CAPITOLO PRIMO.

„ Sol per metade trionfossi. — A terra

„ Cadde il nemico, è ver; ma più feroce,

„ Se di risorger dalla polve il destro

„ Gli concediam, rinoverà l'assalto. „

_Shakespeare._

In una gola delle montagne che fiancheggiano le fertili pianure del

Lothian orientale, innalzavasi nell'età scorsa un ragguardevole

castello, del quale oggidì non si scorgono che le rovine, ed è

chiamato Ravenswood; nome che era pur quello della famiglia de'

proprietarj del luogo, antichissimi e bellicosi, e un dì possenti

baroni, congiunti per parentela ai Douglas, agli Hume, agli Swinton,

agli Hays, e alle famiglie più distinte di quelle vicinanze. La storia

de' ridetti baroni e delle illustri lor geste, commemorata negli

Annali della Scozia, si confondea spesse volte colla storia medesima

di questo reame. Il castello di Ravenswood tenea, e può dirsi quasi,

signoreggiava una valle che disgiunge la contea di Berwick, o il paese

di Merse, come chiamavasi un giorno la parte di Scozia situata a

scilocco, ed il Lothian; onde essendo fra le piazze rilevanti in tempo

così di guerre cogli stranieri, come di civili discordie, fu spesse

volte soggetto a vigorosi assedj e ostinatamente difeso, per lo che

assicurò una sede onorevole nella storia ai suoi possessori.

Ma non essendovi in questo sublunare globo cosa che sia immune da

cambiamenti, le proprie vicende ancora avea sofferte la casa di

Ravenswood, che scese in singolar modo dall'antico splendore verso la

metà del secolo decimosettimo; epoca di quella politica vicissitudine,

per cui Giacomo II perdè il trono della Gran Brettagna. Allora

l'ultimo proprietario del castello di Ravenswood si vide costretto ad

alienare l'antica signoria de' suoi maggiori per ritirarsi in una

solitaria torre, che, sorgendo sulla sterile costa situata fra

Saint-Abs-Head e il villaggio di Eyemouth, dominava l'Oceano

germanico, i cui flutti così sovente agitati dalle tempeste, andavano

contro le mura di questa torre ad infrangersi. I dominj che ricigneano

il nuovo soggiorno del Lord caduto in bassa fortuna, stavansi in

alcuni pascoli di scadente qualità, ed era pur quanto di tutto l'avito

patrimonio gli rimanea.

Il ridetto lord non seppe piegar lo spirito alla cambiata sua

condizione, e nella guerra civile del 1689, avendo parteggiato per la

fazione più debole, benchè non venissero pronunziate contr'esso nè

sentenza capitale, nè confiscazione di beni, fu però privato delle

prerogative e de' titoli di nobiltà, onde, sol per un riguardo di

cortesia, continuava a chiamarlo milord chi in colloquj col medesimo

s'intertenea.

S'ei non era l'erede de' possedimenti dei suoi maggiori, ne avea del

certo mantenuto tutto l'orgoglio, e l'indole turbolenta; e nudriva

mortale astio contra un certo tale da cui credea derivategli tutte le

sventure di sua famiglia. Era questi l'uomo medesimo divenuto in quei

giorni proprietario del castello di Ravenswood e delle sue pertenenze,

che il vero rappresentante della famiglia Ravenswood dovè, costretto

dal bisogno, cedere ad altri. Il novello possessore non contando aviti

fasti, quanti i possessori antichi potean vantarne, dovea solamente

alle ultime guerre civili la propria fortuna e la prevalenza di cui

nelle cose dello Stato godea. Incamminatosi nella via forense sin

dalla prima giovinezza, s'innalzò ad eminenti cariche nella

magistratura, e avea fama d'uom tale che sapesse pescare assai bene in

acqua torbida profittando delle fazioni che teneano il regno in

trambusto; nella qual cosa potea meglio riuscire in un paese, come la

Scozia, posto sotto il governo di una autorità delegata. Gli si

attribuiva parimente tutta l'accortezza necessaria ad ammassare

considerabili ricchezze in mezzo alle rovine degli altri, e ad

aumentare per tutte le possibili vie il nuovo retaggio di cui sapeva

apprezzar l'importanza, e valersene per dilatare l'acquistata

preponderanza politica.

