CAPITOLO IV.

_Il Cavalier Mostardo rientra trionfalmente fra gli eroi della

Cattedra._

L'onorevole gli aveva parlato a lungo, con decoroso riguardo. Gli aveva

stretto la mano con fermezza. Gli aveva detto:

— Mostardo! — ma con una intonazione particolare come a condir la

parola, di profonda stima e di inalterabile amicizia.

Ora il Cavalier Mostardo era forastico se lo carezzavan contro pelo;

ma se lo lisciavano pel verso giusto diventava tutto color di rosa e

trasparente. Anche questo si doveva al suo terribile dubbio perchè era

giunta l'ora per lui di misurarsi ben diversamente che non coi suoi

metodi da ciclope. E il dubbio lo teneva perplesso e non sapeva se

desistere o gettarsi a capofitto nell'avventura. In tale peritanza,

tutto che poteva fargli capire di essere ben al di sopra di Rigaglia,

lo illimpidiva, lo burrificava.

L'onorevole aveva concorso all'opera degna e con gli atti e con le

parole e con le considerazioni altissime, esposte con quel tale garbo

fiero e meditativo il quale vi concentra nel «sì!» prima ancora di aver

inteso. Perchè i pensieri vanno via vestiti a incontrare la testa degli

uomini e, se veston bene, chi li riceve li ha per solenni anche se non

sa chi siano e che vogliano.

Ecco, l'onorevole licenziava i suoi pensieri così. Erano come chiese

addobbate con molti addobbi. Diceva certe parole veramente politiche

che Mostardo gli invidiava come una bella donna. Ed era concentrato

(il nostro Cavaliere ne studiava le forme) chiuso in una interiorità

insondabile. Tutto ciò metteva in volume la sua affettuosa deferenza.

Però Mostardo si sentiva maligno un poco, per quella minimissima parte

satanica della quale poteva disporre. Pensava s'egli avrebbe saputo

sostenere quella parte e, guardando così a occhio e croce, gli pareva

che sì. Alla Camera la cosa non era diversa. Bastava parlar poco o mai,

o buttar via, di quando in quando, e sopratutto nei tumulti, una frase

clamorosa. Ad esempio:

— Evviva l'ottantanove!...

Oppure:

— A morte l'Austria!...

L'Austria?... Si poteva dire a morte l'Austria, dentro la Camera?... E

se non si poteva, tanto meglio. Per Bios!... A morte l'Austria!...

Veramente l'onorevole non si era mai lasciato andare a un grido simile,

ma lo avrebbe lanciato lui, lui genuino cuore di piazza e di popolo,

illustre per oscura discendenza, principio e cacume.

Questa anche era una parola del suo corredo. Trovatala un giorno in un

romanzo, gli era parsa di corrotta origine, ma, chiarito il dubbio sul

vocabolario, l'aveva accolta con entusiasmo e se ne serviva anche nel

parlar comune quando voleva far fede della propria coltura.

Nonostante tutto questo (è ben giusto che un uomo pubblico pensi di

raggiungere un seggio fra la masnada di Montecitorio) egli fu il più

docile uomo e il più disposto a patire per l'uman bene.

Doveva sacrificarsi?... Eccolo pronto!

— Onorevole, son qua come una volta, quando il partito aveva bisogno di

me!...

L'onorevole sorrise e ammiccando incominciò:

_ — Ecco Mostardo, nobilissimo conduttiere et capitano di ventura..._

La brigata rise e l'avvocato Suasia continuò:

— ... _homo molto pronto et valoroso. Lo quale si gloriava che nelle

battaglie diverse aveva avuto cento ferite nel suo corpo, delle quali

mostrava le cicatrici; tanto fu animoso che non istimava pericolo di

morte, et a la sua forza non credeva altri fesse resistenza, et più et

più volte combattè a corpo a corpo..._

Concluse l'ingegnere Fias:

— ... _et sempre vinse!..._

Seguirono svariati commenti interpuntati da risa.

