CAPITOLO I.

_Qui si riprende contatto con la vecchia coorte e si ritrovano Mostardo

e Rigaglia._

Pochi eran rimasti della vecchia coorte. I più anziani avevano finito

di banchettare e se n'eran iti alla morte, al riposo. Chiuso il

libro del dare e dell'avere come privati, se non come uomini di caldo

avvenire, avevano compiuta la traiettoria rapidamente, da quei bravi

che si eran dimostrati nel mondo, secondo le dottrine loro. Non troppe

smorfie e meno indugi. Morire bisognava; dunque fosse rapida la morte e

tranquilli coloro ai quali restavano altri anni da vivere nel bel mondo

armonioso. Dal più al meno erano stati sodisfatti nel loro legittimo

desiderio.

Bortolo Sangiovese se n'era andato una sera, dopo aver bevuto e

mangiato a gozzoviglia. Ebbe un primo avviso in casa di amici; avvertì

che un ingranaggio non agiva; notò la cosa ridendo ma rise di traverso.

La bocca non gli tornò a posto. Si era fermata in una smorfia quasi

tragica.

Gli domandarono:

— Che cosa avete?

Rispose:

— Ho... ho... credo di aver finito!...

E aveva ragione. Gli amici attesero, un po' sconcertati; ma era festa e

si beveva. Continuarono a bere. Solo le donne ebbero paura.

— E se muore qui?

— Ma non muore! Ha la pelle dura!

Dissero questo ma vedevano che dentro gli occhi del vecchio celibe

c'era un'ombra nuova e il riso di lui incominciava ad essere tetro.

Mezza la faccia era già da spavento, per le donne. Allora decisero di

condurlo via.

Lo presero in due sotto le ascelle.

— Andiamo, Bortolo!

— Dove mi conducete?

— A casa. Avete bisogno di riposare questa sera.

Bortolo guardò gli amici e rise ancòra; ma la tonda faccia era

cianotica. Disse:

— Addio a tutti!... Ce ne andiamo!...

Risposero:

— Arrivederci!

— No!... Arrivederci più!... Ce ne andiamo!...

E gettava le gambe a caso come le avesse cionche. Ma era tranquillo e

avrebbe voluto apparire sereno anche se la lingua non scolpiva più le

parole e la voce gli gorgogliava in gola.

Uscì senza cappello. Una donna lo rincorse e glie lo tese:

— Prenda, signor Bortolo.

— Tenetelo voi — rispose. — Io non ne ho più bisogno!

Svoltarono per la lunga viottola che conduceva al suo villino.

— Ci muore per strada! — disse uno.

E Bortolo:

— Fatevi core!...

Smeraldina corse su l'uscio e si fece bianca.

— Cosa c'è?... Signor padrone?...

— Niente... niente!...

Lo portarono su. Chiamarono un contadino perchè li aiutasse. Un'ora

dopo, la cosa era spacciata. Bortolo Sangiovese aveva passata la linea.

Be', e questo non destò che non mormorìo tra gli uomini della sua

tempra e del suo sangue. Bartolomeo Campana disse:

— Oggi a me, domani a te!

E infatti il fato fu giusto perchè all'indomani toccò proprio a lui.

Dopo il Campana fu Gian Battifiore ed altri molti. L'antica coorte si

disperdeva. Veniva innanzi gente nuova: i ragazzi del giorno prima.

Gente che aveva studiato e che portava un concetto diverso nella lotta.

Poi il socialismo aveva fatto passi da gigante. Mezze le campagne ne

erano inquinate e la repubblica, se voleva vivere, doveva acconciarsi

alle nuove esigenze, anche a costo di non essere più repubblica.

Questo vedeva il Cavalier Mostardo, uomo di antica tradizione e, quando

il mutamento avvenne, egli era sui suoi cinquantacinque anni.

Cinquantacinque anni e un bivio! Un'ora centrale nella vita di un uomo

par suo.