Un personaggio fornito di tali abilità, a cui non mancavano vie per

porle in opera, era un formidabil nemico per un uomo impetuoso e

imprudente qual mostravasi Ravenswood. Se avesse, o no, prestati

legittimi motivi ad una tal nimistà, era un punto tuttavia contestato.

Chi sostenea che la mala intelligenza tra esso e l'antico padrone del

feudo avesse per sola cagione l'animo vendicativo e astioso dello

stesso Ravenswood, il quale non sapesse comportare che i dominj e il

castello de' suoi maggiori fossero passati fra le mani d'un altro,

benchè, i fautori di tale opinione aggiugneano, una vendita giusta e

legittima avesse dato luogo a tal cambiamento di possessori. Ma la

maggior parte del pubblico, composta di gente altrettanto proclive a

denigrar la fama del ricco lontano, quanto ad adularlo presente,

portava un giudizio assai più favorevole al vecchio Ravenswood.

Dicevano che il lord Cancelliere (ser Guglielmo Asthon a questa

distintissima dignità era pervenuto) diceano che il lord Cancelliere,

prima di divenire assoluto padrone del dominio di Ravenswood, aveva

avuto vistosi negozj d'interesse coll'antico feudatario; poi metteano

in problema (ma all'orecchio un dell'altro, e non attentandosi a

scioglierlo) a qual delle due parti, trattandosi di affari d'interesse

tanto implicati, dovessero aver fruttato meglio i negozj, se all'abile

politico e giureconsulto, cui inoltre la natura aveva fatto dono di un

imperturbabile sangue freddo, o se all'uomo impetuoso e imprudente che

parea nato fatto per correre a chius'occhi in quanti trabocchelli la

malizia avesse stimato bene di preparargli.

Lo stato de' pubblici affari rendeva anche meno inverisimili tali

sospetti. _In illo tempore non erat rex super Israel._ Dopo che

Giacomo VI per aggiugnere al suo capo la più ricca e potente corona

dell'Inghilterra, avea in questo regno trasferita la sua dimora, si

erano manifestate diverse opposte fazioni fra i primarj Nobili della

Scozia, che a vicenda dominavano da sovrani il lor paese; e questa

vicenda di sovranità dipendea dal buon esito delle sorde pratiche, or

dall'uno, or dall'altro di loro adoperate presso la corte di S. James

per farsi delegare l'autorità del monarca. I mali derivanti da un tale

sistema di governo poteano assomigliarsi a quelli che affliggono i

contadini d'Irlanda, coltivatori di fondi, ove non soggiornano i

proprietarj, e soggetti quindi all'arbitrio d'interessati fattori.

Laonde fra le persone a mano a mano depositarie dell'autorità

generale, non se ne vedea mai una, i cui interessi colla popolazione

le fossero comuni, o alla quale l'uomo oppresso da una tirannide

subalterna potesse appellarsi per ottenere grazia, o giustizia.

Comunque indolente e parziale a se stesso, comunque proclive ad atti

arbitrarj possa dimostrarsi il principe in una temperata monarchia, i

vantaggi di lui sono sì evidentemente collegati con quelli dei

sudditi, e le sinistre conseguenze che deriverebbero da un abuso di

autorità, sì chiare ed inevitabili, che non abbisogna di trascendente

politica, o di straordinario ingegno per avvedersi, come un'eguale

distribuzione della giustizia sia ad un tempo il più saldo sostegno

del trono. Per tal motivo, quegli stessi principi che tirannicamente

si comportarono e tutti i diritti arrogaronsi, generalmente parlando,

furono rigidissimi nell'amministrar la giustizia, tutte le volte che o

le private passioni, o la necessità di mantenersi in quella possanza,

dal cammin retto non li distolsero.

