Rilesse; fu contento della partorita risposta; piegò il foglio,
l'infilò in una busta, scrisse l'indirizzo e premette il bottone del
campanello elettrico. Rigaglia comparve.
— Va subito a impostare questa lettera.
Rigaglia prese la busta e incominciò a leggere l'indirizzo. Mostardo
alzò la voce, inquieto:
— Te l'ho data da leggere o da impostare?
— Da impostare...
— E allora perchè la leggi, brutto somaro?
— Guardavo...
— Non c'è niente da guardare! Va via.
— Sì.
Rigaglia, fece due passi e, giunto all'uscio, si rivolse e disse:
— Disotto ci sono il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi.
— Cosa vogliono?
— Hanno detto che vogliono parlarvi.
— Dì che aspettino.
— Sì.
E il nostro Cavaliere incominciò a farsi bello. Era contento. Sentiva
che le cose gli andavano col vento in poppa, nell'amore, nella
politica, nel giornalismo. Per Bios, avrebbero visto, i nemici suoi,
dove poteva arrivare un Cavalier Mostardo quando ci si metteva di
buzzo buono! Intanto, quel giorno stesso, voleva trovarsi con Mignon
per renderle conto del suo operato e per averne un qualche compenso
in natura, se fosse stato possibile. Lo scherzo fatto a Borgnini,
legato alla porta della _Camera rossa_, a quell'ora doveva già correre
i quattro canti della Città del Capricorno e Ninon Fauvétte, fior
di Parigi, doveva averne sentito parlare. Nel pomeriggio si sarebbe
presentato in pompa magna al palazzo dei marchesi ed avrebbe chiesto di
lei. Dovevano intendersi. Egli pretendeva di riscuotere il premio della
sua prestazione d'opera. Però si sentiva anche abbastanza generoso
per non insistere così, sui due piedi. Poi... chissà quale putiferio e
quale fiumana di vendette gli avrebbe procurata l'impresa della notte
trascorsa. I _rossi_ non si sarebbero dati per vinti. Gli conveniva
star sull'avviso per non avere qualche improvvisata di cattivo
genere. Avrebbe sguinzagliato subito i suoi informatori per la Città
del Capricorno e dintorni. Giusto il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi
capitavano a proposito. Ascoltare, indagare, riferire!
— Si giuoca una partita grossa. Ne va di mezzo tutto quanto l'avvenire.
Si affacciò alla finestra annodandosi la cravatta. Dall'orto, dietro
il cortile, cantavano le cicale. Il sole era alto. Intorno al cono
del gran campanile stridevano le rondini nere; le rondini nere col
panciotto bianco. Alzò gli occhi a guardarle e fu rasserenato solo da
quel po' di cielo turchino, dalla rossa maestà del campanile e dal volo
dei balestrucci. Era un giorno di Dio, di una chiarezza profonda. La
bella e bionda estate non domandava agli uomini che un po' di fatica
e per questa fatica portava un gran dono di pace. E gli uomini si
mangiavan fra di loro e si avvelenavano non solo l'estate, ma tutte le
quattro stagioni.
Il Cavalier Mostardo trasse un grande sospiro; mormorò:
— Poveretto me!
E si ritrasse dalla finestra. Aveva pensato a Spadarella. Dall'oasi più
dolce del suo cuore era sorta, con la nostalgia del riposo, l'immagine
della sua bambina. Divenne malinconico; dal Cavalier Mostardo rinacque
Giovanni Casadei... lo zio Giovanni.
Ora non era neppure più padrone del suo tempo e del suo amore; doveva
sacrificar tutto... tutto!... Sfuggire l'ombra quando è più soave;
sfuggire il riposo di un giardino quando più lo desiderava; non vedere
la sua piccola creatura quanto più la sentiva lontana! E perchè poi?...
Per sentirsi prendere in giro sui giornali.