Fino a quel giorno, o meglio, fino a qualche anno prima egli aveva

signoreggiato e spadroneggiato. Il partito era nelle sue mani; ne

disponeva come di un cavallo e di una femmina maligna perchè era un

uomo forte. La sua forza era la sua virtù; la sua prepotenza, il

suo diritto. Ed egli inoltre aveva imparato dai suoi maggiori, ad

esser repubblicano senza preoccuparsi troppo del contenuto dell'idea

repubblicana. La repubblica era una convinzione e una gioia e non un

tormento come la riducevano i nuovi. Così ragionava.

— Una volta... Eh, sì!... Una volta c'era meno Cattedra!... (Ecco

la parola nuova che aveva conquistata; e gli serviva a derisione

contro tutto ciò che non riusciva a capire). Meno Cattedra c'era!...

La Repubblica!... Ecco quello che volevamo. Oggi si fan troppo

chiacchiere. E quel socialismo?... Uomini senza passato. Vengon su

dalla bottega... domani sono capipopolo. Peuh!... E i contadini, questa

razza egoista che vede lume solamente attraverso ai baiocchi?... I

contadini ci tradiscono perchè promettiamo meno dei socialisti. Ma

dobbiam tener sodo. Mazzini e Garibaldi ci insegnano. Poi non si arriva

al socialismo se non attraverso alla Repubblica sociale. Hai capito?...

Ed era sodisfatto; aveva detto quel che poteva, ma ormai era nato il

dubbio anche nell'anima sua gioconda. Se i giovani del Circolo Mazzini

lo trattavano con una certa superiorità non priva di disprezzo; se non

era più chiamato ai segreti consigli, se anche nelle ultime elezioni

comunali lo avevano bocciato mentre era riuscito consigliere un

qualsiasi villano sceso da una parrocchia dei colli, doveva esservi

indubbiamente una profonda causa. Altri forse si sarebbe rassegnato

alla propria sorte; ma il Cavalier Mostardo, no. Come uomo egli

apparteneva alla specie politica (specie tanto diffusa in Romagna)

e a tutto avrebbe rinunziato fuorchè al potere. Così siccome molto

si parlava di studio in quei tempi, il Cavalier Mostardo si decise a

studiare:

E anche questa era cosa più difficile a farsi che a dire.

Consigliarsi non voleva. Ne' suoi cinquantacinque anni di vita aveva

imparato che, a non voler far sapere una cosa, bisognava tenersela

dentro. Se egli, puta caso, avesse chiesto in gran segretezza a

Popolini o a qualcuno del conio, un consiglio circa i progettati studi,

ne avrebbe avuto forse un consiglio ma anche la beffe al caffè e per

le adunate serali. Poi avrebbe voluto prepararsi in silenzio, uscire un

bel giorno con un discorso strabiliante, pieno di tutte le oscure cose

che non riusciva tuttavia nonchè a stabilire, a intravvedere; avrebbe

voluto vendicarsi della sfacciata superiorità dei giovani e dimostrare

che il suo ingegno anzichè spaventarsi di fronte alle nuove bazzecole,

se n'era impadronito, le aveva superate. Oh, la gioia!... Ed esser solo

in una grande assemblea, solo sul palco degli oratori, e la voce forte

riempie la sala e i cuori; ritorna con gli applausi e gli evviva. Ah,

la pienezza di un simile trionfo!... E in mente si costruiva brani di

un discorso, parole calde, balzate dall'entusiasmo; e diceva e gestiva

e s'investiva della sua parte, tanto in casa quanto per le strade,

finchè qualcuno non lo ridestava ridendo.

Alle domande degli amici rispondeva allora con una frase unica:

— Ho dei pensieri!...

Il Cavalier Mostardo aveva dei pensieri! Nel paese se ne parlava e i

curiosi andavano investigando per saper s'egli fosse per fallire. Tale

gioia era vietata ai maligni. Gli affari del Cavaliere andavan franchi

e spediti.

La sua decisione allora dovè maturare e compiersi nel silenzio.

E il Cavalier Mostardo si dette a sfogliare i vecchi libri che aveva da

anni ed anni in fondo a una cassa e dei quali non si era occupato mai.