Ma altrimenti è la cosa là dove i poteri della sovranità vengono

delegati al capo di una fazione aristocratica, che vede, nel capo

della fazione opposta alla sua, un rivale sollecito ad ogn'istante

d'impacciarlo e superarlo nell'arringo dell'ambizione. Quasi per

necessità, questi adopera il tempo dei suoi labili e pericolosi

godimenti a farsi partigiani, a dilatare la sua preponderanza, ad

opprimere e mettere fuor di battaglia i nemici. Persino

Aboul-Hassan[1], il più disinteressato di tutti i vicerè, non

dimenticò, nel suo califfato di un giorno, d'inviare alla propria

famiglia un donativo di mille piastre d'oro. Delle stesse vie per

ricompensare i lor partigiani si valsero, nei tempi di cui favelliamo,

i governanti della Scozia, debitori della propria possanza a quella

della fazione alla quale servivano.

[1] Quel tapino imbriaco delle Novelle Arabe, che il Califfo

fece trasportare ne' proprj appartamenti, e a cui svegliandosi

fu dato a credere starsi in lui tutta l'autorità dello Stato.

Soprattutto l'amministrazione della giustizia da questa schifosa

parzialità vedeasi viziata. Eravi appena un affare di qualche entità,

nel definire il quale i giudici non sentissero il predominio di

personali riguardi; e sapean sì poco resistere alla tentazione di far

servire a questi riguardi i proprj impieghi, che a que' giorni correa,

generalmente, quanto scandalosamente in proverbio _Dimmi chi move la

lite, e io ti dirò chi ha ragione_. Questo genere di prevaricazione ne

conduceva un altro d'indole ancora più odievole. Quel giudice, che in

più circostanze, avea date prove di valersi della carica o per

favorire un amico, o per nuocere ad un avversario, e che le sentenze

fondava unicamente sulla base delle sue massime politiche e de' suoi

vincoli di amicizia, o di parentela, potea, senza commettersi un

giudizio troppo temerario, essere creduto non inaccessibile a motivi

di un interesse più sordido; laonde si pensò che la borsa dell'uomo

facoltoso, cadendo più d'una volta sulla bilancia della giustizia,

facesse pesar meno le ragioni del povero, dalla nuda equità invigorite

soltanto: e a questa opinione aggiugnevano fondamento i cherci del

tempio di Temi, che al certo non mostravano faccia tosta a chi cercava

corromperli. E sacchetti di danaro, e vasellami d'argento venivano

spediti agl'impiegati regj a fine di ottenere le conclusioni che si

desideravano, nè si avea tampoco il pudore, osserva uno scrittore

contemporaneo, di coprire col velo del mistero pratiche così indegne.

In simili tempi, non potea dirsi un mancare affatto alla carità il

supporre che un uomo di Stato, vissuto sempre fra i tribunali, membro

possente di una fazione vittoriosa, avesse immaginati e posti in uso

diversi stratagemmi opportuni a sopraffare un avversario men abile e

caduto in disgrazia. E que' medesimi ancora, i quali, giudicando più

indulgentemente ser Guglielmo Asthon, ne avessero supposta la

coscienza così timorata da sentire avversione a vantaggi venutigli per

tal via, non si mostravano ritrosi a credere che l'ambizione del

medesimo e la sete, in esso continua, di aumentare il suo credito e il

suo patrimonio, trovassero fortissimi stimoli nelle giornaliere

esortazioni di una moglie, indubitatamente meno scrupolosa di lui.

