Disse il moro Fabrizi:
— Ha ragione!... Oggi non importa scherzare...
Poi, dopo aver discretamente bussato, entrò l'avvocato Suasia. Era
di buon umore. Alla prima occhiata si accorse che Mostardo era in
burrasca. Gli si accostò, gli posò una mano sulla spalla:
— Che cos'ha, il nostro Mostardone?
Mostardo si rivolse a guardarlo, per nulla mansuefatto dall'allegria
dell'amico e compagno e gli domandò brusco brusco:
— Che cosa sei venuto a fare?
— Sono venuto a salutarti, in primo luogo. Ma, è così che si ricevono
gli amici?
— Non sei anche tu un ambasciatore dei _tamburieri_ del Circolo Mazzini?
Antonio Suasia scoppiò a ridere.
— Li chiami _tamburieri_?... Allora siamo ai ferri corti!
— Non cascar dalle nuvole. Va là!... Chi li ha mandati questi compagni?
— e indicò il Gobbo e il Moro.
— Non io certamente! — rispose Suasia.
— E allora chi vi ha mandati? — domandò Mostardo, rivolto agli
inseparabili amici.
— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.
— Hai sentito? — fece Mostardo rivolto al Suasia. — E sai che cosa sono
venuti a dirmi? Che questa sera, al Circolo Mazzini, ci deve essere una
adunanza per giudicare il mio operato della notte scorsa! Io lavoro e
gli altri voglion giudicare; io rischio la pelle e gli altri pretendono
di guastarmi la riputazione... No, per Bios!... Se questa sera devo
venire alla adunanza ci verrò, ma con la schioppa!...
— Allora la tua vuol essere un'ira funesta che adduca infiniti
lutti!... — esclamò sorridendo l'avvocato Suasia. — Ma no, Mostardone,
non ti montare! Ho parlato io stesso all'onorevole, poco fa...
— Be', e che cosa ha detto?
— Ha riso con me.
— Per Borgnini?
— Sì, per Borgnini!
— Volevo ben dire, io!... — fece Mostardo, e il suo viso si rasserenò.
— Che male gli ho fatto?... L'ho legato a una porta. Questo è uno
scherzo che si può fare sotto qualsiasi civiltà. E i miei uomini ti
possono dire che non sono stato io che gli ho riempito il didietro di
spine razze!
— Gli avete ridotto il versante a bacio, come un puntaspilli,
pover'uomo!
Risero tutti quanti.
— Però gli sta bene — riprese Mostardo. — Ci avevano preso fra due
fuochi.
Antonio Suasia si fece raccontare tutta la storia della spedizione
notturna e, quando il Cavaliere ebbe finito, disse:
— Incominciamo con troppi feriti!
— Come vorresti fare? — domandò Mostardo. — Quando si fanno le
schioppettate, sono inconvenienti che capitano.
Sopraggiunsero altri amici: l'ingegnere Fias, l'avvocato Relli,
Ildebrando Sgarzi, Girolamo Putti, Domokos Barbantini, Alvise
Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e, per ultimo,
l'onorevole, seguito da Coriolano.
Il Cavalier Mostardo contò gli intervenuti; erano dieci persone: le più
grosse teste del partito, Coriolano compreso, al quale, d'altra parte,
non nuoceva la sua qualità di donzello del Comune. Non si viveva in
tempi di _Democrazia Pura_? Coriolano soleva dire, con la sua voce un
po' rauca e interrotta dall'asma e dalla balbuzie:
— Da ora in avanti tu dovrai scrivere donzello col _di grande_. Così...
_Donzello_! Perchè quando un Coriolano, che non è un uomo di corta
misura, copre una carica qualsiasi, questa carica diventa di primissimo
ordine.
Infatti Coriolano si vantava dell'amicizia e della confidenza degli
uomini più grandi del partito e, in genere, della Democrazia. Diceva
che Innocenzo Cappa gli era come fratello; Barzilai lo adorava; Leonida
Bissolati gli scriveva quasi tutte le settimane; Turati gli aveva dato
tali e tante prove di stima che, una volta, non essendo contento, il
suddetto Coriolano, di un atteggiamento politico assunto dal grand'uomo
di parte, incontratolo un giorno in una trattoria di Bologna, ebbe ad
abbordarlo con queste precise parole:
— Senti, Filippo, l'ultimo tuo discorso non mi è piaciuto niente. Dai
troppa confidenza a Giolitti. Dà retta a me: cambia strada! Giolitti è
un uomo che ti frega!
