CAPITOLO II.

_Il Cavalier Mostardo prende contatto con l'aristocrazia e sogna una

nobile innamorata._

— Dunque — disse il Cavalier Mostardo — mi aspetterai fino a

mezzanotte; se a mezzanotte non sono ritornato va a letto.

— Va bene — rispose Rigaglia.

Il Cavalier Mostardo si squadrò nello specchio.

— Sono venuti i tappezzieri?

— Sono venuti.

— Hanno messo in ordine le stanze?

— Non lo so.

— Come non lo sai?

— Ma cosa volete m'intenda io di certe cose?... Hanno fatto del rumore

lassù. Ecco!

— Non hai veduto i mobili?

— Io non ho veduto niente.

— Come?... Non sei stato presente?...

— No!... Perchè non posso veder sciupare tanti quattrini!

Il Cavalier Mostardo sorrise e si sorrise. Si vedeva tutto quanto nel

grande specchio, in un'immensa cornice dorata. Si era vestito a nuovo.

Abiti giunti quella stessa sera, di purissimo taglio inglese. Un solo

vestito gli costava duecentocinquanta lire!... Uno sproposito!... Però

quale differenza!... Eccolo là, in fondo allo specchio, rinnovato! Un

uomo distinto, veramente. Gli pareva di esser nato il giorno prima,

anzi la stessa sera. E sotto lo sgargiante vestito, quale, ma quale

cuore!... Tutte le quattro stagioni in un sogno!... Quattro stagioni e

quattro primavere: quattro porte spalancate.

— Venite... Venite, Cavalier Mostardo!... Ed eccolo in mezzo ai balli e

fra le donne gentili.

Eccolo ad ascoltare i sussurri:

— Che bell'uomo!...

— Quale portamento!...

E c'era una strada per la sua fortuna, proprio nel mezzo del mondo, nel

cuore dell'Universo.

— Lo faranno deputato!...

— Sarà ministro!...

Ah!... E s'ingrandiva s'ingrandiva in fondo allo specchio, al centro

della immensa cornice d'oro.

— Quello che ho fatto, ho fatto!... Quello che ho voluto, ho voluto!...

Parlava dentro di sè come in un teatro vuoto. Le sue parole risuonavano

nell'area. Si ripercotevano nelle volte.

— Quello che ho voluto, ho voluto!...

Uno sciame di belle donne scollate, profumate, con certe mani e certi

scarpini!...

— Cavaliere!...

— Cavaliere!...

Davvero! E sarebbe stato commendatore e più, perchè al mondo si può

tutto.

— Posso andar via? — domandò Rigaglia e interruppe l'incantesimo.

— Sì, va via, va via! — gli rispose rudemente il Cavalier Mostardo. —

Va via: togliti d'attorno!

Rigaglia non rifiatò; il viso atterrato, come soleva sempre, il capo

curvo fra le grosse spalle se ne andò scarpicciando.

— E domani cambiati le scarpe — aggiunse indignato il Cavaliere. — In

casa mia non voglio vedere le scarpe coi chiodi.

Impresse forza alle ultime parole. Incominciava a sentirsi grande.

Si tolse il cappello sulla marmorea soglia, non appena premette il

bottone del campanello elettrico. Aveva fatto le scale pian piano, pian

piano guardando le statue e le lampade.

Chi glie lo avesse detto vent'anni prima!...

— Tu, in casa dei marchesi Alerami... vicino alla signora...

La porta si aprì. Ecco il cameriere gallonato. Lo conosceva bene, ma

finse di non ravvisarlo.

— Scusi... chi cerca?...

— Sono in casa le signore?

— Sì. Chi debbo annunziare?

Il Cavaliere stava per dire il suo nome, ma si trattenne. Offrì un

biglietto da visita largo una spanna. Allora, con poco tatto e con mal

celato disprezzo, il cameriere lesse il nome:

— Giovanni Casadei...

Mostardo sentì un gelo improvviso. Non era più abituato al suo umile

triste nome! Nessuno lo chiamava così: egli era per il popolo e per

l'aristocrazia il Cavalier Mostardo.

