_Il Cavalier Mostardo prende contatto con l'aristocrazia e sogna una
nobile innamorata._
— Dunque — disse il Cavalier Mostardo — mi aspetterai fino a
mezzanotte; se a mezzanotte non sono ritornato va a letto.
— Va bene — rispose Rigaglia.
Il Cavalier Mostardo si squadrò nello specchio.
— Sono venuti i tappezzieri?
— Sono venuti.
— Hanno messo in ordine le stanze?
— Non lo so.
— Come non lo sai?
— Ma cosa volete m'intenda io di certe cose?... Hanno fatto del rumore
lassù. Ecco!
— Non hai veduto i mobili?
— Io non ho veduto niente.
— Come?... Non sei stato presente?...
— No!... Perchè non posso veder sciupare tanti quattrini!
Il Cavalier Mostardo sorrise e si sorrise. Si vedeva tutto quanto nel
grande specchio, in un'immensa cornice dorata. Si era vestito a nuovo.
Abiti giunti quella stessa sera, di purissimo taglio inglese. Un solo
vestito gli costava duecentocinquanta lire!... Uno sproposito!... Però
quale differenza!... Eccolo là, in fondo allo specchio, rinnovato! Un
uomo distinto, veramente. Gli pareva di esser nato il giorno prima,
anzi la stessa sera. E sotto lo sgargiante vestito, quale, ma quale
cuore!... Tutte le quattro stagioni in un sogno!... Quattro stagioni e
quattro primavere: quattro porte spalancate.
— Venite... Venite, Cavalier Mostardo!... Ed eccolo in mezzo ai balli e
fra le donne gentili.
Eccolo ad ascoltare i sussurri:
— Che bell'uomo!...
— Quale portamento!...
E c'era una strada per la sua fortuna, proprio nel mezzo del mondo, nel
cuore dell'Universo.
— Lo faranno deputato!...
— Sarà ministro!...
Ah!... E s'ingrandiva s'ingrandiva in fondo allo specchio, al centro
della immensa cornice d'oro.
— Quello che ho fatto, ho fatto!... Quello che ho voluto, ho voluto!...
Parlava dentro di sè come in un teatro vuoto. Le sue parole risuonavano
nell'area. Si ripercotevano nelle volte.
— Quello che ho voluto, ho voluto!...
Uno sciame di belle donne scollate, profumate, con certe mani e certi
scarpini!...
— Cavaliere!...
— Cavaliere!...
Davvero! E sarebbe stato commendatore e più, perchè al mondo si può
tutto.
— Posso andar via? — domandò Rigaglia e interruppe l'incantesimo.
— Sì, va via, va via! — gli rispose rudemente il Cavalier Mostardo. —
Va via: togliti d'attorno!
Rigaglia non rifiatò; il viso atterrato, come soleva sempre, il capo
curvo fra le grosse spalle se ne andò scarpicciando.
— E domani cambiati le scarpe — aggiunse indignato il Cavaliere. — In
casa mia non voglio vedere le scarpe coi chiodi.
Impresse forza alle ultime parole. Incominciava a sentirsi grande.
Si tolse il cappello sulla marmorea soglia, non appena premette il
bottone del campanello elettrico. Aveva fatto le scale pian piano, pian
piano guardando le statue e le lampade.
Chi glie lo avesse detto vent'anni prima!...
— Tu, in casa dei marchesi Alerami... vicino alla signora...
La porta si aprì. Ecco il cameriere gallonato. Lo conosceva bene, ma
finse di non ravvisarlo.
— Scusi... chi cerca?...
— Sono in casa le signore?
— Sì. Chi debbo annunziare?
Il Cavaliere stava per dire il suo nome, ma si trattenne. Offrì un
biglietto da visita largo una spanna. Allora, con poco tatto e con mal
celato disprezzo, il cameriere lesse il nome:
— Giovanni Casadei...
Mostardo sentì un gelo improvviso. Non era più abituato al suo umile
triste nome! Nessuno lo chiamava così: egli era per il popolo e per
l'aristocrazia il Cavalier Mostardo.