Una sera, dopo aver bene serrata la porta della stanza, incominciò, al

lume di una candela, a studiare i frontespizi.

I titoli lo sorpresero; lo fecer meditabondo. Ecco: _il Conte di

Montecristo_, _I tre moschettieri_, _La monaca di Monza_.

Certo ne aveva sentito parlare; ma dove e quando?... Inoltre potevano

quelle opere oscure giovare al suo compito?... Comunque fosse, le mise

da parte e continuò l'esame.

Ristette ad un tratto chè gli parve di non aver letto bene. Girò un

libriccino da un canto e dall'altro, ne rilesse il titolo: _Il libro

delli Re!_... Ma che roba è questa?...

Era possibile che in casa di un repubblicano par suo potesse trovarsi

un'opera simile?... Stette in dubbio e pensò a qualche brutto scherzo

de' suoi compagni, per comprometterlo. Ma certo!... Perchè, puta caso,

se la polizia avesse fatto una perquisizione in casa sua e fosse venuto

alla luce quell'arnese, chi avrebbe tenuto i compagni suoi maligni

dall'affermare ch'egli aveva trame segrete con la Monarchia? Però si

incuriosì e volle vedere di che si trattava. Sfogliò le prime pagine.

La stampa era un vituperio, tanto appariva minuscola. Rilesse:

— _Il primo libro delli Re_... — rimase pensoso e soggiunse: — Guarda

che roba!...

Continuò:

— Or il re David... — Il Re David?... Ma di quale nazione era re

David se sui giornali non se ne sentiva parlare mai?... Egli ricordava

vagamente un certo David che tirava i sassi... ma era roba da sacra

dottrina!... Non poteva trattarsi dello stesso signore. Continuò sempre

più perplesso:

— Or il re David divenne vecchio, e molto attempato: e, benchè lo

coprissero di panni, non però si riscaldava...

— Be' — fece il Cavalier Mostardo interrompendo la lettura — e che

cosa vuol dir questo?... Maledetti monarchici!... Guardate qua, si

preoccupano anche se il re ha freddo!...

E scosse il capo gravemente a commiserazione. Ma continuò.

— Laonde i suoi servitori gli dissero: Cerchisi al re, nostro signore,

una fanciulla vergine...

Il Cavalier Mostardo a questo punto scattò; e parlava a sè stesso:

— Eh?... Di quali colpe si macchiano questi cani?... Come la

chiameremmo noi, repubblicani, un'azione simile?... Ma dov'è il

Presidente di repubblica al quale abbiamo mai cercato una vergine,

noi?...

Però, nonostante il suo furore, la cosa lo interessava chè voleva

sapere come si sarebbe compiuto il fatto. Riprese:

— ... una fanciulla vergine, la quale stia davanti al re, e lo governi,

e ti giaccia in seno...

Levò gli occhi dal libro e disse:

— Hai capito?...

— ... e ti giaccia in seno, acciocchè il re, mio signore, si riscaldi.

Commentò:

— Ma sicuro!...

— Cercarono adunque per tutte le contrade d'Israel, una bella

fanciulla: e trovarono Abisag Sunamita, e la condussero al re.

«E la fanciulla era bellissima e governava il re...».

A tal punto gettò il libro da parte e gridò:

— Questa è una porcheria!... Hai capito a che cosa riducono il governo

questi monarchici?... Ma se un repubblicano scrivesse cose simili,

per poco che potesse toccargli sarebbe la prigione per oltraggio al

pudore!...

Scostò con disgusto i libri, si tolse gli occhiali e uscì. Ma l'aria,

ma la notte, ma il silenzio non vinsero le sue preoccupazioni. Ormai

era preda di un assillo continuo: studiare, istruirsi. Doveva leggere,

leggere. Tornò a casa e per tutta quella notte lesse.

Lesse tutta la notte e consumò tre lunghe candele, ma quando ebbe

finito _Il Conte di Montecristo_ si domandò:

— E adesso?...