Certo in quel punto sentì ridestarsi i suoi fieri, impetuosi istinti

di eroe popolare e si sentì prudere le indelicate mani. Ebbe un tuffo

al cuore, arrossì, squadrò l'uomo dalla livrea e gli chiese in pretto

italiano, non senza dignità di tono e di aspetto:

— Chi vi ha insegnato a leggere i biglietti che vi danno?

Il cameriere levò la faccia e sorrise con sufficiente malgarbo. Rispose:

— Se debbo sapere chi siete!

Il Cavalier Mostardo si contenne ancora, ma fece un passo innanzi.

— Non è necessario lo sappiate voi, in primo luogo. In secondo luogo

dovete darmi del lei!...

Il cameriere aveva un risolino perfido. Domandò:

— Perchè?..

— Perchè è il vostro dovere!

— Io vi ho sempre dato del voi. Non siete il Cavalier Mostardo?

— Io sono chi sono, hai capito?... E tu devi darmi del lei,

altrimenti...

Tese una mano, ma i suoi centri inibitori la trattennero a tempo.

— Be' — riprese — meno chiacchiere. Vai a dire alla signora che sono

qui.

Allora il cameriere volle giuocare il ripicco. Non solo non si staccò

dalla porta, ma, intonata la voce alla maggior freddezza, disse:

— Questa sera la marchesa non riceve!

Tentò di richiudere i battenti, ma proprio in quel punto una nodosa

mano lo afferrò per il colletto della giacca, lo sollevò, lo trasse nel

ripiano delle scale.

Il Cavalier Mostardo, il colosso, lo teneva sospeso così a mezz'aria, a

braccio teso.

— Non muoverti — gli disse — e guardami bene!... E ricorda che se anche

mi vedi vestito così, io sono sempre un fuorisacco!...

Lo posò in disparte e varcò solennemente la contesa soglia. Tale fu

l'entrata del Cavalier Mostardo nel palazzo dei marchesi Alerami.

Aprì la porta, fece un grande inchino e disse:

— Scusino se mi presento così!

Fu accolto gaiamente come si conveniva a persona par sua.

La marchesa Alerama disse:

— Ha voluto incomodarsi subito...

— Si figuri...

— Si accomodi.

— Grazie.

Sedette e guardò.

Erano circostanti cinque persone: tre signore e due signori. Fra le

dame una sola era giovine e bella, ma il Cavalier Mostardo non la

conosceva.

Gli uomini gli eran noti. Li aveva avuti avversari politici molti anni

prima, quando l'esecrabile clero pretendeva ancora di scendere in campo

e chiamava i seguaci a raduno. Era primo il più vecchio, un certo conte

Lanfranco d'Elmici, uomo sulla settantina, materialmente e moralmente

intelito, dal naso a tagliacarte; anzi era tutto sottile e puntuto come

un parafulmine; nella scala zoologica assomigliava al topo. Il secondo

era battezzato nei libri araldici come Leone marchese della Futa e più

semplicemente il marchese Futa: cognome insigne nei fasti cittadini

dell'età di mezzo, ma non per questo meno pericoloso in tempi di

furor democratico. Il popolo birbante e privo del delicatissimo senso

correttivo che frena gli impulsi, non tornandogli grato quel Futa era

ricorso a una parola quasi sorella, ma indegna, veramente!... Parola

popolaresca, di vecchio conio, sguaiata e tonda.

In compenso la classe ironicamente cortese, il medio ceto cittadino

aveva corretto l'eccesso popolare ricorrendo alla cosmografia egizia

e chiamava il nobil uomo col nome del dio che rappresenta il fuoco

creatore, ciò è a dire Fta: il marchese Fta. Sottile distinzione fra il

nome e il derivato.

Orbene, costesto marchese Fta Leone aveva sessant'anni ed era uomo

di fierissimi propositi retrogradi, senonchè all'alta dignità della

sua convinta essenza nuoceva un suo vezzo di raccontar come vere le

cose sognate e di aumentar le vissute. Usando un termine volgare, lo

si sarebbe detto bugiardo; ma, per non macchiare con tale parola il

santo usbergo della sua tradizione, il suddetto medio ceto cittadino lo

chiamava superatore. Sì, perchè superava la realtà; era oltre l'umile,

vilissima verità dei fatti come sono e non come dovrebbero essere.