— E mi sapete dire — fece Mostardo accettando lo scherzo — se questo

capitano ci sia stato davvero?...

— Come?... — fece l'avvocato Suasia. — E vorresti mettere in dubbio

l'esistenza di colui dal quale discendi per li rami?...

— Mostardo detto altrimenti Mostarda!... Perilio Mostarda!... Il

sepolcro di questo vostro antenato — disse pacatamente l'ingegnere Fias

— è a Roma, in San Pietro, dove fu sepolto a grande pompa.

— Dite davvero?

— E lasciò nei suoi buoni castelli della Marca, due figliuoli: Lodovico

e Giovanni. È da costoro che voi discendete.

— Ma scusi — fece Mostardo — io mi chiamo...

— Vostra madre è stata l'ultima Mostarda della Romagna. Era povera...

commise un fallo...

— Bubbole!...

— Questa è storia!... Commise un fallo e vi partorì. Dopo, non avendo

mezzi per nutrirvi, vi portò alla ruota.

— E allora perchè mi han chiamato Casadei?...

— Perchè la pentita volle rimanere nell'ombra. Posso assicurarvi che il

vostro vero nome è Perilio Mostardo come l'antenato vostro glorioso.

Come non credere all'ingegnere Fias, corretto, flemmatico come un

inglese di buon sangue?... Ed era calvo per giunta, ciò che conferiva

alla sua serietà un'augusta platea. Imperturbabile nel gesto, nel tono

della voce, sempre spenta, nella linea del viso adorno da una barbetta

a punta, fin anche nel modo di reggere la piccola pipa di radica,

veniva catechizzando il nostro gigante che più non sapeva se era luce

od ombra quella che gli si muoveva intorno. E domandò peritando:

— Lei... ha forse qualche documento...

Un sommesso riso corse la stanza.

— L'ho detto, io!... — fece Mostardo trionfante. — L'ho detto che sono

bubbole!..

— Bene — riprese sempre serio l'ingegnere Fias. — Quando vorrete ne

parleremo all'avvocato Relli che raccoglie ogni memoria cittadina.

L'avvocato saprà mostrarvi anche i documenti.

— Sì!... Lo avvisi che li tenga pronti!...

— Meriteresti davvero di essere un qualsiasi Casadei — disse l'avvocato

Suasia — e di avere nel tuo stesso nome il marchio del clero!

— Che marchio? che clero?... — fece Mostardo punto dall'inopportuna

allusione.

— È chiaro. _Casa dei_, casa di Dio... la chiesa.

Mostardo rimase pensieroso. Disse, dopo una pausa:

— Però che infamie si commettono su dei poveri innocenti!...

Anche l'onorevole rise.

— Del resto a te che importa? — riprese Suasia — Tu sei sempre stato e

sempre rimarrai Mostardo Perilio, ovvero il Cavalier Mostardo, a gloria

e onore della Romagna.

— Avete nei fasti della vostra famiglia gloriosissime imprese. Voi

foste encomiato come liberatore d'Italia e restauratore dell'antica

disciplina dell'armi e dell'italico valore dopo la disfatta che

infliggeste ai bretoni nel 1378. Voi affrontaste l'imponente esercito

di Lodovico d'Angiò nel 1382 mentre tutta l'Italia era impaurita. Voi

conquistaste alla Chiesa...

— Ah, questo no!... — gridò Mostardo.

— ... conquistaste alla Chiesa le città di Ascoli e di Assisi. Infine...

— Ma che c'entro io?...

— ... infine, combattendo con gli Orsini contro i Colonna espelleste da

Roma Re Ladislao. Fin d'allora si rivelava l'anima repubblicana della

vostra schiatta. Scacciaste un Cesare da Roma e vi aleggiò sulla grande

testa il prisco spirito di Bruto. S'intende — riprese Fias — non sulla

vostra, ma sulla grande testa della famiglia.

Mostardo un poco nicchiò, un poco rise ma, in fondo, vagheggiava tale

illustre discendenza.