Certo in quel punto sentì ridestarsi i suoi fieri, impetuosi istinti
di eroe popolare e si sentì prudere le indelicate mani. Ebbe un tuffo
al cuore, arrossì, squadrò l'uomo dalla livrea e gli chiese in pretto
italiano, non senza dignità di tono e di aspetto:
— Chi vi ha insegnato a leggere i biglietti che vi danno?
Il cameriere levò la faccia e sorrise con sufficiente malgarbo. Rispose:
— Se debbo sapere chi siete!
Il Cavalier Mostardo si contenne ancora, ma fece un passo innanzi.
— Non è necessario lo sappiate voi, in primo luogo. In secondo luogo
dovete darmi del lei!...
Il cameriere aveva un risolino perfido. Domandò:
— Perchè?..
— Perchè è il vostro dovere!
— Io vi ho sempre dato del voi. Non siete il Cavalier Mostardo?
— Io sono chi sono, hai capito?... E tu devi darmi del lei,
altrimenti...
Tese una mano, ma i suoi centri inibitori la trattennero a tempo.
— Be' — riprese — meno chiacchiere. Vai a dire alla signora che sono
qui.
Allora il cameriere volle giuocare il ripicco. Non solo non si staccò
dalla porta, ma, intonata la voce alla maggior freddezza, disse:
— Questa sera la marchesa non riceve!
Tentò di richiudere i battenti, ma proprio in quel punto una nodosa
mano lo afferrò per il colletto della giacca, lo sollevò, lo trasse nel
ripiano delle scale.
Il Cavalier Mostardo, il colosso, lo teneva sospeso così a mezz'aria, a
braccio teso.
— Non muoverti — gli disse — e guardami bene!... E ricorda che se anche
mi vedi vestito così, io sono sempre un fuorisacco!...
Lo posò in disparte e varcò solennemente la contesa soglia. Tale fu
l'entrata del Cavalier Mostardo nel palazzo dei marchesi Alerami.
Aprì la porta, fece un grande inchino e disse:
— Scusino se mi presento così!
Fu accolto gaiamente come si conveniva a persona par sua.
La marchesa Alerama disse:
— Ha voluto incomodarsi subito...
— Si figuri...
— Si accomodi.
— Grazie.
Sedette e guardò.
Erano circostanti cinque persone: tre signore e due signori. Fra le
dame una sola era giovine e bella, ma il Cavalier Mostardo non la
conosceva.
Gli uomini gli eran noti. Li aveva avuti avversari politici molti anni
prima, quando l'esecrabile clero pretendeva ancora di scendere in campo
e chiamava i seguaci a raduno. Era primo il più vecchio, un certo conte
Lanfranco d'Elmici, uomo sulla settantina, materialmente e moralmente
intelito, dal naso a tagliacarte; anzi era tutto sottile e puntuto come
un parafulmine; nella scala zoologica assomigliava al topo. Il secondo
era battezzato nei libri araldici come Leone marchese della Futa e più
semplicemente il marchese Futa: cognome insigne nei fasti cittadini
dell'età di mezzo, ma non per questo meno pericoloso in tempi di
furor democratico. Il popolo birbante e privo del delicatissimo senso
correttivo che frena gli impulsi, non tornandogli grato quel Futa era
ricorso a una parola quasi sorella, ma indegna, veramente!... Parola
popolaresca, di vecchio conio, sguaiata e tonda.
In compenso la classe ironicamente cortese, il medio ceto cittadino
aveva corretto l'eccesso popolare ricorrendo alla cosmografia egizia
e chiamava il nobil uomo col nome del dio che rappresenta il fuoco
creatore, ciò è a dire Fta: il marchese Fta. Sottile distinzione fra il
nome e il derivato.
Orbene, costesto marchese Fta Leone aveva sessant'anni ed era uomo
di fierissimi propositi retrogradi, senonchè all'alta dignità della
sua convinta essenza nuoceva un suo vezzo di raccontar come vere le
cose sognate e di aumentar le vissute. Usando un termine volgare, lo
si sarebbe detto bugiardo; ma, per non macchiare con tale parola il
santo usbergo della sua tradizione, il suddetto medio ceto cittadino lo
chiamava superatore. Sì, perchè superava la realtà; era oltre l'umile,
vilissima verità dei fatti come sono e non come dovrebbero essere.