E Filippo Turati, sempre secondo Coriolano, si era alzato dalla
seggiola e gli aveva buttato le braccia al collo dicendogli:
— Come si vede che mi sei amico sincero!... Grazie, Coriolano. Seguirò
il tuo consiglio.
Quando Coriolano raccontava queste cose nei crocchi, tanto era convinto
di dire la verità che si arrubinava dal gran piacere. E qualche
credenzone lo trovava sempre.
Ma le sue _grandi amicizie_ non si fermavano qui, perchè Claudio
Treves, Pantano, Labriola, Mussolini, Andrea Costa, Malatesta, Oddino
Morgan, Pietro Chiesa, Libero Merlino gli erano stati o gli erano
_fedelissimi_ e Coriolano citava il motto dell'uno, la barzelletta
dell'altro, l'intimità bonacciona del terzo. Tutti erano stati a
desinare a casa sua e gli avevano lasciato testimonianza grata della
sua ottima cucina e del suo vino piramidale.
— Perchè io ho un sangiovese che ha fatto leccare i baffi perfino a
Claudio Treves che di vino ne beve poco e male!...
Questa era l'autorità di Coriolano, detto il _Donzello_ col _di_
grande. E a forza di prendersi sul serio, pover'uomo, nonostante l'asma
che lo ammazzava, aveva trovato molti repubblicani della Città del
Capricorno che lo tenevano in considerazione schietta. Poi era un uomo
utile, specialmente nei banchetti. Andavano famose le _trippe_ come
sapeva farle cucinar lui, da un oste amico suo. Grande organizzatore di
agapi fraterne e mangiatore monumentale era Coriolano, _Donzello della
Democrazia_. E non v'era ritrovo ove egli non capitasse; nè scendeva
alla Città del Capricorno uomo politico che non lo avesse alle costole
dalla mattina alla sera, pronto a fargli da littore (senza fascio e
senza verga!) e da galoppino; da portavoce e da paraninfo, non inteso
nel senso di guardiano di castità. E, per tutto questo, non chiedeva
nessun onore diverso da quello che consisteva nella possibilità di
poter dare un consiglio a un uomo illustre. Aveva solamente questa
debolezza, povero Donzello, e non faceva male a nessuno.
Com'era naturale, nella Città del Capricorno non mancava gente arguta
che avesse notata la cosa, rilevando anche l'inopportunità continua
del suo intervenire e consigliare, tantochè «_i consigli di Coriolano_»
erano passati come un modo di dire proverbiale.
Di media statura, semicalvo, con una bella testa brachicefala, robusto,
il largo rubicondo e ridente viso dei romagnoli: tale era fisicamente
Coriolano, _il Donzello della Democrazia_. Egli soleva dire che non gli
sarebbe mancata nessuna qualità per essere un grande uomo politico,
solo la natura lo aveva tenuto indietro barbaramente regalandogli un
difetto del quale non era potuto guarir mai: la balbuzie.
Coriolano si sarebbe sentito oratore nato, ma la balbuzie gli tappava
la bocca ostinatissimamente.
Avendogli detto una volta, l'ingegner Fias, che Demostene aveva
sofferto dello stesso intoppo del quale era guarito mettendosi un
sassolino in bocca e recandosi a parlare ad altissima voce sulle rive
del mare, Coriolano, per non essere da meno di Demostene, era stato a
Rimini per una intiera estate e aveva urlato a più non posso, quando il
mare era in burrasca, tenendo sempre in bocca il famoso sassolino.
Gli amici suoi sapevano questo e lo aspettavano al ritorno. Quando,
alla metà di settembre, il _Donzello della Democrazia_, fece la sua
ricomparsa nella Piazza col pi grande, gli amici gli furono intorno e
volevano ch'egli improvvisasse un discorso politico. Ma così rispose
Coriolano:
— Cccchhh... ccchhhh... chho... cosa vuoi ppp... pppp... parlar di
Demostene! Mmm... mmmmm... mi sono mangiato il sassolino... chhh...
chhh... chhhhh... che non vado più di corpo!...
