Il buon Mostardo si passò una mano sulla fronte perchè sudava. Faceva
caldo e la prosa del _Cane celeste_ non era refrigerante. In un
primo tempo cercò, in detta prosa, gli estremi che giustificassero la
risoluzione della faccenda per le vie più spiccie, così avrebbe fatto
i conti col signor Bigatti una volta per sempre; ma tali estremi non
c'erano, bisognava convenirne, e non è facile intendere l'ironia.
Allora... _versipelle_... Ritornò al suo librone, lo aprì alla lettera
_vu_, sfogliò:
— _Versiero... Versino... Versione..._ Ecco, ecco: _VERSIPELLE, agg. T.
lett. Astutissimo._
Dunque versipelle non voleva dire che astutissimo?... E perchè mai?...
Egli aveva dato alla parola un valore ben più ampio. L'aveva riconiata
nel suo sentimento e per i bisogni suoi; era diventata tutta sua.
Il dizionario era un arnese della Cattedra, aveva la mentalità di un
clerico-moderato, il dizionario. Un conservatorume di vecchia specie.
Perchè «_versipelle_» non doveva significare che «_astutissimo_»? Chi
aveva comandato questo? Era possibile, in tempi di Rivoluzione, voler
fare anche delle parole una specie di proprietà privata? Non erano di
tutti, le parole, come le strade? Ebbene, se eran di tutti, ognuno
poteva servirsene secondo i propri bisogni, ed egli, repubblicano
antico, aveva pieno diritto di far questo! _Versipelle_ gli suonava
bene. Le bestie della Cattedra non usa per il suono e non per altro.
Ammesso che la parlata fosse una banda, bisognava convenire che c'era
molta differenza fra il suono di un ottavino e quello di un corno
inglese: ebbene, egli, per esprimere il disprezzo, la disistima; per
bollare il prossimo nemico adoperava il corno inglese così come usava
l'ottavino quando parlava a Spadarella. Non era chiaro tutto questo?...
Nella banda delle parole, «_versipelle_» era una nota del corno
inglese; e un'altra era «_cacume_»!
— Io posso dire benissimo _fornicario_, al vigliacco; posso dire
_pistola_, all'imbecille; _pubblicana_, alla donna di mestiere;
_porcinaglia_, al clero e ai suoi costumi; _tamburiere_, all'uomo
politico disonesto; _tritone_, a Ticchi Marmissi, direttore del
_Sillabo_; _trocaico_, alla porcheria manifesta; _cacume_, a tutti
gli eccessi e _Versipelle_, al voltagabbana, all'imbroglione, alla
canaglia, a chi mi pare, ecco! C'è o non c'è _il suono_, in queste
parole?... Il suono c'è e basta. Il resto ce lo metto io. Non sono
padrone di far questo?
E il Cavalier Mostardo, di sillogismo in sillogismo, si era costruito
una torre in muratura. Come si sentì ben murato a difesa, quando gli
parve che nessuno più avrebbe potuto attaccarlo con tanta ignobiltà
di intenti, saltò dal letto e così, in camicia, corse al tavolo dove
c'era una seconda statuetta della Repubblica in cotto. Cercò un foglio
di carta, una penna, puntò un gomito sul tavolo, appoggiò la fronte sul
palmo della mano e si dette a meditare. Poco dopo scrisse quanto segue:
_SI RISPONDE AL CANE CELESTE. — Un repubblicano antico potrebbe
star zitto e non rispondere a un Cavaliere dell'Apocalisse. Non
c'è tempo da perdere, oggi, per le baggianate. Oggi ci sono le
conquiste sociali e la GIUSTIZIA PURA! Però siccome il Cane celeste
vuole aver le sue, gli daremo le sue con la penna, riservandoci
ampia libertà di usare un altro strumento quando ci venga in mente
di farlo. Il Cavalier Mostardo si ritiene padrone di adoperare
tutti i «versipelle» che gli fan bisogno, senza renderne conto a
nessuno. Un figlio dell'ottantanove ha ben altri diritti! Ma però,
siccome non vuol cadere, per la porcinaglia, nell'ASTUTISSIMA rete
tesagli dal Cane Celeste, gli dice che versipelle è lui, ed anche
pistola guercia!