Il marchese Futa superava i fatti ed era naturalmente un superatore.
In quanto a ingegno, nessuno si sentiva in grado di giudicarne. La
sua misura e il saggio tacere e e la non mai offuscata dignità di
volto e di persona lo ponevano a mezz'aria fra la pianura e la collina
come uomo degno. Aveva sì una enorme biblioteca e un archivio di
prim'ordine, ma ne era gelosissimo come della sua cultura della quale
non parlava mai, che non dimostrava mai. E chi asseriva essere il
marchese Leone un ignorante, o meglio un assente in cose di scienza,
mentiva per la gola. Il marchese Leone, ad esempio, sapeva benissimo
chi era Copernico e l'aveva detto una volta al «club»:
— Copernico fu un arcidiacono che inventò il lunario!
Meno male. La cultura conferiva dignità alla classe. Comunque fosse,
fra il Cavalier Mostardo e i due nobili, fu scambiato un freddo inchino
e niente più.
Più cortesi furono donna Alerama e la baronessa Judici. Quest'ultima
anzi non si stancò di fissare con l'occhialetto il Cavaliere; e lo
esaminava compiaciuta, sorridendo.
— Desidera un the? — domandò donna Alerama.
— Grazie — rispose Mostardo inchinandosi.
Allora donna Alerama parlò alla dama più bella che stava in disparte
e sfogliava un libro, ma le parlò in una satanica lingua della quale
il nostro dabben uomo non riuscì a cogliere che un arruffio di molte
consonanti fra qualche vocale. E pensava:
— Però, come si parla diverso fuori di qui!...
Poi donna Alberica, che era quella dell'occhialetto, gli rivolse la
parola sempre sorridendo:
— Allora lei è un gran capopopolo?... È vero?...
Quella domanda così a bruciapelo sconcertò il Cavaliere il quale,
per non guardare in faccia donna Alberica, si guardò i calzoni e
leggermente spolverandoli rispose:
— Oh dio... cosa vuole?... si fa quel che si può!...
Il Cavaliere non ebbe a notare in quel punto un sorriso maligno dei due
gentiluomini.
— Sì, sì — riprese donna Alberica — lo sappiamo! La sua fama è giunta
anche a noi.
— Fama?... — soggiunse il Cavalier Mostardo dubbiando. — Forse sarà
anche fama...
— E sappiamo benissimo come ella possa fare e disfare.
— Fosse stato una volta!... — esclamò ingenuamente il Cavaliere e
appena aveva pronunciato la frase che già ne era pentito.
Donna Alerama frattanto sorvegliava, senza parere, la bella donna
affaccendata intorno alla teiera.
— Perchè una volta? — domandò sempre sorridendo donna Alberica.
E quel sorriso continuo, quasi esigente, puntato su di lui come una
investigazione, finiva per turbarlo.
— Ho detto così — rispose — perchè una volta ero più giovane.
— Ma lei non è vecchio!... — insinuò con dolcezza donna Alberica.
Nel frattempo la bella creatura bionda gli si avvicinò e gli porse una
tazza di the. Il Cavaliere la raccolse dalle bianche mani, compiaciuto.
Già stava per accostarla alla bocca, quando con accento strano la dolce
ignota gli domandò:
— Prego... latte?...
— Oh dio... sì! — rispose il Cavaliere.
— Zucchero?...
— Anche zucchero!
— Quanti pezzi?
— Ma... due... tre... quattro...
— E «toast»?...
Il Cavaliere guardò smarrito gli astanti e conchiuse:
— Senta!... Metta tutto quel che vuole!... Per me fa lo stesso!...
La dichiarazione impensierì le due dame e fece ridere la bella.
— Ho detto che fa lo stesso — soggiunse Mostardo — perchè sono di buona
bocca!
Passò un silenzio.
Con un panino imburrato in una mano e la tazza nell'altra, circonfuso
di tenerezza e di timore, il nostro eroe ristette e più non avrebbe
parlato, se donna Alerama non gli si fosse accostata con soave garbo
per dirgli:
— Lei non sa ancora perchè ci siamo permessi di recarle disturbo
invitandola qui...