Lady Asthon discendeva da una famiglia più distinta di quella del

nostro lord Cancelliere, circostanza che ella non mai trascurò,

all'uopo di mantenere e di accrescere il predominio del marito sugli

altri, e il proprio sopra il marito; tal era almeno l'opinione

generale, e, a quanto credesi, ben fondata. Cotesta donna, già stata

bella, conservava tuttavia un portamento nobile e dignitoso. Avendo

sortito e ingegno, e violente passioni dalla natura, imparò

dall'esperienza a giovarsi di quello per nascondere queste, poichè

moderare non le sapea. Scrupolosa e severa nell'osservare le forme,

almeno esterne, della religione; splendida, ed anche ostentatamente,

nell'adempire gli atti di ospitalità; con un tuono e modi gravi,

nobilmente imponenti, e sottomessi alle più strette regole

dell'etichetta, si conformava ai modelli più usitati in quei dì nella

Scozia; e quanto alla fama del suo pudor matronale, nemmeno un alito

di calunnia avea tentato appannarla. Pure, a malgrado di tante belle

prerogative atte a conciliarle rispetto, rare volte parlavasi con

sentimento d'affezione di lady Asthon. L'interesse per la sua

famiglia, se non era per lei medesima, si manifestava con troppa

evidenza qual motivo impellente delle sue azioni, perchè il pubblico,

inclinato anzichè no a malignare, non se ne accorgesse, o si lasciasse

abbagliare da esterne apparenze. Ognun vedeva, ognun capiva, che in

tutti i complimenti, in mezzo agli atti della più gentile urbanità, la

nostra matrona non si distogliea dal suo scopo più di quanto se ne

distolga il falco che, adocchiata la preda, le va girando intorno pel

vano dell'aere; d'onde avveniva che le persone eguali a lei ne

riceveano le cortesie con un sentimento di esitazione confinante assai

col sospetto, e gl'inferiori, non meno incerti de' primi, sentivano

inoltre una tal quale impressione di timore; impressione utilissima

per vero dire ai fini della Milady, siccome un mallevadore della

compiacenza servile con cui queste persone sarebbero state pronte a

secondarla nelle sue brame, o, a dir meglio, della implicita

obbedienza che ad ogni suo comando avrebbero prestata. Ma questa

impressione medesima ch'ella destava, le era sott'altro aspetto

pregiudicevole, perchè inconciliabile co' sentimenti della stima e

dell'amicizia.

Lo stesso marito, sull'animo del quale per ingegno e accortezza ella

si era acquistato tanto potere, la vedea un po' più, dicesi,

coll'occhio di chi rispetta e paventa che di marito affezionato per

tenerezza. Evvi pur taluno che pretende esservi stati certi momenti in

cui gli sembrò che l'onore di un tal parentado, acquistato a prezzo di

domestica schiavitù, fosse troppo caramente pagato. Questo però era

meramente un sospetto, anche difficile da verificarsi, perchè lady

Asthon, gelosa delle convenienze del marito, quanto delle proprie, non

ignorava ch'egli avrebbe fatto cattiva comparsa agli occhi del

pubblico col farsi vedere lo schiavo della moglie. Quindi in tutte le

circostanze, citava l'opinione del consorte, siccome infallibile, e

portava al giudizio di lui ogni appellazione, e lo ascoltava con

quell'aria di deferenza addicevole ad una sommessa moglie verso un

marito insigne per grado e carattere, qual si era il lord Cancelliere.

Ma in mezzo a tutta questa armonia, eravi qualche cantino che sonava

falso e scordato; onde a coloro che esaminavano la felice coppia con

occhi più attenti, e fors'anche maligni, parea cosa chiara, che la

moglie, altera per indole, superba della sua nascita, e nonostante

divorata da una sete insaziabile di maggiore ingrandimento, guardasse

il marito alquanto dall'alto al basso; e che nel marito maggiori

dell'amore e dell'ammirazione fossero il timore e il rispetto verso la

moglie.

Nondimeno, lo scopo delle brame di ser Guglielmo e di lady Asthon

essendo il medesimo, non mancavano di adoperarsi, di concerto, se

affettuosamente non era, per giungervi, e di mostrarsi scambievolmente

quei riguardi ch'entrambi vedeano necessarj a cattivarsi il rispetto

del pubblico.

Di molta prole che aveano avuta, rimaneano loro solamente tre figli.

Il primogenito, nel tempo di cui scriviamo, viaggiava sul Continente.

Veniva indi una giovine pervenuta al diciassettesimo anno, e per

ultimo un giovinetto di quattordici anni, che rimanea co' suoi parenti

a Edimburgo nel tempo dell'adunata del Parlamento e del Consiglio

privato, e il resto dell'anno nel castello gotico di Ravenswood, che

ser Guglielmo aveva arricchito di nuovi edifizj fabbricati secondo il

gusto architettonico del secolo decimosettimo.