Il marchese Futa superava i fatti ed era naturalmente un superatore.

In quanto a ingegno, nessuno si sentiva in grado di giudicarne. La

sua misura e il saggio tacere e e la non mai offuscata dignità di

volto e di persona lo ponevano a mezz'aria fra la pianura e la collina

come uomo degno. Aveva sì una enorme biblioteca e un archivio di

prim'ordine, ma ne era gelosissimo come della sua cultura della quale

non parlava mai, che non dimostrava mai. E chi asseriva essere il

marchese Leone un ignorante, o meglio un assente in cose di scienza,

mentiva per la gola. Il marchese Leone, ad esempio, sapeva benissimo

chi era Copernico e l'aveva detto una volta al «club»:

— Copernico fu un arcidiacono che inventò il lunario!

Meno male. La cultura conferiva dignità alla classe. Comunque fosse,

fra il Cavalier Mostardo e i due nobili, fu scambiato un freddo inchino

e niente più.

Più cortesi furono donna Alerama e la baronessa Judici. Quest'ultima

anzi non si stancò di fissare con l'occhialetto il Cavaliere; e lo

esaminava compiaciuta, sorridendo.

— Desidera un the? — domandò donna Alerama.

— Grazie — rispose Mostardo inchinandosi.

Allora donna Alerama parlò alla dama più bella che stava in disparte

e sfogliava un libro, ma le parlò in una satanica lingua della quale

il nostro dabben uomo non riuscì a cogliere che un arruffio di molte

consonanti fra qualche vocale. E pensava:

— Però, come si parla diverso fuori di qui!...

Poi donna Alberica, che era quella dell'occhialetto, gli rivolse la

parola sempre sorridendo:

— Allora lei è un gran capopopolo?... È vero?...

Quella domanda così a bruciapelo sconcertò il Cavaliere il quale,

per non guardare in faccia donna Alberica, si guardò i calzoni e

leggermente spolverandoli rispose:

— Oh dio... cosa vuole?... si fa quel che si può!...

Il Cavaliere non ebbe a notare in quel punto un sorriso maligno dei due

gentiluomini.

— Sì, sì — riprese donna Alberica — lo sappiamo! La sua fama è giunta

anche a noi.

— Fama?... — soggiunse il Cavalier Mostardo dubbiando. — Forse sarà

anche fama...

— E sappiamo benissimo come ella possa fare e disfare.

— Fosse stato una volta!... — esclamò ingenuamente il Cavaliere e

appena aveva pronunciato la frase che già ne era pentito.

Donna Alerama frattanto sorvegliava, senza parere, la bella donna

affaccendata intorno alla teiera.

— Perchè una volta? — domandò sempre sorridendo donna Alberica.

E quel sorriso continuo, quasi esigente, puntato su di lui come una

investigazione, finiva per turbarlo.

— Ho detto così — rispose — perchè una volta ero più giovane.

— Ma lei non è vecchio!... — insinuò con dolcezza donna Alberica.

Nel frattempo la bella creatura bionda gli si avvicinò e gli porse una

tazza di the. Il Cavaliere la raccolse dalle bianche mani, compiaciuto.

Già stava per accostarla alla bocca, quando con accento strano la dolce

ignota gli domandò:

— Prego... latte?...

— Oh dio... sì! — rispose il Cavaliere.

— Zucchero?...

— Anche zucchero!

— Quanti pezzi?

— Ma... due... tre... quattro...

— E «toast»?...

Il Cavaliere guardò smarrito gli astanti e conchiuse:

— Senta!... Metta tutto quel che vuole!... Per me fa lo stesso!...

La dichiarazione impensierì le due dame e fece ridere la bella.

— Ho detto che fa lo stesso — soggiunse Mostardo — perchè sono di buona

bocca!

Passò un silenzio.

Con un panino imburrato in una mano e la tazza nell'altra, circonfuso

di tenerezza e di timore, il nostro eroe ristette e più non avrebbe

parlato, se donna Alerama non gli si fosse accostata con soave garbo

per dirgli:

— Lei non sa ancora perchè ci siamo permessi di recarle disturbo

invitandola qui...