— Oh... non lo dica, marchesa!... — interruppe Mostardo. — Solamente
l'onore!...
E volle dar forza al discorso, secondo la consuetudine sua espansiva,
levando un braccio; ma la tazza se ne risentì e il liquido spruzzò nei
dintorni.
— Non si preoccupi — fece donna Alerama. — Piuttosto vuol darmi la
tazza?... Guardi... la metta qui...
— Grazie — rispose Mostardo umiliatissimo — ma sono sempre un salame!...
Per quanto il buon repubblicano cercasse affinare il linguaggio, non
riusciva a disfarsi delle parole centrali, necessarie al suo corredo
come l'acqua alla vita.
Le dame e i gentiluomini finsero non aver udito e donna Alerama
continuò:
— Noi volevamo domandarle un grande favore. Vorrà farcelo?...
— Ma per Bios!... E me lo domanda?
— Noi siamo in un grave impiccio... — continuò donna Alerama. — Mio
marito, che è partito poco fa per Roma, ha ricevuto in questi giorni
molte lettere minatorie nelle quali lo si minaccia nella vita e negli
averi... pensi, signore!...
— Ma cosa mi dice?... — fece il Cavaliere e si sporse puntando le mani
sulle ginocchia e arcuando spropositatamente le ciglia.
— Pensi!... Vivere sotto questa continua minaccia!...
— Tempi nuovi!... — mormorò il marchese Futa.
E il conte Lanfranco:
— È la civiltà!... La più recente civiltà...
— È un incubo dal quale ella, con la sua influenza — sottolineò donna
Alerama; — col suo potere dovrebbe toglierci!
— Per quel che son buono, signora marchesa, eccomi qua!... E faccia
conto di parlare a un amico!
— Grazie, signore!... Ero già informata della sua gentilezza a tutta
prova!...
— Già... Saremo del basso popolo, noi... ma in quanto a cuore... — e si
posò a fede e coscienza la larga mano sul più largo petto — in quanto a
cuore... ce n'è qui... dentro la cassa!...
— Ora il favore che vorremmo da lei consisterebbe...
A tal punto il marchese Futa si fece innanzi e disse:
— Scusi se l'interrompo, donna Alerama, ma ella forse dimentica che
i suoi coloni sono socialisti, mentre... il signore... — e indicò
Mostardo — ... il signore, se non erro, è repubblicano...
— Sì!... repubblicano antico... — confermò il Cavaliere.
E, come vide che la bella bionda, nel suo angolo taciturno, sorrideva,
soggiunse:
— Ho detto antico perchè i moderni sono troppo cattedratici. Ora si fa
la repubblica con le parole... noi la facevamo coi fatti...
— Già, la spedizione di Castrocaro e di Monte Sassone... — chiarì
Lanfranco D'Elmici e sorrise.
— Eravamo tutti decisi a morire!... — interruppe il Cavalier Mostardo.
— Data la differenza di partito — continuò il marchese Futa — non so se
il signore... potrà...
Il Cavalier Mostardo si sentì offeso dal dubbio e disse:
— Loro lascino fare a me!
— Allora si tratta di questo — continuò donna Alerama — Ella conoscerà
forse la nostra tenuta di Badia... Abbiamo in quella tenuta, due
contadini che la nostra coscienza, e anche l'interesse, non possono più
oltre tollerare. Leghisti...
E il Futa:
— Irreligiosi!...
— ... prepotenti, bestemmiatori, insopportabili insomma. Ora il nostro
agente ha mandato il commiato...
— Come ne aveva diritto!... — soggiunse il Futa.
— ... e il commiato è stato giudiziario...
— Benone!... — marcò Mostardo.
— Sì, ma crede sia giovato?... Quei manigoldi sostengono che non
abbandoneranno i poderi, non solo, ma il nostro agente non può più
presentarsi sull'aia perchè lo minacciano con gli schioppi!...
— Ah, i tedeschi!... — sospirò il conte Lanfranco.
— Un mese di tedeschi per questa gente e le cose sarebbero a posto!...
— soggiunse il Futa.