E la faccenda del sassolino non gli fu più perdonata, povero Coriolano;
nè potè aprir bocca nei ritrovi, nelle adunate, nei comizi che, alle
prime stentate parole, non lo investissero da tutte le parti e non gli
gridassero ridendo:
— Sta zitto, chè ti sei mangiato il sassolino!...
Ma Coriolano era uomo di spirito e sapeva prendere con garbo anche
questa sua nuova disgrazia.
Ora egli era entrato, necessariamente, dopo l'onorevole, trascurando
Alvise Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e suo principale
e donno, come persona di molto minore importanza. Dove c'era un
onorevole, Coriolano non poteva aver dubbi circa la scelta.
Non appena il Cavalier Mostardo vide l'onorevole, sentì dolorar più
forte la ferita inflittagli dalle parole del gobbo Pulizia e del moro
Fabrizi e non si tenne dal dire:
— Lei mi ha giudicato male, onorevole, ma ha avuto torto.
— Io?... E quando vi ho giudicato male? — fece l'onorevole puntandosi
una mano sul petto.
Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi cercavano ritirarsi nell'angolo più
oscuro della stanza.
— Come?... — fece Mostardo. — Non è stato lei che mi ha mandato a dire
che ho strafatto, che lei non è contento, eccetera eccetera?... Non è
stato lei che ha indetto una adunanza al Circolo Mazzini, per questa
sera?
— Io?... Ma sognate, Mostardo?
— Ma... scusi... — e cercò intorno con gli occhi i due inseparabili i
quali tentavan raggiungere la via della porta — scusi non li ha mandati
lei quei due baggiani?
E indicò, col dito steso, il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi che non
rifiatavano più.
— Neanche per sogno! — rispose l'onorevole.
— Allora?... — gridò il Cavaliere, rivolto al gobbo Pulizia. — Allora
come si spiega tutta questa faccenda?
— Perdonate Mostardo, noi non avevamo autorità per darvi un consiglio
e...
— E tu sei gobbo, sei!... Segnato da Dio!... Maligno e bugiardo!...
A questo punto intervenne il _Donzello della Democrazia_:
— Mmm... Mostardo... vvv... vvvuoi un consiglio?
— Macchè consiglio!
— No, Mmmm... Mmmostardo, vvv... vvvuoi un consiglio da amico?...
Lascia andare!
— Non so chi mi tenga — gridò Mostardo parlando sempre al gobbo Pulizia
— dall'aggiungerti un'altra gobba sul davanti!... Puoi ringraziare il
tuo dio, puoi ringraziare!...
— Ma l'abbiamo fatto per il vostro bene... — riprese il gobbo Pulizia.
— Amico Cccccce... amico Cesare... vvv... vuoi un consiglio?... —
riprese Coriolano, rivolto al gobbo Pulizia. — Ssss... ssstttt... sta
zitto!...
— Ma noi stiamo zitti! — rispose il moro Fabrizi.
— Stamattina, nel caffè dei socialisti, — soggiunse il gobbo Pulizia, —
per poco non ci hanno ammazzati!
— In quanto a questo, gli animi sono accesi — disse Domokos Barbantini.
— Come vorreste che fossero? — domandò Mostardo. — Il giorno in cui
si scende in piazza e si fa della polvere, tutto si accende. Questo lo
sapevamo prima.
E l'ingegnere Fias, con la sua olimpica calma:
— Cercate di tener bene asciutte le vostre polveri, Mostardo.
— E la testa a posto! — soggiunse l'avvocato Suasia, ridendo.
— Poverino!... Il più bell'augurio che ti potessi fare — disse Mostardo
a Suasia, — sarebbe quello di aver la mia testa.
E l'ingegnere Fias:
— Che è il monumento nazionale della Democrazia!
Rise l'adunata, ma non già l'ingegner Fias, il quale continuò ad
aspirare tranquillamente il fumo dalla sua pipetta di radica.