Infatti gli pareva di non saperne molto più di prima. Però bisognava

convenisse seco stesso che si era divertito. Il diletto lo spinse a

continuare. Così accadde che il Cavalier Mostardo, per prepararsi a una

maggior vita politica, fosse gran lettore di romanzi. Ne lesse d'ogni

risma e di ogni virtù; occupò in tale faccenda quasi tutte le sue

notti. E non ebbe predilezioni, non si preoccupò di autori o di generi;

con la stessa agilità passò da Walter Scott a Guido da Verona; da

Gabriele D'Annunzio a Castelvecchio. Gli piacquero tanto le avventure

poliziesche quanto gli idillii; ma, dopo un mese di tale ginnastica,

dovè fronteggiare una nuova crisi.

Spuntò sul suo orizzonte la donna.

Fino a quel tempo aveva vissuto come un _fuori sacco_. La parola

era sua; o meglio l'aveva tolta dall'uso postale a significare

la specialissima condizione di coloro che non s'adattano agli usi

correnti. Fuori sacco era un ribelle, un anarca, un refrattario,

uno sperduto, un vagabondo; fuori sacco era l'uomo che non accetta

ciecamente ogni imposizione e coercizione sociale ma sì bene ritraesi

in disparte e disapprova; non entra, insomma, nel sacco delle lettere

commiste, ma viaggia per proprio conto in privilegiato disdegno.

Come tale era passato adunque il Cavalier Mostardo nella vita, curando

la donna solo per quella piccola parte che gli poteva convenire. Si era

accorto sì e no della esistenza di lei. Oltre la politica, gli affari

lo avevan tutto assorbito e sempre. A cinquantacinque anni egli era

tuttavia celibe e forte. Doveva aprire e conoscere ancòra quella parte

del libro della vita nella quale si ragiona e si canta d'amore.

Troppo tardi? Il dubbio poteva preoccupare forse un uomo corrotto ed

esperto, non lui.

Cinquantacinque anni erano ancòra primavera al Cavalier Mostardo. Gli

occhi suoi lampeggiavano; i capelli e i mustacchi erano genuinamente

neri; il corpo saldo; la mente pronta e la volontà e la forza. Ciò che

faceva a venticinque e a trenta poteva fare a cinquantacinque anni. Non

v'era fior di giovine che gli stesse a paro. Determinato il potere e

nella coscienza sua e in quella del popolo, gli anni, il triste novero

degli anni era svalorizzato, evaporava.

Ciò ch'egli era nel tempo, era. Un buon querciolo con tutte le sue

rame in ordine. E se strizzava l'occhio a qualche squillante ragazzona,

sorpreso da un ondulare di lunate anche, se questo faceva, poffarbacco!

che le gioconde non s'affibbiavan la gonna, nè torcevan la faccia! Sì

ch'egli poteva fecondare una vergine, in comune gioia, al cospetto del

popolo sovrano! E Mostardo era un segno popolaresco nella terra dagli

enormi buoi.

Ma questo era un giuoco. Un esempio sporadico.

Compiuta la cosa, con lei si compiva la giornata ed ogni conseguenza.

Le gioconde riprendevan la via della notte o dell'alba, senza

bagattelle, senza parole spente. Un bel rossore sulla faccia e il

cuore in pace. Pareggiato il dare all'avere; conti resi e pari e

patta. Niente più. Il giorno dopo si riparlava di politica e ciò ch'era

avvenuto nella notte era affare d'ombre e di stelle. Cosa secondaria,

eccedente dalla serietà quotidiana.

Ma ora doveva essere cosa diversa. A quel punto della sua vita; date

le nuove condizioni della lotta politica e la necessità di trionfarne,

il Cavalier Mostardo sentiva di aver bisogno della donna scoperta nei

romanzi. Gli ci voleva la donna guida e decorazione. Egli pensava che

una bella ed elegante compagna avrebbe rialzato il suo prestigio,

la dignità sua di fronte al popolo, poi anche un tardo istinto di

perdizione lo spingeva al cimento. E voleva assaporare il frutto nuovo;

sapere intimamente com'era... la cosa aristocratica.