— Del resto — fece l'onorevole — non sono gli antenati che fanno

l'uomo di valore, ma le opere sue. Voi siete stato e sarete certo, nel

prossimo e nel futuro, più Mostardo del vostro predecessore.

— Ora sì che dite bene!... — esclamò il cavaliere. — Ognuno è quello

che è... fa quello che fa... come un cavallo. I padri sono i padri e i

figli, i figli!... Ma voler giudicare un figlio da un padre non è mai

giusto. Voler poi far grande il figlio dalle opere che non appartengono

al figlio, sarebbe un vero cacume!...

La risata che rintronò, coprì il Cavalier Mostardo come di un battesimo

vermiglio.

La parola sulla quale aveva calcolato per l'effetto doveva essere per

davvero una qualche porcheriola indegna.

— Perchè?... che cosa ho detto?... — domandò pieno di smarrita

imperizia. — Non si dice cacume?...

E come gli altri continuavano nella loro solfa, pensò di uscir

dall'imbarazzo ritornando quello che sempre era stato, il gaudioso

colosso in fervore ed in sete; e, per non più smarrirsi ed essere certo

del fatto suo, interloquì, questa volta, in dialetto:

— _Sò... dasìm da bé' e fasìla curta!..._ (Su... datemi bere, e fatela

corta!...).

Poi le cose volsero al grave. Si parlò grave con noccoluta sapienza.

Si discusse di un nuovo partito e l'onorevole lo definì: «_un fermento

di letteratume_». Mostardo drizzò le orecchie. Ecco i punti oscuri e

le strade per Roma!... Bisognava penetrare, intendere, impadronirsi.

Il mondo non finiva certo nella Città del Capricorno. (Il Capricorno

è casa di Saturno ed esaltazione di Marte; l'uno dà la speculativa,

l'altro il valore).

— Questi poeti!... — fece l'onorevole (oh, di quanto disprezzo si

inturgidì la parola!...). — Questi poeti perdigiorno che per essere

stati nulli anche in quella misera cosa che è la letteratura, passano

con disinvolta facezia alla politica e creano un partito...

— Veramente non hanno creato niente di nuovo — fece l'avvocato Suasia.

— In Francia il nazionalismo non è di oggi.

— Sono degli irresponsabili — disse l'ingegnere Fias.

— Rappresentano l'ultima decadenza borghese!...

— Li spazzeremo via alla prima occasione.

— Ma il più bello è — fece il Suasia — che qualcuno di questi ingenui

crede sinceramente di essere rivoluzionario!...

— Sì, rivoluzionari guerrafondai!... Vorrebbero trascinare il paese

all'avventura!...

— Avete letto le relazioni del loro ultimo Congresso? — riprese

l'onorevole. — Sapete che cosa ne risulta di veramente chiaro, oltre

il mare di stolte chiacchiere e l'assenza di qualsiasi originalità di

programma?... La guerra... l'avventura!... Trascinare il paese nel non

mai abbastanza deprecato orrore della guerra!...

— Non bisogna prenderli sul serio.

— Ma fan molto rumore! — replicò il Suasia. — E il molto rumore ha

sempre efficacia in Italia.

— Tanto è vero che trovan già le simpatie del Grande Partito

Liberale!... — disse Gerolamo Putti che fino allora aveva taciuto.

L'onorevole si volse verso il Putti:

— Il Grande Partito Liberale?... E dove è quest'araba fenice?... Dove

e come vive?... Quali i suoi capi e i suoi programmi categorici e gli

adattamenti alle quotidiane contingenze?... La borghesia non ha più

partito. È una massa incosciente che non vede il suo bene se non nel

traffico e nelle crescenti ricchezze. Non c'è un vero e proprio partito

liberale come non c'è un'anima nella borghesia!...

— Bene!... — fece il Cavalier Mostardo — e incrociò le braccia sulla

tavola.

— Appunto perchè è privo di contenuto — replicò il Suasia — va cercando

chi possa dargliene uno!...