— Del resto io vado per la mia strada — ribattè Mostardo un po' piccato
— e non mi fermo a raccogliere questi fiori.
— Già — continuò calmo calmo, l'ingegner Fias; — lungo il ciglio della
vostra strada maestra voi preferite chinarvi a cogliere una gallina,
piuttosto che un fiore!
— Cosa vuol dir questo? — gridò il Cavaliere, mentre gli altri ridevano.
— Mmmm... Mmmmostardo... vvvv... vvvuoi un consiglio?... — fece
Coriolano.
— Ma va all'inferno coi tuoi consigli!...
— Signori!... — interruppe bruscamente l'onorevole. — Volete aver
la bontà di far silenzio e di ascoltarmi? Il momento è grave e non
consente queste piccole diatribe. Chiudiamo i battenti alle questioni
personali, ed uniamoci per lavorare di comune accordo alla vittoria
finale. Ogni esitazione, ogni ritardo, ogni discordia ci farebbe
vergogna. I _rossi_ ci guardano e si organizzano formidabilmente.
Le ultime notizie che ho avuto sono molto gravi. Le prime macchine
_rosse_ sono uscite; un vero esercito di braccianti è stato mobilitato.
I _rossi_ hanno a loro disposizione tutto quanto serve ad un vero
e proprio assalto alle aie e non passeranno dalle strade maestre. A
nostra volta dobbiamo mobilitare tutte le nostre forze. Ad ogni astuzia
vuole essere contrapposta una più fine astuzia e, se sarà dolorosamente
necessario, come si prevede, ad ogni violenza converrà contrapporre una
più grande violenza. Dobbiamo non essere sopraffatti. La Repubblica
cammina sullo scrimolo di un abisso. Giolitti non vuole entrare in
causa; nel Governo prevale la dottrina e la mentalità della _lodola
francescana_... e cioè di Luigi Luzzatti il quale ebbe, ultimamente,
a dire che «_il Governo non si pronuncia sul diritto di scelta della
macchina perchè un Governo liberale e costituzionale è sopra le classi
e non è nè capitalistico, nè proletario_». Così parla l'onorevole
Luzzatti mentre il prefetto di Ravenna ha riconosciuto ai mezzadri
il diritto di scegliere le macchine, ritenendoli possessori di fatto.
Questa è una enormità!
Signori!... Non dobbiamo illuderci! Siamo alla vigilia di una nuova
rivoluzione dei Ciompi. Qui non è in campo se non la più o meno palese
bramosia di impossessarsi dell'altrui proprietà, con la violenza. Le
_Organizzazioni Cooperative_, costituite fra braccianti, dalla libera
offerta passano alla _IMPOSIZIONE DELLE MACCHINE_ di loro proprietà.
Che cosa si propongono con detto tentativo di imposizione?... Una sola
e semplice cosa si propongono le _Organizzazioni Cooperative rosse_, ed
è questa: _LA FUTURA DOMINAZIONE DELLA TERRA!_
L'adunata scattò in un urlo.
— Signori! Non c'è da farsi illusioni, questa è l'ultima finalità dei
_rossi_ i quali, non da oggi, hanno scritto sulle loro bandiere la
minaccia che noi repubblicani, non dovremmo mai dimenticare: «_Morte
alla mezzadria!_» E la _lodola francescana_, che non rappresenta
certo la classe scapigliata, ha detto e ha scritto che le suddette
Organizzazioni Cooperative, per gli studi e per le dichiarazioni di
illustri economisti e sociologhi e socialisti forestieri, costituiscono
_un pregio e una originalità preziosa_ per il lavoro italiano!
Così parlano gli alti papaveri del Governo, quando noi ci raccogliamo
alla lotta più aspra per salvare all'Italia uno de' suoi migliori
istituti: la mezzadria. Ma il Governo, non intervenendo nella
questione, aggrega alla maggioranza i socialisti i quali hanno così
patteggiato il loro appoggio.
Per ora adunque il campo è lasciato all'astuzia e alla violenza e
_prevale il principio che la prima trebbiatrice la quale riuscirà ad
impiantarsi in un'aia, quella avrà diritto di batter il grano di quel
determinato podere_. Principio mostruoso che ci condurrà alla guerra
civile. Ma noi non indietreggiamo! Sapremo difenderci, signori!...