Poi nella fusione del suo sangue con quello di una donna superiore, non

poteva esservi un principio di saggia politica... Un assaggio?...

Sì, doveva tentare; era necessario.

Inoltre quante mai cose nuove, insospettate, gli erano apparse

attraverso ai suoi dolci romanzi. E che vita aveva egli vissuto se

non aveva neppure immaginato l'esistenza di tanto miele?... Le belle

parole, i bei pleniluni, le ville, i giardini, le angoscie... L'amore,

insomma l'amore!...

Ora il Cavaliere si teneva in casa da vent'anni e più un uomo che

gli era servo e compagno, chiamato senza ragione e senza necessità

Rigaglia. Puffone, il padre di lui, niente aveva a che fare coi

visceri dei volatili. Perchè al figliuolo fosse toccato il battesimo di

Rigaglia nessuno sapeva. Mistero nel grembo del fato. Nelle quotidiane

contingenze l'uomo cinquantenne era per tutti Rigaglia di Puffone; o

meglio, nel patrio dialetto: Rigaja d'Puffôn. E si era acconciato al

suo popolare battesimo.

Rigaglia era contadino, figlio di contadini: pura razza intatta.

Parlava di bestie e di raccolti e più spesso taceva. La politica

gli si era incuneata nel duro cranio come un diritto, accanto alla

superstizione e alla sorella ignoranza. Nemico di Dio, aveva inserito

nell'angusto spazio occupato dalla divinità: _e' pòpul!_ Il popolo:

ciò è a dire _tutto_! Il popolo doveva impadronirsi dei campi e dei

forzieri, questo il suo concetto. Ad antitesi del Popolo, i signori.

Per Rigaglia era signore chiunque non vestisse alla sua foggia.

Quest'uomo era battagliero nella massa; vigliacco nel caso sporadico.

Da solo, si acconciava a discutere e ad aver torto; nella massa era

un dannato eroe. Dannato eroe, ecco Rigaglia di Puffone dalla spessa

fronte rugosa e dal grifo di porco.

Il Cavalier Mostardo se l'era tratto dietro nei bei tempi della sua

lotta più aspra, quando ancora lo spregevole moderatume accettava di

combattere. Se l'era tratto dietro a guisa di cane, dalle campagne e

gli era rimasto in casa.

Due uomini in una grande casa deserta. Allora il Cavaliere, oltre

alla politica, pensava ad arricchire. Trafficava in buoi, in cavalli,

in granaglie; comprava e rivendeva case e poderi. Rigaglia gli fu

necessario ne' suoi traffici: era uomo astuto e senza troppi scrupoli.

Braccava l'occasione: il fallimento, il dissesto e suggeriva l'affare.

Molte volte fungeva da interposta persona quanto meno chiara era la

cosa. Siccome anche il suo particolare peculio aumentava, aveva una

spietata iniziativa. La pietà è virtù dei falliti senza dolo: Rigaglia

non ne sapeva l'esistenza. Molte volte il Cavalier Mostardo doveva

fermarlo per un residuo di pudore. Avrebbe venduto anche _e' pòpul_, se

in ciò fosse stato il suo tornaconto. Così incominciò a rispettare la

Cassa di Risparmio e gli piacque.

E il Cavalier Mostardo arricchì. Vi fu giorno in cui potè contare

su varie centinaia di migliaia di lire. Ciò gli fece sempre più

affezionato Rigaglia che non pensava più ai campi e a Puffone,

agricoltore di molto pelo. Anzi si allontanò dal padre perchè una volta

gli chiese venti scudi.

Rigaglia aveva il governo della casa: era cuoco, cantiniere, massaia,

tutto. Ciò implicava un sistematico furto casalingo; ma il Cavalier

Mostardo sapeva e taceva.

Erano insieme da vent'anni e più; il piccolo e il grande, e insieme

avevano fatto la fortuna loro.

Il Cavalier Mostardo · 第 9 / 72 题