— E tu credi che i nazionalisti?...

— I nazionalisti, dopo tutto, sono giovani e battaglieri.

— Ma che cosa possono costruire di solido?

— D'accordo! Niente di solido. Ma sono un eccitante all'ultima senilità

del partito.

— Fanno una impalcatura di sciocche parole per tesservi una coscienza

nazionale! — esclamò l'ingegnere Fias.

— Riprendono il vecchio tema patriottico per le loro colascionate! —

gridò Ildebrando Sgargi.

— Colascionate!... Benone!... — tuonò Mostardo. E, a voce più spenta,

rivolgendosi al vicino soggiunse: — Dice bene!...

— Infine quale sarebbe il loro scopo?... — riprese l'onorevole. —

Quello di distrarre anche minime forze dal duro ed enorme compito

della lotta di classe; quello di annebbiare con decrepite ideologie,

felicemente sorpassate, la superiore civiltà che si delinea attraverso

all'Internazionale. Un passo indietro, insomma, un tentativo di

retrogradi conservatori, di codini guerrafondai «rimpiangenti le

barbarie del militarismo.

— Per Bios!... — fece Mostardo e battè il pugno sulla tavola.

E Ildebrando Sgargi:

— Leggete il loro giornale?

— Per conto mio, no! — rispose l'onorevole.

— Fate male. Potreste apprezzarli meglio.

— Io ne ho già abbastanza delle vere quarantottate del quarantotto per

aggiungervi queste scimmiottature fuori stagione!

— Auff!... Questa letteratura patriottarda!... — grugnì a dispetto

Gerolamo Putti.

— E per rifare una così detta coscienza nazionale vanno accattando

cavilli a destra e a sinistra e pretenderebbero creare noie allo

Stato per ogni minimo incidente; per ogni sciocco diverbio nato fra un

nostro commesso viaggiatore qualsiasi ed un turco, ad esempio! — disse

Ildebrando Sgargi.

— Già!... I turchi!... — mormorò Mostardo. — Ne ho sentito parlare.

— Ma se noi abbiamo rinunziato, o quasi, alla vecchia pregiudiziale

irredentista per dedicarci a un compito più umano e universale, come

prendere sul serio certi isterismi?... — domandò l'onorevole.

— E, dopo tutto, i turchi — fece un nuovo interloquente, Domokos

Barbantini, impiegato di concetto al Comune — i turchi si sono mostrati

più civili di noi con la loro rivoluzione pacifica!

— Staremo a vedere... — mormorò Suasia.

E allora si fece vivo uno che fino a tal punto era stato in ascolto,

tutto arruffato e meditabondo. Quest'uno si chiamava Libero Bigatti

ed era un repubblicano anarcoide così, per incidenza e predilezione.

Era tollerato perchè temuto. In più liberi tempi sarebbe stato

tranquillamente soppresso con una piccola dose di piombo in luogo

opportuno.

Il Bigatti, agli ultimi accenni alla Turchia si ricompose sulla sedia.

— Già... la rivoluzione giovane turca! — ghignò fissando l'onorevole. —

E chi non sa che è un trucco massonico?...

La brigata discese immediatamente sotto zero. Silenzio! Solo Mostardo

ribattè:

— Oh!... Ma lo dice lei!...

Il Bigatti guardò Mostardo con tale ironico sorriso che il buon

Cavaliere non potè non osservare.

Domandò:

— E adesso perchè ride?...

Il Bigatti non rispose.

— Crede di farmi paura?...

— A lei no! — rispose il Bigatti, tranquillo. — Lei è innocente!

O che diamine voleva dir questo?... Mostardo speculò dentro sè stesso

per fermar il valore preciso della parola innocente, per trovarvi un

significato nella sua vita. Ma non trovò se non tempi di infanzia e di

scuola e un equivoco sentore di prima comunione e di corporale nonchè

spirituale castità. Niente più. Innocenti erano i marmocchi alla poppa

e i fantolini alla cresima ciò è a dire irresponsabili. Innocenza è

eguale a irresponsabilità. Un irresponsabile è quasi un imbecille, se

ha superata l'infanzia. Egli era fuori dall'infanzia. Nessun dubbio.