Se ricordava la sua fanciullezza trascorsa fra l'officina di un fabbro
ed il retrobottega di una farmacia; se si rivedeva così, povero e
erratico, come il cane di nessuno; senza una casa: un po' accolto
dall'uno, un po' dall'altro e maltrattato da tutti; se si rivedeva
giovane e senza altra gioia all'infuori di quella di andarsene, nei
pomeriggi delle domeniche, lungo i greti del fiume a respirare un
po' di campagna, un po' di silenzio e di pace e sempre stretto dal
bisogno, tanto che quasi metà della sua vita non si era riassunta che
nel verbo penare; se ripensava alla sua triste ventura e al suo cuore
più timido e solitario che aveva sempre desiderato ciò che non gli era
stato concesso a tempo, dal fondo della sua più schietta anima, che
era quella di un buon campagnuolo innamorato perdutamente delle cose
candide e eterne, saliva la muta malinconia che in sè si accora e non
cerca parole, e non vuole palesarsi perchè è fatta vergognosa dal mondo
che non potrebbe intenderla. Di tale malinconia, che è un po' di tutti
i romagnoli di razza, egli era schiavo e geloso, e, quando la sentiva
arrivare dal fondo di una memoria lontana, come un canto nostalgico su
di un vento di primavera, al crepuscolo, quando la sentiva arrivare
scantonava per le strade degli orti, se era in città; e, se era in
campagna, dimenticava tutto e tutti e se ne andava lungo un filare
di olmi e di viti, l'orecchio attento ai più lontani e tenui e dolci
suoni, l'anima persa nell'attesa misteriosa della vita. Non sapeva
neppure lui perchè questo gli accadesse e non si domandava perchè gli
accadeva; condotto dal suo cuore andava così, alla deriva, e in questi
silenzi suoi, in cui si perdeva un pianto interiore senza parole e
senza volto preciso, era la sua musica e la sua poesia, le due sole
cose del mondo per cui l'uomo può chiamarsi tale e sentirsi migliore a
volte.
Non si guardò più allo specchio; finì di vestirsi, il volto atterrato.
Pensava lontano. E non pensava precisamente: sentiva una volontà, una
necessità imperiosa di scantonare per la prima strada, per non saper
più niente, per non udir più niente, ma forse solo lo stridìo armonioso
di un verzellino, dall'ombra di un brolo.
Qualcuno bussò alla porta, ma con discrezione. Certo non era Rigaglia.
Rigaglia entrava senza domandare permesso; era sempre in casa sua. Chi
poteva essere mai? Guardò un poco la porta prima di rispondere, poi
domandò:
— Chi è?... — ma la sua voce non fu gradevole e di buon invito.
— Sono io!... — Un falsetto sottile. Che voce era quella?
— Io, chi?
— Io!...
Si accostò all'uscio; disse:
— Avanti...
E attese. La porta non si apriva. Qualcuno voleva prendersi giuoco
di lui. Giusto! Arrivava a puntino. Aggrottò il viso, si diresse
risolutamente alla porta e appena ebbe tempo di aprire che si sentì
stringere il collo da due dolci braccia ed ebbe il viso inondato di
baci.
— Zio... zio... zio... come sei cattivo con me!
Era Spadarella. Spadarella sua, la gioia del suo silenzio lontano.
La faccia di lui si accese subito di un radioso amore.
— Come mai sei qui?
— Ho avuto un bell'aspettarti in questi giorni, zio cattivo!
— Ma non sai che è incominciata la lotta?
— Lo so benissimo! Ma, la sera, una piccola mezz'ora potresti ben
trovarla per Spadarella!
— Ebbene, sai a che ora sono ritornato questa notte?
— No. A che ora?
— Alle tre e mezza!
— Povero zio. E dove sei stato?
— In campagna. Ma non parliamo di queste porcherie. Sei sola?
— Sì.
— Dov'è Spina Rosa?
— A casa. L'ho lasciata a casa attorno ai fornelli... perchè...
— Perchè?...