L'adunata gridò:
— Lo sapremooo!...
— E nonostante i boicottaggi, nonostante le minaccie più o meno
manifeste, nonostante l'esercito mobilitato dai socialisti, sapremo
rimanere in campo e riportar la vittoria! Io arrivo qui da una notte
senza sonno. Ho lavorato fino alle nove di stamane. Col far della nuova
notte, le nostre macchine e quelle dell'Agraria, partiranno e sanno già
in quali aie impiantarsi. Ogni macchina è fornita di personale più che
numeroso e armato. Se si vuole guerra, sarà guerra!
— Guerra, guerraaa!... — gridò l'adunata.
— Quindici pattuglioni di venti uomini l'uno, son già formati e
battono le campagne per stare a guardia delle aie e preservarle da
qualsiasi sorpresa. Sarà, per noi, un duro compito, ma i socialisti non
troveranno facili strade. Questa notte incomincierà la battaglia...
— È già incominciata! — scattò a dire Mostardo.
— Sì, e per merito vostro e noi ve ne rendiamo grazie. Però, caro
Mostardo, il vostro còmpito è appena all'inizio...
— Io non sono uomo da farmi indietro, onorevole!
— Voi avrete il controllo diretto su tutti i pattuglioni operanti;
avrete i vostri informatori i quali, di ora in ora, vi daranno precise
notizie di tutto quanto accade. Voi risponderete direttamente a me
circa il vostro operato. Accettate, Mostardo?
— Accettato!
— Signori! — riprese l'onorevole. — _Alea jacta est!_ Siamo alla
battaglia del Rubicone! Il _Blocco_ è infranto...
— Bene! — gridò Mostardo.
— ... non per colpa nostra! Noi avevamo tesa la mano fraterna ai
_rossi_ e i _rossi_, mentre si valevano della nostra alleanza e
della forza nostra, in tempo di elezioni, tentavano poi con la loro
opera subdola, con la propaganda quotidiana, col doppio giuoco, di
esautorarci, di assorbirci. La Repubblica doveva far da balia al
Socialismo e morirne!... Ah, no, per Dio!... La Santa Repubblica non
può morire! Ha troppa vitalità, è troppo necessaria, ha troppe scolte
su gli ultimi lembi del più lontano avvenire! Noi rassodiamo il passato
nel presente e, vagliandolo in modo che tutta la millenne ingiustizia
ne vada dispersa, lo scagliamo verso il remoto futuro.
Noi... i _gialli_!...
All'inizio di questa Rivoluzione dei Ciompi, che non abbiamo voluta,
noi ci eleviamo più saldi nell'intiera e sacrosanta coscienza del
nostro Diritto.
Compagni!
Domani vi saranno dei morti da ambo le parti; nuovo sangue proletario
scorrerà... ma questo sangue non potrà ottenebrare la coscienza
nostra; si riverserà bensì sopra coloro che vogliono distrutto il sacro
istituto della mezzadria.
In alto i cuori, fratelli miei di fede!...
Oggi, come segno augurale, nel nome della grande battaglia ingaggiata,
vi invito a gridare con me:
Evviva la Repubblica!...
Dagli undici petti uscì un urlo formidabile:
— Evvivaaaaa!...
Poi il Cavalier Mostardo si eclissò per ritornare dopo non molto,
seguito da Rigaglia. Questi recava un enorme vassoio con sopra
bicchieri e bottiglie.
Tutti i salmi finiscono in gloria.
— _Av voi fe' sintì e' mi sansvès!_ (Vi voglio far sentire il mio
sangiovese!) — disse Mostardo.
Bevvero e brindarono. L'ultimo a brindare fu Coriolano il quale,
fattosi innanzi, incominciò a boccheggiare e finì per dire:
— Bbbb... Bbbbb... Bbbbevo alla salute... dddd... dddella Democrazia...
ooggg... oooggg... oogggi combattente, dddomani vvvvincitrice!...
Nel brolo cantavano le cicale e c'era un bel sole d'oro. Spadarella
si era seduta all'ombra di un melo, aveva abbandonato il libro sulle
ginocchia, il capo sul tronco della vecchia pianta e guardava gli
ultimi comignoli e le nuvole sparte.