— Oh... non lo dica, marchesa!... — interruppe Mostardo. — Solamente

l'onore!...

E volle dar forza al discorso, secondo la consuetudine sua espansiva,

levando un braccio; ma la tazza se ne risentì e il liquido spruzzò nei

dintorni.

— Non si preoccupi — fece donna Alerama. — Piuttosto vuol darmi la

tazza?... Guardi... la metta qui...

— Grazie — rispose Mostardo umiliatissimo — ma sono sempre un salame!...

Per quanto il buon repubblicano cercasse affinare il linguaggio, non

riusciva a disfarsi delle parole centrali, necessarie al suo corredo

come l'acqua alla vita.

Le dame e i gentiluomini finsero non aver udito e donna Alerama

continuò:

— Noi volevamo domandarle un grande favore. Vorrà farcelo?...

— Ma per Bios!... E me lo domanda?

— Noi siamo in un grave impiccio... — continuò donna Alerama. — Mio

marito, che è partito poco fa per Roma, ha ricevuto in questi giorni

molte lettere minatorie nelle quali lo si minaccia nella vita e negli

averi... pensi, signore!...

— Ma cosa mi dice?... — fece il Cavaliere e si sporse puntando le mani

sulle ginocchia e arcuando spropositatamente le ciglia.

— Pensi!... Vivere sotto questa continua minaccia!...

— Tempi nuovi!... — mormorò il marchese Futa.

E il conte Lanfranco:

— È la civiltà!... La più recente civiltà...

— È un incubo dal quale ella, con la sua influenza — sottolineò donna

Alerama; — col suo potere dovrebbe toglierci!

— Per quel che son buono, signora marchesa, eccomi qua!... E faccia

conto di parlare a un amico!

— Grazie, signore!... Ero già informata della sua gentilezza a tutta

prova!...

— Già... Saremo del basso popolo, noi... ma in quanto a cuore... — e si

posò a fede e coscienza la larga mano sul più largo petto — in quanto a

cuore... ce n'è qui... dentro la cassa!...

— Ora il favore che vorremmo da lei consisterebbe...

A tal punto il marchese Futa si fece innanzi e disse:

— Scusi se l'interrompo, donna Alerama, ma ella forse dimentica che

i suoi coloni sono socialisti, mentre... il signore... — e indicò

Mostardo — ... il signore, se non erro, è repubblicano...

— Sì!... repubblicano antico... — confermò il Cavaliere.

E, come vide che la bella bionda, nel suo angolo taciturno, sorrideva,

soggiunse:

— Ho detto antico perchè i moderni sono troppo cattedratici. Ora si fa

la repubblica con le parole... noi la facevamo coi fatti...

— Già, la spedizione di Castrocaro e di Monte Sassone... — chiarì

Lanfranco D'Elmici e sorrise.

— Eravamo tutti decisi a morire!... — interruppe il Cavalier Mostardo.

— Data la differenza di partito — continuò il marchese Futa — non so se

il signore... potrà...

Il Cavalier Mostardo si sentì offeso dal dubbio e disse:

— Loro lascino fare a me!

— Allora si tratta di questo — continuò donna Alerama — Ella conoscerà

forse la nostra tenuta di Badia... Abbiamo in quella tenuta, due

contadini che la nostra coscienza, e anche l'interesse, non possono più

oltre tollerare. Leghisti...

E il Futa:

— Irreligiosi!...

— ... prepotenti, bestemmiatori, insopportabili insomma. Ora il nostro

agente ha mandato il commiato...

— Come ne aveva diritto!... — soggiunse il Futa.

— ... e il commiato è stato giudiziario...

— Benone!... — marcò Mostardo.

— Sì, ma crede sia giovato?... Quei manigoldi sostengono che non

abbandoneranno i poderi, non solo, ma il nostro agente non può più

presentarsi sull'aia perchè lo minacciano con gli schioppi!...

— Ah, i tedeschi!... — sospirò il conte Lanfranco.

— Un mese di tedeschi per questa gente e le cose sarebbero a posto!...

— soggiunse il Futa.