Si sorrisero guardandosi negli occhi.
— Hai indovinato, zio?
— Credo di sì.
— Vieni?...
— Ma... questa mattina... — rispondeva così, e già aveva deciso di
andarsene con lei a colazione.
— No... no... no... non ci deve essere proprio niente che mi ti porti
via, questa mattina! Sono decisissima, sai? Non ti lascio più...
proprio, non ti lascio più!
— E... se non potessi?
— Devi potere!
— Ma se non potessi?
— Allora resterei con te. Ti pare giusto che solamente io non debba
averti mai?
Cara la sua bambina! Egli si sentiva cinque volte più forte quando
l'aveva accanto, quando poteva ascoltare la voce di lei armoniosa e
guardarla, quell'angiolella, che portava sempre con sè la luce dei più
bei mattini.
— Va bene. Allora resta inteso — disse lo zio Giovanni; — però, Spadi
mia, devi avere un po' di pazienza...
— Fin che vuoi, zio.
— Devo mettere in ordine molte cose prima di venir con te.
— Fa quello che vuoi.
— Dove mi aspetterai?
— Qui.
— No. Va nell'orto... Hai qualche libro?
— Sì. Ne ho uno.
— Allora vai nell'orto; leggi e aspettami.
— Sì.
Egli si allontanava senza guardarla. Spadarella lo richiamò:
— Zio?
— Che vuoi?
— Vai via così?
— Perchè?
— Neppure un bacio?
Ritornò sorridendo, le stampò due grandi bacioni sulle guancie e partì
che si sentiva ringiovanito di vent'anni.
— Ah, Spadarella, Spadarella!... Se tu non ci fossi che ne sarebbe di
questo povero insensato, con tutta la sua Repubblica?...
Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi sedevano ad un tavolo e giuocavano
a tressetti. Tanto erano intenti alla loro partita, che neppure
l'udirono entrare. Era questa una loro particolarità. Siccome erano
sempre insieme, il gobbo Pulizia portava con sè di continuo, in una
delle ampissime tasche della gabbana, un mazzo di carte. Ad ogni
sosta iniziavano una partita a tressetti. Si giuocavano un soldo a
testa e non avevano mai aumentata la posta. Durante il giuoco usavano
insolentirsi con abbondanza; ma, con l'ultima carta gettata sul tavolo,
tutto era finito e dimenticato.
Li chiamavano l'amico Cesare e l'amico Ciliegia. Erano repubblicani
fino alle midolle.
Il gobbo Pulizia «_e' gobb Pulizì_» si era guadagnato tale battesimo
per la sua meticolosa cura della nettezza. Era un ossessionato della
nettezza. Durante l'estate diventava nervoso e teneva ermeticamente
chiuse tutte le finestre e le porte di casa perchè non entrassero
mosche. Un cerchiolino di mosca in uno specchio o in un foglio di carta
poteva farlo malinconico e preoccupato per una settimana intiera;
una tela di ragno in un qualsiasi angolo della casa lo riempiva di
tristezza. Dava la caccia alla polvere sopra e sotto ai mobili; fiutava
le macchie sul pavimento; aveva inventato un arnese per pulir fino i
buchi delle serrature, fino gli interstizi fra mattone e mattone. Non
trovava fantesca che potesse reggere con lui; dopo poche settimane
di esperimento tutte lo abbandonavano. Tanta era la cura sua di
non insudiciare nulla che, in casa, camminava in pedùli e, prima di
sedersi, si spazzolava il fondo dei calzoni.