— Almeno non fatevi sentire!... — disse donna Alberica e riprese
l'occhialetto a investigare il Cavaliere.
— Siamo a questo punto, signore mio! — riprese donna Alerama. — Le
minaccie si aggiungono alle minaccie. Se faremo sfrattare i contadini
dalla forza, le leghe ci boicotteranno i poderi e lei sa che cosa
voglia dir questo!... Lei sa che tutte le viti saranno tagliate, gli
alberi atterrati, sfregiate le bestie, senza contare che nessuno vorrà
più coltivare quelle povere terre...
— E per paura!... — esclamò il Futa.
— Paura o no, il fatto è questo. E d'altra parte come non mantenere il
commiato?... Non parlo della dignità nostra, del nostro decoro...
E il Futa:
— Che deve andare sempre in prima linea!...
— ... del nostro decoro; ma lei capirà che quella gente, che ormai si è
fatta padrona in casa nostra...
E il Futa con terribile ironia:
— Ma è la lotta fra capitale e lavoro!...
— Mi lasci continuare, Leone!... Il signore non capirà niente, così!...
— Capisco capisco!... — fece il Cavaliere.
— Quella gente, dicevo, non solo non ci rispetterebbe più, ma si
terrebbe tutti i frutti dei poderi.
— Logica!... — conchiuse il Futa.
— Poi non si tratta più dell'agente, ora, si tratta anche di noi.
La nostra villa... sa?... Il Conventino?... è rimasta chiusa perchè
in queste condizioni chi può arrischiarsi di andare in campagna? I
contadini hanno giurato di incendiarla e hanno giurato di uccidere mio
marito, o prima o dopo, di notte o di giorno, quando piacerà loro.
Denunziarli alla Questura?... Il rimedio sarebbe peggiore del male,
poi non potremmo avere sempre attorno i carabinieri o le guardie di
pubblica sicurezza. Farli arrestare?... Ma dietro di loro c'è tutta
la lega e la Camera di lavoro e il Comitato centrale o che so io!...
Sarebbe peggio. E allora?... Come fare?... Quale via scegliere per
uscire da questa terribile situazione?... Ecco come ho pensato a lei!
Il Cavaliere trasse un respiro e disse un:
— Già!... — pieno di meditazione.
— Abbiamo pensato a lei!... — soggiunse donna Alberica. — Solamente lei
può toglierci da questa situazione penosa.
— Ma, donna Alberica — disse il Futa — lei non pensa forse che il
signore è repubblicano...
— Oh!... Ma per Bios!... — esclamò Mostardo, seccato dal ritornello. —
Quando lei ha detto repubblicano non ha poi mica scoperta la luna!... E
se sono repubblicano, crede non mi sappia far rispettare?...
— Il signore mi ha frainteso...
— Perchè, alla fin dei conti, se mi ci metto...
— Ecco! — insinuò donna Alberica — Era appunto quello di cui volevamo
pregarla!
— Bisognerebbe convincerli... — disse mitemente il conte Lanfranco.
— Sarà difficile!... — mormorò Mostardo. — C'è la Lega!...
— L'associazione a delinquere! — chiosò il Futa.
— Come si chiamano i suoi contadini, signora marchesa?...
— Dica lei, Lanfranco. Sono nomi tanto esotici!
— Sono i Casaròt e i Féna — disse il conte.
— Li conosce? — domandò donna Alberica.
— Oh, benissimo!... — rispose il Cavaliere. — E so chi sono.
Naturalmente — soggiunse — non si saranno accordati per la mietitura.
— Può immaginarlo!
— E non vorranno la macchina dei gialli!... Si capisce!... Ma noi
metteremo la guardia all'aia!...
— La guardia?... — domandarono le signore. La bella bionda, la creatura
che non parlava mai, alla quale nessuno rivolgeva mai la parola, che
non pareva di questo mondo, si accostò di qualche passo e guardava
sempre più intensamente il Cavaliere che era inebbriato da quello
sguardo.
— Sì, la guardia! — riprese. — Dieci uomini con lo schioppo, pronti
a sparare anche se vedessero D... acco!... Oh!... Li ho scelti io!...