— Almeno non fatevi sentire!... — disse donna Alberica e riprese

l'occhialetto a investigare il Cavaliere.

— Siamo a questo punto, signore mio! — riprese donna Alerama. — Le

minaccie si aggiungono alle minaccie. Se faremo sfrattare i contadini

dalla forza, le leghe ci boicotteranno i poderi e lei sa che cosa

voglia dir questo!... Lei sa che tutte le viti saranno tagliate, gli

alberi atterrati, sfregiate le bestie, senza contare che nessuno vorrà

più coltivare quelle povere terre...

— E per paura!... — esclamò il Futa.

— Paura o no, il fatto è questo. E d'altra parte come non mantenere il

commiato?... Non parlo della dignità nostra, del nostro decoro...

E il Futa:

— Che deve andare sempre in prima linea!...

— ... del nostro decoro; ma lei capirà che quella gente, che ormai si è

fatta padrona in casa nostra...

E il Futa con terribile ironia:

— Ma è la lotta fra capitale e lavoro!...

— Mi lasci continuare, Leone!... Il signore non capirà niente, così!...

— Capisco capisco!... — fece il Cavaliere.

— Quella gente, dicevo, non solo non ci rispetterebbe più, ma si

terrebbe tutti i frutti dei poderi.

— Logica!... — conchiuse il Futa.

— Poi non si tratta più dell'agente, ora, si tratta anche di noi.

La nostra villa... sa?... Il Conventino?... è rimasta chiusa perchè

in queste condizioni chi può arrischiarsi di andare in campagna? I

contadini hanno giurato di incendiarla e hanno giurato di uccidere mio

marito, o prima o dopo, di notte o di giorno, quando piacerà loro.

Denunziarli alla Questura?... Il rimedio sarebbe peggiore del male,

poi non potremmo avere sempre attorno i carabinieri o le guardie di

pubblica sicurezza. Farli arrestare?... Ma dietro di loro c'è tutta

la lega e la Camera di lavoro e il Comitato centrale o che so io!...

Sarebbe peggio. E allora?... Come fare?... Quale via scegliere per

uscire da questa terribile situazione?... Ecco come ho pensato a lei!

Il Cavaliere trasse un respiro e disse un:

— Già!... — pieno di meditazione.

— Abbiamo pensato a lei!... — soggiunse donna Alberica. — Solamente lei

può toglierci da questa situazione penosa.

— Ma, donna Alberica — disse il Futa — lei non pensa forse che il

signore è repubblicano...

— Oh!... Ma per Bios!... — esclamò Mostardo, seccato dal ritornello. —

Quando lei ha detto repubblicano non ha poi mica scoperta la luna!... E

se sono repubblicano, crede non mi sappia far rispettare?...

— Il signore mi ha frainteso...

— Perchè, alla fin dei conti, se mi ci metto...

— Ecco! — insinuò donna Alberica — Era appunto quello di cui volevamo

pregarla!

— Bisognerebbe convincerli... — disse mitemente il conte Lanfranco.

— Sarà difficile!... — mormorò Mostardo. — C'è la Lega!...

— L'associazione a delinquere! — chiosò il Futa.

— Come si chiamano i suoi contadini, signora marchesa?...

— Dica lei, Lanfranco. Sono nomi tanto esotici!

— Sono i Casaròt e i Féna — disse il conte.

— Li conosce? — domandò donna Alberica.

— Oh, benissimo!... — rispose il Cavaliere. — E so chi sono.

Naturalmente — soggiunse — non si saranno accordati per la mietitura.

— Può immaginarlo!

— E non vorranno la macchina dei gialli!... Si capisce!... Ma noi

metteremo la guardia all'aia!...

— La guardia?... — domandarono le signore. La bella bionda, la creatura

che non parlava mai, alla quale nessuno rivolgeva mai la parola, che

non pareva di questo mondo, si accostò di qualche passo e guardava

sempre più intensamente il Cavaliere che era inebbriato da quello

sguardo.

— Sì, la guardia! — riprese. — Dieci uomini con lo schioppo, pronti

a sparare anche se vedessero D... acco!... Oh!... Li ho scelti io!...