Data simile manìa, era più che naturale che non ricevesse nessuno
ed in fatti anche il moro Fabrizi non compariva che rarissimamente
benchè fosse il solo e grandissimo amico del gobbo Pulizia. Ma la
sola idea di trovare l'ombra di un'orma sui pavimenti lucidissimi
immalinconiva il povero gobbo il quale, d'altra parte, all'infuori di
questa, non aveva altre manìe. Ma questa era una manìa seria che non
si limitava alla casa, ma a tutti gli oggetti della casa, compresa
la sua persona. Infatti il gobbo Pulizia faceva il bagno due volte
al giorno; la mattina e la sera e portava sempre in tasca un pezzo
di sapone da bucato e uno spazzolino di setole. A volte, durante
la notte, si ridestava all'improvviso, colto dalla sua ossessione e
correva a lavarsi. Nella sua stanza da letto erano sempre, per ogni
evenienza, un mastello e tre grandi secchi ricolmi di acqua, senza
contar le catinelle. Aveva adottato un _W. C._ di sua invenzione,
nel quale l'acqua scorreva perpetuamente e scaturiva da ogni parte in
getti, in cascatelle, in zampilli incrociandosi e sfrangiandosi nei
giuochi più svariati, tanto che pareva una fontana monumentale. Non vi
mancava che una statua e da statua funzionava il gobbo Pulizia quando
ve lo costringevano le sue estreme nonchè umili necessità. Allora egli
diventava una nàiade, benchè non disponesse dei vezzi di una ninfa;
diventava una nàiade e metteva in guazzo la parte opportuna, la qual
parte, investita da ogni banda dai festevoli giuochi d'acqua, si
sollazzava e si purificava adempiendo al suo compito estremo. Una volta
al moro Fabrizi, che cercò di servirsi di tale arnese senza conoscerne
il perfetto congegno, toccò la sventura di prendere un bagno compiuto e
di beneficiare di un discreto spavento, tanto che ebbe a soffrire, per
il resto della sua vita, di una stitichezza ostinata.
Dopo tutto quanto abbiamo detto, lo strano si era che, varcato l'uscio
di casa sua, il gobbo Pulizia diventava un uomo come tutti gli altri e
poteva essere altrettanto sudicio quanto l'amico suo carissimo Fabrizi;
perchè il moro Fabrizi era fra i più grandi sudicioni della Città del
Capricorno.
Come mai l'amico Cesare e l'amico Ciliegia si fossero appaiati per
diventare inseparabili, era un mistero nel grembo di Dio. Fatto sta
che non si vedeva il gobbo Pulizia senza vedere il moro Fabrizi e
viceversa.
Il quale moro Fabrizi, pure essendo benestante come l'amico suo, tanto
ostentava la trascuratezza, da sembrare quasi un pezzente. E mentre il
gobbo Pulizia era accuratamente sbarbato ogni giorno, il moro Fabrizi
si faceva radere una volta ogni due settimane tanto che sembrava per
il resto del tempo un cinghiale domestico che grufolasse per i caffè
e le osterie della Città del Capricorno. E i suoi vestiti erano unti
e bisunti, tanto da diventare impermeabili. Del resto non li cambiava
mai, come non cambiava mai le scarpe e il cappello e non si lavava mai
le mani.
Una volta che il gobbo Pulizia si azzardò a domandargli:
— Perchè non ti lavi mai?
Gli rispose:
— Perchè è inutile lavarsi se ti devi insudiciare subito. Io faccio un
bagno di pulizia ogni tre mesi, consumo due pezzi di sapone e basta.
Questa è salute, amico mio. I nostri vecchi non si lavavano mai e
campavano fino a cent'anni. Bisogna lavar lo stomaco con del buon vino,
questo sì! Ma il difuori è degli sciocchi.
Il gobbo Pulizia non aveva rifiatato. Del resto si trovavano d'accordo
sulla Repubblica. Forse la Repubblica faceva loro chiuder gli occhi sul
resto.
Erano accanitissimi partigiani, ligi al verbo del Maestro e strepitanti
per ogni pubblico ritrovo per buona parte della giornata. Il gobbo
Pulizia disponeva di una voce acutissima e di buone argomentazioni;
il moro Fabrizi era meno dialettico ma sosteneva il compagno con
fede intemerata e con la forza de' suoi muscoli. Dovendo discutere di
politica, in Romagna non è mai male disporre di buoni muscoli.
