_Genova, 13 agosto 1859._
_Amico carissimo_,
Prima di tutto grazie a lei dello inalterato amore, e affetto, e
reverenza a cui si mostra benevolo a me. — Pur troppo l'Av: pare siasi
attirato (almeno pel momento) l'ira universale addosso: io l'ho ammonito
come doveva, ma il suo sangue gli si è infiammato nelle vene, e ora a
toccarlo si farebbe peggio. — Io tengo lei, e devo tenerlo come un
fratello, ma creda, Ferdinando, che a me non è sicuro nè decente venire.
Posso sbagliare, ma siccome penso molto alle cose, così paio ostinato,
ma non sono. È difficile per lettera dir tutto, ma così in succinto
basti questo.
Fin dal febbraio passato promossi qua presso il Governo le cose di
Toscana. Consigliai chiamassero di costà persona per informazioni:
chiamarono Ridolfi, e al tempo stesso chiamarono anco me; nel punto di
partire il Corsi mi avvisa venire col Ridolfi. — Aspettai a Genova nel
concetto che, passando, mi avrebbero cercato, e così insieme andati a
Torino. Vennero; non mi cercarono; Corsi mi scrisse di Torino perchè
andassi; ma spedì la lettera al suo nipote Caprile qui in Genova, che la
tenne 3 giorni senza consegnarmela; mentre mi disponeva andare mi vedo
comparire il Corsi: parlammo insieme: predicò concordia; (questi signori
l'hanno sempre su le labbra); averla anco raccomandata il signor Cavour.
Per me ogni sacrifizio par facile per lo amore della patria: quanto a
offese non se ne parlasse più: circa a politica avrei appoggiato quanto
proponeva. Se scrivendo, poterlo fare di qui; se con la presenza in
Toscana, ricordasse, che non mi permetteva la disastrosa fortuna tenere
due case, una qui, una costà; e il traslocarmi con le mie robe troppo
spendioso.
Partiva: dopo un mese scrive il Corsi: non avere potuto incominciare la
pratica dell'accordo; poi zitto: dopo altri 40 giorni mi dà notizia
dello avvenuto a Firenze e mi conforta, se amo il paese, a durare in
esilio: — Così mi scrissero altri, e così scrisse il Bon-Compagni al
cavaliere Carlevaris, mio amico trentenne. Subito dopo l'oltraggio
dell'amnistia. Io vidi allora le arti della fazione aristocratica, che
arrolò Corsi, Malenchini, ed altri per tentare il terreno, e per
gratificarsi il popolo, e governare tiranna; e così fu, e così è.
Il popolo è rimasto attontito, intronato dalle minacce: guai! se ti
muovi; guai! se ci tocchi; guai! se non ci lasci fare. — Traditore,
parricida, matricida... anatèma! anatèma! anatèma!
Gli atti di governo furono una serie di errori; ma avevano il piviale
della Indipendenza addosso, e bisognò lasciarli stare.
Ora io ho rimesso a servire il popolo il mio stato, mezza salute, mezzo
ingegno, e più che mezzi gli averi: io non rinfaccio nulla: mi sento
disposto a servirlo da capo, ma non mi sento disposto a elemosinare il
permesso di finire questi avanzi di vita per lui. — Il popolo non mi
ama, il popolo mi ha obliato; lo so, ingannato, e deluso: ma perchè,
com'ebbi nemici operosi e implacabili a nuocermi, non gli ebbi del pari
a giovarmi?
E poi a che venire? Se per esprimere un voto per la decadenza dei
Lorenesi, e per l'annessione al Piemonte? Io l'ho fatto col ritratto di
Leopoldo II; con la dichiarazione del 12 agosto nel _Diritto_, col
_Ricordo_ al Popolo toscano stampato in Torino. Tanto basta.
All'altre cose del Governo vostro non potevo aderire: e la mia
opposizione si sarebbe attribuita ad astio, e a mal talento.
Di più, chi governa ora? Gente aristocratica; anzi oligarchica; ed io mi
sento popolo schietto; forte, leale, e generoso sangue popolano: — essa
non seppe e non volle perdonare di avermi atrocemente offeso: dunque
intende stare in guerra meco: — uno di loro, Ridolfi, mi ha messo le
catene alle mani iniquamente, per una sua poltronesca, e matta paura;
l'altro, il Ricasoli, mi ha esposto ad essere fucilato dai Tedeschi per
cruda, e fredda vanità di comandare. Ricordi ch'ero l'agnello da essere
arrostito per il connubio di Ricasoli e Compagnia col Granduca
restaurato. Ricordi il _furore_ col quale hanno avversato la mia
elezione. Come intendano libertà lo vedo dallo sgoverno ombroso, e
tirannico; quanto a giustizia vedo conservati i carnefici in seggio. —
Non mi pare aria di tornare adesso. — Le ho detto e le ripeto, e le
ripeterò invariabilmente sempre: se il Popolo mi vuole, mi chiami come
conviene a lui, e a me: se non mi vuole, mi lasci.
Certo, veda sorte disforme! Manzoni onorato, levato a cielo, e
pensionato dal Re; io avvilito, oppresso, impoverito dal Popolo. Manzoni
pel Re non fece mai nulla, io pel Popolo sempre e tutto. Bisogna
pigliare tutto con equo animo, e senza querela, chè lo strillare è da
bambini.