Il Bigatti aveva voluto offenderlo. La lenta ma nobile convinzione

gli passò dalla mente al cuore e accese la fucina della collera. Ma

si fermò a un centro inibitorio. Doveva ancora figurare come persona

corretta. Disse, stringendo i denti:

— Si spieghi!...

— Oh, ma non importa!... — rispose il Bigatti. — Non dia peso a una

parola futile!...

— No!... Non deve andar così... — affermò risoluto il Cavaliere. — Io

sono un gentiluomo, sa!... E con me è inutile venire avanti con parole

difficili. Se lei ha voluto offendermi, è un vigliacco!... E se non ha

voluto offendermi è un vigliacco lo stesso perchè non si è spiegato!...

Poi la furia che già si levava a formar catapulta sul malcapitato

Bigatti fu d'improvviso frenata e semispenta dal riso sollevato intorno

dalle sue parole.

Tale era il compito di Mostardo Perilio nelle brigate. Solutore di

continuità nei punti scabrosi e porto di gioconda unione. — Evviva il

Cavalier Mostardo!... — gridò la brigata.

— Evvivaaaa!...

— Bisognerà tu ne parli a Giolitti — disse l'avvocato Suasia,

all'onorevole. — Giolitti non sa di avere nel suo regno un uomo

simile!...

E l'ingegner Fias:

— Vi piacerebbe, Mostardo, di essere nominato Governatore della Colonia

Eritrea?...

— Io sono per il piede di casa — rispose Mostardo passandosi una mano

sulla fronte perchè aveva sudato.

— Governatore, no!... Ma... sottoprefetto? Eh... Mostardo?

Il Cavaliere scrollò le spalle.

— Per l'intelligenza che ci vuole potrei esserlo anch'io!

— Chissà... la cosa non è poi impossibile — riprese Fias. — Secondo

come vi comporterete nelle prossime elezioni. Giolitti ha fama di

essere generoso con gli amici.

— Ora poi, col suffragio universale, sarai davvero una potenza! —

soggiunse l'avvocato Suasia. — Tu e Bucalosso, il tuo aiutante...

— Bucalosso non ha niente a che fare con me! — ribattè Mostardo.

E i discorsi imbastardirono dalla loro prima purezza. E bello fu

il ridere, come il ragionare di donne e di vergini. La città del

Capricorno fu corsa ne' suoi chiusi e mai non fu visto, con la

fantasia, maggior corteo di bellezze intorno a una tavola di prodi.

Dopo la mezzanotte rimasero in tre; l'onorevole, l'avvocato Suasia e

lui, il poliorcète.

— Andiamo nel mio studio — disse l'onorevole.

Si chiusero nello studio e sedettero intorno alla scrivania.

— Dunque — disse l'onorevole — il fato è compiuto. L'inevitabile

scissione ci ha condotti alle conseguenze estreme. Non dovremo più

subire imposizioni di sorta.

— Era tempo! — mormorò Suasia.

— La nuova Camera di lavoro funziona perfettamente. Non abbiamo una

defezione. Però la guerra si annuncia asprissima.

— La sopporteremo — fece Suasia. — La Agraria è con noi.

— Ma non così il prefetto — soggiunse Mostardo.

— Era da prevederlo — riprese l'onorevole. — Le istruzioni dall'alto

sono precise. Astenersi dalla lotta fin che sia possibile e, in caso

d'inevitabile intervento dei pubblici poteri, favorire in qualsiasi

modo i socialisti.

— Sempre lui, quel Giolittaccio!... — imprecò Mostardo.

— Ma Giolitti non figura — disse il Suasia.

— Ebbene, tanto peggio! Quello è un uomo pericoloso anche se dorme!...

Il Cavalier Mostardo · 第 12 / 72 题