Allano, lord Ravenswood, antico proprietario di questo antico edifizio

e dei dominj considerabili che ne dipendeano, durò a lungo nel fare

una inutile guerra al suo successore, traendolo a mano a mano con

varie liti dinanzi a tutti i tribunali della Scozia, ove furono

ventilati e tornati a ventilare tutti i punti di contestazione

dipendenti dai lunghi e implicati negozj che le due parti avevano

avuti insieme, e sempre giudicati, secondo il costume d'allora, a

favore del litigante più ricco e più accreditato. La morte sola,

citando al supremo di tutti quanti i tribunali lord Ravenswood, pose

termine a tal sequela di liti. Aveva Allano trascorsa fra continue

inquietudini la sua vita, quando improvvisamente ne ruppe il filo un

impeto d'impotente furore, cui si abbandonò nell'udire il cattivo

successo dell'ultima fra le liti mosse al suo potente avversario,

raccomandata forse meglio ai principj di equità naturale, che ad un

chiaro testo di legge. Il figlio unico di Allano Ravenswood accolse

gli estremi aneliti del padre moribondo e gli ultimi accenti, che

furono maledizioni mandate all'avversario, e quasi trasmesse qual

legato di vendetta all'erede, in cui la sete di ottenerla (oltrechè

questa passione può dirsi vizio dominante del carattere scozzese) da

diverse altre circostanze venne aumentata.

In una mattina di novembre, nell'ora in cui le rocce sovrastanti

all'Oceano appaiono tuttavia di vapori folti coperte, le porte della

vecchia torre cadente in rovina, ove lord Ravenswood avea passati gli

ultimi anni della sua vita si spalancarono per dare uscita alle

spoglie mortali del defunto, che venivano trasportate al luogo ultimo

di lor dimora, dimora ancor più tetra e squallida dell'antica. Le

pompe cui da tanto tempo era divenuto peregrino quel Lord nell'atto di

congedarlo per sempre all'obblio, ricomparvero, ma a guisa di lampo.

Un grande numero di bandiere, su cui stavano effigiate le armi e le

imprese di quest'antica famiglia, e di tant'altre alle quali era

congiunta di sangue, vedeansi dispiegate, e si seguivano in funebre

processione passando sotto l'arco della porta che conducea fuor della

torre. Tutta la Nobiltà del paese, imparentatasi da più secoli co'

Ravenswood, vi si era assembrata per prestare gli estremi onori al

defunto; vestiti di gramaglia e in lunga cavalcata, marciavano

lentamente, siccome è l'uso in una cerimonia tanto solenne, e ne

regolavano il passo i lenti e lugubri squilli delle trombe che di velo

nero parimente eran coperte. Immensa folla d'abitanti dei dintorni, di

ogni età e sesso, formavano il retroguardo, e sì lunga era la fila,

che appena gli ultimi uscivano dalla porta della torre, quando i primi

trovavansi all'ingresso della cappella, entro cui i defunti della casa

di Ravenswood solevano esser sepolti.

Contro l'uso, ed anche contro il testo della legge, stava a ricevere

la comitiva un ecclesiastico inglese in cotta, e preparavasi a

celebrare le esequie al defunto giusta il rito anglicano. Tale brama

negli estremi del viver suo aveva manifestata lord Ravenswood, e la

fazione de' Tori o Cavalieri, come ostentatamente nomavansi, composta

in gran parte di amici e partigiani del Lord, erasi di tutto buon

grado prestata a secondarla, anche per fare uno sfregio alla parte

degli antagonisti. Ma la Chiesa presbiteriana avvertita della

cerimonia che stava per celebrarsi, e riguardandola come insulto alla

propria autorità, si era volta al lord cancelliere perchè a ciò

mettesse l'ostacolo d'un suo comando. Laonde, quando il prete apriva

il suo rituale, un ufiziale di giustizia seguito da alcuni armigeri

gl'intimò la proibizione di procedere oltre.