Le sarò grato se mi darà più frequenti che può notizie intorno agli
umori _reali_ non fattizi che si vanno sviluppando nel popolo costà.
E agli amici veri dia comunicazione di questa lettera. Mi conservi la
sua benevolenza; saluti alla signora Teresa, e alle figlie anche per
parte di Maria.
_Aff.o_
F. D. GUERRAZZI.
_Genova, 29 agosto 1852._
_Cariss.o Ferdinando_
Ho ricevuto la sua lettera; ho detto _sua_, ma le dico alla ricisa, che
non la credo _sua_; e poi mi giova sperare, che molte cose le non sieno
come le conta, perchè, se fossero, io dovrei scapparmene in America.
Che cosa ha l'_Apologia_, che mi faccia torto? — Sostenni che, eletto
ministro del Principe costituzionale, compii con fede il mio dovere; e
questo è vero. Dissi che dopo Novara pensai di farlo chiamare con patti,
e garanzie: ed anco questo è vero. In che mi appuntano dunque? E che ha
l'_Apologia_, di cui io mi abbia a vergognare? Amerei saperlo.
Mi parla della difesa del Capponi. — Ma oh! non vede, che questa finta o
vera moderazione è quella che tronca le ossa. Quali torti mi trova egli?
Non egli mi propose ministro al Granduca? Non egli membro del Governo
Provvisorio? — Forse non eseguii il mandato? Gli stessi _carnefici_ miei
non lo attestano? Dunque quali torti ho io? E perchè egli consentì che
mi tramassero l'orribile tradimento? Egli si scusò allegando la cecità
sua; ma il cuore è cieco?
Ella vuole non parli del 12 aprile; non ne parliamo; ma io che ho
sofferto (ella lo sa) la più che quadrienne carcere, e i colpi di
epilessia, e le poche sostanze rovinate, e con fredda crudeltà il
trovarmi esposto alla fucilazione tedesca, e la squisita prigionia con
tramogge, ribalte, ecc. ecc., bisogna che lo rammenti; e tanto più lo
rammenti perchè credo non aggravarmi la coscienza reputando il Ricasoli,
e il Ridolfi capacissimi di farmi assassinare.
Il popolo ha dimenticato: pazienza! Gli auguro ogni bene, e non gli
rinfaccio niente, e niente domando da lui. Chi ha avuto, ha avuto, e
credo ci possa stare.
E poi venire a chiudermi in una villa! stare _bonino_; seguitare la
politica del Governo, come hanno fatto i miei amici, ed implorare la
elemosina di potere logorare in prò dei padroni quel po' di vita, di
averi, d'intelletto che mi rimangono?
Chi le ha detto che i miei amici seguano la politica del Governo? La
oligarchia, che regge costà, ebbe la destrezza di mettersi il piviale
delle idee, che fin qui sono la passione del popolo, e con esse dura.
Così sembra fautore della Unità, e dell'Annessione al Piemonte, mentre
professò sempre massime autonomiste, e zelatrici della dinastia. Tanto
vero questo, che il Ricasoli nel febbraio proponeva andare in palazzo a
proporre a Leopoldo II la renunzia in prò di Ferdinando IV. E' mi paiono
ladri, che avendo rubato la pisside, pretendono passare per sacerdoti.
La non può tirare innanzi un pezzo; arriverà il bargello, e dirà loro:
la pisside nel ciborio, e voi altri birbe in galera. — Se togli questi
punti nuovi per loro, vecchi per noi: in che vuol ella, sia benedetto,
che ci troviamo d'accordo? Quello che hanno fatto fecero tardi con la
corda al collo. Essi amano la libertà quanto io e lei Pio IX.
Rispetto a A. e T. mi occorre correggere una sua assertiva assai
avventata. A. non mi scrive più, nè io gli scrivo; nè sono uomo da
movermi da ciarle senza fondamento; e sperava, che la mi dovesse
conoscere. Quanto a T. egli non mi consiglia, nè mi riferisce: lo aiuto,
e fa quello che nella sua professione gli ordino.
Ripeto, ho scritto un po' vivo perchè ho creduto di non scrivere a lei,
e perchè nel suo foglio trovo giudizi, ed opinioni che non mi si
affanno; ed ora basta. Se potremo rivederci a casa, bene, se no, basta
che ci rivediamo in paradiso.
Intanto mi scriva un po' lei, o mi faccia scrivere dalla Ersilia; e con
un abbraccio di cuore, pregandola dei miei saluti in casa, mi confermo
_Suo aff.o am._
F. D. G.
P. S. Credo bene avvisarla di una cosa perchè c'intendiamo meglio. Io
non cerco, nè cercherò mai deputazioni. Richiesto a Livorno di prova:
per mettere il mio nome sul ruolo degli elettori, rifiutai; commisi al
signor Mangini, e agli amici, astenersi da qualunque pratica per me.
Anche pochi giorni fa il signor Romanelli, nel presagio di una renunzia
alla deputazione di Arezzo, me la offeriva, ed io la renunziai. Non ho
bisogno di deputazioni, nè di partiti; ho chiesto un po' di amore, e di
essere restituito in patria senza trovare sulla soglia la infame
sentenza, e la più infame amnistia. — Se alla giustizia dei miei
concittadini pare troppo, io durerò in esilio. Forse un giorno mi
loderanno di non essermi lasciato avvilire, ed esalteranno quanto ora
deprimono.