Tutto un ronzio di insetti le era intorno. Una canipaiola cantava in
una macchia. La città non c'era più; c'era solo l'estate e il verde
dell'estate con tutti i suoi fiori, nell'ombra di un brolo.
Si sentì appena una campana che chiamava forse le colombe a raduno e le
rondini. Morì con le nuvole, nell'azzurro altissimo.
Nessuno parlava intorno; nessuno intorno dava cenno di una presenza
estranea al raccoglimento di quell'ora soave. Solo il vento arrivava
dalla purezza del cielo, a quando a quando, a portare una carezza e un
profumo nella placida calma.
Le frutta maturavano al sole invermigliandosi; anche nell'anima
di Spadarella, anche nel cuore di lei che era nuovo, qualcosa si
invermigliava. Il frutto di una rama solitaria, fiorita già in un
silenzio antelucano.
Essa non parlava più con sè stessa e non leggeva più. Un poco aveva
cantato, sommessamente, presa tutta quanta da una dolcezza tale e così
profonda che a poco a poco le aveva serrata la gola; e il suo canto si
era spento come il sospiro della campana, ma nell'ombra del suo cuore
commosso.
Ora si perdeva nell'aria, viveva di sole e di uno smarrimento
ineffabile. Non pensava a Iddio e Iddio era con lei.
Come se qualcuno le avesse detto: — Vieni!...
Era un invito al mistero delle ore soavi che si abbandonano alle ombre
di un giardino, di un brolo.
Nelle piccole città c'è più riposo per l'anima e la giovinezza può
esiliarsi perchè la conduce un silenzio amoroso.
Non nelle metropoli regali può vivere una santità d'amore tanto grande.
Spadarella sorrideva e i suoi grandi occhi belli vedevano lontano, una
strada... una casa... Ed ella udiva una fresca parlata...
— Perchè non canti ancora, Spadi?... Mi ero fermato a sentirti!... Non
volevo più entrare!... Spadi, ho allevato un rosignolo, per te... Lo
vuoi? Te l'avevo portato...
Infatti perchè non cantava più?
Il rosignolo era in una gabbia verde, di brilli, coperta da una tela
cerata verde.
— Lo vuoi?
— Sì.
Avevano cercato un chiodo sul muro, vicino alla porta, nella casa
bianca, in mezzo al giardino.
— Così canterà col sole e con le stelle...
E c'era questo nuovo abitatore, presso i tre scalini che si salivano
per entrare nella casa in mezzo al giardino.
— Addio, Spadarella...
— Grazie, Paolo...
E si era avviata a riaccompagnarlo fino all'usciuolo che si apriva nel
muro di cinta.
Poi, lungo la strada, aveva raccolta una gardenia.
— La vuoi?
— Grazie.
— Aspetta...
E aveva cercato l'occhiello per il fiore e si era tolto uno spillo
dalla veste, per fermar la gardenia, chè non dovesse perderla.
Poi lentissimamente, guardando sempre nel vano, sempre più piccolo,
aveva richiuso l'usciuolo.
Girolamo e Stefano lavoravano ad un'aiuola di gigli.
Ogni torre ed ogni campanile aveva una corona di rondini.
In un'ora della vita si ritrova Iddio che sorride, ma non più di
una volta perchè l'anima conosce una strada ed una sola che arrivi
tanto lontano. E, dopo, la mente si annebbia fra le ciarlatanerie dei
sapienti, o si estrania e si imbraca nella torpida vita senza più luce.
L'amore ci insegna la strada... ma una volta sola.
Una sera estiva.
— Quando sei ritornato, Paolo?
— Ier l'altro.
— Ti fermerai?
— Sì, fino a quest'autunno.
— E dopo?
— Andrò a Milano.
Stefano e Girolamo passarono e si tolsero il cappello. Avevano compiuta
la loro fatica anche per quel giorno.
— Buonasera, Spadarella.
— Buonasera.
Se ne andarono lungo il muro, senza parlare, curvi, la giacca sopra una
spalla.