Il quale insulto commosse ad indegnazione tutta quella assemblea, e

soprattutto il figlio del defunto, Edgardo, giovine di circa venti

anni, comunemente nomato il Sere di Ravenswood. Portata la mano

all'elsa della sciabola, disse all'ecclesiastico di continuare ad

ufiziare senza scompigliarsi, e al messo della Giustizia di badar bene

che non gli tornasse una seconda volta il prurito d'interrompere

quella funzione. Volea insister l'altro adducendo l'obbligazione sua

di adempiere gli ordini ricevuti; ma cento sciabole che, sguainate nel

medesimo tempo gli scintillarono agli occhi, lo fecero accorto della

necessità di limitare ogni suo atto ad una protesta contro l'atto di

violenza, per cui gli era impedito eseguire le proprie incumbenze; e

rimase spettatore della cerimonia funebre che era venuto quivi per

disturbare; ma il contegno cupo e minaccevole che egli mantenne,

sembrava dire: „ incauti, maledirete il giorno che usaste meco in tal

guisa! „

Perchè questa scena non ebbe ella il pennello di un abile artista che

la ritraesse? Sotto le volte di quella casa della morte, il prete

spaventato dallo spettacolo che gli stava dinanzi gli occhi, e

tremebondo per la propria sicurezza, leggeva, in fretta e di mala

voglia, le solenni preci della Chiesa. Schierati intorno di esso e

silenziosi i parenti del morto, davano a divedere più disdegno che

duolo, e quelle loro sciabole sollevate faceano un bizzarro

chiaroscuro alle gramaglie che le coprivano. Unicamente ne' lineamenti

del giovane scorgeasi che il risentimento cedeva alcun poco

all'intenso affanno di vedere il più prossimo di tutti i congiunti,

quasi il solo degli amici che avesse, in atto di entrar nella tomba

de' suoi maggiori.

Anzi un de' parenti lo vide impallidire oltre misura, quando finita la

cerimonia, fu ora di calar entro la fossa la bara, di cui Edgardo,

come più prossimo consanguineo, dovea sostenere un canto, giusta l'uso

che prevalea nella Scozia. Avvicinatosi al giovane questo parente, gli

si offerse per adempiere invece di lui un uffizio così penoso e

lagrimevole. Ma con un tacito gesto avendolo Ravenswood ringraziato,

compì con fermezza l'estremo dovere che il filial rispetto imponeagli.

Collocata sul sepolcro la lapide, venne chiusa la porta della

mortuaria cappella, e consegnatane la pesante chiave ad Edgardo.

Nell'uscirne questi, si fermò sui gradini, volgendo tali detti agli

amici: „ Signori, voi avete tributati gli ultimi ufizj al morto vostro

parente in una guisa poco ordinaria. Que' funebri onori che in tutti

gli altri paesi concedonsi al più oscuro fra i cittadini, sarebbero

stati negati quest'oggi al cadavere del vostro congiunto, non uscito

certamente da una delle ultime famiglie scozzesi, se il vostro

coraggio non gli avesse al medesimo assicurati. Gli altri

seppelliscono i loro morti in un silenzio rispettoso, e nei loro volti

scorgonsi soltanto il cordoglio e le lagrime; noi invece, noi abbiamo

veduto i nostri funerei riti disturbati dalla presenza degli ufiziali

di giustizia e della forza armata. Il dolore che dovevamo alla memoria

del personaggio compianto, ha fatto luogo al sentimento di un giusto

sdegno. Ma io so bene da qual turcasso venne la freccia che ne ha

trafitti. L'uomo solo che scavò la tomba a mio padre, ha potuto

volerne disturbare le esequie; e Dio mi gastighi, se io non vendico,

sopra questo uomo e sopra la sua casa, le persecuzioni e le calamità

che sopra la mia famiglia ha condotte! „

La maggior parte de' circostanti applaudirono questo discorso, come la

verace espressione di un giusto risentimento; ma alcuni altri di più

fredda indole, e più avvezzi a calcolare, si dolsero perfino che

l'erede di Ravenswood avesse parlato in tal guisa. Essendo egli troppo

debole per affrontare palesemente ser Guglielmo, temettero che tali

inconsiderate parole cambiassero il segreto rancore del secondo in

un'aperta nimistà. Ciò nonostante gli effetti, almeno immediati, non

giustificarono i lor timori.