Sono pellaccie. Decisi a tutto. Veri e propri fuorisacco. E le nostre

biche le batteremo noi con le nostre macchine. I rossi non entreranno.

Si farà battaglia.

Donna Alerama disse:

— Sta bene, ma come convinceremo i nostri coloni ad abbandonare il

podere?...

— Ah! ma non ci sarà tanto da convincere!... Se vogliono far sul serio,

si farà sul serio!...

— Che vuol dire?...

— Si capisce! L'incarico me lo prendo io!...

— Per carità, signore!... Non intenderà compromettersi, spero!...

— Il Cavalier Mostardo non si compromette, signora marchesa! Il

Cavalier Mostardo non ha niente da perdere. Poi c'è il caso che mi

conoscano e sappiano chi sono!

— Questo sì! — disse il Futa.

— Perchè?... Lo sa lei?... — domandò Mostardo.

— Se anche non lo sapessi sarebbe facile indovinare. Basta vederla!...

L'ignota bionda, per la prima volta interloquì e disse:

— Davvero!...

Il Cavalier Mostardo la guardò fin nei precordi, nel centro della

vita, per dirle: — Tu sei la creatura che io cerco!... E bella sei,

moscardina!...

Ma il tempo passava. Oh, quanto leggero e pieno di vezzi!... Via si

portava, il buon tempo, quell'ora inenarrabile, pavida sulla soglia di

un grande avvenire. Perchè il Cavalier Mostardo aveva tutto veduto e

considerato e si era fatto un suo piano di netti termini fra i quattro

punti cardinali.

Ecco, e ritornavano i suoi bei tempi quando Gian Battifiore reggeva

i destini della gaia città del piano e Europa e Didino nascondevano i

loro perplessi amori nella montagna, sotto le ali del clero! Risorgeva

nel mondo un sole repubblicano a massima gloria; e «rossi» e «gialli»

maturavan la prova nella silenziosa vigilia.

Ah, giovinezza, giovinezza!... Il cuore era grande come un'aia

per ogni amorosa fecondazione e per ogni gioia e se v'eran passati

cinquantacinque anni, lontane erano ancora le porte del secolo. Buon

capitano si sentiva tuttavia il nostro Cavaliere ed amatore in compiuto

assetto. Possibile ch'egli non dovesse vincere in ambo i campi?...

E quella che lo guardava, misteriosa biondezza, quella creatura coi

fiocchi, che guai a immaginarla ignuda, non era forse convinta della

opportunità della cosa?... Sì, che gli occhi parlavano, lucernette

celesti!... E aveva un certo ondeggiare del seno, nel bene assestato

respiro, la bricconcella!... Pareva che, respirando, si ricamasse il

desiderio di chi la guardava. Ah, maligni pertugi dischiusi sulle

orografie del seno!... Perchè gli occhi sono cani e braccano sulla

traccia dell'ombra. Ma giuocare a nasconderello con la propria santa

dovizia non era bene. Un pover'uomo come lui doveva andarsene per le

strade con certi spropositi battaglieri!... Ah, una chiara notte e loro

soli!... Una discreta notte con una piccola lucerna!...

— Carezza... soffiamo sul lume!...

Ebbe un brivido e si destò alla voce petulante di donna Alerama. Fra

un paravento ed un tavolo, nella più dolce penombra, la bella donna gli

sorrideva ancora.

— Allora... il signore se ne occuperà?... — domandò donna Alerama.

— Non dubiti. L'ho promesso!

— E quando avremo il piacere di rivederla?...

— Non verrà a trovarci?... — soggiunse donna Alberica.

Si levò e si distese i panni.

— Grazie. Verrò.

— Per carità, signore, non si comprometta!... Non vorremmo essere

causa...

— Non abbiano paura. So dove vado.

Tutti si levarono, furono scambiati i saluti, ma la bellezza misteriosa

non si mosse, non pronunciò parola, accontentandosi di un leggero

inchino.

E, quando fu per le scale, il Cavalier Mostardo pensava ancora a questo

e si disse:

— Però che strana donna!... Non ha detto una parola. Qualcosa ci deve

essere sotto... Ma chi sa che?...

Il Cavalier Mostardo · 第 10 / 72 题