si accostò di un balzo e gli chiese, trafelato:

— Ma che cosa avete fatto?... Che cosa avete fatto?...

Alle quali affannate parole il nostro leone levò pacatamente la faccia

e rispose col suo più bel sorriso:

— _A j'ho jatt par scumpartii!_... (L'ho fatto per dividerli!...).

L'onorevole si trascinò via il Cavalier Mostardo, Coriolano e il Moro

Fabrizi. Questi tre erano piuttosto malconci.

— Sssss... sssi! — disse Coriolano — Mmmmm... mo-mo... mmmo le hanno

ppppp... le hanno ppppre-pre... le hanno prese loro!...

— Bel conforto! — mormorò l'onorevole.

— In quanto a questo ce ne sono quattro che dovranno andare

all'ospedale! — soggiunse Mostardo.

— A Pigrènd la testa glie l'ho rotta io! — disse il Moro Fabrizi.

E Coriolano:

— E a Pppppph... a Ppppu-pu... a Pulìno... chhh... chhhhh... chi glie

lo dà... il ddddd... il dddi-di... il ddito che gli ho mangiato?...

Frattanto, sgombro il campo dai rissanti, sopraggiunse la pubblica

forza. Allora anche gli ultimi curiosi si sbandarono prudentemente e,

fra i rottami, non rimasero che Tugnîn e l'Uomo Pacato.

Dell'Uomo Pacato si nasconde il nome, per non turbare, col benchè

minimo rumore, i raccolti silenzi di questo antico goditor della carne,

abbandonato ora, poi che, nel suo primo autunno, la vita gli ritorna in

cenere, a interminabili meditazioni fra gli orti e i giardini della sua

rossa Tebaide.

Alle domande investigative della pubblica forza, Tugnîn si strinse fra

le spalle e rispose:

— Io non ho visto niente. Queste cose non mi interessano. Sono un

pessimista!

Ma l'Uomo Pacato parlò e disse:

— Signori miei, anche se i mattoni favellassero, e le pietre, voi non

avreste il potere di risolver la contesa. Non vogliate ingiustamente

accusare l'omertà romagnola. Queste cose si compiono, fra di noi, da

duemila anni e più. E sempre ce ne siamo trovati bene, se pure non

abbiamo saputo cogliere il saggio insegnamento che poteva derivarcene.

Io non sono un lusingatore di plebi e potete ascoltarmi. Mi chiamano

l'Uomo pacato. Dopo una consumata vita per tutte le Corti e i Piaceri

e le moderne Magnificenze sono ritornato al silenzio dei miei primi

giorni. Non ho parte; o meglio non ho se non quella parte che ridonda

in maggior e prodigo amore al mio popolo. Potete ascoltarmi. Ciò che

qui si è consumato, non ha tragica importanza. È il frutto del luogo.

La terra dei cocomerai si inebbria di ogni cosa rossa: così di una

bandiera, come di un'idea e del suo sangue. Chi vorreste punire?...

La legge non può aver luogo! Non può aver luogo se non a patto di

deformarsi e di lasciar le cose come stanno e come sempre sono state.

Qui si è combattuto; si vede. Prendete atto dell'avvenimento e non

cercate di più. Il Governo della Pubblica Cosa ci venga incontro

per altre strade. Noi anche possiamo amare esasperatamente, come

esageratamente odiamo per aver dimenticata, in tal modo, l'immensa

vanità che non ha più Dio. Anche fra questi rottami Iddio è morto; ma,

se rinascesse, in Suo nome, noi, per esser fedeli all'eredità di cui

Egli ci volle contrassegnati, spargeremmo il campo di rottami diversi

e a Lui vorremmo consacrato il bello e folgorante vermiglio del nostro

sangue che fiotta. La Politica è una contingenza, Signori miei. Ma,

domani, chi sa di qual nome vorrà fregiarsi la nostra incorruttibile

battaglia?...

E l'Uomo Pacato finì di parlare, e, sempre sorridendo ai bracchi

governativi, riprese la sua strada nel gran sole dell'estate.

Il Cavalier Mostardo · 第 33 / 72 题