Una donna, seduta innanzi alla porta di una casa vicina, cantarellava
una nenia a un suo bimbo che teneva sul grembo. Due comari sbraitavano,
più lontano, con una frotta di marmocchi. Passò un carro rosso,
trascinato da due enormi buoi; una bimba scalza li precedeva reggendo
la corda della nasaiola; venivano dietro due contadini scamiciati,
taciturni e gravi.
Dal fondo della strada, che moriva fra gli orti, era nata la stella del
vespero.
Poi suonò l'Ave.
Passò l'Angelo sopra una piccola città del mondo.
Non si guardavan negli occhi; egli guardava le colline che si vestivan
come le fanciulle a primavera, di un color di violette e di lillà.
Disse:
— Domani andrò a Premilcore...
— Dai tuoi parenti?
— Sì.
Ella sentì, nell'anima accorata, una nostalgia di perdute distanze; le
pareva che, oltre quel soavissimo smorir di colline, incominciasse la
strada che è solamente nei sogni.
L'usciuolo era dischiuso; Spadarella si appoggiava allo stipite della
piccola porta che si apriva sul muro di cinta del suo giardino. Ogni
tanto guardava verso il fondo della strada.
— Dove sarà Spina Rosa?
Egli guardò con lei, senza dir niente.
Poi un brivido l'aveva fatta arrossire. Egli aveva detto all'improvviso:
— Come ti sei fatta bella!...
Poi le siepi finiscono e si apre la _larga_, la campagna sconfinata,
tutta a grani e a lupinelle. Ed ivi non sono che allodole e nuvole; e
sentieri che non finiscono mai.
Qualche piccola casa è sul confine delle _larghe_; qualche casa con la
sua porta rossa.
Chi starà mai laggiù, sotto il sorriso del cielo?...
Un giorno le fanciulle partono, attraverso le lupinelle in fiore, sotto
il volo delle allodole e delle nuvole... solo per vedere... per sapere
chi abiti mai, dentro la piccola casa dalla porta rossa, sotto il
sorriso del cielo.
E sono scalze... e veston di niente... e portano il loro cuore che
canta, attraverso il mare delle lupinelle.
Laggiù ma' mai!...
C'è sempre un porto più lontano, per le fanciulle che migrano verso il
loro sogno d'amore.
Chiuse le palpebre e vide un'ombra d'oro; e in quell'ombra si immerse.
Le api, i calabroni, le pecchie le ronzavano intorno.
Un frutto cadde dal melo. Un frusciar dolce di foglie discendeva
nell'ombra d'oro, con lei.
Ella non avvertì più che l'estate: il caldo, il languore, la
chiarità, la promessa dell'estate. L'essere suo si distese, si perse
nell'universale. Ella non si sentì più nella sua vita: si sentì pari
alle cose che non parlano e a quelle che non si vedono e sono per la
stessa legge come noi siamo. E le parve che un sonno le sopravvenisse
ma non era il sonno, bensì una coscienza diversa.
Solo languiva e non sapeva di che; e un po' di angoscia era nel suo
riposo. Non c'era più parola, al mondo, per la sua attenzione; c'era
solamente una incerta attesa.
Aveva pensato a una strada, a una casa, al volto di un giovane; ora
anche queste cose eran dileguate nella profondità dell'ombra d'oro ed
ella non pensava più e il cuore di lei era vuoto di immagini.
Ma il sole aveva anche per Spadarella l'ardor che matura le frutta;
anche per Spadarella, la calda estate recava nel grembo un segreto
d'amore.
Un segreto, ma quale?
Ella si sentiva battere i polsi e non sapeva di che sorridesse; anche
non sapeva perchè il suo volto si facesse del color dei gerani. Non
era il caldo, era qualche altra cosa dolce, ignota e divina. Era la sua
giovinezza.
Perchè ella camminava, con la sua giovinezza, da stagione a stagione,
e gli occhi suoi grandi erano chiari e le cose si illimpidivano,
specchiate nella loro chiarità; ma la sua compagna, quella che teneva
gli anni di lei fra la sera e il mattino, si era turbata di una cosa
che non era tuttavia un desiderio, ma un presentimento e si era ferma
nel sole come il frutto che matura per qualcuno che deve passare.