Ora l'amico Cesare e l'amico Ciliegia giocavano la loro eterna partita
a tressetti, quando il Cavaliere Mostardo entrò nella stanza.
— Buongiorno amici!
Piantarono le carte in asso e si levarono.
— Che c'è di nuovo?
Fu il gobbo Pulizia che prese la parola.
— Caro Cavaliere, bisogna stare attenti. Nella città c'è un gravissimo
scandalo.
— Quale scandalo?
— Per il fatto Borgnini.
— Ebbene?
— I socialisti ve l'hanno giurata.
— A me?
— Sì, a voi.
— E che vogliono fare?
— Dice che vi faranno la pelle. Di notte o di giorno non importa, ma ve
la faranno.
— E poi?
— Poi c'è l'onorevole che non è contento.
— Perchè?
— Perchè dice che avete strafatto.
— L'onorevole non capisce niente.
— Può darsi; ma tutte le persone serie del partito, la pensano come lui.
— E chi sono queste persone serie?
— L'avvocato Suasia, l'avvocato Relli, l'ingegnere Fias, Girolamo
Putti, Ildebrando Sgargi...
— Ho capito: la Cattedra!... Scommetto che questa sera c'è adunanza al
Circolo Mazzini.
— Avete indovinato — disse il moro Fabrizi. — Anzi ci hanno incaricato
di venire a dirvelo.
— E chi vi ha incaricato?
— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.
— Va bene — fece Mostardo, che non perdeva la sua calma. — Avete
occasione di vedere l'onorevole, uscendo di qui?
— Certamente.
— Allora ditegli, da parte mia, che io gli rassegno le mie dimissioni;
e ditegli che vada a quel paese!
Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi rimasero perplessi.
Il Cavalier Mostardo si dette a misurare la stanza a grandi passi;
incominciava a perdere la calma che si era imposta.
— Vogliono anche sconfessarmi?... Non ci si provino! Non mi conoscono
ancora. Ma a che giuoco si giuoca?... — e piantò gli occhi bui sui due
amici. — Mi cacciano nel pericolo e poi non vogliono riconoscere il mio
operato?... Si sbaglian di grosso, cari miei! Vedrete che cosa farò,
io.
— State calmo, Mostardo...
— Macchè calmo!... Queste sono porcherie. Vorrei che ci si fosser
trovati loro, questa notte, a far le schioppettate fra i campi!
— Certo che non deve esser stato piacevole!
— Bravo! Tutti questi cattedratici sarebber diventati tanti _fornicari_
perchè dove c'è del fumo ci si sta male. E adesso, a cose finite,
quando non c'è più pericolo, almeno per loro, fanno le adunanze...
vogliono sconfessare!... Dì che si provino!...
Vi fu un silenzio. Il Cavaliere passeggiava furiosamente per la stanza
e, di tanto in tanto, ripeteva come a sè stesso:
— Dì che si provino!...
Allora il gobbo Pulizia disse:
— Mostardo perchè inquietarsi tanto?
— Secondo voi che cosa dovrei fare? Un passo di danza?
— No... ma state calmo... andiamo!... A inquietarvi che cosa ci
guadagnate?
— Sicuro — soggiunse il moro Fabrizi.
— Mi fate ridere... mi fate!... — riprese Mostardo. — Qui si tratta
della mia riputazione. Se la Repubblica non cammina con me, io posso
combinare a questi signori qualche brutto scherzo.
— Ma noi non vi abbandoniamo! — disse il gobbo Pulizia.
— Voi non siete la Cattedra!
— Questa è una vostra fissazione...
Aveva appena detto questo, il gobbo Pulizia, che il Cavalier Mostardo,
il quale si era fermo presso una tavola, lasciò andare sulla medesima
un violento pugno e gridò:
— Non scherziamo, ragazzi!... Oggi non ne ho voglia!...