Tornò alla torre il corteggio, per bere copiosamente ad onore del

morto; costume sol da poco in qua abolito nella Scozia. La casa del

dolore divenne teatro di gioie convivali, e rintronò dello strepito

dell'ebbrezza per ogni banda; laonde l'erede dell'uomo le cui ceneri

si onoravano in modo sì stravagante, spese a ciò oltre a due anni di

rendita del suo misero patrimonio. Ma tale era l'uso; e il non

uniformarvisi sarebbe stato un contrassegno di poco rispetto alla

memoria del defunto, e di poco riguardo agli amici che gli

sopravvivevano.

Erasi adunque apparecchiato un banchetto splendido più di quanto lo

comportasse lo stato del nuovo rappresentante dei Ravenswood.

Dispensavasi senza parsimonia il vino sulla mensa, che nel salone

della torre fu imbandita pei parenti e per gli amici del morto.

L'_ala_ e il _porter_ si traccanavano in cucina dai contadini del

fondo; intanto che in mezzo al cortile sgorgava dalle botti la mezza

birra per contentare il rimanente del volgo. Non andò guari che tutte

quelle teste entrarono in effervescenza, tranne quella del Sere di

Ravenswood, che così persistevasi a nominarlo ad onta del decreto che

come reo di Stato digradò il padre suo. Avendo egli solo serbata la

calma della ragione, inumidiva appena il labbro alla tazza del convito

nel passarla in giro agli altri che la votavano e riempievano

prestamente, pronunziando mille imprecazioni contra il lord

Cancelliere, e mille proteste di affezione al giovine Sere e alla sua

famiglia. Egli le ascoltò taciturno e con cupo e pensieroso contegno,

riguardandole giudiziosamente come figlie dell'entusiasmo, nè fatte

per durare più lungamente di quelle leggieri bolle che s'innalzano

all'orlo del nappo, quando vi si versa un liquore spiritoso, o

permanenti tutt'al più quanto il fervor delle menti che i fumi del

vino aveano prodotto.

Votato l'ultimo fiasco, i convitati salutarono il nuovo proprietario

della torre, rinovandogli vive proteste d'amicizia che alla domane

avrebbero dimenticate: se pur non vi fu taluno tra coloro che ne

largheggiarono, il quale trovasse necessario alla propria sicurezza il

ritrattarle in solennissima forma il dì successivo.

Ravenswood, dopo aver ricevuti tali congedi con un sentimento di

sprezzo che potè appena nascondere, vide finalmente la sua torre

liberata da questa turba di ospiti, la maggior parte allettati dalla

speranza d'un buon banchetto, anzichè da desiderio di dar prova del

loro riguardo verso il defunto, e ritornando nel salone del convito,

gli parve doppiamente deserto, a motivo del silenzio che era succeduto

al tumulto regnatovi fino allora. Ma si empiè invece di fantasmi che

l'immaginazione di Ravenswood non fu tarda a crearsi. Lo splendore

della casa, offuscato dalla sentenza disonorante di cui favellammo

poc'anzi, un retaggio splendido altre volte, or ridotto al nulla,

tante belle speranze distrutte; il trionfo della famiglia che aveva

perduta quella dei Ravenswood: tutto ciò doveva offerire un vasto

campo di meditazioni ad una mente cogitabonda, e per natura disposta

alla tetraggine; e di fatto il nostro giovane si abbandonò a queste

meditazioni tanto più facilmente, perchè non v'erano oggetti che nol

potesser distogliere.

Stanno tuttavia le rovine di questa torre in sulla cima della roccia,

cui fanno continua ed impotente guerra l'onde del mare, e diventa ora

soltanto abitazione della civetta e del mergo; e il contadino

additandole ai passeggieri, narra che in quella notte fatale il sere

di Ravenswood, vinto dalla disperazione evocò qualche spirito maligno,

il cui pernicioso influsso regolò il rimanente corso della vita di

questo infelice. Ma oimè! qual maligno spirito è più da temersi delle

nostre passioni, se incautamente ad esse ci abbandoniamo?

La promessa sposa di Lammermoor, Tomo 1 (of 3) · 第 3 / 13 题