Tra le siepi, sulle rame, nei pomarii e nei roveti maturan le
frutta per l'errante desiderio del mondo e la stagione arriva per le
fanciulle.
Anche le prugnòle si fan dolci nel cuor dell'estate!
Ebbene, l'anima di una vergine, ad un punto della sua giovinezza, sente
che la purità sua non sarà guasta se l'amore arriverà ad amarla; sente
che, sotto il confine del cielo, non v'è altra poesia ed altro più
grande destino. E il suo desiderio arriva come una rondine che appare
in un mattino di aprile.
Essere amata!
A un tratto, in un'ora della vita, questa sconfinata dolcezza si appena
in una attesa da core:
Essere amata!...
Chi l'avrebbe attesa in fondo all'ombra d'oro di quell'estate regale?
Chi avrebbe colto il primo bacio della sua bocca vermiglia? Chi
l'avrebbe stretta fra le braccia per mormorarle le parole che si
ascoltano ad occhi chiusi?...
Ella non udiva che il frusciar delle foglie del melo e Iddio era con
lei.
Qualcuno l'aveva chiamata dalla distanza del mondo.
Qualcuno che aveva detto:
— Levati e cammina perchè sei giovane e bella, e prendi la pena del tuo
cuore e vienmi ad incontrare!...
Ora ella aveva ubbidito.
— O Spadarella?... Dormi?...
Ella aprì gli occhi, in sussulto. Lo zio Giovanni stava di fronte a
lei, nel sole.
— Hai tardato tanto, zio!
Fu in piedi; si riassettò le vesti.
— Che ore sono?
— Le dodici e mezza — rispose lo zio Giovanni. — Bisognerà spicciarsi.
Spina Rosa ci aspetterà brontolando.
— Io sono pronta. Il mio cappello l'ho lasciato in camera tua. Vado a
prenderlo, zio. Permetti?
— Sì. Fai presto.
Ella si avviò innanzi correndo. Il Cavalier Mostardo le teneva dietro
passo passo. Come fu alla porta del cortile, incontrò Rigaglia.
— Ci sono queste lettere per voi.
— Chi le ha portate?
— Il postino.
Le prese le rivolse da ogni lato; non capiva chi poteva avergli scritto.
Ne aprì una, guardò la firma... era una donna.
— Margherita?... E chi è questa Margherita?...
Perchè Spadarella non sopravvenisse, ficcò la lettera in tasca.
— La leggerò dopo.
Ne aprì una seconda. Incominciava:
_Uomo del mio sogno_,
_mi sono decisa a scrivervi dopo aver lungamente combattuto con me
stessa, col mio dovere... eccetera, eccetera..._
Era firmata Maddalena.
— Maddalena? Margherita e Maddalena?... E da dove escono tutte queste
donne?...
Ficcò in tasca anche la seconda. Spadarella poteva arrivare.
Aprì la terza ed ultima. Diceva:
_Amore mio_,
_tu non mi conosci, ma tu sei l'oggetto di tutti i miei sogni.
Io ho desiderato sempre un uomo come te: forte, gagliardo,
temerario... etcetera, etcetera..._
Era firmata Claretta.
— Margherita... Maddalena... Claretta?... No!... Non può essere che uno
scherzo!... È possibile che io sia diventato il gallo della Checca?...
Ficcò in tasca anche l'ultima e si fermò in mezzo al cortile ad
aspettare Spadarella.
— Per Bios! Ma che cosa mi capita in questi giorni?
Poi, dal fondo del giardino, venne innanzi un ragazzo con una lettera.
— Per chi è? — domandò Spadarella.
— Per Mostardo — rispose il ragazzo.
Il Cavalier Mostardo guardò di traverso il sopraggiunto.
Prese la lettera, lacerò la busta, lesse:
_Amico mio_,
_Sono al Conventino. Devo preparare la villa. Sono sola. Se
passaste a tenermi compagnia, mi farebbe piacere. Non mi garba di
restare isolata in campagna, specialmente di notte. Se foste con
me, non avrei paura. Potete arrivare quando vi piaccia: tanto di
giorno, quanto di notte. Vi aspetterò._
_La vostra_