Sono pellaccie. Decisi a tutto. Veri e propri fuorisacco. E le nostre
biche le batteremo noi con le nostre macchine. I rossi non entreranno.
Si farà battaglia.
Donna Alerama disse:
— Sta bene, ma come convinceremo i nostri coloni ad abbandonare il
podere?...
— Ah! ma non ci sarà tanto da convincere!... Se vogliono far sul serio,
si farà sul serio!...
— Che vuol dire?...
— Si capisce! L'incarico me lo prendo io!...
— Per carità, signore!... Non intenderà compromettersi, spero!...
— Il Cavalier Mostardo non si compromette, signora marchesa! Il
Cavalier Mostardo non ha niente da perdere. Poi c'è il caso che mi
conoscano e sappiano chi sono!
— Questo sì! — disse il Futa.
— Perchè?... Lo sa lei?... — domandò Mostardo.
— Se anche non lo sapessi sarebbe facile indovinare. Basta vederla!...
L'ignota bionda, per la prima volta interloquì e disse:
— Davvero!...
Il Cavalier Mostardo la guardò fin nei precordi, nel centro della
vita, per dirle: — Tu sei la creatura che io cerco!... E bella sei,
moscardina!...
Ma il tempo passava. Oh, quanto leggero e pieno di vezzi!... Via si
portava, il buon tempo, quell'ora inenarrabile, pavida sulla soglia di
un grande avvenire. Perchè il Cavalier Mostardo aveva tutto veduto e
considerato e si era fatto un suo piano di netti termini fra i quattro
punti cardinali.
Ecco, e ritornavano i suoi bei tempi quando Gian Battifiore reggeva
i destini della gaia città del piano e Europa e Didino nascondevano i
loro perplessi amori nella montagna, sotto le ali del clero! Risorgeva
nel mondo un sole repubblicano a massima gloria; e «rossi» e «gialli»
maturavan la prova nella silenziosa vigilia.
Ah, giovinezza, giovinezza!... Il cuore era grande come un'aia
per ogni amorosa fecondazione e per ogni gioia e se v'eran passati
cinquantacinque anni, lontane erano ancora le porte del secolo. Buon
capitano si sentiva tuttavia il nostro Cavaliere ed amatore in compiuto
assetto. Possibile ch'egli non dovesse vincere in ambo i campi?...
E quella che lo guardava, misteriosa biondezza, quella creatura coi
fiocchi, che guai a immaginarla ignuda, non era forse convinta della
opportunità della cosa?... Sì, che gli occhi parlavano, lucernette
celesti!... E aveva un certo ondeggiare del seno, nel bene assestato
respiro, la bricconcella!... Pareva che, respirando, si ricamasse il
desiderio di chi la guardava. Ah, maligni pertugi dischiusi sulle
orografie del seno!... Perchè gli occhi sono cani e braccano sulla
traccia dell'ombra. Ma giuocare a nasconderello con la propria santa
dovizia non era bene. Un pover'uomo come lui doveva andarsene per le
strade con certi spropositi battaglieri!... Ah, una chiara notte e loro
soli!... Una discreta notte con una piccola lucerna!...
— Carezza... soffiamo sul lume!...
Ebbe un brivido e si destò alla voce petulante di donna Alerama. Fra
un paravento ed un tavolo, nella più dolce penombra, la bella donna gli
sorrideva ancora.
— Allora... il signore se ne occuperà?... — domandò donna Alerama.
— Non dubiti. L'ho promesso!
— E quando avremo il piacere di rivederla?...
— Non verrà a trovarci?... — soggiunse donna Alberica.
Si levò e si distese i panni.
— Grazie. Verrò.
— Per carità, signore, non si comprometta!... Non vorremmo essere
causa...
— Non abbiano paura. So dove vado.
Tutti si levarono, furono scambiati i saluti, ma la bellezza misteriosa
non si mosse, non pronunciò parola, accontentandosi di un leggero
inchino.
E, quando fu per le scale, il Cavalier Mostardo pensava ancora a questo
e si disse:
— Però che strana donna!... Non ha detto una parola. Qualcosa ci deve
essere sotto... Ma chi sa che?...